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martedì 28 febbraio 2012

Di corpi e di parole. Una riflessione sul rapporto donne e lingua in tempi di patriarcato



Di corpi e di parole *

I corpi sono quelli delle donne, che negli ultimi tempi si affacciano sempre più numerose, anche in Italia, sulla scena della politica, della cultura e dell'economia. Le parole sono quelle impiegate dai principali mezzi di comunicazione per parlare di loro.

Leggendo articoli sui quotidiani nazionali, ascoltando radio e televisioni, si osserva una generale nominazione maschile degli incarichi pubblici, istituzionali e professionali pur esercitati da donne, con un corredo di veri e propri errori grammaticali e torsioni espressive che sfiorano il ridicolo; c'è anche qualche tentativo coraggioso, e un po' incerto, di declinare al femminile cariche e titoli riferiti a donne, secondo le regole della morfologia.

Tentativi che riscuotono spesso critiche e/o commenti spesso ironici, quando non sarcastici, accompagnati da fantasiose e deboli argomentazioni, che reggono poco sia sul piano grammaticale sia su quello logico, ma che segnalano un profondo fastidio nei confronti di modificazioni della lingua in uso.

Tanto che viene da chiedersi il perché di tali resistenze di fronte a fenomeni di evoluzione linguistica, accettata senza problemi in altri campi, basti pensare ai termini provenienti da altre lingue nazionali, gerghi, codici, sottocodici, che dopo qualche tempo entrano nell'uso comune, sia che piacciano, sia che dispiacciano.

Eppure l'androcentrismo dell'italiano, che ha reso l'uomo, in quanto maschio, il soggetto di pensiero e di discorso, è oggetto di riflessione da qualche decennio, a partire dagli scritti pionieri di Alma Sabatini e Patrizia Violi alla metà degli anni Ottanta in Italia, mentre studi e ricerche si erano attivate da tempo nell'area culturale occidentale europea e nord-americana.

Se ne è discusso nell'ambito dei Centri Studi, Librerie, Biblioteche e Archivi delle donne, si sono organizzati Convegni e Seminari nazionali e internazionali; la Commissione delle Comunità Europee finanziò a Milano nel 1988 un convegno dal titolo: Perleparole. Le iniziative a favore dell' informazione e della documentazione delle donne europee, al quale parteciparono rappresentanti di una decina di realtà europee e altrettante italiane. L'esito del serrato confronto fu la decisione di mettere a punto, nei vari settori della comunicazione e dell'informazione, nuovi linguaggi in grado da un lato di restituire la presenza o l'assenza delle donne nei processi reali della vita di una comunità, presenza o assenza occultate dalla pratica di considerare il maschile come neutro (non solo rispetto al sesso, ma anche rispetto ad altre determinazioni di natura materiale e sensibile) e in quanto tale universale, dall'altro di fare emergere la specificità dei contenuti della riflessione delle donne, in modo che non risultassero stravolti e appiattiti dai linguaggi della cultura e della politica tradizionali; una produzione caratterizzata dall'intensa contaminazione di campi di studio e ricerca, e dall'intreccio tra settori disciplinari e politici e esperienze di vita e di pensiero di donne e uomini fino ad allora nettamente separati; mi riferisco per esempio alla divisione tra la sfera pubblica (sociale, politica, culturale) e privata (sentimentale, affettiva e familiare) separazione messa sotto critica dalle locuzioni partire da sé e il privato è politico.

Nell'ambito dei Centri studi, Archivi, Biblioteche e Case delle donne che andavano moltiplicandosi su tutto il territorio, l'area individuata in prima battuta fu quella della documentazione dai linguaggi fortemente codificati, perché devono obbedire a criteri di sinteticità e precisione senza ambiguità.

Fu costruito Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana, uno strumento di indicizzazione costituito dal linguaggio naturale dei documenti, che disordinava e sovvertiva le tradizionali partizioni fondanti l'organizzazione culturale ufficiale, di natura capitalistico-patriarcale, e al contempo introduceva inedite soluzioni grammaticali, difficili da accettare in uno strumento di indicizzazione, pur legittimate dalle regole grammaticali italiane.

L'iniziativa ebbe rilievo nell' ambito della documentazione, furono organizzati Seminari e Corsi di formazione da istituzioni quali Provveditorati scolastici, Comuni, Province e Regioni, se ne parlò su qualche giornale e rivista specializzata, la ricerca continuò nei Centri e nelle Case delle donne; Linguaggiodonna venne subito implementato e costituì il primo nucleo del linguaggio di indicizzazione dei Centri italiani che costituirono la Rete Lilith (http://www.retelilith.it/), rete informativa dei Centri delle donne.

Ma di tutto questo lavoro e fervore di iniziative sembra non restare traccia nei nostri mezzi di informazione, qualcosa si coglie nel web: blog, siti, prevalentemente di giornaliste e social network; poco finora è emerso nell'opinione pubblica allargata, tuttavia basta toccare il dato più immediatamente percepibile del discorso, semplicemente la punta dell' iceberg, vale a dire la femminilizzazione dei titoli e delle professioni, per suscitare reazioni negative. Una delle più serie è costituita dalla domanda retorica se la lingua modifichi le mentalità o invece occorra modificare prima le mentalità per ottenere le adeguate trasformazioni linguistiche.

E' un falso problema, perché i due fenomeni sono strettamente intrecciati, qualora si consideri la lingua non solo come strumento di informazione e comunicazione,  ma come uno dei più importanti sistemi simbolici a nostra disposizione, infatti costituisce uno degli strumenti privilegiati per la costruzione della soggettività individuale e collettiva e in primo luogo dell'identità di genere; pertanto non ha solo la funzione di rispecchiare i valori, ma anche quella di concorrere a determinarli, organizzando le nostre menti.

Ogni lingua storico-naturale reca in sé la sedimentazione di tutti i significati individuali e collettivi attribuiti alle parole nel corso del tempo, ma è anche un deposito di tutti gli elementi: giudizi di valore, fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze, idee e comportamenti, ai quali veniamo socializzati ancor prima della nascita.

La funzione modellizzante della lingua fa sì dunque che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme ritenute obiettive di conoscenza.

Costituisce dunque il nostro ambito primario di soggettivazione, i binari su cui viaggia il nostro pensiero, è tramontata per alcuni/e la concezione della lingua soltanto come "nomenclatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ciascuno a una cosa", o ancora come un "repertorio di fedeli immagini della realtà " (De Mauro 1975), una realtà che risulterebbe ordinata nella mente, già prima di un successivo intervento della lingua. Questa concezione, elaborata per la prima volta da Aristotele, fu ribadita da molti linguisti fino al secolo scorso, rimase presente e diffusa nella cultura del Novecento, ed è tuttora ancora viva: essa considera il linguaggio verbale come un raffinato strumento di comunicazione di immagini, concetti, emozioni, pensieri già presenti nell'interiorità delle/degli umane/i.

Alcuni teorie recenti nei campi della linguistica, della filosofia della lingua, della psicologia, della neurofisiologia e dell'antropologia tendono piuttosto a porre l'accento sulla facoltà del linguaggio verbale come vera e propria caratteristica biologica della nostra specie di appartenenza (homo sapiens sapiens), infatti ipotizzano che non sarebbe esistita mente veramente umana priva di linguaggio: la mente umana sarebbe così una mente linguistica (Cimatti 2002, Hagège,2002). Le lingue storico-naturali, quindi, hanno una duplice funzione: da un lato rispecchiano l'ordine culturale e sociale delle/dei parlanti, dall'altro danno forma alla concezione del mondo di costoro, perché determinano le categorie di percezione e classificazione della realtà. Le lingue, infatti, non registrano proprietà intrinseche della natura, bensì categorie che proprio in esse si sono formate e che sono state proiettate poi sulla natura; le stesse distinzioni che noi percepiamo tra oggetti e eventi esistono per noi perché abbiamo nella nostra lingua nomi specifici atti a indicarle, ma l'appartenenza a una serie o all' altra non è universale, dipende dalla formulazione che ne danno le diverse lingue, basti pensare alla concezione di dio nelle varie culture: evento, parola (verbo) o persona?

Un certo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, e, in quanto tale, percepito comunemente come un fatto naturale, e non storicamente determinato, diventa per automatismo un certo modo di pensare.

Le lingue sono anche i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, ruoli vissuti come naturali e quindi spesso ritenuti immutabili, proprio perché appresi dalla e nella lingua materna; intendo riferirmi all'insieme di tratti: qualità, caratteristiche psicofisiche, disposizioni d'animo, atteggiamenti, modelli di comportamento, aspettative e sentimenti pertinenti alle immagini del femminile e del maschile secondo i canoni delle educazioni di genere, alle quali dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali.

Allo stesso modo, gli stereotipi sedimentati nelle lingue (in relazione anche ad altre componenti discriminatorie oltre al sesso, quali l'appartenenza a certe etnie, la pratica di determinate religioni e mestieri) agiscono nel profondo, trasformati in vere e proprie rappresentazioni culturali e sociali, fatte proprie, a volte a livello inconsapevole, dai/dalle parlanti/pensanti.

Nel percorso dall'invisibilità alla visibilità, processo che nel corso del Novecento ha raggiunto un'estensione mai verificatasi precedentemente, la lingua e l'ordine del discorso sono tra i primi elementi con cui dover fare i conti.

Emanciparsi dal destino storico-naturale per entrare nella cultura da soggetto, invece che da semplice oggetto di teorie e interpretazioni, o tutt'al più da locutrice di un discorso già costituito, significa per una donna in-s-contrarsi con una particolare collocazione del femminile dunque all'interno dell'ordine simbolico, costituito in modo androcentrico, una posizione dislocata rispetto alla centralità del maschile. Da qui origina una certa condizione di subalternità delle donne, assegnate al polo femminile, nell'organizzazione sociale, come abbiamo visto, in tutta la varietà di modi, aspetti, e forme in cui questa subalternità si è storicamente manifestata.

Da qui però, anche le varie forme di resistenza, adottate da molte donne.

Una prova piccola, ma significativa, del fatto che l'asimmetria linguistica sottende una profonda asimmetria di valore si ha quando si provi a utilizzare un femminile generico per rappresentare gli uomini in una lista mista di persone, un uomo non accetterebbe mai di sentirsi includere in un femminile, per una donna invece è naturale essere rappresentata al maschile; molte professioniste preferiscono il titolo maschile perché dotato automaticamente di maggiore prestigio, meglio essere avvocato che avvocata.

Le bambine e le donne, quindi, nella propria vita dovranno spesso fare i conti non solo con gli eventuali vincoli sociali opposti alla propria piena realizzazione e autodeterminazione, ma anche e soprattutto con le proprie schiavitù interiori, indotte dalla fragilità dei sentimenti di autostima e di stima per le donne in generale, interiorizzata attraverso le rappresentazioni depositate nella lingua.

Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso la strutturazione psichica della dipendenza dagli uomini.

Ad un'analisi di genere della lingua italiana -uso del maschile pseudouniversale per rappresentare donne e uomini, significato differente di aggettivi (indicatori di qualità) se attribuite a donne o uomini, uso dell'appellativo di signora al posto del titolo o della professione, e varie altre- salta all'occhio il richiamo costante ad un ordine del discorso che continua a confinare le donne nell'ambito della natura, del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del privato affettivo-familiare come ambito proprio e prioritario, escludendone contemporaneamente gli uomini, confinati a loro volta nella mascolinità.

Di qui, allora, la necessità di una serie di accorgimenti linguistici che diano concreta visibilità ai due soggetti, tanto per cominciare.

Le resistenze profonde alle trasformazioni linguistiche in questo campo segnalano che non si tratta semplicemente di modificazioni di costumi e abitudini, ma rimandano, anche se confusamente, a tentativi pericolosi di destrutturare un assetto, quello che sappiamo essere fondato sul patriarcato, trasmesso attraverso le strutture e i meccanismi di funzionamento della lingua. Credo sia importante l'adozione di dispositivi che disarticolino gli stereotipi sessisti, contrastando il fenomeno dell'inerzia linguistica e quindi mentale di donne e uomini, e abituino le/i parlanti alla continua consapevolezza che i soggetti del discorso sono due.

Anche il mito ci soccorre in questa interpretazione: Eco e Medusa rappresentano un monito severo per quelle donne che abbandonano la sicurezza confortevole dei luoghi a loro congeniali -il mondo degli affetti, della cura delle persone, della manutenzione e riparazione di ambienti, di ingentilimento dei costumi, di addomesticamento delle naturali barbarie e ferocia maschili, in altre parole la loro funzione storica sessuo-riproduttiva - per avventurarsi nei territori della produzione culturale e politica, la loro vicenda segnala infatti i due rischi più comuni: la ripetizione di parole altrui e/o il silenzio (Tommasi 1987). Paradigma della collocazione delle donne nei confronti del sapere e della cultura ufficiali, all'insegna della perdita del corpo.

Eco perde il corpo per un eccesso di passione, poco importa che ne sia l'oggetto -nel mito meno conosciuto viene fatta a pezzi mentre tenta di sfuggire a Pan- o il soggetto -si consuma nell'amore per Narciso fino a confondersi con le rocce- in entrambi i casi di lei resta solo la voce, che, per vendetta di Giunone, non può prendere l'iniziativa di parlare come soggetto del discorso, ma deve limitarsi a ripetere frammenti disarticolati, le sillabe finali di parole altrui.

Medusa perde anch'essa il proprio corpo, resta la testa, irrigidita in una smorfia terrificante, un urlo muto, che fa orrore: o è lei che prova orrore per quello che ha visto e potrebbe rivelare?

Un urlo che ha il potere di impietrire chi la guardi, torna l'immagine della roccia, l'immobilizzazione, la sua cifra è il silenzio.

In entrambi i casi le punizioni di Eco e Medusa avvengono per mano di due dee Giunone e Atena che sono madre e sorella conformi all'ordine patriarcale, incarnano nella nostra cultura due modelli di destino storico delle donne: Giunone è moglie e madre, potente e fiera del suo potere, protettrice dell'istituzione familiare, orgogliosa delle sue prerogative, anche se comunque subordinata al marito; Atena è la sorella degli uomini, coraggiosa, savia e forte, protettrice delle armi e delle tecnologie, una donna che si è anche affrancata dalla miseria di nascere da un corpo di donna, nessuna genealogia femminile, vera figlia di un capo, vera donna emancipata dal femminile materno e/o seduttivo (alla Venere. Credo che molte delle donne della mia generazione si siano identificate con lei, assumendo il suo ruolo!).

Due ruoli sociali pacificati e pacificanti che in qualche modo sono stati sfidati da Eco e Medusa, Giunone e Atena le puniscono per mantenere l'ordine sociale costituito.

Ma Eco e Medusa indicano anche l'insopprimibile passione del dire, anche a rischio di perdere un'interezza, al di là degli interdetti reali o immaginari, auto/o etero imposti.

In conclusione il vero problema è comprendere che gli stereotipi sessisti della lingua non sono aspetti formali, ma tratti sostanziali della mentalità corrente di uomini e donne, e pertanto concorrono a mantenere la discriminazione delle donne nel pensiero e nella vita.

Per questo da circa trent'anni esistono in Italia (altrove da molto prima, a Amsterdam ad esempio dagli anni '30 del Novecento) iniziative e situazioni di ricerca, nell'ambito della lingua e dei linguaggi specialistici,  per mettere a punto strumenti linguistici in un'ottica di  genere, a partire dal  riconoscimento formale che i soggetti sono due. La femminilizzazione dei titoli e delle professioni esercitate da donne è solo il primo passo, non a caso proprio questo tema è stato affrontato in vari incontri, quali, per limitarmi alle iniziative più recenti, il Convegno organizzato  alla Sapienza di Roma nel novembre 2009, quello a Ca' Foscari di Venezia nel gennaio 2010.  A marzo del 2009 si è tenuto a Milano un Convegno Internazionale del gruppo Web Semantico (un gruppo di lavoro nato nel 2000, eterogeneo per composizione, formato da bibliotecari/e, documentalisti/e, archivisti/e, grafici/che editori/editrici, formatori/trici, insegnanti, imprese, che si propone di  recuperare conoscenze in rete attraverso linguaggi di indicizzazione dei documenti), nell'ambito del Convegno un'intera sezione è stata dedicata al sessismo della lingua italiana e alle misure per superarlo. 

Infine proprio in febbraio a Venezia si è tenuto un Convegno internazionale dal titolo: Declinare i ruoli nella società, nella comunicazione, nella formazione, che ha lo scopo di: "favorire un'attenta riflessione sugli stereotipi linguistici presenti nei media, nei testi scolastici, e nella comunicazione quotidiana in generale, e sviluppare nuove modalità di comunicazione che contribuiscano a creare nelle giovani e giovanissime generazioni, un'identità di genere positiva e paritaria, con il contributo di giornaliste, giuriste, esperte in formazione scolastica e linguiste italiane e straniere che da anni si occupano di questi temi [...] [per]  un uso della lingua rispettoso della parità di genere [che] è di fondamentale importanza per un effettivo superamento delle disuguaglianze che sono un dato di fatto della società italiana. Ricordiamo infatti che l'Italia è ancora al 74° posto nella classifica mondiale del gender gap, http://reports.weforum.org/global-gender-gap-2011/ " (Giuliana Giusti, Declinare i ruoli nella società, http://www.facebook.com/groups/genere.lingua/doc/311761928861693/ ).


* Questo articolo è pubblicato sulla rivista on line www.overleft.it 


Nota bibliografica
http://reports.weforum.org/global-gender-gap-2011/
Cimatti, F., La mente silenziosa, Editori Riuniti, Roma, 2002
Giusti, G., Declinare i ruoli nella società, http://www.facebook.com/groups/genere.lingua/doc/311761928861693/).
De Mauro, T., Introduzione alla semantica, Laterza, Roma-Bari, 1975
Hagège, C., Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell'umanità, Feltrinelli, Milano, 2002
Perrotta Rabissi, A. e De Ferrari P., Da linguaggiodonna al web semantico. Resoconto di un'esperienza, intervento presentato alla Tavola Rotonda del Convegno Bibliostar, Controllo terminologico: uno strumento strategico per la comunicazione tra i professionisti dell'informazione a livello europeo. Il caso degli studi di genere, Milano, marzo 2009
Perrotta Rabissi, A., Donne di parole, in "Scuola ticinese", n° 254, Gennaio-Febbraio 2003, p.33-36
Perrotta Rabissi, A., Parlare e scrivere senza cancellare uno dei due sessi, in Chiti, E (a cura di), Educare ad essere donne e uomini. Intreccio tra teoria e pratica, Rosenberg e Sellier, Torino,1998,
Perrotta Rabissi, A. e Perucci, M.B., Perleparole. Le iniziative a favore dell'informazione e della documentazione della donne europee, Utopia, Roma, 1989
Perrotta Rabissi, A. e Perucci, M.B., Linguaggiodonna . Primo Thesaurus di Genere in lingua Italiana, Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia, Milano, 1991
Sabatini, A., Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 1987
Sbisà M., Fra interpretazione e iniziativa, in Magli, P (a cura di), Le donne e i segni. Scrittura, linguaggio, nel segno della differenza femminile, "Luoghi comuni", n° 1, gennaio-giugno, Urbino,
1985 Tommasi, W., Dal neutro alla mediazione femminile, in Il filo di Arianna, letture della differenza sessuale, Utopia, Roma, 1987

venerdì 30 dicembre 2011

"Passionale", uno stereotipo linguistico

Nei casi di cronaca nera, femminicidi, omicidi, aggressioni, soprattutto di donne a opera di uomini -amanti, mariti, fidanzati- abbandonati, ogni giornale o notiziario parla di motivi -o anche di delitto- passionali.
E' come una regola giornalistica, l'ho anche sentita nei casi di delitti  nei confronti di gay, ma si sa che per molti/e un gay non è un vero uomo, virilmente parlando, è ricondotto piuttosto a una "posizione" propria del femminile nel rapporto sentimentale, insomma né carne né pesce.
La formuletta "passionale" rimette le cose a posto, si sa che al cuore non si comanda, che per amore si possono fare pazzie, il femminicidio è una pazzia esagerata, anche se pur sempre una follia; spesso si scomoda anche la nozione di raptus, anche se poi risulta che il soggetto in questione ha programmato meticolosamente l'aggressione (l'ultimo assassino aveva in auto 4 coltelli, nel caso uno solo non bastasse).
Il che da un lato derubrica il delinquente a una vittima del troppo amore, un impulsivo, (un bravo ragazzo, un brav'uomo) spinto dalla passione appunto, dall'altro getta un qualche velo di complicità sulla donna, che l'ha fatto soffrire così tanto da ridurlo a uno stato di follia.
E si sa quanta indulgenza nasce nei confronti di chi soffre!
Lo stereotipo qui agisce nel senso di fare velo alla realtà, riducendo i due soggetti a due ruoli consolidati, la donna sempre un po' volubile e infedele, da controllare singolarmente e socialmente, sempre in pericolo di essere preda -se non si attiene a certe regole- di violenze, fino all'assassinio; l'uomo, a sua volta, un feroce animale, nel profondo, ammansito dall'amore femminile, pronto a tornare allo stato belluino da tenero amante e protettore quale era.
Lo stereotipo linguistico sottende questa concezione, fortemente messa in crisi da donne e uomini nella seconda metà del secolo scorso, ma che alberga ancora in troppe donne e soprattuttoin troppi uomini, e ogni volta che viene adottato conferma nell'idea che le cose nel mondo vanno così naturalmente
Non va certo  bene questa ruolizzazione alle donne, ma credo che non vada bene neppure a molti uomini.

mercoledì 21 dicembre 2011

Ragazzi senegalesi

Nei riguardi degli  stereotipi linguistici -dettati da pigrizia mentale-  dovrebbero tutti soffermarsi. 
Prendiamo ad esempio l'omicidio razzista di Firenze, la vulgata dei media è che sono stati uccisi due "ragazzi" senegalesi, così scrivono tutti i giornali e dicono tutti i telegiornali, ma quel che è più grave, secondo me, è che anche i comunicati di condanna ad opera di sinceri antirazzisti continuano con la stessa espressione.
Eppure Diop Mor aveva 54 anni, una famiglia che manteneva in Senegal, con una figlia adolescente, della quale è girata l'immagine e è stata lodata l'avvenenza, Samb Modou aveva quaranta anni.
Ragazzi? 
Chiameremmo così degli italiani, francesi, tedeschi....?
Il che sottintende una loro "minorità", perché immigrati, poveri, neri......?
E, ultimo fatto, ma non meno importante, il meccanismo segnala la cecità  nei confronti delle persone, che hanno nomi e cognomi: Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54, nomi che sono anche brevi e facilmente memorabili, ma rimangono nel ricordo due ragazzi senegalesi.
Il linguaggio è un mio pallino, ma indica la mentalità delle persone,  la disattenzione nei confronti dei soggetti reali, in carne e ossa.
questo comportamento per me squalifica l'azione.
Io diffido.

sabato 5 novembre 2011

Vecchie riflessioni, quanto mai attuali ancora oggi

Donne di parole


Le parole, la mente
Commenta Virginia Woolf, nel corso di una conversazione radiofonica alla BBC del 1937, avente come tema la lingua inglese:
“ [... ] le parole, se usate con accortezza, sembrano  capaci di  vivere  per  sempre. […] Una  frase  delle  più  semplici risveglia l'immaginazione, la memoria, l'occhio  e l'orecchio.
[…]Questo  potere di evocazione è una fra le  più  misteriose proprietà delle parole.
[…] Le parole sono piene di echi,  di ricordi,  di  associazioni.
[…] Sono tanti  secoli  che vanno girando sulle labbra della gente, nelle case, nelle strade, nei campi. E una delle maggiori difficoltà dello scrivere, oggi, è proprio che le parole hanno accumulato tanti significati, tanti ricordi, hanno contratto tanti matrimoni famosi.
[…] Sono le parole le  più selvagge,  le  più  libere,  le  più  irresponsabili, le meno insegnabili di  tutte  le  cose. Naturalmente si possono acchiappare, scegliere  e mettere  nei  dizionari in ordine alfabetico.
Ma le parole non vivono nei dizionari: vivono nella mente.
[…]E come vivono nella mente? In modo strano e diversificato, proprio come vivono gli esseri umani, andando qua e là, innamorandosi, e accoppiandosi. E’ vero che sono meno legate alle convenzioni, ai cerimoniali  di  quanto  non lo  siamo  noi. Parole  regali  si accoppiano  con  le  borghesi.  Parole  inglesi  sposano parole
francesi, tedesche, indiane, di colore, se viene loro l'uzzolo”.
Il testo della Woolf ci introduce nel cuore delle questioni che intendo affrontare in relazione ad un’analisi di genere della lingua, con i richiami sia all’evoluzione continua delle lingue storico-naturali (in parallelo con le modificazioni materiali e simboliche delle comunità delle/dei parlanti), sia al fenomeno della stratificazione nelle parole non solo di tutti i significati individuali e collettivi attribuiti loro nel corso del tempo, ma anche di tutti gli aspetti soggettivi (fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze) che gli ‘oggetti’ nominati e le loro relazioni evocano nelle/nei parlanti.
La lingua infatti costituisce i “binari” su cui viaggia il nostro pensiero: senza addentrarmi in questa sede nella questione spinosa dell’origine di un sistema così complesso come il linguaggio umano, voglio qui solo ricordare che è ormai tramontata la concezione della lingua come semplice “nomenclatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ciascuno a una cosa ” ( Saussure, cit in De Mauro 1975), o ancora come “repertorio di fedeli immagini della realtà ” (De Mauro 1975), una realtà che risulterebbe ordinata nella mente,già prima di un successivo intervento della lingua. Questa concezione,elaborata per la prima volta da Aristotele, fu ribadita da  molti linguisti fino al secolo scorso, rimase presente e diffusa nella cultura del Novecento, ed è tuttora ancora viva: essa considera il linguaggio come un raffinato strumento di comunicazione di immagini, concetti, emozioni, cioè pensieri, già presenti nell’interiorità delle/degli umane/i, inventato in epoca indeterminata dall’umanità.
Gli studi più recenti nei campi della linguistica, della psicologia, della neurofisiologia e dell’antropologia, hanno invece individuato nella facoltà del linguaggio una vera e propria caratteristica biologica della nostra specie di appartenenza homo sapiens sapiens), nel senso che non è mai esistita mente veramente umana priva di linguaggio: la mente umana è una “mente linguistica”.
Se assumiamo l’ipotesi che il nostro cervello funziona come una “rete continua di nodi e connessioni” allora i nostri pensieri non sono altro che “schemi di attivazione di una rete di entità -i singoli neuroni- che, essenzialmente, possono eccitare o inibire altri neuroni (oltre che stare apparentemente in quiete). [...] Ossia, i pensieri [...] ri-nascono ogni volta che li ri-pensiamo ” (Cimatti, 2002, pp. 74,75).
Questi (ri)pensieri sono per noi possibili proprio in virtù di parole che ci permettono di “accorpare regioni diverse dello spazio quadridimensionale della mente”. Spiega Cimatti: “ nel concetto di ‘fiore’, ad esempio, [...] rientrano conoscenze botaniche, pittoriche, letterarie, storiche e così via, che si trovano riunite sotto questa parola soltanto perché quella parola, come un laccio annodato, le tiene unite”(Cimatti, 2002, p. 76). E conclude: “Quel concetto esiste soltanto perché esiste la parola che tiene unite le sua svariate componenti e lo differenzia dagli altri concetti/parole; quel concetto è tutt’uno, quindi, con il significato della parola ‘fiore’”( Cimatti, 2002, p. 76).
Senza linguaggio, dunque, nessun concetto: il linguaggio si rivela come quella potentissima funzione di organizzazione della nostra mente, dote specifica ed esclusiva della specie umana.
A conferma indiretta di questa ipotesi, vanno ricordate le ricerche condotte sui cosiddetti “bambini selvaggi”, vissuti dalla nascita in condizioni di isolamento dagli umani. Questi studi documentano che, anche se accuditi in tutti i modi, essi non imparano più una lingua quando abbiano superato, nella condizione di isolamento, un certo periodo di maturazione psicofisica (ricordo che le/gli psicologhe/i collocano l’acquisizione delle lingue in un arco di tempo mediamente compreso tra i dodici e i ventiquattro mesi, contemporaneamente all’identificazionbe di genere) e che sono destinati a morire presto, essendo mancato loro un elemento vitale: la possibilità di realizzare la insostituibile caratteristica di specie, rimasta in loro solo potenziale ( Cimatti, 2002, Hagège, 2002).
Le lingue storico-naturali, quindi, hanno una duplice funzione: da un lato rispecchiano l’ordine culturale e sociale delle/dei parlanti; dall’altro danno forma alla concezione del mondo di costoro, perché determinano le categorie di percezione e classificazione della realtà. Le lingue, infatti, non registrano proprietà intrinseche della natura, bensì categorie che proprio in esse si sono formate e che sono state proiettate dalla mente poi sulla natura; le stesse distinzioni che noi percepiamo tra “oggetti e eventi” (Miller, cit. in De Mauro, 1975) esistono per noi perché abbiamo nella nostra lingua nomi specifici atti a indicarle, ma l’appartenenza a una serie o all’ altra non è universale, dipende dalla formulazione che ne danno le diverse lingue.
Inoltre, prosegue Miller, “[...] in genere [...] il possesso di un nome accentua la riconoscibilità dell’oggetto. Dobbiamo ad A. Lehmann (1889) la prima dimostrazione sperimentale di questo fatto. Egli trovò che se ad alcuni soggetti si insegnava a designare con indici diversi nove diverse sfumature di grigio, essi potevano riconoscerle con maggiore precisione. Con soggetti che non avevano imparato gli indici distintivi, i risultati non superarono quelli ottenibili casualmente . Si faceva distinzione tra le varietà di grigio solo in relazione al possesso degli indici verbali” (cit. In De Mauro, 1975).
La funzione modellizzante della lingua fa sì dunque che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme ritenute obiettive di conoscenza.

Donne e lingua: dall'ottica emancipazionista allo sguardo di genere:

Signora maestra come si forma il femminile?”
Partendo dal maschile: alla ‘o’ finale si sostituisce semplicemente
una 'a'”
“Signora maestra, e il maschile come si forma?”
“Il maschile non si forma, esiste”( Diotima, 1987)

Le lingue storico-naturali sono dunque i luoghi in cui si costituiscono le soggettività delle donne e degli uomini, perché sono, come abbiamo visto, i depositi collettivi di valori, di giudizi su ciò che bello o brutto, giusto o ingiusto, naturale o innaturale, di idee e di comportamentï sui quali ci formiamo a partire dal nostro ingresso nel mondo.
Un certo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, e, in quanto tale, percepito comunemente come un fatto naturale, e non storicamente determinato, diventa per automatismo un certo modo di pensare.
Le lingue, allora, sono anche i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, ruoli vissuti come naturali e quindi spesso ritenuti immutabili, proprio perché appresi dalla e nella lingua materna; intendo riferirmi all’insieme di qualità, di caratteristiche psicofisiche, di disposizioni d’animo, di atteggiamenti, di modelli di comportamento, di aspettative e di sentimenti ai quali dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali, secondo i canoni delle relative educazioni di genere.
Allo stesso modo, gli stereotipi sedimentati nelle lingue ( in relazione anche ad altre componenti discriminatorie oltre al sesso, quali l’appartenenza a certe etnie, la pratica di determinate religioni e mestieri) agiscono nel profondo delle/dei parlanti, trasformati in vere e proprie rappresentazioni culturali e sociali, fatte proprie, a volte a livello inconsapevole, dai/dalle parlanti/pensanti.
Norme e raccomandazioni non servono a modificare modi di pensare e conseguenti comportamenti collettivi e individuali, a meno di intervenire sull’organizzazione semantica profonda sottesa a - e riproposta da - quei modi di espressione considerati tutt’al più superficiali e superati nei fatti.
Nel percorso dall’invisibilità alla visibilità, avviato da molte donne nel campo sociale, culturale e politico, la lingua e l’ordine del discorso sono stati tra i primi elementi con cui dover fare i conti (Perrotta Rabissi, Le parole…,1991).
Le prime analisi sugli stili di comunicazione orale e scritta femminili sono state condotte prevalentemente con gli strumenti della psicosociologia, a partire dagli anni Sessanta e in area anglofona e francofona, con lo scopo di promuovere l’autolegittimazione delle donne e la legittimazione sociale ad una presa di parola, soprattutto pubblica, che avesse pari dignità rispetto ai discorsi degli uomini. Rientrano in questo ambito gli studi su una presunta ‘lingua delle donne ’, una ‘lingua al femminile ’ (Perrotta Rabissi, 1998), che si proponevano di indagare - e contribuire a rimuovere - i tratti considerati penalizzanti, in termini di insicurezza e subalternità, rintracciabili nei comportamenti linguistici di molte donne, particolarmente nelle situazioni di interazione con gli uomini; salvo poi riconoscere che questi tratti, ben lontano dal costituire specificità femminili, caratterizzano gli/le individui/e subalterni/e in interazione con individui/e dominanti, nella varietà dei contesti comunicativi; indipendentemente, quindi, dal sesso di appartenenza
La ricerca si è quindi orientata verso l’indagine sulla struttura della lingua e sul livello simbolico che essa organizza ed esprime ( Codognotto e al., 1991).
Anche la lingua italiana, come molte altre, rivela nella sua struttura di senso e funzionamento un alto grado di androcentrismo, perché prevede un solo soggetto di pensiero e di discorso, apparentemente privo di determinazioni materiali e sensibili, quindi astratto e asessuato, e in quanto tale universale, adatto cioè a rappresentare sia gli uomini che le donne, in realtà strutturato secondo modalità ascritte, nella nostra cultura, al maschile.
Rimando, per quanto riguarda l’Italiano, per eventuali approfondimenti del discorso, agli studi di Patrizia Violi che nella categoria del  genere grammaticale, presente nelle lingue indoeuropee, in quelle semitiche e in altre, ha ravvisato il segno di una precocissima simbolizzazione della differenza sessuale, inscritta nelle lingue attraverso un doppio movimento: di cancellazione del femminile (la forma base dell’essere, fondante, è il maschile), e, successivamente, di reintroduzione del femminile come variante, nel senso di “diverso da/”, che nello sviluppo dei processi sociali e culturali è slittato semanticamente in “ contrario di/”.
Così se il maschile assume la connotazione della razionalità, del logos, della capacità di astrazione, il femminile diventa a contrariis il segno dell’irrazionalità, dell’emotività, il luogo dove viene confinato tutto quello che ostacola il percorso lineare dell’ umanità verso la conoscenza. Ne consegue la sua svalorizzazione in rapporto alla produzione del pensiero e delle sue forme discorsive, parallela alla sua enfatizzazione nel presunto contatto empatico con la natura e la riduzione della sua specificità e complessità alla sfera del corporeo, del sensibile-materiale.
La natura androcentrica della lingua si manifesta, ad esempio, nell’ uso del maschile, come neutro universale, per rappresentare entrambi i sessi; il che rende invisibili le donne reali e concrete, occultando sia la loro presenza che la loro assenza dai processi della vita sociale, politica e culturale, del passato e del presente (Sabatini, 1987)
Voglio qui richiamare l’attenzione sulle conseguenze di questa asimmetria tra maschile e femminile per l’economia psichica delle/dei bambine /bambini nel processo di individuazione di sé e di costruzione della propria soggettività: autosvalutazione da parte  delle bambine a cui corrisponde peraltro un’ altrettanto negativa sopravvalutazione di sé da parte dei bambini.
Una prova piccola, ma significativa, del fatto che l’asimmetria linguistica sottende una profonda asimmetria di valore si ha quando si provi a utilizzare un femminile generico per rappresentare anche i maschi: è infatti accettato -naturale?- da una ragazza all’esame di stato un modulo scolastico che la definisce ‘il candidato’, ma non è accettato da nessuno studente un modulo che lo definisca ‘la candidata’; non solo questo risulterebbe impensabile, perché inconsueto, ma anche offensivo.
Le bambine e le donne, quindi, nella propria vita dovranno spesso fare i conti non solo con gli eventuali vincoli sociali opposti alla propria piena realizzazione e autodeterminazione, ma anche e soprattutto con le proprie schiavitù interiori, indotte dalla fragilità dei sentimenti di autostima e di stima per le donne in generale, interiorizzata attraverso le rappresentazioni depositate nella lingua.
Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso la strutturazione psichica della dipendenza dagli uomini.
Anche nelle lingue in cui appare superata la distinzione in generi grammaticali, ad esempio l’Inglese, si assiste a fenomeni di attribuzione “di ruolo femminile ai termini ‘nurse’, ‘secretary’, ‘prostitute’, ‘virgin’, e maschile a ‘surgeon’, ‘pilot’, ‘taxi driver’ “(Niedzwiecki., 1993).
Ripropongo, a titolo esemplificativo, alcune osservazioni tratte dagli studi di Alma Sabatini sulle principali dissimmetrie dell’Italiano e rimando al lavoro della Niedzwiecki per una panoramica sulle iniziative di ricerca e di politiche culturali, avviate nell’ambito dell’Unione Europea negli ultimi decenni del secolo scorso, per contrastare gli stereotipi linguistici sessisti presenti nelle principali lingue dell’Unione.
Per quanto riguarda il campo grammaticale, segnalo le dissimmetrie relative alle professioni, che sono ancora prevalentemente declinate al maschile, anche se negli ultimi tempi hanno fatto registrare una notevole presenza femminile (un esempio per tutte/i: l’area della scuola, insegnanti e studenti). Mentre per i mestieri esiste la regolare distinzione cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, contadino/contadina, maestro/maestra, suonano male e non vengono usati i termini: ingegnera, dottora, ministra, per indicare le donne che esercitano tali professioni, termini che sarebbero autorizzati dalla morfologia dell’Italiano.
Per quanto riguarda, poi, il campo semantico, accenno soltanto al diverso significato che assumono alcuni sostantivi e aggettivi se riferiti a uomini o a donne: serio/seria, buono/buona, segretario/segretaria, maestro/maestra, pubblico/pubblica, onesto/onesta.
Salta all’occhio, in questo caso, il richiamo costante ad un ordine simbolico che ha confinato le donne nell’ambito della natura, del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del privato affettivo-familiare come ambito proprio e prioritario, escludendone contemporaneamente gli uomini, confinati a loro volta nella ‘mascolinità’.
Di qui, allora, la necessità, che credo ineliminabile nel tempo breve, del raddoppio, cacofonico e apparentemente ridondante, delle desinenze femminile e maschile di sostantivi e aggettivi, e del raddoppio degli articoli che precedono i sostantivi invariabili (le/gli studenti, le/gli insegnanti, le/gli presidenti...), per dare concreta visibilità ai due soggetti.
Azione, quest’ultima, tanto più importante nella fase attuale, in quanto “oggi che l’idea di parità sta facendo traballare la certezza del neutro universale, altrove, nel sociale, il neutro, la neutralizzazione dei problemi, è diventata la regola. In effetti, la fine di un diritto di protezione per le donne si è tradotta con l’univocità delle rappresentazioni: non ci sono più ragazze madri né madri nubili, ci sono delle famiglie monoparentali e dei genitori isolati. La violenza dei giovani, la pedofilia, il tempo parziale e altre realtà sociali si declinano al neutro quando esse concernono soprattutto un sesso o l’altro. [...] Nell’ora della parità, è il sociale che usa il neutro universale per nascondere la disuguaglianza” (Fraisse, 2000, p. 20).
Altrettanto importante è quindi la scelta, ove possibile, di preferire termini che indichino i soggetti reali e sessuati, rispetto a quelli astratti e neutralizzatori : bambine e bambini, invece che infanzia, uomini e donne invece che umanità o persone (Perrotta Rabissi e Perucci Maria Beatrice, Linguaggiodonna 1991).
Anche se non è possibile modificare nell’immediato, e con semplici atti volontaristici, le strutture e i meccanismi di funzionamento di un sistema così complesso come la lingua, l’adozione di dispositivi che segnalino le dissimmetrie tra maschile e femminile aiuta a contrastare il fenomeno dell’ inerzia linguistica e quindi mentale di donne e uomini e abitua le/i parlanti alla continua consapevolezza che i soggetti del discorso sono due. Sono convinta che quest’attenzione contribuisce concretamente a rimuovere le forme di discriminazione delle donne che risiedono soprattutto nell’ordine simbolico.