lunedì 16 maggio 2016

Memorie di una femmninista non pentita XX, Femminismi oggi


E’ appena uscito un libro dal titolo Generazioni di donne (scaricabile gratuitamente a questo indirizzo http://www.youcanprint.it/.../generazioni-di-donne-ebook...di Giuseppina Debandi, Paola Pierantoni, la presentazione sul sito avverte:
Il libro riporta il diario di diciassette incontri durante i quali un gruppo di donne diverse per età ed esperienze di vita hanno discusso dei temi che sono stati, e sono, al centro della riflessione femminista. Questa esperienza ha avuto specificamente lo scopo di mettere a confronto donne della generazione degli anni'70 che avevano vissuto l'esperienza del femminismo, e giovani donne contemporanee, digiune di questa esperienza e di quella storia, che vivono in un mondo che aveva vissuto il passaggio del femminismo e che, almeno in parte, ne era stato trasformato.

In tempi di stucchevoli domande se il femminismo è vivo o morto, se è stato o no complice di un’accelerazione del neocapitalismo, proponendo un’emancipazione di donne che utilizzano a proprio vantaggio ogni possibilità offerta dal mercato e dalle tecnologie, le voci raccolte in questo libro risultano quanto mai necessarie per fare ordine nella confusione, per alcun* inconsapevole, e per altr* voluta, tra emancipazione e femminismo. Basti soffermarsi n attimo sulla pubblicizzazione che si sta facendo su molti quotidiani dell’articolo di Nancy Fraser che, oltre a risalire a tre anni fa, esplicita chiaramente di riferirsi al fenomeno dell’emancipazione.

La prima differenza tra emancipazionismo e femminismo, quello che storicamente è nato in Italia negli anni Settanta, consiste nella volontà di scardinare un ordine culturale e sociale fondato sulla divisione patriarcale di ruoli e funzioni, invece che limitarsi a richiedere diritti per correggere gli aspetti strutturali di discriminazione e subordinazione delle donne rispetto agli uomini. Se la prospettiva emancipazionista si propone di migliorare l’assetto del sistema rendendolo più giusto, ricorrendo al concetto di uguaglianza, il femminismo mira a rovesciare il sistema.

Tornando al Generazioni la prima cosa che colpisce è l’originale metodo di lavoro: nel corso di cinque anni, dal 2009 al 2014, sedici donne (avevano cominciato in venti) di diversa età, la più giovane aveva 23 anni, la più anziana 72, di diversa formazione culturale, esperienza di vita e di lavoro, si sono incontrate un giorno a stagione (primavera, estate, autunno, inverno) per riflettere a partire da sé su temi di volta in volta individuati come interesse urgente nella propria vita.

Le conversazioni sono state trascritte, poi lette e sintetizzate da due partecipanti al gruppo (le autrici del libro) ciascuna per proprio conto, a seconda della sensibilità personale, restituite alla riflessione collettiva, con successive riletture sino a giungere a un prodotto condiviso, pur nella differenza di posizioni espresse.

Il libro è arricchito dalle presentazioni delle donne del gruppo, ciascuna scritta secondo il proprio stile, ironico, riflessivo, sintetico o ampio, corredate dalle foto, scattate da una partecipante e anche dalla presentazione delle donne che hanno permesso la realizzazione del libro; da una breve saggio sulla storia del diritto matrimoniale in Italia, e dall’elenco dei libri analizzati durante le riunioni.

Alla fine di ogni riunione una sorta di rubrica, intitolata La parola Le Parole, contributo personale di una delle donne, prende in esame a volte concetti esplicitati nell’incontro, a volte invece suggestioni personali dell’autrice, spesso tendenti a una presa poetica .

Tre domande finali hanno guidato il lavoro di riflessione: ci sono stati cambiamenti reali nella nostra quotidianità negli ultimi trent’anni? Cos’è oggi fare politica? E il separatismo?

Alcuni temi affrontati più frequentemente nei discorsi rimandano a questioni ampiamente dibattute da chi ha preso parte ai movimenti femministi degli anni Settanta, l’interesse sta appunto nella verifica delle permanenze e rotture presenti oggi.

Per questo ho confrontato alcuni concetti frequenti nelle analisi con i descrittori di Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in Italia, un testo che non ricopre più la funzione documentale per la quale è nato, descrivere il contenuto semantico della letteratura grigia (volantini, cisclostilati ad uso interno dei collettivi, lettere) raccolta dal Centro di studi storici sul movimento d liberazione della donna in Italia, ma si può considerare lui stesso un documento che descrive il patrimonio di analisi, teorie e pratiche del femminismo degli anni Settanta in Italia.

Linguaggiodonna è stato costruito da me e da Beatrice Perucci in un paio di anni, dal 1988 al 1990, l’attenzione alle relazioni gerarchiche e orizzontali che legano i termini del thesaurus tra loro danno conto di tutti gli argomenti e i temi affrontati nelle riunioni di gruppi e collettivi del nascente movimento delle donne.

La prima grande mutazione di contesto rispetto agli anni Settanta è il riferimento all’lslam: in Generazioni si parla spesso di questioni relative al velo, ai rischi e vantaggi di contaminazione tra culture diverse delle/sulle donne, argomenti che non figurano nel thesaurus.

Una seconda rottura con il passato è il tema del conflitto tra i sessi, che non viene più chiamato così, nel libro ricorrono frequentemente le espressioni conflitto uomo donna, e conflitto tra maschile e femminile.

Conflitto tra i sessi è collocato in Linguaggiodonna nell’area della Politica, come area di pertinenza, da subito è apparsa chiara la valenza politica del discorso, e non semplicemente sociale, come è in prospettiva emancipazionista.

Inoltre il linguaggio di Generazioni esprime la consapevolezza, anche se non esplicitata, di tutte le analisi e le discussioni degli ultimi trent’anni in merito ai concetti sesso-genere, alla luce delle critiche rivolte alla semplificazione di considerare il genere come costruzione culturale e il sesso nella dimensione puramente biologica, oggi l’espressione conflitto tra i sessi non sarebbe più valida..

In termini di permanenza abbiamo il tema della maternità, declinato allora nella prospettiva di maternità cosciente. In una situazione nella quale in Italia era proibita la contraccezione, se non quella ammessa dalla chiesa, definita metodo naturale i discorsi variavano dalla denuncia delle morti bianche nei luoghi di lavoro all’aborto.

La questione dell’aborto, sovente riassunta nei mezzi di comunicazione con la semplicistica espressione diritto di aborto, era inserita nella prospettiva della scelta autonome delle donne di avere o non avere figli, l’espressione diritto d’aborto era rifiutata da una parte consistente del movimento femminista allora come oggi, perché maschera la dimensione di violenza e sofferenza fisica e psichica che procura un aborto ad ogni donna che decida di farvi ricorso.

Un’altra permanenza riguarda il tema della sessualità, affrontato più volte dalle donne di Generazioni, se da un lato la tanto sbandierata rivoluzione sessuale, in realtà  modernizzazione dei costumi avvenuta negli ultimi trent’anni,  ha cancellato il ritardo storico di cui soffriva l’Italia in questo campo, non si sono risolti i problemi, molti discorsi di oggi sono simili a quelli che si facevano allora. 

Rispetto poi alle domande che cosa è cambiato negli ultimi trent’anni e cos’è oggi fare politica,
c’è da osservare che sono cambiate certe condizioni, ci sono più donne nei posti che contano, nel lavoro, nella politica, si fanno discorsi sulla femminilizzazione del lavoro, sul valore aggiunto dell’avere donne nelle organizzazioni, ma se questa massiccia presenza delle donne non esita in un reale cambiamento delle relazioni donne uomini, nella sostanza, non nella superficie, anche in questo caso si tratta di modernizzazione semplicemente.

Infine la riflessione tra solo donne, il separatismo, alla ricerca dei vincoli interiori, della immagini di genere che abbiamo assorbito fin dalla pancia materna, l’attenzione all’occhio patriarcale che abbiamo interiorizzato e che agisce in noi inconsapevolmente, in noi come negli uomini, è il gesto politico più importante, e ancora oggi valido.

giovedì 28 aprile 2016

Memorie di una femminista non pentita, XIX, Della serie: i vari modi per denigrare il femminismo, che evidentemente fa sempre più paura


Circola in rete da qualche giorno un articolo della filosofa femminista statunitense Nancy Fraser dal titolo: Modaiolo e neoliberista, il femminismo ci ha tradite.
L''articolo riscuote consensi, specie tra donne, e commenti del tenore: finalmente! quasi si svelasse una verità finora negata.
Mi viene il dubbio, leggendo qualche commento, dubbio legittimato dalla frase: "non leggo tutto l'articolo della Fraser perché non ho tempo, ma sulla base della mia esperienza lavorativa, ha ragione" (!!!) che questo attacco sottintenda un tentativo di normalizzazione in atto, donne tornatevene ai vostri ruoli, l'illusione è finita..
Come sempre siamo in ritardo, questo articolo è apparso nel 2013 sul Guardian, è stato commentato,  e ha avuto anche qualche risonanza mediatica.
 La descrizione delle conseguenze del femminismo in prospettiva emancipatoria è condivisibile, infatti Fraser esordisce nel suo articolo: Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l’emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore, la conclusione è che così non è stato, che anzi l'identitarismo di genere perseguito da molte ha sdoganato un individualismo del quale si è giovato il neoliberismo. L'ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro, l'adozione delle competenze relazionali, nell'organizzazione ( la femminilizzazione del lavoro) ha spianato la strada al neocapitalismo per incrementare lo sfruttamento di donne e uomini.
Ma il femminismo italiano, o meglio un filone dei femminismi italiani degli anni Settanta, ha cominciato a dire queste cose da allora, partendo proprio dalla critica all'emancipazionismo come leva per il cambiamento reale del mondo, sostenendo che la semplice integrazione delle donne nel sistema economico-sociale-culturale e politico avrebbe attuato semmai una modernizzazione dei costumi, correggendo lo squilibrio economico e sociale tra donne e uominini, senza cambiare l'ordine vigente, patriarcale-capitalistico.
Fraser parla dalla sua collocazione di statunitense,  a volte certe americane sono un po' sommarie nelle analisi e soprattutto non tutte la pensano così.
Sta di fatto che fare cassa di risonanza all'articolo di Fraser per la situazione italiana dimostra una scarsa conoscenza delle analisi e delle riflessioni prodotte  negli ultimi quarant'anni dalle nuove consapevolezze di molte donne e molti uomini.
Certe affermazioni contenute nell'articolo suonano poi davvero strane,  quale l'idea che con la partecipazione massiccia delle donne al mondo del lavoro si sarebbe interrotta la divisione sessuale del lavoro imposta dall'ordine patriarcale,  senza tenere conto del fatto che questa si basa sull'attribuzione del mondo della cura -materiale, psicologica, affettiva, sessuale - di persone, cose e animali alla femminilità,  come prerogativa naturale, e quindi alle donne, o tutt'al più alla parte femminile degli uomini, oggi riscoperta e valorizzata."femminile". 
E' questo il nocciolo duro della  la divisione sessuale del lavoro patriarcale, indipendentemente dal fatto che contingenze storico-sociali confinino le donne solo nelle case e/o contemporaneamente nel mercato.
Il femminismo degli anni Settanta, che comunque continua qui in Italia, nelle sue pratiche discorsive e non discorsive in centri, associazioni, luoghi delle donne, viene totalmente ignorato dai media per la sua eversività. 
Allora si da voce a chi recrimina e rivendica, a chi lamenta subordinazione e discriminazione, nel lavoro, nella cultura, nella politica, a chi ricerca una parità,  quale elemento di giustizia sociale, a chi si batte per i diritti civili. 
Tutte cose che vanno benissimo, visto che abbiamo una vita sola da vivere, basta che non ci si aspetti che questo trasformi  pratiche culturali e sociali.
Se non ci si interroga sul luogo d'origine del patriarcato, la relazione donna-uomo, quel groviglio dal quale si dipanano le attese, le fantasie, le paure, le speranze sia per gli uomini che le donne, il grumo matrice di amore e violenza,  protezione e confinamento,  non è possibile alcun vero rovesciamento di paradigma.

mercoledì 30 marzo 2016

Memorie di una femminista non pentita, XVIII: dubbi e certezze

Mi rendo conto di essere sempre più infastidita, forse perché il tempo che mi resta si accorcia sempre più, da comportamenti ammonitori, con o senza ditini alzati, da posizioni assolute e intransigenti nei confronti di chi esprime dubbi su temi di grosso impatto motivo.
Nei primi vent'anni della mia vita non ho avuto molte incertezze, protetta dalla fede religiosa, la bussola che mi faceva correggere agevolmente  le mie erranze.
Quando la cultura, intesa come conoscenza del mondo, delle idee, delle vite di persone più o meno lontane nel tempo e nello spazio, mi ha fatto crollare quella che da allora in poi mi è sembrata un'illusione, è cominciata la mia vita di dubbi riguardo al senso generale della mia vita e di quella degli altri e altre.
Ho ceduto ancora a forme di rassicuranti certezze -presenti nelle ideologie- ma non sono durate a lungo.
Il risultato è che di fronte a argomenti, questioni che mi toccano nel profondo cerco sempre di documentarmi il più possibile, attratta soprattutto dalle idee diverse dalle mie, per cercare di capirci qualcosa; anche quando arrivo a formulare dentro di me un'argomentazione che mi soddisfa, non riesco a eliminare un aroma di dubbio, un breve sostare se.. ..forse..., è come se presentissi che potrei anche dover rivedere tutto, di fronte a considerazioni nuove.
Una posizione comoda per niente comoda.
Ha influito anche la deformazione professionale di abituare i e le mie studenti, negli anni di insegnamento, a esercitare un controllo critico su quanto veniva loro insegnato da testi scolastici e insegnanti stessi, senza prendere tutto per oro colato o, simmetricamente, senza rifiutare in blocco tutto per partito preso. Cosa che mi è stata facilitata dal fatto di insegnare storia e italiano, mi rendo conto che sarebbe stato più difficile tenere lo stesso comportamento insegnando matematica e fisica, almeno a livello delle scuole secondarie.
Torno al fastidio iniziale, seguo da mesi il dibattito sulla GpA, la gravidanza per altri, come mi ostino a chiamarla, anche se neanche questa espressione mi convince. Sono sicura che per tutte e tutti è un tema che afferra le viscere, ho letto contrapposizioni molto nette tra chi si dichiara favorevole e chi contraria, con una vis polemica sia da una parte che dall'altra che mi ha respinto.
Io apprezzo chi difende con passione le proprie idee,  anche io mi scaldo nei dibattiti, ma non sopporto chi nel difendere la propria posizione toglie legittimità a qualunque altra, bollandola di ingenuità e superficialità, se va bene, di complicità con il nemico, se va male.
Forse questo è il modo di comportarsi dei e delle leader, di chi sente la responsabilità di guidare verso la verità, delle guide spirituali e religiose, ma il mio problema è che dopo la religione non ho più trovato verità assolute, ma frammenti di percorsi, barlumi di speranze, sempre a rischio di ripensamenti.
Mi guidano l'attenzione ai dati di realtà, oggi largamente disponibili in rete, agli eventi quotidiani di donne e uomini in carne e ossa, alle riflessioni di chi a mio parere si sforza di tenere a bada dentro di sé pregiudizi e aprioristche covinzioni.
Oggi che dopo più di quarant'anni di femminismi si è squarciato finalmente il tessuto  patriarcale che nascondeva la realtà delle relazioni donne uomini, donne donne, uomini uomini, ci sono le possibilità di allargare smagliature e strappi, di bucare punti lisi, tenendo come sfondo e  obiettivo da raggiungere il rovesciamento di un sistema e un ordine del discorso millenario.
Non è un'impresa da poco e soprattutto rapida,  perché ha a che fare con trasformazioni di natura antropologica, e i tempi antropologici sono molto più lenti di quelli storici.
Ma gli strumenti cominciano a essere a disposizione.

sabato 30 gennaio 2016

L'ossessione identitaria

In questo bailamme di parole, fatti, eventi tragici, a volte ridicoli, imprevisti, scontati, mi sembra che una costante di fondo sia l'ossessione identitaria, sia individuale che collettiva.
Per una che ha vissuto la stagione dell'attacco alle identità stabilite e imposte dalla norma sociale, a partire da quelle femminili e maschili tradizionali, è un fiero colpo.
Ma mi rendo anche conto che quarant'anni fa si era in clima di grandi cambiamenti sociali, in un paese come il nostro, rinchiuso in un ambito culturalmente asfittico, dominato da due egemonie culturali, quella cattolica e quella del partito comunista, che concordavano su molti aspetti relativi a ruoli sociali e funzioni attribuite alle donne (e simmetricamente agli uomini).
Ricordo l'elogio di un dirigente comunista, negli anni Cinquanta, delle compagne, russe mi pare, che consideravano la verginità come un valore da custodire, mentre Maria Goretti veniva proposta a noi bambine come esempio alto da seguire.
Quarant'anni fa donne e uomini, in maggioranza giovani,  hanno scompaginato e rivoluzionato abitudini mentali consolidate, comportamenti ritenuti imprescindibili, stereotipi culturali considerati verità inconfutabili, gli strumenti principali di ogni identità..
Era un momento di forza e di espressione di intelligenza creativa, mondiale.
Oggi è il contrario, gli attacchi sistematici condotti nei confronti di chi non si adegua, personalmente e collettivamente, alle regole di un sistema, capitalistico-patriarcale, che detta legge in tutto il mondo, pur con differenza di forme, gradi e livelli di costrizione materiale e simbolica, hanno sortito il loro effetto sia a livello economico-sociale (precarietà, povertà delle fasce lavoratrici) che a livello culturale (paura di invasioni, guerre, malattie, aggressioni varie portati da altre/i).
Chi si sente fragile, impotente, in pericolo continuo, ricorre alla protezione delle identità nazionali, sessuali, valoriali, religiose, per non sentirsi solo/a e esposto/a alle aggressioni.
Ma è proprio il gioco delle identità quello che serve a chi comanda, per tenere divisi e possibilmente in lotta tra loro i sottoposti, per esercitare un controllo più minuzioso.
In alcune società europee, e anche in quelle di altri luoghi, stando alle ricerche delle etnologhe, la consegna è di tenere rigorosamente separate le prostitute e le donne per bene, matrimoniate e matrimoniabili, il pericolo è la confusione dei ruoli. Se mantenute separate le prostitute godono anche di prestigio, non parlo certo delle schiave e schiavizzate.
Così si "rispetta", almeno da buona parte delle persone non ideologizzate dalle religioni, l'omosessualità, maschile certo, perché il lesbismo si preferisce ignorarlo, purché sia netta la divisione tra omo e eterosessualitò di una persona, non si accettano facilmente la bisessualità, che è una condizione potenzialmente più comune di quanto si immagini, neanche parlare di transsessualità.
Che anche le identità sessuali siano chiare e non confuse.
In questa prospettiva si afferma sempre più il multiculturalismo, altro elemento di distinzione, differenziazione all'interno di società, che permette un controllo  rigoroso, di persone e gruppi.
Quando riprenderemo a liberarci di queste ossessioni identitarie  coercitive dell'autodeterminazione di ciascuna/o?


venerdì 8 gennaio 2016

Figliolanza

Quando ero adolescente negli anni Sessanta, il mio percorso di aspirante emancipata non prevedeva i figli, nel senso che, come ho già detto, non mi vedevo neppure sposata.
A vent'anni, "caduta in amore" per un ragazzo, non solo mi sono felicemente unita in convivenza (tramite matrimonio), ma ho fantasticato di avere almeno tre o quattro figli, ci siamo fermati a due, il primo concepito e partorito agli inizi degli anni Settanta, in pieno avvio del femminismo.
Un rammarico che mi è rimasto è di averlo portato in grembo, e poi allattato, nel corso di riunioni di Collettivi e di Gruppi di Autocoscienza molto vive e piene di energie positive, ma anche, ahimè, sature di fumo, anche io ho fumato durante gravidanza e allattamento.
Alla luce delle conoscenze di oggi non l'avrei fatto.
Io e mio marito abbiamo scelto un lavoro che non ci ha reso molti soldi,  insegnanti, ma ci ha lasciato tanto tempo libero per "goderci" i bambini, giocare con loro, divertirci insomma, compensandoci per quello che ci era mancato nelle nostre famiglie di origine.
E' anche vero che in assenza di una rete familiare, mia o sua, di sostegno, ho avuto spesso l'impressione di non poter occuparmi di tutti i miei interessi di allora a causa della cura dei figli, anche se egualitariamente condivisa con mio marito.
Ma nel corso della vita mi sono anche accorta che non sempre la mancanza di risultati è attribuibile alla mancanza di tempo, ma a altri motivi, soggettivi.
Mi sono venute in mente queste considerazioni mentre continuo a seguire il dibattito attuale sulla GPA (Gravidanza per altri), espressione che non mi piace, ma preferisco a quella di maternità surrogata.
All'inizio del discorso, di fronte a proclami che invitavano a sostenere o condannare questa pratica, modalità consueta per dividere l'opinione pubblica in favorevoli e contrari, semplificando questioni e problemi, mi sono augurata che si avviasse un dibattito serio e meditato, oltre che collettivo.
Ora devo dire che il mio auspicio si è avverato, sui giornali, sulle bacheche dei social si moltiplicano riflessioni, oltre che prese di posizione.
Prescindendo dalle dichiarazioni strumentali a fini politici di molte e molti, leggo con interesse le posizioni espresse  in merito, le argomentazioni addotte, oltre che le notizie che cominciano a  affluire in relazione alle sitazioni nelle quali la pratica è autorizzata.
Due fatti in particolare mi hanno colpito, la morte di quella donna che aveva partorito otto figli, di cui cinque per altri, a causa della rottura della placenta durante l'ennesima gravidanza iniziata a tre mesi dall'ultimo parto.
La notizia letta oggi di una causa intentata una donna, che si dichiara pro-life, e rifiuta di rispettare la clausola del contratto che le prescrive l'interruzione di gravidanza dal momento che il contraente non intende più avere figli.
Sembra che i contratti prevedano clausole del genere.
Devo dire che più leggo e più sono turbata; mi ero illusa che la mia condizione di madre e femminista da quarant'anni interessata a questi temi  mi permettessero una serena e meditata riflessione, non è così.
Mi sento catturata da sentimenti diversi e contrastanti tra loro, da ragionamenti contraddittori,  so solo quello che non voglio: il ricorso a provvedimenti semplicisticamente repressivi e/o punitivi da Stato etico, l'esaltazione di una mistica della maternità che serve solo a piegare le donne a volontà esterne a loro e a impedire un'autonoma presa di coscienza, l'equivalenza assurda tra interruzione di una gravidanza e gravidanza per altri, presentata come scelta alternativa per la vita o per la morte.
L'altrettanto assurda equivalenza tra gravidanze per altri e donazione/vendita di organi, le pelose e credo ipocrite esaltazioni di comportamenti motivati da sentimenti di generosità, sensibilità...
Forse bisognerebbe ragionare prendendo la cosa dall'altro lato, non quello delle donne, ma quello dei bambini e delle bambine che verrebbero messi/e al mondo; domandarsi che desiderio autorizzi donne e uomini a usufruire di tecnologie per procurarsi bambini/e a piacimento, ricorrendo addirittura a "intermediarie," senza tener conto delle migliaia di piccoli/e che già esistono e vivono vite infelici nei vari istituti di accoglienza.
E' anche questa una questione di cultura, di chi vive situazioni economiche privilegiate, piccola minoranza in un mondo di persone condannate a miseria e desolazione?
Tutte considerazioni che mi sembrano fragili e insoddisfacenti, ma cercherò comunque di capire sempre di più.

lunedì 4 gennaio 2016

"Tra prostituzione e clausura"

"Il femminismo mi si è presentato come lo sbocco possibile tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un'identità contro una civiltà maschile che l'aveva resa irraggiungibile (Carla (Lonzi, Itinerario di riflessioni).
Così afferma Lonzi, parlando dell'universo simbolico nel quale erano state confinate le donne, se non tutte in maggioranza, fino alla seconda metà dl secolo scorso.
Questa riflessione, che non conoscevo, l'ho letta questa mattina sul post di una amica di face book, mi ha richiamato alla mente una fantasia, che mi ha accompagnato dall'adolescenza ai vent'anni, anno nella quale mi sono innamorata e ho iniziato la mia relazione, la stessa che continua ancora oggi, dopo cinquant'anni.
Mi immaginavo di avere avuto una storia d'amore appassionante con un mio coetaneo, morto in un incidente, non mi sono mai soffermata sulle caratteristiche del mio lui, né fisiche, né psicologiche, puro fantasma.
Da quel momento avevo sentito/deciso che non avrei amato nessun altro così intensamente, e quindi non mi sarei mai sposata -a quei tempi una storia d'amore senza matrimonio non era nel mio orizzonte simbolico-, fedeltà al mio amore morto, o tributo all'identità femminile convenzionale per cui l'amore è la realizzazione prioritaria per una donna?
Probabilmente entrambe le cose; il bello è che allora non conoscevo nulla del femminismo, neppure quello storico di fine Ottocento, né avevo letto libri di donne, che avrei scoperto in seguito alla mia frequentazione del femminismo. 
Liberatami in questo modo dalla necessità/costrizione culturale interiorizzata di realizzarmi prima di tutto in un grande amore, ero così libera di dedicarmi  a immaginare il mio futuro di scienziata, di esploratrice, di direttrice di una industria chimica in Africa (?!), di medico in realtà difficili....
Passavo ore e ore, da sola, a fantasticare su queste mie attività.
Ero figlia di una madre alla quale era stata vietata l'emancipazione, il padre le impedì di continuare gli studi superiori per non mandarla a scuola "insieme con i maschi", padre socialista e del Nord (!).
Una madre che rimpianse per tutta la vita la sua situazione, pur parlandomi anche continuamente delle"gioie"dell'amore, rigorosamente matrimoniale, allevandomi nel mito del sogno d'amore. 
Ma avvertivo che qualcosa non quadrava, l'ho persa presto, quando avevo vent'anni, e non ho potuto avere spiegazioni del suo malessere.
Ho cercato così di salvare capra e cavoli: il sogno d'amore e l'emancipazione, che a quei tempi si presentava spesso come rinuncia a dedicarsi alle funzioni familiari, specie per le attività che andavo sognando per me.
Non proprio una clausura, anche se per un periodo di misticismo l'ho vagheggiata, perché i miei sogni prevedevano grandi viaggi e spostamenti,  ma certo una chiusura completa alle funzioni di moglie-madre.
In realtà l'amore per i luoghi claustrali, celle di monasteri, mi è rimasto intatto, la mia tesi di laurea, ho scelto Storia Medievale, è stata uno studio su un monastero di monache benedettine nel milanese, ma per il resto: ho scelto Lettere, quando invece dai 10 anni ai 18 ho continuamente dichiarato che avrei fatto Chimica industriale e contestualmente che mai avrei fatto la professoressa di Lettere (!!!)
Sono andata a fare l'insegnante di Lettere, lavoro che è quanto di più tradizionalmente femminile esista, mi sono sposata, ho fatto due figli, e ne avrei voluti di più.....
Ma per fortuna ho incontrato il femminismo, nel 1970.
Non sono state tutte rose e fiori, ma ho capito molte cose.


martedì 29 dicembre 2015

Riflessione di fine anno

Anche se si sono moltiplicate attualmente le possibilità di realizzazione per le donne, al di fuori del discorso che le voleva prioritariamente interessate alla cura del mondo e degli affetti in nome dell'amore, anche se ormai tutte le professioni e le attività, fino a pochi decenni fa prerogativa quasi esclusiva degli uomini, vedono impegnate donne, che dimostrano di valere più di tanti uomini,  i modelli di identità maschili e femminili costruiti dal patriarcato in base alla divisione sessuale del lavoro sono ancor oggi prevalenti, sebbene modernizzati in linea con i tempi e pronti ad affiorare in certi discorsi e comportamenti, anche là dove non se ne sospettava l'esistenza,
La forza di inerzia prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto.
La dimensione del"materno", frutto della naturalizzazione (di aspetti storici, politici, sociali e culturali) presentata come il tratto costitutivo di una femminilità socialmente apprezzata e incoraggiata, resa nel corso del tempo obbligatoria, sia biologicamente che socialmente, è diventata certamente una costrizione per tutte le donne, ma nello stesso tempo una leva potente di contropotere nei confronti degli uomini, nel senso di rivendicazione di un primato e dei sentimenti nelle relazioni e di autorevolezza di giudizio nelle questioni legate appunto alla maternità e all' affettività in generale.
E' stata l'arma necessaria per la sopravvivenza di molte in una  società squilibrata rispetto al potere di donne e uomini, ma quasi cinquant'anni di riflessione femminista ne hanno messo in luce limiti e rischi, oltre che tirannie.
Senza l'azione di approfondimento, di scavo alla ricerca di immagini, fantasie, valori interiorizzati in merito  alle relazioni tra donne e tra donne e uomini; senza una continua attenzione alle forme e ai modi della complicità, spesso inconsapevole, con il sistema che intendiamo denunciare e modificare, non si riesce a uscire dal patriarcato.
La riflessione femminista ha fornito sia alle donne che agli uomini gli strumenti teorici e le pratiche per condurre queste operazioni, molto si è fatto collettivamente ai tempi dell'autocoscienza, oggi che questa pratica è stata abbandonata quasi ovunque, l'indagine  diventa individuale e forse più faticosa, ma le elaborazioni teoriche del femminismo degli ultimi cinquant'anni e le riflessioni condotte attualmente da molte donne forniscono indicazioni di ricerca, tratteggiano percorsi possibili.
Certo non basta che siano le donne, poche in realtà, a interrogarsi, dovrebbero farlo contestualmente anche gli uomini, ma questo è il nocciolo duro da sciogliere.
Eppure di fronte a realtà che chiamano in causa le basi della convivenza sociale, che si tratti di scambio sesso denaro, che si tratti di maternità surrogata, che riguardino la violenza esercitata dagli uomini sulle donne, in tutte le sue gradazioni di ferocia, si preferisce dare vita a polemiche, anche, ma non solo, tra donne, con dichiarazioni di principio, schieramenti pro o contro qualche soluzione improvvisata, invece che affrontare la fatica e a volte la sofferenza di analizzarsi e confrontarsi con gli strumenti di comunicazione che abbiamo oggi a disposizione.
Mentre riflettevo su questa situazione mi è venuta incontro un'osservazione di Elena Ferrante che in una sua intervista (1) afferma: "Intorno alle donne si continuano a tracciare perimetri, e parlo delle donne in generale. Niente di male se si trattasse di una autoregolamentazione: i limiti sono importanti. Il problema è che non solo i limiti sono fissati da altri, ma noi stesse, se non li rispettiamo, ci sentiamo in colpa. Lo sconfinamento maschile non comporta automaticamente un giudizio negativo, è in linea di massima segno di curiosità, di audacia. Lo sconfinamento femminile ancora oggi, specialmente se non si compie sotto la guida o il comando di uomini, disorienta: è perdita di femminilità, è eccesso, è perversione, è malattia." 

1 Liz Jobey, Intervista a Elena Ferrante: i miei libri e l'enigma della mia vera identità,
yhttp://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/cultura/2015-12-22/intervista-elena-ferrante-miei-libri-e-enigma-mia-vera-identita-202748.shtml?uuid=ACXQKbyB&utm_source=dlvr.it&ut