Cattedrali, Adriana Perrotta Rabissi
Scrittori, narratori e poeti alle prese con la pagina bianca
Rubrica di Nino Iacovella
Ricevo circa due anni fa da Adriana Perrotta Rabissi il suo esordio letterario in forma di libro, in autopubblicazione: un libro convincente e solido, composto da racconti e pagine di critica letteraria precedentemente diffusi attraverso i litblog. Ho selezionato due racconti che attestano la qualità della scrittura dell’autrice, che invito a leggere.
Peccato che il genere in Italia non abbia lo stesso appeal che ha in altri Paesi, soprattutto negli USA, dove da sempre i grandi scrittori si sono cimentati anche con la narrativa breve. E ancor più nel periodo della scrittura postmoderna.
La narrativa breve, per me, ha sempre rappresentato una scuola di altissimo livello, che mi ha rivelato alcuni dei grandi maestri della scrittura. Un genere intermedio tra il romanzo e la poesia, con la quale condivide la densità della struttura e i finali, che devono arrivare sempre al momento della massima tensione: il climax.
Una poesia o un racconto, se sbagliano il finale, possono compromettere tutta la costruzione, come un castello di carte dove l’ultima carta viene appoggiata male e crolla tutto. Il romanzo, se chiude male, tiene: certo, delude il finale, ma il resto rimane comunque in piedi.
Nella sintesi, la struttura di un racconto tiene conto di una rigida armonia tra le parti. Lo sbilanciamento è più evidente. Dalle micronarrazioni di Manganelli (Centuria) a quelle di Régis Jauffret (Microfictions), fino alle più articolate di Flannery O’Connor, Raymond Carver o Alice Munro, si possono intravedere la perizia tecnica e stilistica, lo sviluppo della tensione, la bellezza e la potenza del motore narrativo e della sua ultima impennata.
E dico l’ultima citando il grande psicologo cognitivo Jerome Bruner, il quale riteneva che, in fondo, per gli esseri umani, la vita non fosse nient’altro che un racconto. E così penso lo sia anche per Adriana.
N.I.
Il libro è composto da racconti e letture critiche di opere di autrici che ho particolarmente amato, verso le quali mi è scattata la complicità di pensieri e emozioni. Le ho definite scritture antipatiche perché restano di nicchia, malgrado il loro valore; sono molto apprezzate da estimatori e estimatrici, ma non tutte raggiungono il successo di pubblico che meriterebbero, forse perché non prevedono per la lettrice o il lettore alcun momento di godimento sentimentale o estetico, procedono invece incalzanti nei loro orizzonti feroci di senso. Si avvicendano pertanto due scritture di genere letterario diverso, dettate da un incontro di voci, suggestioni, sentimenti filtrati attraverso la mia esperienza di vita e di pensiero.Un’immagine, una parola, una sensazione, un concetto, un sentimento positivo o negativo espressi nei romanzi sono risuonati in me spingendomi a scrivere dei racconti, una necessità di incorporazione e restituzione sotto altra forma.La loro stesura è avvenuta quasi contemporaneamente alle letture, accomunate da una dimensione velatamente autobiografica vissuta, immaginata o sognata.
Adriana Perrotta Rabissi
Distorsioni
Impegnata a sistemare nel bagagliaio dell’auto una scatola tra valigie, sacche e borse, non si accorge dell’uomo fermo dietro di sé, immobile tranne che per il pomo d’ Adamo che sale scende in modo rapido. Si volta con un breve sorriso accompagnato da uno sguardo interrogativo, l’uomo si riscuote e passa oltre, senza parlare, come preso da urgenza.
Tra una divagazione della mente e l’altra ripensa a quando ha rischiato di esporsi a sguardi indiscreti per quell’ azzardo sporadico, oscillante tra spavalderia e ritegno, di girare in minigonna senza slip. Ma forse l’ha immaginato, o l’ha sognato
Al lavoro non ama distrazioni che non siano l’abbandono al fiume sotterraneo di pensieri-emozioni nel quale immergersi e nuotare, ogni tanto.
Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione. Nessun disturbo o interruzione.
Dall’esterno. osservandola attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto.
Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ampliato per qualche tempo l’arco di vita.
Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ ammirazione che ricerca con meticolosità l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro.
Non sa se preferisce gli uomini o le donne.
Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo un giardino con fiori dai colori accesi; peccato per quel portone di vecchio legno, poggiato sul mare, largo quanto l’orizzonte, che impedisce il passaggio.
Sa che dall’altra parte ci sono persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto una, di cui sente la voce, ma non trova un varco.
Teme che il mare aperto sia mosso, e indugia al di qua del portone.
Al risveglio si rammarica.
Scorza
L`aveva conosciuta durante una gita scolastica al Museo del Deserto a Tucson, un`ora di viaggio in autobus, una breve sosta all`ingresso e poi via tra sentirci costeggiati da jumping cholla grande il divertimento di fronte agli sforzi di turisti imprudenti alle prese con i ciuffi spinosi e dispettosi di quei cactus, all’ini- zio ridevano, dopo un po’ rimanevano sconcertati dal fatto d non riuscire a scuoterli via dalla stoffa, più si agitavano e più si riempivano, infine spazientiti e allarmati si guardavano le mani doloranti, piene di invisibili spini
L’unico momento noioso della mattinata era previsto fosse la conferenza sui rettili nella sala grande del Teatro del Museo, tappa obbligata del viaggio di istruzione; invece, il Mostro di Gila l’aveva incantato.
Appoggiato sul banco, molestato dal bastone brandito dalla erpetologa, che sollecita i suoi lenti movimenti. lo rivoltava, lo pungolava per mostrare a un pubblico per metà affasci- nato e per metà disgustato la potenza delle mascelle, la lunghezza degli artigli arcuati, le squame della scorza dai brillanti colori aposematici, nero e giallo, con sfumature arancio.
Il Mostro così inerme di fronte a chi sghignazzava, chi mostrava orrore, chi lo irrideva, gli aveva fatto pena.
Gli risuonarono nelle orecchie per giorni le parole della donna che aveva illustrato la pericolosità del veleno, la potenza dei denti incurvati. che si incastrano nella carne della vittima senza che si riesca a allentare il morso, il numero di persone morte per il veleno e quelle sopravvissute perché curate in tempo, ma a lungo in preda a atroci dolori
Caratteristiche che aveva elencato con un po’ troppa enfasi, a suo giudizio.
Ne aveva parlato in casa, l’unico che l’aveva ascoltato con attenzione era stato il nonno, che ricordava i racconti sentiti da bambino dai vecchi della riserva nella quale era nato e cresciuto, storie popolate da Mostri di Gila che sputavano veleno contro i malcapitati che li incontravano, che uccidevano con il respiro chi passava accanto a loro senza accorgersi della presenza su un albero. sotto un cespuglio, dietro un cactus.
Ne aveva studiato sull’Enciclopedia il nome scientifico, Heloderma suspectum, l’habitat, le abitudini di vita, aveva scoperto con quante esagerazioni e inesattezze fosse stato presentato al Museo un animale timido, che sta spesso nascosto, difficile da incontrare se non di notte o di mattina presto. Non risultavano neppure persone morte a causa del suo veleno, unica verità il dolore acutissimo che provoca e lo stato di intossicazione che richiede terapie tempestive e intensive in ospedale. Negli anni si era convinto che il Mostro del Museo fosse un esemplare femmina, qualche volta immaginava che fosse fuggita dall’or- rida erpetologa e si fosse rifugiata nel deserto circostante.
Aveva fantasticato di andare a rintracciarla, poi le vicende della vita l’avevano distolto dal proposito.
Infine, vecchio e malandato, ormai in pensione, decise di inoltrarsi nel deserto intorno a Tucson, luogo consueto di passeggiate, scampagnate, biciclettate, prima con i compagni di scuola, poi con figli e infine con nipotini, per vedere almeno un esemplare fuori di cattività.
Scelse una mattina molto presto, si mise grossi scarponi, cappello, guanti e giacca di pelle, si armò di un robusto bastone per estrema difesa, abbandonò i sentieri e le vie principali, consigliati dalle guide turistiche, per inoltrarsi tra cespugli, rocce e saguari, luoghi sempre accuratamente evitati fino ad allora.
Circondato dal silenzio, rotto da qualche fruscio e sibilo. cammina circospetto rischiando di inciampare in qualche radice affiorante dal terreno, di scivolare su un masso poco stabile, si azzarda perfino a scostare qualche grossa pietra, con grande circospezione, malgrado l’ora quasi antelucana non incontra nessun Mostro.
Stanco, deluso e affamato, si siede su una roccia per giare il panino prima di tornare a casa, al momento di rialzarsi man- cerca con la mano il bastone che ha appoggiato per terra accanto a sé e viene colto da un dolore acuto, per mangiare si e tolto i guanti. distrattamente non se li è rimessi per prendere il bastone.
Il dolore si irradia immediatamente in tutto il corpo, un grosso Heloderma suspectum ha tra le mascelle metà del Suo polso.
Per sua fortuna i figli l’hanno quasi costretto a indossare un dispositivo salvavita, con localizzatore incorporato e pulsante collegati all’ospedale e ai propri cellulari, non ne voleva sapere all’inizio, ma ultimamente era necessario premunirsi contro la perdita di conoscenza, in caso di coma diabetico improvviso.
Spingere il pulsante collegato all’ospedale fu l’ultimo gesto prima di crollare svenuto per lo spavento e il dolore.
Si risvegliò dopo tre giorni in terapia intensiva, anche se aveva camminato a lungo fuori dei sentieri si era aggirato senza accorgersene in un’area prossima all’ingresso, i soccorsi dall’ ospedale erano giunti in pochi minuti.
Al momento della dimissione il medico del reparto. che nei giorni di degenza l’aveva sottoposto ai controlli periodici, gli disse che inspiegabilmente risultava guarito completamente da diabete.
Non riuscivano a capacitarsene, ma gli consigliavano di controllare con regolarità la glicemia, per vedere se fosse uno stato occasionale o permanente.
Allora ricordò improvvisamente che nei racconti del nonno. accanto alle storie spaventose dei Mostri di Gila assassini, ce ne erano altre che invece narravano dei loro poteri terapeutici, poteri sciamanici. che a volte esercitavano misteriosamente.
Adriana Perrotta Rabissi è scrittrice e saggista. È stata docente di Letteratura italiana e Storia nelle scuole superiori. Si occupa da anni di letteratura femminile, femminismo e rapporto tra lingua e rappresentazione delle donne. Ha collaborato con riviste e litblog e pubblicato saggi e studi sulla scrittura delle donne. Nel 2024 ha raccolto in Scorze racconti brevi e testi di critica letteraria, intrecciando narrativa, lettura e memoria.
