Erano anni che volevo andare a Lisbona, dicevo per scherzo: prima del prossimo incendio o del prossimo terremoto.
Ho amato moltissimo "Lo stato delle cose" e "Lisbon Story", di Wenders, e le immagini iniziali di "Filme Falado", mi attirava la dimensione di fine del mio occidente, una porta sull'abisso del "gran fiume Oceàno".
Una dimensione letteraria e quindi onirica e visionaria.
Le azulejos mi trasportano nel mio ambiente favorito, fiabesco.
Ho cominciato a prepararmi due giorni prima con Tabucchi e Saramago, per entrare nell'atmosfera.
Parto domani.
Ho un trasalimento prima di ogni partenza, anche se per pochi giorni, è come dire addio alla vita finora vissuta per l'irruzione di un fatto nuovo, per l' apertura di un varco verso una nuova esperienza, incancellabile, da portarsi dentro. Al ritorno la vita non sarà più quella di prima, perché sarà stata segnata dal viaggio.
E' la stessa congerie di sensazioni che provo alla lettura di un romanzo, quelli importanti, quelli che ti restano dentro, con frasi, immagini, quelli che inizi con eccitazione e finisci con rammarico, perché li avresti voluti interminabili, compagni di viaggio appunto.
Mi tengo altro il leggero senso di disorientamento e di panico che mi assale prima della partenza, prima del "salto verso l'ignoto", che poi tanto ignoto non è vista, vista l'accurata preparazione.
Scorze di Adriana Perrotta Rabissi, un libro composto da miei brevi racconti e mie letture critiche di scrittrici amate. Alcuni romanzi mi hanno interpellato emotivamente e affettivamente, mi sono impossessata di temi, sentimenti, emozioni espressi dalle autrici, le ho filtrate attraverso la mia esperienza di vita e pensiero, e le ho restituite ai racconti
lunedì 20 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Racconto 4
Amnesie
Si risveglia con un piacevole senso di riposo. Nessuno dei fastidiosi dolori che l'hanno afflitta da giorni, solo un leggero reumatismo a un ginocchio e una nevralgia agli occhi.
Si risveglia con un piacevole senso di riposo. Nessuno dei fastidiosi dolori che l'hanno afflitta da giorni, solo un leggero reumatismo a un ginocchio e una nevralgia agli occhi.
Si sente come se avesse dormito per parecchi giorni di seguito.
Breve sosta in bagno prima del caffè e si incanta davanti al grande specchio sul lavandino che le rimanda un'immagine assolutamente estranea.
Chiude gli occhi, è ancora addormentata, il mattino le ci vuole un po' per mettere a fuoco, ma quando li riapre scorge un viso allarmato, sconosciuto che la fissa a bocca aperta.
Impossibilitata a muoversi chiama il marito, abituato alle sue richieste di aiuto lui appare, più assonnato di lei, sulla porta del bagno e le chiede di che abbia bisogno.
Guardami, cosa mi è successo? Mah, non so, mi sembri solo un po' strana, stai bene?
Guardami, non sono più io!
Andiamo a fare colazione e smettila per piacere, che devo uscire presto stamattina.
Caffè silenzioso, cerali, yogurth e via.
Lui esce di casa per primo, lei telefona al lavoro per prendere un giorno di malattia.
Davanti allo specchio comincia a sentire palpitazioni, ci manca anche un attacco di panico.
Non è lei e basta.
Ripensa all'Asino d'oro, non le è mai piaciuto molto, né a scuola né in seguito, ma lì la situazione era diversa, una vera e propria metamorfosi.
Decide di uscire, confidando nel fatto che non venga inviato il medico fiscale, la sua assiduità al lavoro la rassicura.
Per strada la ignorano, nei negozi soliti la salutano come fanno d'abitudine, un'osservazione sul tempo e un augurio di buona giornata. Si chiede spesso da dove sia arrivata quell'espressione, che detesta, pur temendo di ritrovarsi un giorno ad usarla anche lei inavvertitamente.
Non incontra nessun amico, né amiche, mentre cammina sbircia furtivamente nelle vetrine, sagoma e portamento sono i soliti, pensa che dovrebbe perdere qualche chilo, in vista dell'estate, ma rimanda ancora l'inizio di una dieta ipocalorica, sul viso non ci siamo però.
Non è lei e basta.
Decide di telefonare a Claudio, è un po' che non si sentono, vince il leggero senso di imbarazzo che coglie quando si è appena chiusa una storia, anche se poco importante, e non ci si è ancora accomodati nella dimensione di ex, rimasti amici perché entrambi senza rimpianti.
Claudio è libero per una colazione veloce, solito piccolo ristorante, discreto e defilato rispetto ai percorsi abituali.
Lo sguardo che l'avvolge è di sorpresa ammirazione, non sembra lei, è più giovane, più bella, radiosa, quasi quasi vien voglia di ricominciare a corteggiarla.
Non c'è verso di smuoverlo dalla sua aria di piacevole sorpresa, accompagnata da lampi di ammiccamento.
Le ripetute affermazioni di lei di vedersi diversa, irriconoscibile, estranea lo divertono all'inizio.
Poi in lui comincia a farsi strada la prospettiva di nuove possibili modalità di incontri sessuali, conseguenti alla nuova personalità dichiarata.
Si eccita, si fa insistente.
Dopo un attimo di sbalordimento lei si rende conto che per lui si tratta della proposta di un gioco erotico.
Si alza dal tavolo e esce furiosa dal ristorante.
sabato 20 aprile 2013
Parlare di femminicidi non è fare piagnistei
Mentre si consumano drammi "politici" grandi e piccoli continuano incrementandosi di numero altri drammi che riguardano uomini e donne in carne e ossa, i femminicidi, gli stupri e le violenze alle donne.
Parlo della realtà italiana, perché non ho cuore di soffermarmi su altre situazioni -India con il sacrificio di bambine, dell'età della mia nipotina- non posso neanche scriverne senza stare male.
Mi ha colpito l'articolo pubblicato ieri su "Gli Altri" da Angela Azzaro, intitolato Sbagliato essere "vittime", i cui contenuti sono stati rinforzati dal pezzo di Mancuso, sullo stesso giornale, dal titolo-in verità astioso e veramente poco generoso, chissà perché- La nenia catto-comunista di Santa Boldrini addolorata.
Tralascio il discorso di Mancuso, più complessivo, che fa da pendant a quello di Azzaro, accenno solo al fatto che, pur dichiarando di non avere niente contro la persona, Mancuso si dilunga a accusare a Boldrini di "piagnisteo" al momento del discorso dell'insediamento; le rimprovera di aver dato vita a un elenco di problemi, anche trascurandone altri ugualmente cogenti, con un tono che richiamava l'immagine scontata del sacrificio femminile, proprio della figura della madonna, tanto cara alla chiesa e alla cultura che ne deriva, sottolineando anche che il problema della violenza alle donne è stato affrontato presentandole come fragili e bisognose di aiuto.
Ricordo soltanto quanto hanno apprezzato -uomini e donne- le parole di Boldrini che ha parlato della realtà dei femminicidi da una posizione prestigiosa e necessariamente ascoltata da tutt*.
L'articolo di Azzaro si sofferma sul modo nel quale viene trattata la violenza alla donne.
Il titolo, che forse non è neppure dell'autrice, pur tra virgolette sembra imputare alle donne offese e ammazzate una qual certa complicità nell'essere appunto diventate qualcosa che certo non hanno scelto di diventare..
La critica di Azzaro, condivisibile per certi versi, nei confronti della tendenza a occuparsi soprattutto delle vittime, invece di mettere a fuoco la figura dei loro assassini, il vero problema da affrontare, diventa ben presto una reprimenda della "cultura del dolorificio", secondo la quale le istituzioni politiche del nostro paese, incapaci di affrontare la crisi generale, preferiscono stabilire un contatto emotivo "mettersi in relazione sentimentale" col popolo, secondo lei "Oggi prevale la retorica del dolore. La donna vittima, l'elenco delle sfighe".
Anche lei rileva il fatto che nel suo discorso Boldrini non ha fatto cenno alla forza delle donne, al loro valore, ma alla violenza che subiscono, di qui il giudizio negativo sull'ambiguità della parola femminicidio, che secondo Azzaro ripropone la valenza di donne bisognose di tutela, vittime insomma, indebolendone l'immagine pubblica, invece che affrontare il problema degli uomini assassini.
A parte il fatto che chi è già convinta/o della forza e del valore delle donne non ha bisogno di ribadirlo, qui il problema è la gravità della situazione, che va denunciata, perché si approntino strumenti molteplici, materiali, giuridici, culturali, e fronteggiata.
Forse Azzaro sottovaluta il fatto che è un'emergenza?
Oppure non pensa che si tratta di un fatto culturale innanzitutto, nell'epoca di un patriarcato che si sta sempre più indebolendo, ma resiste con i suoi colpi di coda?
In tal caso è di fondamentale importanza che il reato venga nominato nel nostro apparato giuridico, perché quello che non ha nome non esiste, così è per tutte le cose, crimini compresi.
Deve entrare nella opinione comune come crimine specifico di appropriazione delle donne da parte degli uomini, per le più svariate ragioni, proteggerle, offenderle, ucciderle e, in quanto tale, denunciato e combattuto.
Parlo della realtà italiana, perché non ho cuore di soffermarmi su altre situazioni -India con il sacrificio di bambine, dell'età della mia nipotina- non posso neanche scriverne senza stare male.
Mi ha colpito l'articolo pubblicato ieri su "Gli Altri" da Angela Azzaro, intitolato Sbagliato essere "vittime", i cui contenuti sono stati rinforzati dal pezzo di Mancuso, sullo stesso giornale, dal titolo-in verità astioso e veramente poco generoso, chissà perché- La nenia catto-comunista di Santa Boldrini addolorata.
Tralascio il discorso di Mancuso, più complessivo, che fa da pendant a quello di Azzaro, accenno solo al fatto che, pur dichiarando di non avere niente contro la persona, Mancuso si dilunga a accusare a Boldrini di "piagnisteo" al momento del discorso dell'insediamento; le rimprovera di aver dato vita a un elenco di problemi, anche trascurandone altri ugualmente cogenti, con un tono che richiamava l'immagine scontata del sacrificio femminile, proprio della figura della madonna, tanto cara alla chiesa e alla cultura che ne deriva, sottolineando anche che il problema della violenza alle donne è stato affrontato presentandole come fragili e bisognose di aiuto.
Ricordo soltanto quanto hanno apprezzato -uomini e donne- le parole di Boldrini che ha parlato della realtà dei femminicidi da una posizione prestigiosa e necessariamente ascoltata da tutt*.
L'articolo di Azzaro si sofferma sul modo nel quale viene trattata la violenza alla donne.
Il titolo, che forse non è neppure dell'autrice, pur tra virgolette sembra imputare alle donne offese e ammazzate una qual certa complicità nell'essere appunto diventate qualcosa che certo non hanno scelto di diventare..
La critica di Azzaro, condivisibile per certi versi, nei confronti della tendenza a occuparsi soprattutto delle vittime, invece di mettere a fuoco la figura dei loro assassini, il vero problema da affrontare, diventa ben presto una reprimenda della "cultura del dolorificio", secondo la quale le istituzioni politiche del nostro paese, incapaci di affrontare la crisi generale, preferiscono stabilire un contatto emotivo "mettersi in relazione sentimentale" col popolo, secondo lei "Oggi prevale la retorica del dolore. La donna vittima, l'elenco delle sfighe".
Anche lei rileva il fatto che nel suo discorso Boldrini non ha fatto cenno alla forza delle donne, al loro valore, ma alla violenza che subiscono, di qui il giudizio negativo sull'ambiguità della parola femminicidio, che secondo Azzaro ripropone la valenza di donne bisognose di tutela, vittime insomma, indebolendone l'immagine pubblica, invece che affrontare il problema degli uomini assassini.
A parte il fatto che chi è già convinta/o della forza e del valore delle donne non ha bisogno di ribadirlo, qui il problema è la gravità della situazione, che va denunciata, perché si approntino strumenti molteplici, materiali, giuridici, culturali, e fronteggiata.
Forse Azzaro sottovaluta il fatto che è un'emergenza?
Oppure non pensa che si tratta di un fatto culturale innanzitutto, nell'epoca di un patriarcato che si sta sempre più indebolendo, ma resiste con i suoi colpi di coda?
In tal caso è di fondamentale importanza che il reato venga nominato nel nostro apparato giuridico, perché quello che non ha nome non esiste, così è per tutte le cose, crimini compresi.
Deve entrare nella opinione comune come crimine specifico di appropriazione delle donne da parte degli uomini, per le più svariate ragioni, proteggerle, offenderle, ucciderle e, in quanto tale, denunciato e combattuto.
martedì 2 aprile 2013
I miei tre euri
La contingenza questa volta è la sciagurata scelta di Napolitano di nominare autoritariamente dieci saggi, tutti uomini, per trovare soluzioni all'apparente immobilismo al quale è condannato il Parlamento votato alle recenti elezioni.
Apparente perché se il Parlamento deve agire secondo Costituzione, occorreva metterlo in grado di decidere, se accettare il governo proposto o rifiutarlo, con la conseguente nomina del presidente della Repubblica e indizione di nuove elezioni.
Tralascio per il momento ogni considerazione sull'arbitrio di mantenere in carica un governo ampiamente sfiduciato, non dal Parlamento vecchio, ma dall'elettorato.
Mi interessano le numerose prese di posizione riguardo alla mancanza di sagge, da affiancare ai saggi.
Tra le mie conoscenze di face book registro una netta divisione tra donne: quelle che, indignate dalla palese noncuranza di Napolitano dell'universo femminile tout court (le donne in politica non hanno voce, se non come fans e sostenitrici -e o ripetitrici di parole maschili, ricordiamo Eco), donne e uomini che invitano solertemente a esprimere tutto il loro dissenso mediante mail, e le altre che ricordano l' estraneità delle donne rispetto all'ordine patriarcale, e invitano a mantenerla, senza compromettersi con una democrazia ormai malata, periclitante a causa delle tante distorsioni e ingiustizie di cui è fatta oggetto.
Io ascolto attentamente queste ultime analisi, ne condivido il fuoco, ma mi pare si confondano due piani, quello appunto dell'analisi e quello delle prospettive politico-culturali.
Da un lato è chiaro che non essendo noi donne un gruppo omogeneo non possiamo essere rappresentate da donne per un semplice fatto di appartenenza di sesso/genere.
Questa constatazione però non toglie nulla al fatto politico che tra i saggi individuati non ci sia nessuna donna, neanche tra quelle emancipazioniste, sostenitrici del patriarcato. Non mi avrebbe per nulla rassicurato una presenza del genere, noto solo che sarebbe stata più in linea con le dichiarazioni -a vanvera- del "valore aggiunto" rosa, in economia, nel sociale,....
L'iniziativa svela, se ce ne fosse bisogno, ma sembra di sì, visto le molteplici dichiarazioni di "parità raggiunta", una situazione veramente poco in linea con i tempi, infatti in questo caso non si tratta di una scelta di dichiarata estraneità da parte di donne, come esemplificazione di una forma di lotta, ma di semplice esclusione ad opera di uomini. A conferma di quanto siamo considerate irrilevanti dalle nostre istituzioni politiche.
Lo si sapeva già, d'accordo, ma di tanto in tanto alcune di noi pare lo dimentichino, di fronte agli elogi interessati e strumentali che ci piovono addosso. Le donne non sono in grado di mettere becco nelle cose pubbliche, ci ritireremo offese e orgogliosamente distanti da ogni luogo di comando, consce della nostra "superiorità", o ci daremo da fare per cambiare lo stato di cose presente?
E qui vengo a quello che considero il cuore del discorso politico, il richiamo a Virginia Woolf e al suo saggio, fondamentale per molte di noi, Le tre ghinee.
Si moltiplicano in rete gli appelli a rileggerlo.
Io l'ho fatto più volte e ne ho tratto sempre l'idea che si trattasse di una potente analisi del funzionamento dell'ordine patriarcale, da noi in Occidente, in uno degli Stati più "illuminati" socialmente e politicamente; una crudele descrizione delle funzioni attribuite agli uomini e alle donne, sarcastica nei confronti delle liturgie e dei riti del potere maschile e dell'adeguamento delle donne alla situazione, alla costante ricerca di spazi di contropotere da occupare.
La soluzione di Virginia, ne semplifico le parole, è quella di utilizzare le ghinee piuttosto per l'autonomia reale delle donne, a cominciare dagli strumenti per procurarsi l'indipendenza economica, prima condizione per esercitare l' indipendenza di giudizio.
Nella rappresentazione letteraria di Woolf, invece di dare ghinee a un'associazione che si batte per la pace, siamo nel 1938, una sia data per la costruzione di un college femminile, la seconda per un'associazione in difesa delle donne che lavorano, ed infine la terza ghinea per tutelare la cultura, e permettere gli studi anche alle figlie e alle sorelle degli uomini colti.
A me la società delle estranee, così la chiama Woolf, che ci accomuna in una società patriarcale, non sembra sia un fine, ma una realtà che va rovesciata, appunto con la lotta delle donne e degli uomini che la condividono.Non mi sembra vada rivendicata come nostra appartenenza privilegiata.
Certo i contesti cambiano, almeno qui in Occidente le sorelle e le figlie degli uomini colti studiano, accedono a incarichi e professioni tradizionalmente maschili, anche se non tutte, sperimentano opportunità di vita e pensiero molto lontano dalla realtà dell'Inghilterra nel 1938, merito del femminismo e dell'emancipazionismo del secondo Novecento, in Occidente, però.
La precisazione geografica occorre, ma questa è un'altra storia.
Il discorso diventa allora che cosa si vuole veramente: essere incluse nelle istituzioni pubbliche e private, politiche, sociali e culturali così come sono, per sostenerle e raddrizzarle, o cambiarle dalle radici, scardinando il sistema patriarcale?
Qui il discrimine per me sta tra le donne e gli uomini ai/alle quali va bene il sistema così com'è, va solo migliorato, o quell* ai/alle quali non va bene.
Per me il primo passo è la denuncia del permanere di mentalità e comportamenti maschilisti -sia negli uomini che nelle donne consenzienti- e poi individuare i settori specifici, concreti e attuali nei quali impiegare i miei tre euri.
Apparente perché se il Parlamento deve agire secondo Costituzione, occorreva metterlo in grado di decidere, se accettare il governo proposto o rifiutarlo, con la conseguente nomina del presidente della Repubblica e indizione di nuove elezioni.
Tralascio per il momento ogni considerazione sull'arbitrio di mantenere in carica un governo ampiamente sfiduciato, non dal Parlamento vecchio, ma dall'elettorato.
Mi interessano le numerose prese di posizione riguardo alla mancanza di sagge, da affiancare ai saggi.
Tra le mie conoscenze di face book registro una netta divisione tra donne: quelle che, indignate dalla palese noncuranza di Napolitano dell'universo femminile tout court (le donne in politica non hanno voce, se non come fans e sostenitrici -e o ripetitrici di parole maschili, ricordiamo Eco), donne e uomini che invitano solertemente a esprimere tutto il loro dissenso mediante mail, e le altre che ricordano l' estraneità delle donne rispetto all'ordine patriarcale, e invitano a mantenerla, senza compromettersi con una democrazia ormai malata, periclitante a causa delle tante distorsioni e ingiustizie di cui è fatta oggetto.
Io ascolto attentamente queste ultime analisi, ne condivido il fuoco, ma mi pare si confondano due piani, quello appunto dell'analisi e quello delle prospettive politico-culturali.
Da un lato è chiaro che non essendo noi donne un gruppo omogeneo non possiamo essere rappresentate da donne per un semplice fatto di appartenenza di sesso/genere.
Questa constatazione però non toglie nulla al fatto politico che tra i saggi individuati non ci sia nessuna donna, neanche tra quelle emancipazioniste, sostenitrici del patriarcato. Non mi avrebbe per nulla rassicurato una presenza del genere, noto solo che sarebbe stata più in linea con le dichiarazioni -a vanvera- del "valore aggiunto" rosa, in economia, nel sociale,....
L'iniziativa svela, se ce ne fosse bisogno, ma sembra di sì, visto le molteplici dichiarazioni di "parità raggiunta", una situazione veramente poco in linea con i tempi, infatti in questo caso non si tratta di una scelta di dichiarata estraneità da parte di donne, come esemplificazione di una forma di lotta, ma di semplice esclusione ad opera di uomini. A conferma di quanto siamo considerate irrilevanti dalle nostre istituzioni politiche.
Lo si sapeva già, d'accordo, ma di tanto in tanto alcune di noi pare lo dimentichino, di fronte agli elogi interessati e strumentali che ci piovono addosso. Le donne non sono in grado di mettere becco nelle cose pubbliche, ci ritireremo offese e orgogliosamente distanti da ogni luogo di comando, consce della nostra "superiorità", o ci daremo da fare per cambiare lo stato di cose presente?
E qui vengo a quello che considero il cuore del discorso politico, il richiamo a Virginia Woolf e al suo saggio, fondamentale per molte di noi, Le tre ghinee.
Si moltiplicano in rete gli appelli a rileggerlo.
Io l'ho fatto più volte e ne ho tratto sempre l'idea che si trattasse di una potente analisi del funzionamento dell'ordine patriarcale, da noi in Occidente, in uno degli Stati più "illuminati" socialmente e politicamente; una crudele descrizione delle funzioni attribuite agli uomini e alle donne, sarcastica nei confronti delle liturgie e dei riti del potere maschile e dell'adeguamento delle donne alla situazione, alla costante ricerca di spazi di contropotere da occupare.
La soluzione di Virginia, ne semplifico le parole, è quella di utilizzare le ghinee piuttosto per l'autonomia reale delle donne, a cominciare dagli strumenti per procurarsi l'indipendenza economica, prima condizione per esercitare l' indipendenza di giudizio.
Nella rappresentazione letteraria di Woolf, invece di dare ghinee a un'associazione che si batte per la pace, siamo nel 1938, una sia data per la costruzione di un college femminile, la seconda per un'associazione in difesa delle donne che lavorano, ed infine la terza ghinea per tutelare la cultura, e permettere gli studi anche alle figlie e alle sorelle degli uomini colti.
A me la società delle estranee, così la chiama Woolf, che ci accomuna in una società patriarcale, non sembra sia un fine, ma una realtà che va rovesciata, appunto con la lotta delle donne e degli uomini che la condividono.Non mi sembra vada rivendicata come nostra appartenenza privilegiata.
Certo i contesti cambiano, almeno qui in Occidente le sorelle e le figlie degli uomini colti studiano, accedono a incarichi e professioni tradizionalmente maschili, anche se non tutte, sperimentano opportunità di vita e pensiero molto lontano dalla realtà dell'Inghilterra nel 1938, merito del femminismo e dell'emancipazionismo del secondo Novecento, in Occidente, però.
La precisazione geografica occorre, ma questa è un'altra storia.
Il discorso diventa allora che cosa si vuole veramente: essere incluse nelle istituzioni pubbliche e private, politiche, sociali e culturali così come sono, per sostenerle e raddrizzarle, o cambiarle dalle radici, scardinando il sistema patriarcale?
Qui il discrimine per me sta tra le donne e gli uomini ai/alle quali va bene il sistema così com'è, va solo migliorato, o quell* ai/alle quali non va bene.
Per me il primo passo è la denuncia del permanere di mentalità e comportamenti maschilisti -sia negli uomini che nelle donne consenzienti- e poi individuare i settori specifici, concreti e attuali nei quali impiegare i miei tre euri.
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mercoledì 27 marzo 2013
Elogio dell'incoerenza
Un effetto del mito identitario si può rintracciare in molti comportamenti, apparentemente degni di considerazione e stima.
Le persone soggiogate da questo mito possono essere definite i nudi e puri, che perseguono l'obiettivo della coerenza con le proprie idee fino in fondo e a qualsiasi prezzo, fino al sacrificio di se stessi, e di altri.
Andranno sempre fieri di questo, che diventerà titolo di merito agli occhi propri e altrui.
Vittime delle tacite crudeltà di un'identità coerente, per parafrasare la Butler.
Peccato che al mondo tutto nasce da miscugli (la vita stessa), incroci, incoerenze, in una parola impurità.
Questo brulicame, questo brodo di coltura, sia in senso metaforico che letterale, si evolve, nel bene e nel male, dio ci guardi dalla purezza, che pietrifica e immobilizza, per paura di sporcarsi.
In fondo, per assurdo, l'azione che meglio corrisponderebbe al loro desiderio sarebbe la clonazione, che assicurerebbe loro il massimo della purezza: da una mia cellula sviluppo un altro individuo identico a me, che sente come me, pensa come me....non mi tradirà...
Ma gli individui clonati finora, nel mondo animale, non sopravvivono a lungo, sono deboli strutturalmente senza apporti esterni, c'è bisogno di meticciato, individualmente e socialmente.
Effetto dell'aspirazione alla purezza di pensieri e azioni è sovente il sentimento di superiorità morale nei confronti degli altri, che non si uniformano a questo dettato, la presa di distanza e una forma esibita o celata di disprezzo verso chi è considerato troppo debole, privo di rigore morale, spaventato dai sacrifici che una dimensione del genre necessariamente impone in una dimensione collettiva costituita da interessi contrapposti, conflittualità, egoismi e generosità da contenere, visioni differenti e distanti tra loro del mondo e delel relazioni con persone, animali e cose.
Di qui lo slittamento progressivo verso chiusure in piccoli (o grandi) gruppi omogenei, totalmente coesi, che avvertono l'esterno come minaccioso, in una parola nemico, da cui guardarsi, e se è possibile, eliminare.
La guerra, che punta all'annientamento dell'avversario, invece del sano conflitto, che non vuole distruggere, ma accordarsi.
E' per questo che l'accusa di incoerenza è una delle più frequenti nei confronti delle donne, mentre la coerenza è la qualità degli uomini duri e tutti di un pezzo.
venerdì 22 marzo 2013
Tra estraneità e coinvolgimento
Per mantenermi in equilibrio di umore nell'occuparmi delle vicende politiche degli ultimi mesi (vista la crescente vulnerabilità direttamente proporzionale alla fragilità psicofisica indotta dall'invecchiamento) oscillo tra estraneità e coinvolgimento.
Due posizioni che mi sono entrambe familiari.
All''estraneità alla politica sono stata educata sia perché donna in una società patriarcale, sia perché vivevo in una famiglia preda della tipica frustrazione dei "vinti/e della Storia".
Il ritornello consueto era che la politica fosse una "cosa sporca", che chiunque approdasse a luoghi di potere si sarebbe comportato nello stesso modo, così che "i più deboli" ci sarebbero andati sempre di mezzo, ineluttabilmente.
Mantenni questa dimensione fino alla fine del liceo, impreziosendola anche con lo stoicismo dei classici latini, almeno come lo intendevo io allora.
Negli anni Sessanta, lo studio della Storia all'Università, che mi appassionò da subito (al liceo avevo privilegiato la filosofia, provenendo allora gli insegnanti di storia dagli studi filosofici, per classe di concorso) e il contemporaneo sommovimento culturale e politico che si verificò anche nelle Università italiane determinarono l'interessamento alle vicende sociali, culturali e politiche, nazionali e internazionali, che non mi ha più lasciato.
Anche al tempo del femminismo degli anni Settanta pur conoscendo e condividendo le lucide analisi di Virginia Woolf sull'estraneità delle donne ai riti della politica maschile non ho mai abbandonato l'amore per le vicende politiche del mio tempo, e non ho mai dichiarato la mia estraneità alla formulazione di regole di convivenza, come parte del femminismo propose allora.
Eppure in questi giorni mi sono sorpresa a pensare facciano tutt* quello che vogliono, non mi interessa più.
Ad una riflessione meno indotta dall'emozione mi sono accorta che su tutto prevale il desiderio -e la delusione successiva- di arrivare a una dialettica politica senza gli effetti distorcenti, oltre che immobilizzanti, dovuti alla presenza del signor Berlusconi.
Non abbiamo tutt* né gli stessi interessi materiali né gli stessi ideali, occorrono mediazioni per convivere, occorre quindi che le/gli rappresentanti rappresentino appunto la molteplicità di interessi e ideali, rispettando anche il volere delle minoranze, per questo il concetto di "popolo", come un tutto coeso è un'astrazione.
Il confronto politico nell'attuale sistema democratico -molto imperfetto ai miei occhi, ma per ora non ne vedo realizzati di migliori- è normalmente problematico, e presuppone un interesse generale in qualche misura superiore agli interessi immediatamente individuali, per questo ci si deve affidare con fiducia alle persone delegate al confronto.
Del resto anche nel piccolo gruppo di un'assemblea di classe, di condominio, di quartiere, luoghi dove si può sperimentare una qualche forma di democrazia diretta, si incontrano grandi difficoltà a trovare una strada comune.
Da noi la situazione è da anni inquinata e distorta a causa di privilegi acquisiti e mantenuti anche ricorrendo a strumenti ai limiti della legalità democratica (leggi ad personam e quant'altro) e comunque strumenti politicamente inopportuni, secondo le regole della nostra democrazia.
L'effetto distorcente, fino a deviare il conflitto verso una guerra pro o contro una singola persona è sotto gli occhi di tutt*.
Si biasima da più parti l'antiberlusconismo -al quale alcuni nostri politici devono la loro recente fortuna elettorale, ora sfumata - e si osserva giustamente che ha prodotto effetti distorti, ma per
liberarsi di questo schema di comportamento, che impedisce ogni confronto libero, credo opportuno rimuovere l'ostacolo, deciso a presidiare il confronto politico a tutti i costi e con tutti i mezzi a disposizione.
Finché perdurerà la situazione attuale, che ingessa ogni possibilità di reale cambiamento dello stato delle cose, temo continuerò la mia oscillazione tra estraneità e coinvolgimento.
lunedì 18 marzo 2013
Il vero pericolo: il mito dell'identità
Alla fine degli anni Sessanta, quando si formarono in Italia i primi gruppi del neo-femminismo, i temi relativi alle identità (in prima istanza femminile) furono indagati, scomposti nei loro tratti essenziali, confrontati, disordinati, parallelamente a quanto le ricerche filosofiche e psicoanalitiche facevano nei propri ambiti disciplinari.
L'obiettivo delle ricerche teoriche e delle pratiche politiche di molte donne era quello di destrutturare l'identità femminile tradizionale, analizzando i modelli sociali e culturali nei quali era stata tradizionalmente inscritta e criticandone la naturalizzazione.
Negli anni Ottanta si verificò un cambiamento semantico, si preferì parlare di soggettività, la parola soggettività pone l'accento sul soggetto dei processi di individuazione, e quindi sulla differenze tra i vari soggetti, mentre il termine identità richiama in primo luogo il concetto di appartenenza -a un genere, una classe, un sesso, una collettività, una etnia, una lingua, un gruppo politico, una squadra, un esercito, una religione .....- insomma a un gruppo sociale omogeneo per certi tratti, individuati e promossi a elementi determinanti l'inclusione o l'esclusione di altri/e che non condividono quei tratti.
Di qui la logica della contrapposizione noi/voi (loro), con le distorsioni in amico/nemico, buono/cattivo, e tutte le contrapposizioni escludenti che abbiamo sentito nella nostra vita.
Ora se è innegabile che ci sono tratti comuni e differenze tra persone, è anche vero che ciascun* di noi appartiene durante la propria esistenza a un numero indefinibile di gruppi omogenei, e si comporta conseguentemente secondo la propria sensibilità e coscienza nelle scelte da compiere quando viene chiamata in causa una specifica appartenenza identitaria.
Eppure nello scorcio del secolo scorso e in questo primo decennio del nuovo abbiamo assistito a un riemergere spesso violento di logiche identitarie, a causa dei rivolgimenti sociali -migrazioni da paesi impoveriti a paesi arricchiti-, degenerazione delle pratiche democratiche nei vari Stati, processi di impoverimento collettivo e arricchimento di pochi.
Quando ci si sente fragili, esposti a aggressioni di varia natura sempre in agguato, l'identità collettiva fa sentire meno sol*, assicura una solidarietà tra i e le componenti il gruppo di riferimento e fa sperare in una difesa collettiva.
La contrapposizione tra identità collettive differenti tra loro costituisce inoltre un'arma di distrazione di massa dai veri conflitti che potrebbero sorgere in una collettività contro i reali detentori di privilegi e poteri, è così che si può leggere il grande spazio dato dai mezzi di informazione e di intrattenimento, in primo luogo la televisione, a spettacoli che contano su questi meccanismi identitari per scatenare conflitti nei confronti di falsi obiettivi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutt*, e la modalità di comportamento ha pervaso anche i luoghi della partecipazione politica, come se questi meccanismi identitari costituissero l'unico mezzo di relazione e confronto tra persone e gruppi.
Non frequento molto i talk show politici, perché mi annoio, però negli ultimi tempi ho frequentato molto più del solito i social network.
Accanto a numerosi vantaggi registrati, possibilità di informazione, scambio e confronto con molt*, conoscenza di fatti, eventi e notizie non rintracciabili sugli altri mezzi di informazione, possibilità di mantenere dialoghi quasi in tempo reale con molte persone, ho notato il riproporsi, spesso inconsapevole, dei meccanismi identitari, dei quali ho scritto prima.
Quello che più mi colpisce è che l'incontro con le fragilità e le vulnerabiltà (delle quali soffriamo tutt* a vari livelli e gradi per la precarietà di condizioni economiche, di età, di condizione sociale, di isolamento più o meno scelto) invece di costituire un momento di attenzione e compassione (nel senso etimologico del "patire insieme") a volte scatenano reazioni di scomposta aggressività, così come, a un altro livello, scatenano guerre tra popoli.
Anche individualmente abbiamo introiettato comportamenti che agiamo anche senza che nessuno ce li imponga.
Ci comportiamo come i poveri polli di Renzo e così facendo, senza magari accorgercene, aggiungiamo un filo di infelicità alla vita nostra e degli/delle altr*.
Eppure molte di noi ricordano le analisi e le critiche formulate nei confronti delle identità attribuite, e con fatica siamo riuscite a metterle a tema e a governarle.
Molt* forse hanno dimenticato, altr* invece non hanno mai conosciuto per ragioni anagrafiche, altr* ancora trovano guadagni nel comportarsi così.
L'obiettivo delle ricerche teoriche e delle pratiche politiche di molte donne era quello di destrutturare l'identità femminile tradizionale, analizzando i modelli sociali e culturali nei quali era stata tradizionalmente inscritta e criticandone la naturalizzazione.
Negli anni Ottanta si verificò un cambiamento semantico, si preferì parlare di soggettività, la parola soggettività pone l'accento sul soggetto dei processi di individuazione, e quindi sulla differenze tra i vari soggetti, mentre il termine identità richiama in primo luogo il concetto di appartenenza -a un genere, una classe, un sesso, una collettività, una etnia, una lingua, un gruppo politico, una squadra, un esercito, una religione .....- insomma a un gruppo sociale omogeneo per certi tratti, individuati e promossi a elementi determinanti l'inclusione o l'esclusione di altri/e che non condividono quei tratti.
Di qui la logica della contrapposizione noi/voi (loro), con le distorsioni in amico/nemico, buono/cattivo, e tutte le contrapposizioni escludenti che abbiamo sentito nella nostra vita.
Ora se è innegabile che ci sono tratti comuni e differenze tra persone, è anche vero che ciascun* di noi appartiene durante la propria esistenza a un numero indefinibile di gruppi omogenei, e si comporta conseguentemente secondo la propria sensibilità e coscienza nelle scelte da compiere quando viene chiamata in causa una specifica appartenenza identitaria.
Eppure nello scorcio del secolo scorso e in questo primo decennio del nuovo abbiamo assistito a un riemergere spesso violento di logiche identitarie, a causa dei rivolgimenti sociali -migrazioni da paesi impoveriti a paesi arricchiti-, degenerazione delle pratiche democratiche nei vari Stati, processi di impoverimento collettivo e arricchimento di pochi.
Quando ci si sente fragili, esposti a aggressioni di varia natura sempre in agguato, l'identità collettiva fa sentire meno sol*, assicura una solidarietà tra i e le componenti il gruppo di riferimento e fa sperare in una difesa collettiva.
La contrapposizione tra identità collettive differenti tra loro costituisce inoltre un'arma di distrazione di massa dai veri conflitti che potrebbero sorgere in una collettività contro i reali detentori di privilegi e poteri, è così che si può leggere il grande spazio dato dai mezzi di informazione e di intrattenimento, in primo luogo la televisione, a spettacoli che contano su questi meccanismi identitari per scatenare conflitti nei confronti di falsi obiettivi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutt*, e la modalità di comportamento ha pervaso anche i luoghi della partecipazione politica, come se questi meccanismi identitari costituissero l'unico mezzo di relazione e confronto tra persone e gruppi.
Non frequento molto i talk show politici, perché mi annoio, però negli ultimi tempi ho frequentato molto più del solito i social network.
Accanto a numerosi vantaggi registrati, possibilità di informazione, scambio e confronto con molt*, conoscenza di fatti, eventi e notizie non rintracciabili sugli altri mezzi di informazione, possibilità di mantenere dialoghi quasi in tempo reale con molte persone, ho notato il riproporsi, spesso inconsapevole, dei meccanismi identitari, dei quali ho scritto prima.
Quello che più mi colpisce è che l'incontro con le fragilità e le vulnerabiltà (delle quali soffriamo tutt* a vari livelli e gradi per la precarietà di condizioni economiche, di età, di condizione sociale, di isolamento più o meno scelto) invece di costituire un momento di attenzione e compassione (nel senso etimologico del "patire insieme") a volte scatenano reazioni di scomposta aggressività, così come, a un altro livello, scatenano guerre tra popoli.
Anche individualmente abbiamo introiettato comportamenti che agiamo anche senza che nessuno ce li imponga.
Ci comportiamo come i poveri polli di Renzo e così facendo, senza magari accorgercene, aggiungiamo un filo di infelicità alla vita nostra e degli/delle altr*.
Eppure molte di noi ricordano le analisi e le critiche formulate nei confronti delle identità attribuite, e con fatica siamo riuscite a metterle a tema e a governarle.
Molt* forse hanno dimenticato, altr* invece non hanno mai conosciuto per ragioni anagrafiche, altr* ancora trovano guadagni nel comportarsi così.
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