lunedì 20 aprile 2026

Scorze. Racconti letture pensieri


Scorze * nasce da un incontro di voci, suggestioni, sentimenti filtrati attraverso la mia esperienza di vita e di pensiero.

 

Presenta la singolarità di unire due scritture di genere letterario diverse, una serie di racconti brevi e una sequenza di letture personali di opere di scrittrici verso le quali mi è scattata la complicità di pensieri e emozioni.


Le ho definite scritture antipatiche, perché restano testi di nicchia malgrado il loro valore,

perché per nulla compiacenti nei confronti di chi legge, non prevedono alcun momento di godimento sentimentale o estetico, procedono nei loro orizzonti feroci di senso.


Un’immagine, una parola, una sensazione, un concetto, un sentimento positivo o negativo espressi dalle scrittrici sono risuonati in me spingendomi a scrivere dei racconti, una necessità di incorporazione e restituzione sotto altra forma.

 

Scritture le mie quasi contemporanee alla lettura, in una  una dimensione velatamente autobiografica vissuta, immaginata o sognata.

 

Il mio incontro con il femminismo, svolta sconvolgente  nella mia vita, ha comportato la necessità di scrivere, all’inizio prevalentemente saggi con il maturare di consapevolezze politiche, negli ultimi tempi soprattutto racconti, in un’ottica introspettiva mascherata.


* Scorze, 2024, acquistabile su Amazon e ordinabile in libreria.

giovedì 26 febbraio 2026

Noterelle sparse. Lo stato delle cose.

1) Da due giorni è stato emanato il nuovo Decreto Sicurezza che con il «fermo preventivo» permette alle forze dell'ordine di trattenere per un massimo di dodici ore persone sospettate di essere pericolose in contesti di manifestazioni o eventi pubblici, senza che sia stato commesso alcun reato.

Ne hanno fatto le spese alcune/i  ambientaliste/i che protestavano davanti al teatro di Sanremo esponendo striscioni contro gli sponsor ENI e Costa Crociere, definite  aziende fossili. 

Tredici persone sono state portate via dalla polizia, sulla base del sospetto che avrebbero potuto compiere qualche reato, rilasciate dopo sei ore con multe e fogli di via per avere espresso pacificamente il proprio dissenso  rispetto a scelte ambientali.

Procedere contro persone sospettate di commettere possibili reati comporta una alta dose di arbitrarietà, tipica dei sistemi politici  autoritari.


2) Decreto sicurezza e legittima difesa, inizialmente previsto per le Forze dell'Ordine,  poi esteso a tutta la cittadinanza, vale a dire iscrizione in un registro separato se si commette reato "in presenza di una causa di giustificazione". 

La valutazione dipenderà comunque da un PM, la procedura prevede l'archiviazione nell'arco di  di trenta-centoventi giorni, a seconda della complessità degli atti di indagine da compiere se il PM non ravvisa ragioni per iscrivere nel normale registro delle indagini gli imputati.  

Finché i PM saranno completamente liberi da pressioni indebite non ci sono problemi, ma la riforma della giustizia proposta sembra presentare qualche modifica in merito.


3) Separazione delle carriere, creazione di due CSM, sorteggio delle/degli appartenenti, queste disposizioni sono ritenute da giuriste/i, magistrate/i, avvocate/i suscettibili di limitare l'indipendenza dei PM.  

Comportano inoltre la modifica di alcuni articoli della Costituzione, che aveva voluto garantire l'indipendenza di ciascuno dei tre poteri dello Stato.


4) Con la scusa della lentezza della Giustizia, il nostro impareggiabile ministro parla già di  modificare la obbligatorietà dell'azione penale, sancita dall'articolo 112 della Costituzione, che verrebbe sostituita da priorità stabilite annualmente dal Ministro della Giustizia,  previa approvazione del Parlamento.

Quattro passaggi verso i quali il Governo sembra procedere a tappe forzate. 

Tanta fretta per ottenere questi obiettivi concatenati l'uno all'altro fa sospettare, questa volta sì, che si intenda procedere prima che siano chiare a tutte, tutti e tutt* le derive autoritarie del Governo.

martedì 25 novembre 2025

Il patriarcato è vivo e lotta contro di noi

Il  ritornello che insegnando a rispettare le donne educando all' affettività e dando vita alla  "parità di genere", si abbatte il patriarcato ci sommerge ogni volta che si rende nota una discriminazione nei confronti di donne, una molestia sessuale più o meno grave, un'aggressione fino al femminicidio.

Oggi 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne   il Presidente della Repubblica ha rivolto un accorato appello perché si  raggiunga la parità di genere.

Peccato che il patriarcato, con le sue conseguenze peggiori tra le quali la misoginia, non sia semplicemente un antico fenomeno culturale, ma la struttura fondante della nostra società, che si articola in credenze, attese, paure, desideri, fantasie, più o meno consapevoli, un ordine materiale e simbolico  che  assegna  alle donne la sfera sessuo-affettiva come disposizione naturale, essenza della femminilità, e non una posizione storicamente determinata, 

Su questa base la relazione donne uomini si è storicamente  costruita sullo scambio sessuo-economico in tutte le forme nelle quali lo conosciamo e  con tutte le modificazioni indotte dalle trasformazioni dei costumi nel corso del tempo.

Pertanto il problema del patriarcato non si risolve solo culturalmente, anche se affrontandolo da questo aspetto si riesce in qualche modo a limitare i danni per le donne concrete, bensì disarticolandolo alla radice.

Le donne non sono per natura portate a prendersi cura di persone, animali, ambienti, oggetti, ma lo sono per la dimensione nella quale sono state storicamente collocate dagli uomini.

Le più comuni argomentazioni udite in questi giorni per contrastare la violenza degli uomini sulle donne variano da:

solo un lavoro sicuro e dignitoso (che in tempo di ordoliberismo non c'è neppure per maggior parte degli uomini) rende le donne libere e indipendenti. Si trascura il fatto che lavoro di cura gratuito, necessità assoluta dell' attuale sistema produttivo, è  appannaggio soprattutto di donne e di qualche migrante uomo, nel tempo di una dissoluzione graduale di ogni residuo di welfare, il che condiziona le scelte di vita. 

Il femminismo della seconda ondata è nato proprio contro il concetto di emancipazione, cioè di ingresso delle donne nel sistema socio-economico-culturale vigente, con il risultato di emendarlo nei suoi aspetti più feroci e ingiusti.

È il sistema che va cambiato.

All'altra argomentazione più recente, esaltata per la raggiunta unanimità di forze politiche e sociali, vale a dire la  proposta di legge contro lo stupro, che prevede  il consenso preventivo all'atto sessuale. 

Un consenso scritto? Registrato? Basta solo orale,? E chi lo afferma? 

Commenta una mia amica avvocata: A chi spetta l'onere della prova?

Non conosco nei particolari la proposta, ma non mi convince per nulla, un consenso,  nelle relazioni di amore, amicizia, lavoro, sfruttamento....., si impone, si sollecita con lusinghe o false promesse, si estorce con minacce.

Gertrude diede il consenso a diventare monaca.
Lo lessi a nove anni la prima volta e mi rimase sempre in mente.

Le donne,  la solita specie da proteggere in un mondo  geneticamente" costituito!!!!

Non ci siamo.






venerdì 31 ottobre 2025

Una riflessione di Woolf quanto mai attuale

 

Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato. Non sarebbero mai esistiti Superuomini o Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l’uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta od eroica. E’ questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sulla inferiorità delle donne, perché, se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica.Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare ad emettere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la stessa taglia? A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada.
Virginia Wolf
da Una stanza tutta per sè".

sabato 29 marzo 2025

Di chiacchiere e di altro, 2

 La radicalità del femminismo degli anni Settanta è stata colta subito  da uomini attenti al sociale e ai mutamenti che maturavano, studiosi che non si facevano distrarre dagli aspetti più superficiali e pittoreschi del movimento,  riportati dai giornali con intenzioni svalorizzanti.

Scrive Marcuse nel 1974 (Marxismo e femminismo): 

“Le potenzialità, gli obiettivi del movimento di liberazione delle donne si spingono... in regioni impossibili da raggiungere nel quadro del capitalismo, e di una società di classe. La loro realizzazione richiederebbe un secondo livello, nel quale il movimento trascenderebbe il quadro nel quale si trova ora ad operare. In questo stadio, ‘al di là dell’uguaglianza’, la liberazione implica la costruzione di una società governata da un differente principio di realtà, una società nella quale la dicotomia costituita tra il maschile e il femminile è superata nei rapporti sociali e individuali tra esseri umani”

 Pietro Ingrao 1978, conversando con Rossanda in una trasmissione di Radio tre:

".. affrontare le questioni dell’emancipazione femminile comporta affrontare punti di fondo dell’organizzazione della società in generale. Ti faccio un esempio: se vuoi affrontare davvero il rapporto donna/uomo, devi investire caratteri e dimensioni dello sviluppo, occupazione, qualità e organizzazione del lavoro, fino allo stesso senso del lavoro. Contemporaneamente – ecco dove la dimensione diventa diversa – vai a incidere sulle forme di riproduzione della società, sul modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, i rapporti tra padri e figli, l’educazione, il rapporto tra passato e presente, forme e natura dell’assistenza, eccetera. Cioè una concezione storica, secolare del privato, tutta una concezione delle stato, tutto il rapporto tra stato e privato (…)"

Nel frattempo studiose in tutti i campi del sapere, filosofe, ricercatrici, sociologhe, epistemologhe, scienziate, economiste, psicologhe, teologhe...  affrontavano l'analisi delle radici storiche della asimmetria sociale, politica, economica, culturale tra donne e uomini, collettivamente e individualmente, producendo un ricco patrimonio di conoscenze, consapevolezze, teorizzazioni.

L'apertura del conflitto sociale, politico e culturale generato dalla la nuova coscienza delle donne ha dato luogo a percorsi di lotta differenti tra loro e a volte contrastanti.

Riporto queste due riflessioni di intellettuali uomini prima di tutto perché siano conosciute, poi perché leggo costantemente articoli pieni di fraintendimenti e confusioni: si confonde il femminismo con l'emancipazionismo, bersaglio polemico fin dai primi tempi, volto a conseguire per le donne in ottica paritaria successi e privilegi finora esclusivi degli uomini, senza mettere in discussione la struttura portante della dissimmetria. 

Nei casi più reazionari si arriva a paventare una inversione dei ruoli tra dominanti e dominati, una situazione nella quale gli uomini sarebbero discriminati nel sociale per favorire le donne.

Analisi più raffinate avvertono che l'accento posto sui diritti civili e la frammentazione che ne consegue sarebbe diventata stampella per il sistema produttivo attuale con l'individualismo consumistico.

Ma il femminismo non si è mai risolto  in rivendicazioni in ottica  di emancipazione individuale e/o collettiva a prescindere dal contesto generale nel quale si vive e si opera, per questo ogni ipotesi di reale liberazione delle donne  dai vincoli opposti alla piena autorealizzazione  di ciascuna comporta necessariamente la liberazione di tutti gli altri, a causa dell'intreccio che lega  tutte le componenti umane nella vita sul pianeta.

La divisione ipotizzata all'origine  tra attitudini degli uomini e attitudini delle donne ha determinato due sfere distinte di esperienza di vita e di pensiero, nelle quali sono stati confinate sia le donne che gli uomini, ciascuno nella propria area di competenza, con possibilità di incursioni nell'altra  incoraggiate o ostacolate a seconda delle esigenze generali.
 
Divisione considerata naturale, e non storicamente determinata, in  grado di mantenere l' ordine simbolico e materiale fondato sullo scambio sessuo-economico, da quale derivano altre forme di dominio  che ancora sperimentiamo e messe a profitto dai vari sistemi sociali e culturali che conosciamo nel tempo e nello spazio.

Gli strumenti materiali e  concettuali alla base della nostra convivenza sul pianeta sono stati costruiti sulla base di quella concezione, che ha permeato di sé mentalità fantasie, angosce, immaginazioni, speranze, paure sedimentate nella nostra interiorità di donne e uomini.

Per questo è così difficile, lento, faticoso il tentativo di modificarli alle radici,  mettendo in discussione priorità di valori ritenute naturali e quindi inconfutabili.

Se il continuo richiamo alla  formulazione di ipotesi di convivenza civile e democratica  adatte a  contrastare il crescente autoritarismo e bellicismo non parte prima di tutto dalla messa a tema  delle "forme di riproduzione della società, del modo di concepire la sessualità, i rapporti di coppia, i rapporti tra padri e figli, ...." (Ingrao '78) ogni tentativo di reale mutamento della situazione  attuale di sfruttamento di persone, ambienti,  popoli, terre animali cose è destinato a infrangersi  su motivazioni apparentemente incontestabili.






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lunedì 24 marzo 2025

Di chiacchiere e di altro

Chiacchiera, definizione del Dizionario:

"Conversazione protratta più o meno a lungo, per passatempo o come sfogo a considerazioni e pensieri frivoli o banali oppure malevoli."

Agli inizi del femminismo, negli anni Settanta, quando si tentava di spiegare che cosa fossero le riunioni di presa di coscienza, maturate  in breve tempo in riunioni di "autocoscienza", si specificava che non si trattava delle solite chiacchiere di donne al mercato, ai giardini,  davanti alle scuole, luoghi frequentati dalle donne e legati al perimetro di attività di vita e di pensiero di molte, con il correlato di sfoghi, lamentele, consolazioni reciproche in situazioni di vita materiale e simbolica che risultavano simili tra loro, ma appunto di analisi di sé in relazione al mondo nel suo complesso, non solo in relazione agli uomini. 

Negli ultimi cinquant'anni molto è cambiato, l'ambito di vita e esperienza delle donne si è allargato a tutti gli aspetti e settori della società, il che comunque non esclude l'esercizio della chiacchiera tradizionale, anche se non  è più l'unica forma di comunicazione tra donne.

Tutte noi vecchie abbiamo sperimentato  da piccole la noia di assistere accanto alle nostre madri alle chiacchiere con amiche, alle loro lamentele, che in qualche caso hanno scatenato dentro di noi desideri di  riscattare da adulte la loro figura interiorizzata. 

A questo riguardo mi tornano alla mente certe considerazioni di V. Woolf in merito alla scrittura delle donne :
"...poiché un romanzo ha questa corrispondenza con la vita reale, i valori che lo animano sono entro certi limiti gli stessi della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso differiscono da quelli che sono stati inventati dall'altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono 'importanti', il culto della moda, acquistare vestiti sono 'frivolezze'... Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest'altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto."*

Woolf continua a analizzare la posizione delle scrittrici in conflitto tra lo scrivere come scrivono le donne, rimanendo fedeli a se stesse, quindi sorde alle voci ostinate che volevano insegnare loro come scrivere e come pensare, o scrivere come scrivono gli uomini.

Abbandonando la prospettiva letteraria di Woolf, la sua osservazione coglie un punto fondamentale, la gerarchizzazione fatta dagli uomini  di valori da loro 'inventati'- calcio e guerra- ritenuti "naturali "e "universali' contrapposti a sentimenti, aspetti del lavoro casalingo, di cura di persone, animali, ambienti, oggetti. Argomenti secondari, anche se sono quelli che permettono il proseguimento della vita umana e animale.  

Allora ripensando ai nostri discorsi degli anni Settanta  è chiaro che la critica che rivolgevamo non era ai valori in sé, quanto all'accettazione -spesso forzata-  della gerarchizzazione e delle convinzioni che questi valori veicolavano: la costrizione delle donne nella sfera prioritaria, perché 'naturalmente femminile', della cura delle funzioni materno-seduttiva, con la libertà di prendersi rivincite  nell'ambito degli affetti, senza sottoporre a analisi e mettere in discussione il dato dello scambio sessuo-economico alla base della relazione e responsabile del  dominio degli uomini sulle donne. 

Lo stato delle cose è per fortuna modificato rispetto allo scenario del quale parla Woolf, 1929, Inghilterra, nucleo della cultura e della società emancipata del nostro Occidente, ma la sua riflessione continua a essere purtroppo quanto mai preziosa. 

* Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Milano, 1995, Mondadori




lunedì 24 febbraio 2025

Piccolo dizionario dell'inuguaglianza femminile

In una lettera  del 1976 all'amica Michèlle  Causse  Alice Ceresa scrive  a proposito di un libro  che sta elaborando da qualche anno, dopo la pubblicazione di La figlia prodiga

"Ho scoperto che non posso scrivere un libro tutto di seguito... Credo che le donne non dovrebbero mai scrivere libri tutti di seguito, vale a dire per es. romanzi, perché ho il forte sospetto che non corrisponda loro questa forma presuntuosa di 'creazione' organizzata banalmente come la banale vita che ci hanno fatta. Forse le donne dovrebbero fare filtri, come le streghe. Io, per ora, distillo." (p. 7)

ll lavoro al quale si sta dedicando durerà tutto il resto della vita, non sarà mai completato a causa delle continue varianti, limature.  

Sarà pubblicato postumo nel 2007, sulla base degli inediti ritrovati nell'Archivio in Svizzera,  sei anni dopo la morte,   con il titolo Piccolo dizionario dell'inuguaglianza femminile, Roma, nottetempo, 2007.

Si tratta di una quarantina di voci, scritte nel suo stile ironico e provocatorio, che affrontano criticamente i temi delle vita, i linguaggi dei saperi disciplinari,  le relazioni donne uomini, i sentimenti, i luoghi comuni sotto forma di brevi narrazioni.

Sempre in una lettera a Michèlle  Ceresa espone il nucleo ispiratore del suo pensiero:

"Adesso ti spiego come la vedo io: per me l'"inuguaglianza femminile non è fatta dei temi delle rivendicazioni, ma è ancorata nell'intera visione del mondo; ergo, se io faccio un dizionario (che comprende le parole dello scibile), devo fare il giro anzitutto delle radici di quest'albero dell' inuguaglianza. Anzi, ti dirò che la mancanza di questo giro d'orizzonte è la maggiore debolezza delle femministe anche se capisco che chi si batte (fortunatamente per noi tutte) nelle strade non può avere di queste preoccupazioni. Io però le posso avere, anzi, direi che debbo... Perché dovremmo parlare soltanto delle foglioline di questa pianta? Con il rischio che poi ci ritroveremo con un 'ibrido' fatto su nostra misura (ovvero sulla misura delle nostre richieste) in uno di quei loro laboratori misogini? [...] Non vorrei che la somma tutto sommato finita delle 'rivendicazioni femminili' finisca con un'altra fregatura che sarebbe molto peggiore della prima. 

Conclusione: il piccolo dizionario io non lo scrivo per le donne; lo scrivo perché va scritto. E siccome io scrivo difficile, ebbene, sarà difficile; non mi risulta che le cose (e neanche quelle da capire) siano facili."(pp. 13-14)

Quasi cinquant'anni fa Ceresa congiunge la sua sensibilità di artista  con la sua dimensione di  donna del Novecento.

È una grande scrittrice, di nicchia, stimata e ammirata da critici e critiche, in misura minore da lettrici e lettori comuni, convinta della funzione indispensabile dell'arte, in grado, per chi la pratica e per chi la gode di svelare la "vera voce della vita", altrimenti muta.

Basti una scheda per entrare nel mondo del Piccolo dizionario:

"Letterario (personaggio femminile il): curiosamente le opere letterarie, benché da lontanissimi tempi preponderantemente stese da penne o macchine da scrivere maschili, abbondano di personaggi letterari femminili che parlano, pensano e agiscono pertanto per bocche e menti maschili.

Pertanto il personaggio letterario femminile, ivi comprese le sue ambasce e i suoi aneddoti, va considerato alla stregua di un travestito nei casi migliori e corrisponde a semplice farneticazione in quelli peggiori, quando esca, magari per giunta in prima persona, dalla penna o macchina da scrivere maschile. Come tale costituisce un'importante chiave di lettura della considerazione maschile in fatto di donne, e ne raffigura fedelmente opinioni, desideri e incomprensione. 





venerdì 7 febbraio 2025

Dominio maschile, struttura produttiva, femminismo

 Una delle acquisizioni più importanti del femminismo degli anni Settanta è che considerare le donne soggetti al pari degli uomini in ogni ambito di vita e di  pensiero, smettendo di rappresentarle interne alla categoria di umanità declinata al maschile inteso come neutro universale, ha costretto a confrontarsi con le parzialità che costituiscono l'umanità, a partire dalla prima distinzione tra donne e uomini. Questo ha implicato una rivoluzione di sguardi, di punti di vista, di convinzioni create da tempi immemorabili, di certezze consolidate, di sicurezze assimilate oltre che nella vita quotidiana, nella vita pubblica e sociale, nei campi e settori di studi e ricerche, nei conflitti e nelle lotte.

Il  lavoro definito come produttivo di merci e servizi è strettamente intrecciato con il lavoro di cura, anzi si basa su quest'ultimo per la propria sopravvivenza, ma le due sfere sono state separate -come fossero autonome l'una dall'altra- dalla divisione patriarcale del lavoro: alle donne la sfera della cura corrispondente alle loro attitudini e capacità presupposte "naturali"e agli uomini quella della produzione, secondo altre attitudini  supposte come "naturali". 
Divisione che oggi è stata messa fortemente in crisi  dalle modificazioni economiche, sociali, culturali e di costumi, ma permane la struttura della divisione sedimentata in secoli nelle mentalità di donne e uomini, nell'immaginario, struttura ancora documentabile nella lingua di comunicazione, e pronta a riemergere nelle contingenze pratiche e nelle ideologie. 

La soggettività delle donne si è storicamente plasmata durante la nostra evoluzione nelle attività di accudimento di persone, animali, piante e oggetti, di raccolta e preparazione di cibi, di riparazione e mantenimento di ambienti di vita,; la comunità degli uomini ha perimetrato l'ambito di attività e realizzazione delle donne nel campo della maternità reale e simbolica e della seduzione, .
Il riconoscimento e l'apprezzamento di familiari e estranei, quando c'era, compensava dell'insignificanza sociale caratteristica della maggioranza delle donne, che impediva di mettere voce nelle decisioni importanti di vita individuali e collettive.
L'alibi generale per l'esclusiva attribuzione dei compiti di cura  era costituito dal  fatto che le loro fatiche erano dettate dall'amore, l'arma potente di assoggettamento delle donne.

Quando poi le  attività di cura sono entrate nel mercato sono state svalutate socialmente, proprio perché femminili, e quindi poco pagate, anche se svolte da uomini.
Un esempio per tutti la situazione delle e degli insegnanti, almeno nel ciclo della scuola primaria e delle medie,  connotata da aspettative di tipo materno.

Analogamente la soggettività maschile ha assunto caratteristiche "adatte" alla produzione, alla politica, alle  istituzioni, senza doversi preoccupare delle attività fondamentali del lavoro di cura, consegnate totalmente  alle donne. 
Questo impoverimento  psichico e fisico degli uomini è diventato una causa della loro fragilità complessiva, che sfocia in molti casi in violenza e prepotenza quando la donna preposta a tali compiti si sottrae.

Il mondo della produzione, così come si è venuto configurando negli ultimi tre secoli, è stato egemonizzato da un sistema di produzione, il capitalismo, che ha puntato esclusivamente all'incremento dei profitti dei maggiori detentori dei mezzi di produzione, e ha estratto ricchezza oltre che dalla forza-lavoro impiegata,  anche dalle attività del lavoro di riproduzione erogate dalle donne in tutto il mondo, con carichi di lavoro diversi a seconda delle situazioni economiche e sociali. 
Inoltre  il capitalismo, nelle sue varianti nel tempo e nello spazio, ha saccheggiato fino all'inverosimile  terre, acque, animali e piante. 
Il mondo della cura è stato pretestuosamente offerto come contrapposto alla ferocia considerata indispensabile a quello della produzione,  pertanto è stato idealizzato come luogo appagante e  irenico,  il luogo dell'affetto disinteressato, dove ritemprare le forze e le energie spese nelle attività pubbliche. 
In questo consiste l'intreccio attuale tra capitalismo e  dominio maschile. 

Negli ultimi decenni si sono prodotti molti cambiamenti nella struttura economica, la femminilizzazione del lavoro ha  preteso  che le attitudini "naturali" e le capacità tradizionalmente maturate dalle donne nell'ambito della cura fossero apprese anche dagli uomini  ed esercitate nel campo della produzione, fino a arrivare alla richiesta di lavoro gratuito in certi casi, così come è gratuito il lavoro domestico.

Si moltiplicano i tentativi da parte delle donne di sottrarsi agli obblighi derivanti dal modello tradizionale di famiglia, ma al mutare delle condizioni storiche non corrisponde un altrettanto veloce cambiamento di mentalità, di sensibilità, di comportamenti. 
La forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto. 

Quindi occorre affiancare alle lotte sociali le battaglie culturali per l'eliminazione delle immagini interiorizzate relative alla relazione donne e uomini, che sono la base delle rappresentazioni e autorappresentazioni di donne e uomini, principali responsabili dell'inerzia linguistico-mentale.

Ecco perché per cambiare alle radici il sistema di produzione che ci affligge occorre lottare contro il dominio maschile, che è un suo potente sostegno e viceversa per rovesciare il dominio occorre abbattere il sistema economico che  vi si è intrecciato; non sono possibili scorciatoie.


mercoledì 4 dicembre 2024

Guerra tra i sessi, espressione abusata per contrastare la "marea di donne" incalzante

 

I tentativi di delegittimare  nel senso comune la valenza politica delle lotte  nazionali e globali delle donne con l'argomento che il patriarcato non esiste più franano davanti a prove e argomentazioni anche semplici.

Scendono in campo filosofi, l'eccellenza del pensiero, per convincerci che il femminismo, definito come un tutt'uno omogeneo negli  intenti e nei metodi, è il migliore alleato del neo-liberismo e che ha lo scopo di mascherare  le vere diseguaglianze, di classe, economiche...

Per sostenere questa tesi si ricorre a manipolazioni di  parole e concetti base, ed ecco il ricorso all'espressione "guerra tra i sessi".

Non si finirà mai di contrastare questo concetto volto a spaventare e quindi neutralizzare presso l'opinione pubblica le acquisizioni pratiche e teoriche  del neo-femminismo degli anni Settanta del secolo scorso.

La guerra tende all'annichilimento, l'asservimento, la distruzione fisica e psichica, la mortificazione del nemico  per ridurlo in potere del vincitore, limitandone autonomia e libertà.

C'è qualcosa di analogo  a come le donne vivono nella situazione di dominio maschile?

L'idea che il dominio maschile sulle donne finisca con il far trascurare  le altre forme di dominio in atto  è falsa, dal momento che proprio dall'analisi dell'asservimento delle donne ha preso campo l'analisi di molti altri settori nel quale si esercita il dominio.

Forse c'è la paura, più o meno consapevole in molti, del rovesciamento dei ruoli sull'esempio di quello che hanno fatto gli uomini alle donne, e quindi di trovarsi a loro volta in quella situazione.

Le donne che accettano di restare nei perimetri assegnati dal dominio maschile, perimetri sempre più ampi, aggiornati alle esigenze sociali, modernizzati almeno da noi,  godono di tutele, privilegi esaltazioni retoriche, diventando le migliori alleate dei maschi e dell'ordine socio-culturale vigente.

Invece Il conflitto può anche essere aspro, disturbante la quiete e l'ordine sociale dato, lungo e apparentemente insanabile, ma tende a una mediazione, che si spera la più  equa possibile, non alla distruzione dell'avversario.

I documenti femministi degli anni Settanta non parlavano di guerra, bensì di di conflitto tra i sessi, il termine guerra semmai lo si leggeva in testi giornalistici, che condannavano donne del movimento come  portatrici di disordine sociale,e etico, donne isteriche, odiatrici degli uomini...

Alla voce  "conflitto"  nel Thesaurus costruito sulla lingua naturale di documenti del Movimento delle donne degli anni Settanta e Ottanta si legge:"conflitto tra i sessi U (Usa)  contraddizione tra i sessi", mentre alla voce guerra troviamo: "guerra Va (Vedi anche lotta armata, pace)".

Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana, Adriana Perrotta Rabissi e Maria Beatrice Perucci, ed. Centro di Studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia, Milano, 1991, ora consultabile in rete al sito 

https://www.fondazionebadaracco.it/wp-content/uploads/2021/05/Linguaggiodonna.pdf


martedì 3 dicembre 2024

Diritti, una parola abusata per depotenziarne la politicità

 Diritti, una parola abusata per depotenziarne la politicità

Che i  Governi propinino una serie di frottole per rabbonire  le cittadinanze estenuate, disilluse, frustrate.è cosa comune.

Che le frottole siano facilmente smentibili, ma richiedano almeno curiosità e ricerca, invece di lamentele e recriminazioni, è altrettanto comune.

Ma che  si strumentalizzino concetti fondamentali della coesistenza fra le persone -i diritti-  puntando sull'ignoranza  e sull'indolenza di molte e molti è criminale.

È senso comune che affermare diritti, anche per legge, non comporta che le persone alle quali questi diritti sono rivolti possano accedervi per un infinità di ragioni, a partire dalle condizioni materiali di vita.

Se finora si è parlato di diritto di emigrare da parte di chi rischia la vita, la sicurezza fisica, economica, sociale, religiosa...in paesi e situazioni  estreme, da qualche tempo il nostro governo  stravolge l'espressione, per sostenere la propria irresponsabile e crudele politica nei confronti di migranti, a Diritto a non emigrare!

Non val neppure la pena analizzare l'infelice espressione dal punto di vista logico, filosofico, storico, antropologico, sociale...

Denuncia l'arroganza di chi ritiene tutti cittadini e tutte  le cittadine  pari al proprio livello  intellettivo-conoscitivo.

Denuncia l'impotenza di mettere mano in modo minimamente civile e responsabile a un emergenza   di dolore e sofferenza per migliaia di persone.

Un'ultima questione è la separazione che è attuata nel discorso pubblico tra diritti civili e diritti sociali, di questi ultimi non si parla, si enfatizzano i primi, con la massima attenzione  a porre i limiti opportuni.

domenica 20 ottobre 2024

Memorie di una femminista non pentita XI, il Centro studi di Milano, I parte

Con la fine del Gruppo per l’espressione della donna terminò per me la pratica dell’Autocoscienza, l’ultimo periodo era stato faticoso sia nella dimensione politica che in quella personale, ero entrata in una fase di turbamenti e confusione, mi dedicai a cercare di risolvere le difficoltà materiali e psicologiche di vita e lavoro.

Mi allontanai dai luoghi del Movimento e persi di vista le mie amiche femministe.

Nell’agosto dell’’80 conobbi a Londra Pierrette Coppa, che era lì per approfondire i suoi studi di psicoterapeuta.

Mi aveva messo in contatto con lei Laura Grasso, compagna del gruppo di autocoscienza, Pierrette mi trovò anche la sistemazione in casa di un’amica.

 Passammo insieme tutto il mese, spesso mi accompagnava a scoprire luoghi particolari di Londra,
lontani da quelli turistici, città che conosceva benissimo perché più volte aveva trovato lavoro, anche come dogsitter.

La sua famiglia, di modeste condizioni, era emigrata in Francia al tempo del fascismo, al ritorno in Italia Pierrette aveva svolto vari lavori, andando anche spesso in Francia e Inghilterra, mentre studiava, finché era approdata alle edizioni Mazzotta di Milano, dove aveva conosciuto Elvira Badaracco, autrice di testi sulla salute e sulla condizione delle donne lavoratrici, pubblicati dalla casa editrice.

Elvira aveva lasciato  il Partito Socialista quando Craxi ne era diventato Segretario, era ancora piena di energia e di voglia di politica e accettò con entusiasmo il progetto di Pierrette,  che la considerò la persona giusta per occuparsi del Centro a tempo pieno.

A Londra Pierrette, venuta a conoscenza del  mio recente passato di femminista, mi invitò a frequentare il Centro, mentre osservava ironicamente che appena costituito il Centro studi se ne era andata per studio e lavoro.


Nell’agosto dell’’80 il Centro aveva sette mesi di vita, essendo stato costituito il 28 Dicembre 1979.

 Le intenzioni delle socie fondatrici a proposito delle attività del Centro divergevano alquanto. All'inizio Pierrette, di fronte alla massa di manoscritti di donne che affluivano alla casa editrice e finivano per essere  scartati, aveva pensato di raccoglierli e salvarli. Elvira pensava piuttosto a testi di carattere politico-istituzionale. Le giovani femministe contattate per affiancare Elvira nel lavoro del Centro, Maria Beatrice Perucci e Pucci Selva insieme con altre socie che aderirono da subito all’iniziativa, orientarono la raccolta su documenti e testi del  femminismo.

Il primo Bollettino del Centro, del Marzo 1981, riporta lo Statuto e l’elenco delle socie: 30 tra ricercatrici, accademiche, sociologhe in prevalenza, più  due Centri già attivi: DWF e la Cooperativa Lenove, più una socia corrispondente dall’università del Quebec.

 Il Bollettino numero 1 del  Centro inizia in questo modo:
"Facciamone in breve la storia.
La voglia di raccogliere, conservare, capire i tracciati della nostra storia di donne è nelle cose da anni: Centri di documentazione, Libreria di donne, Gruppi di ricerca, Radio Libere, sorti un po’ ovunque, sono segno di un procedere spesso per piccoli gruppi, in questa direzione.
Di questi gruppi, alcuni hanno voluto e saputo riferirsi ad una realtà ampia, nazionale, e sono oggi molto conosciuti; altri sono ‘visibili ‘solo al contesto locale.
Ma tutti sono sorti, sempre con pochissimi mezzi, per una forte volontà delle donne.

Forse l’intenzione prima che muove ognuna di queste realtà…è la volontà di capire…la nostra realtà di oggi.
…..

Negli incontri del primo periodo abbiamo individuato e definito tre settori di lavoro su cui impegnare il Centro:

-raccogliere e organizzare l’archivio del materiale documentario prodotto in Italia negli anni del nuovo femminismo

-creare un nucleo di biblioteca specializzata

-creare al nostro interno situazioni di ricerca e nello stesso tempo raccogliere l’informazione e farla circolare su ciò che che nei diversi ‘luoghi’ si sta producendo...."

 Seguono lo Statuto, composto di 14 articoli, che delinea anche la struttura organizzativa: presidenza, segreteria, poi l’elenco delle socie, quindi la comunicazione della ricerca in corso, che intende raccogliere tutto quanto espresso dalla nuova coscienza delle donne, materiale edito e inedito, che darà luogo al volume “Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Ricerca e documentazione nell’area lombarda”, Battisti, Calabrò, Confalonieri, Gay, Ghezzi, Grasso, Perrotta Rabissi, Perucci, Pezzini, Scaramuzza, Selva, a cura di Annarita Calabrò e Laura Grasso, Franco Angeli, Milano, 1985, pp.558

Purtroppo oggi circola un’edizione di 267 pagine, pubblicata nel gennaio 2004, privata della seconda parte, quella che dava conto delle attività delle altre città lombarde, ricche di iniziative, condotte in situazioni problematiche per molte donne, ad esempio le Valli alpine, caratterizzate dalla emigrazione degli uomini verso la Svizzera.
Realtà considerate “periferiche” in un’ottica da un lato milanocentrica, dall’altro schiacciata sul filone del femminismo delle analisi dell’inconscio, del simbolico, della psicanalisi.

La rappresentazione del femminismo nei mezzi di comunicazione di massa e anche le ricostruzioni di femministe, purtroppo, hanno alimentato l’idea che il  femminismo focalizzato sull'inconscio, sul simbolico con i suoi sviluppi teorici, sia stato l’unico filone di femminismo attivo e valido, almeno a Milano, a discapito dei filoni materialisti, concentrati su temi sociali, economici, di conflitto di classe.

Distorsione che è stata in parte corretta a partire da 2000.
L’analisi di questa seconda parte della ricerca Dal Movimento femminista...sarà l’argomento della prossima puntata della mia Memoria.
 
Il cuore del progetto del Centro fu l’archivio, quindi, che diede vita a tutte le intense attività di studio e ricerca  di sistemi di classificazione che consentissero la rappresentazione dei contenuti specifici espressi dal patrimonio del materiale raccolto, edito e inedito.

Si arrivò all’organizzazione a Milano nel 1988 del Convegno Internazionale sulle esperienze di organizzazione e informazione delle donne europee, patrocinato dalla CEE.  

Convegno che registrò la partecipazione di numerosi Centri, Archivi e Biblioteche italiane e estere nel quale si confrontarono i vari sistemi adottati dai Centri per fare emergere la specificità dei contenuti dei testi, editi o inediti,  a firma di donna..

Gli Atti  e gli interventi al Convegno sono pubblicati nel libro  "Perleparole. Le iniziative a favore dell’informazione e della documentazione delle donne europee", a cura di Adriana Perrotta Rabissi  e Maria Beatrice Perucci, Roma, Utopia, 1989.

 Il lungo lavoro di ricerca di un linguaggio di indicizzazione che rappresentasse adeguatamente i contenuti dei documenti delle e sulle donne portò alla costruzione  di "Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana", di Adriana Perrotta Rabissi e Maria Beatrice Perucci, con la collaborazione, una vera e propria supervisione, di Piera Codognotto, Milano, Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna, 1991, Bollettino n. 6

"Linguaggiodonna" fu adottato come strumento di indicizzazione  dalla Rete Lilith, la rete dei Centri, Librerie, Archivi e Case delle donne in Italia.

 L’idea dell’Archivio non fu apprezzata da alcune femministe, che lo considerarono un congelamento della memoria e della sua documentazione, non ne fu intesa la valenza dinamica di organizzazione  delle  analisi e teorizzazioni del Movimento delle donne, per renderle fruibili alla nostra riflessione  e a chi volesse interessarsene,  oltre alla sua propria funzione di salvaguardia dalla dispersione dei documenti. prodotti dalla nuova coscienza delle donne.

Il contrario quindi di una mummificazione, ma una ripresa di temi e proposte.

In realtà nei 15 anni di vita del Centro, dal 1980 al 1994, anno in cui morirono a pochi mesi di distanza Elvira e Pierrette, nelle riunioni di Segreteria e nella pratica del Centro si confrontarono due  tendenze, una di Movimento, concentrata a lavorare sui temi della documentazione e dell'informazione, l'altra tesa a approfondire temi di carattere storico-letterario.


Nota

Linguaggiodonna è interamente consultabile al link:

https://www.fondazionebadaracco.it/wp-content/uploads/2021/05/Linguaggiodonna.pdf




sabato 21 settembre 2024

Memorie di una femminista non pentita X, Perché non i fiori

 


Nel momento in cui abbiamo scelto di fare autocoscienza nel nostro sottogruppo di Lotta femminista di Milano  -eravamo in dodici, di diversa età, estrazione sociale e impegno professionale- separatismo significava la possibilità di analizzare liberamente temi intimi quali la sessualità, il rapporto con il nostro corpo, le relazioni con uomini e donne, cose delle quali mai saremmo riuscite a parlare in presenza di uomini.
Ma non c'erano solo le ragioni di riservatezza, avevamo incontrato nella nostra esperienza politica precedente il maschilismo di sinistra, nelle sue varie articolazioni, dalle più benevole e protettive alle più intolleranti, se da un lato non sarebbe stato più possibile sottoporsi al controllo politico che molti avrebbero esercitato nelle riunioni, dall'altro eravamo consapevoli del fatto che la presenza di uomini, anche in minoranza e muti, avrebbe fatto scattare automaticamente in noi il bisogno di approvazione.
E' stato difficile fare accettare questo aspetto a molti compagni di gruppi extraparlamentari, e infatti si sono verificati, non a Milano, episodi di violenza di compagni in contesti di riunioni di donne.
Qualche tempo dopo, nelle riunioni di autocoscienza ci siamo rese conto che quel famoso occhio giudicante nei nostri confronti, con lo stesso corredo di criteri di valutazione, lo sguardo maschile sul mondo e sulle relazioni, l’avevamo interiorizzato nelle nostre esperienze di vita, di lavoro e di politica, e lo esercitavamo inconsapevolmente tra di noi nella riproposizione dei ruoli, chi era più politica e razionale continuava a utilizzare schemi e parole consuete, tendeva a prendere la parola con frequenza, mostrando a volte insofferenza verso chi non concordava, chi era meno abituata a parlare in pubblico, stava in silenzio, ma un silenzio pesante e colpevolizzante.
Di fronte a questo ostacolo ci siamo proposte di aggirarlo affiancando allo strumento della parola il disegno.
Nelle riunioni di autocoscienza parlavamo contemporaneamente disegnando.
Il frutto della riflessione è contenuto in un libro, pubblicato nel 1975, nel quale noi autrici risultiamo tutte nominate rigorosamente solo con il nome di battesimo, dal titolo Perché non i fiori, Milano, La salamandra.
I nostri nomi: Franca, Ombretta, Laura G., Giulia, Laura P., Silvana, Carla, Eliana, Adriana, Luisella, Nuccia, Paola. 
In quell'occasione ci siamo chiamate Gruppo per l'espressione della donna.
Il titolo del libro e del gruppo non sono casuali, una donna dell'altro sottogruppo di Lotta femminista in risposta alla mia illustrazione del nostro lavoro mi aveva invitato in modo un po' sprezzante a andare in giro per la città a dipingere fiorellini sui muri, per sottolineare l'irrilevanza della nostra iniziativa, in seguito a questo colloquio proposi il titolo Perché non i fiori.
L'introduzione chiarisce le nostre intenzioni, ricorrere a uno strumento meno logorato del linguaggio, capace di far emergere quanto rimane di non detto nei discorsi, spesso dominati da preoccupazioni di natura logico-razionale, alla ricerca di una modalità nuova di comunicazione tra donne.
Due di noi avevano a che fare con professioni artistiche, una era pittrice-scultrice, l'altra fotografa, poi insegnanti, impiegate, una industriale-manager, un'attrice.
Il libro è diviso in otto capitoli, all'inizio di ogni capitolo abbiamo riportato delle brevi riflessioni come chiavi di lettura, poi i disegni, non firmati, che illustrano quanto ci eravamo scambiate nelle riunioni.
Infanzia è il primo capitolo, seguito da lavoro, sessualità, verginità, matrimonio, bellezza, età, femminismo, che è il capitolo conclusivo e segna un approdo, dopo un percorso costituito da storie individuali, segnate da tratti comuni di disagio, ribellioni, resistenze.
Nella prefazione si presenta il lavoro come un modo nuovo di fare politica tra donne.
Intanto questo lavoro di autocoscienza provocava conseguenze nella relazione con mio marito, che per la sua storia parentale e per le sue scelte non corrispondeva al modello di maschio del quale parlavano le mie compagne nelle riunioni di autocoscienza, se questo da un lato mi facilitava la vita, perché condividevamo completamente anche il lavoro di cura, dall'altro mi poneva il problema di temere una sudditanza psicologica nei suoi confronti che mi impedisse di cogliere fino in fondo la mia mancanza di autonomia da lui.
Dibattendomi in questo dilemma, mi stavo avviando verso un bagno di ideologia, che avrebbe provocato alcune conseguenze di lì a poco nel mio nucleo familiare.

martedì 4 giugno 2024

Lotta Femmista a MIlano. Memorie di una femminista non pentita, IX

  

Alcune donne di un gruppo di Lotta Femminista di Milano insieme ad altre che frequentavano  i Gruppi di Via Cherubini costituiscono un gruppo di lavoro e di studio sul tema della salute, in particolare la salute sessuale e riproduttiva,  partendo dalla messa a fuoco del corpo delle donne come luogo dell'oppressione materiale, simbolica e ideologica, il nome è Gruppo femminista per una medicina delle donne, vi partecipano alcune dottore e alcune studenti di medicina. 

Inizia così un intenso lavoro di analisi sul ruolo della Medicina e sul potere dei medici sulle donne, l'obiettivo primario è la conoscenza del proprio corpo e delle fasi fisiologiche che si attraversano nel ciclo di vita,  medicalizzate e bollate come malattie, primo passo verso l'autodeterminazione. 

Il gruppo affianca allo studio la pratica del self-help, la prima uscita pubblica è l'opuscolo Anticoncezionali dalla parte della donna, nell'aprile del 1974, stampato a proprie spese e diffuso in maniera militante,  che ebbe grande diffusione a livello nazionale e di cui si avranno numerose ristampe negli anni successivi. L'obiettivo, nelle parole di una fondatrice era: un primo progetto di informazione per rompere la cortina dei tabù e dei silenzi, per dire basta alla sofferenza e alla vergogna legate a un corpo trattato come se fosse senza cervello  né coscienza. Diffondere informazioni sulla contraccezione quando era ancora proibito parlarne significava imparare a conoscere il nostro corpo e a controllare la nostra fecondità  come primo passo per riflettere su di noi e diventare padrone di noi stesse (Luciana Percovich, Il corpo, la medicina, la scienza,  in Il movimento delle donne negli ultimi vent'anni, Milano, Unione femminile, 1989). 

Parallelamente  si fa strada, non senza contrasti,  un progetto più ambizioso da parte di un altro gruppo,  l'idea di aprire  un consultorio  autogestito alla periferia di Milano, un Centro per la Medicina delle Donne,  partendo dalla dalla consapevolezza che le donne vanno dal medico anche quando non sono malate, si configura così un luogo di riflessione e ricerca collettiva, non certo un semplice servizio per le donne, come saranno i Consultori familiari istituiti con Legge 29 luglio 1975, n. 405 e dichiarati servizi socio-sanitari.

In tutta Italia, nel 1974 e '75  si moltiplicheranno nelle varie città le iniziative e i Centri impegnati su questi temi, legati all'esperienza di vita quotidiana, si terranno Convegni, si discuterà sul modo di intendere il rapporto con le altre donne, che affluivano numerose.

La proposta milanese era  frutto di un lungo e raffinato lavoro di presa di coscienza e si focalizzava sulla costruzione di una politica nuova rispetto alle forme tradizionali, questa caratteristica la distingueva da analoghe realtà ma la rendeva invisa a  chi era propensa a mediare con le Istituzioni, inoltre prendeva corpo la battaglia per l'aborto condotta dai partiti e dalle loro organizzazioni femminili, che avrebbe catalizzato l'attenzione.

Ma soprattutto era malvista a Milano dai collettivi di autocoscienza e di pratica dell'inconscio.

Per un breve periodo si aprì un consultorio in un quartiere periferico, la Bovisa, luogo di pratica di autocoscienza e di self-help, oltre che di ricerca teorica e di servizio sul territorio.

Un altro gruppo di Lotta femminista di Milano praticò l'autocoscienza, affiancandola all'intervento intenso nei quartieri, davanti ai supermercati, ai giardinetti territoriali, nelle aziende, negli uffici e nelle scuole.

Nel momento in cui abbiamo scelto di fare autocoscienza nel nostro sottogruppo di Lotta femminista eravamo in dodici, di diversa età, estrazione sociale e impegno professionale. La pratica che ormai si era affermata in Italia significava  la possibilità di analizzare liberamente aspetti intimi della nostra vita, quali la sessualità, il rapporto con il nostro corpo, le relazioni con uomini e donne.

Ben presto ci siamo rese conto che quel famoso occhio  controllante e giudicante nei nostri confronti, con il corredo di criteri di valutazione, lo sguardo maschile sul mondo e sulle relazioni, l’avevamo interiorizzato nelle nostre esperienze di vita, di lavoro e di politica, e lo esercitavamo inconsapevolmente tra di noi, malgrado il separatismo dagli uomini, nella riproposizione dei ruoli: chi era più politica e razionale continuava a utilizzare schemi e parole consuete, tendeva a prendere la parola con frequenza, mostrando a volte insofferenza verso chi non concordava, chi era meno abituata a parlare in pubblico stava in silenzio, ma un silenzio pesante e colpevolizzante.
Di fronte a questo ostacolo ci siamo proposte di aggirarlo affiancando allo strumento della parola il disegno.

Nelle riunioni di autocoscienza parlavamo e contemporaneamente disegnavamo.
Il frutto della riflessione è contenuto in un libro, pubblicato nel 1975, nel quale noi autrici risultiamo tutte nominate rigorosamente solo con il nome di battesimo, dal titolo Perché non i fiori, Milano, La Salamandra.
In quell'occasione ci siamo chiamate Gruppo per l'espressione della donna.

Il titolo del libro e del gruppo non sono casuali, una donna di un altro gruppo di Lotta femminista in risposta alla mia illustrazione del nostro lavoro mi aveva invitato in modo un po' sprezzante a andare in giro per la città a dipingere fiorellini sui muri, per sottolineare l'irrilevanza della nostra iniziativa, in seguito a questo colloquio proposi il titolo Perché non i fiori.

L'introduzione del libro chiarisce le nostre intenzioni: ricorrere a uno strumento meno logorato della lingua, capace quindi di far emergere quanto rimane di non detto nei discorsi, spesso dominati da preoccupazioni di natura logico-razionale, alla ricerca di una modalità nuova di comunicazione tra donne.
Due di noi avevano a che fare con professioni artistiche, una era pittrice-scultrice, l'altra fotografa, le altre insegnanti, impiegate, una industriale-manager, un'attrice.

Il libro è diviso in otto capitoli, all'inizio di ogni capitolo abbiamo riportato delle brevi riflessioni come chiavi di lettura, poi i disegni, non firmati, che illustrano quanto ci eravamo scambiate nelle riunioni.
Infanzia è il primo capitolo, seguito da lavoro, sessualità, verginità, matrimonio, bellezza, età, femminismo, che è il capitolo conclusivo e segna un approdo, dopo un percorso costituito da storie individuali, segnate da tratti comuni di disagio, ribellioni, resistenze.

Nella prefazione si presenta il lavoro come un modo nuovo di fare politica tra donne.

Intanto  stavo entrando in una fase di  trasformazione personale contrassegnata da una torsione ideologica, non ero certo la sola, ricordo che in una Assemblea cittadina sui temi della maternità, sessualità e aborto ("Sottosopra n°3", 1975) una donna di Lotta Femminista esordì scusandosi per il fatto di continuare ad avere una relazione  d'amore con il suo compagno (un uomo, quindi un nemico), riscuotendo grandi applausi e anche il mio pieno consenso.

Mio marito per la sua storia personale e per le sue scelte di vita non corrispondeva al modello di maschio-maschilità tossica-  del quale parlavano le mie compagne nelle riunioni di autocoscienza. 
Se questo da un lato mi facilitava la vita, perché ad esempio condividevamo completamente anche il lavoro di cura nei confronti della casa e dei figli,  dall'altro  temevo di nutrire inconsapevolmente  una sudditanza psicologica nei suoi confronti, che mi impedisse di cogliere fino in fondo la mia mancanza di autonomia da lui.
Dibattendomi in questo dilemma mi stavo avviando verso un bagno di ideologia che avrebbe provocato alcune conseguenze di lì a poco nel mio nucleo familiare.

Entrambi i gruppi proseguivano gli incontri con altri collettivi dapprima in via Cherubini, poi nella Libreria delle Donne in Via Dogana, che nel frattempo era stata aperta con il concorso di tutte le donne del Movimento milanese, così come il giornale "Sottosopra. Esperienze dei gruppi femministi in Italia"(1973-1976).

Un' altra iniziativa di Lotta femminista fu l'audiovisivo Siamo donne, siamo tante, siamo stufe, realizzato da alcune donne del Gruppo femminista milanese per il salario al lavoro domestico, un documentario molto completo sullo stato delle cose presenti, sul doppio sfruttamento in casa e al lavoro, sulle lotte condotte  non solo in Italia ma anche nel resto del mondo, conosciuto attraverso la Rete internazionale alla quale aderiva Lotta Femminista.
Il video è consultabile in PDF al link:  
https://www.bibliotechecivichepadova.it/sites/default/files/opera/documenti/sezione-4-serie-1-12.pdf

(continua)















Alcune donne di 

venerdì 31 maggio 2024

1974-1977 esplode il Movimento delle donne Memorie di una femminista non pentita VIII

È dura  arginare le emozioni che piombano addosso quando ci si abbandona agli ambagi della memoria 

Consapevole da tempo dei tranelli tesi dai ricordi inventati più invecchio e meno mi sento sicura di loro, così abbandono ogni cautela e strumento di controllo in dotazione alle/gli appassionate/i di Storia  per lasciarmi andare alla mia ricostruzione personale degli eventi di quei quattro anni  fecondi di pratiche e pensiero.

Nel 1974 nasce a Milano il gruppo Lombardo di Lotta Femminista, che si differenzia dalla maggior parte dei gruppi analoghi operanti in molte città d'Italia per la pratica dell'Autocoscienza.

La storia dei gruppi Lotta Femminista e Salario al Lavoro Domestico  è poco conosciuta, fino a tempi recenti, per i fraintendimenti ai quali ha dato vita la parola d'ordine del Salario al lavoro domestico, strumentalmente accostata allora alla "pensione alle casalinghe" portata avanti da forze politiche istituzionali, depotenziandone il valore di lotta contro la gerarchizzazione patriarcale del dualismo  produzione e riproduzione.

Gran parte del Movimento di allora accettò senza approfondirle le critiche, e marginalizzò e cancellò nel dibattito politico e nelle immediate ricostruzioni di memorie nodi politici del pensiero e della pratica femminista, relativi al doppio sfruttamento, in casa e al lavoro, alla violenza domestica, alla salute, alla maternità, alla sessualità, all'amore, alla prostituzione...

Così è stato possibile che una tale ricchezza di analisi e di proposte politiche di un Movimento di dimensione nazionale, radicato in venti città italiane, collegato con realtà impegnate in lotte dello stesso tenore in Inghilterra, USA eCanada (Lotta Femminista faceva parte di una rete collegata alla International Wages for Housework Campaign), abbia avuto così poca risonanza mediatica e sia stata quasi ignorata dal resto del Movimento di allora in Italia, così da determinare una deplorevole separazione tra due filoni di pensiero e pratiche che avrebbero dovuto procedere strettamente connesse; una separazione che ha nuociuto non poco al contrasto di processi messi in atto dalle istituzioni politiche e sociali del paese, contro i quali ci troviamo oggi a combattere.

A Milano in particolare, il prevalere delle  pratiche di autocoscienza, con la torsione verso l'analisi dell'inconscio, ha comportato il discredito di Lotta femminista, volta a tenere insieme la dimensione della modificazione di sé con quella dell'intervento nel sociale. 

Il femminismo che praticava l'autocoscienza e l'analisi dell'inconscio considerava prioritaria per una reale modificazione dello stato delle cose la ricerca della complicità delle donne con l’ordine del discorso vigente, interiorizzato attraverso l'educazione di genere.

 D'altra parte le analisi e le pratiche dei gruppi di Lotta Femminista mancavano dello sguardo dentro le soggettività, in merito alle fantasie, alle paure, ai desideri, alle aspettative delle donne derivanti dalla interiorizzazione dell'ordine patriarcale.

Il linguaggio usato nei documenti, poi,  risentiva molto di quello delle lotte operaie in atto in quegli anni, mentre nel Movimento era diffusa la diffidenza nei confronti degli strumenti analitici marxiani impiegati nelle analisi, per timore di un assorbimento e conseguente neutralizzazione dei contenuti di lotta femministi nella più generale lotta di classe.

 Sta di fatto che la mancanza di lavoro comune tra i due filoni del Movimento italiano non è stato un elemento positivo per il Femminismo.

Ho accennato al fatto che al Convegno del Giugno 1971 erano presenti anche donne di Torino, oltre a Bologna, Padova, Ferrara, Pisa, Trento e Firenze, appartenevano a un Gruppo che si chiamava CR, un'organizzazione che traduceva e diffondeva materiali del Terzo Mondo, le donne di questo gruppo avevano cominciato a riunirsi separatamente, dando vita al Collettivo delle Compagne, da cui  avranno origine i gruppi del femminismo torinese, una parte di questi manterrà stretto contatto con i collettivi di Milano.

 Da Torino venne la traduzione del libro Noi e il ostro corpo, testo che risulterà fondamentale per tutte le donne che si sarebbero occupate del tema della sanità, della medicalizzazione delle fasi fisiologiche del corpo femminile, del rapporto medico-paziente, della contraccezione, della maternità cosciente.....

A Milano molte donne di Lotta Femminista scelsero di coniugare le lotte politiche con l'autocoscienza, si formarono quindi piccoli gruppi tra i quali alcuni più attivi degli altri nel sociale.

 La scelta della pratica politica  determinò un allontanamento  dai gruppi di Lotta Femminista  delle altre città, che non praticarono l'autocoscienza, ad eccezione di Ferrara e Modena.

I gruppi  di Lotta Femminista milanese più attivi furono il Gruppo femminista per una medicina delle donne,  il Centro per la Medicina delle Donne,  il Gruppo femminista milanese per il salario al lavoro domestico, che realizzò  l'audiovideo Siamo donne, siamo tante, siamo stufe e il  Gruppo per l'espressione della donna che pubblicò il libro di autocoscienza disegnata Perché non i fiori.





giovedì 2 maggio 2024

Il mio primo femminismo. Memorie di una femminista non pentita, vii

I primi anni del femminismo (1970-1973) mi avevano visto animatrice di gruppi di analisi e confronto sui temi dell'oppressione delle donne, della loro marginalità rispetto ai luoghi di potere, del carico del doppio lavoro, delle difficoltà dell'autodeterninazione rispetto al proprio corpo, della salute, degli ostacoli e dei vincoli esterni opposti alle donne nei loro tentativi di conquistare indipendenza economica e autonomia di pensiero e azione

mercoledì 24 aprile 2024

Non solo Milano.Memorie di una femminista non pentita, VI

 Mentre si moltiplicano i Collettivi e si sperimentano nuovi modi di stare tra donne, non solo per riflessione e elaborazione ma anche per divertimento, si registra un po’ di stanchezza nei gruppi che hanno iniziato per primi l’autocoscienza, alcune avvertono l’esigenza di indagare l’inconscio, nascono  nel 1974 due gruppi dedicati a questa pratica.

La stessa funzione di via Cherubini si modifica; da punto di riferimento e luogo di incontro tra donne a sede di un unico collettivo che diventa nel 1974 di Collettivo di Via Cherubini.

lunedì 22 aprile 2024

Dalla relazione tra donne alle relazioni tra femministe, parte II. Memorie di una femminista non pentita, V

Memorie di una femminista non pentita (V puntata)

venerdì 19 aprile 2024

Dalle relazioni tra donne alle relazioni tra femministe, parte I Memorie di una femmiista non pentita IV



Forse ci fu un affollarsi troppo repentino di eventi personali e sociali, di idee, scoperte di dimensioni diverse da quelle un po' claustrofobiche nelle quali ero vissuta fino ad allora, ne avrei scontato anni dopo la precipitosità e la mancanza di assimilazione emotiva e intellettiva, però furono tempi caotici anche per molti e molte della mia generazione.
La mia adolescenza, come ho già detto,  era trascorsa nel chiuso di un piccolo nucleo familiare, i miei genitori erano entrambi emigrati a Milano, rompendo in modo più o meno definitivo con la propria famiglia d'origine, non ho frequentato né zie/i, né cugine/i, se non per brevi incontri occasionali.
L’unica parente frequentata con grande amore fu la mia nonna materna, "fuggita" a Milano con la figlia poco più che ventenne e per questo messa al bando dalla propria famiglia d'origine, entrambe furono considerate dai e dalle loro parenti, famiglia patriarcale infarcita di suore e preti, alla stregua di puttane.

D'altronde mio nonno materno, 
il più giovane di undici tra fratelli e sorelle, era socialista e per questo  considerato pecora nera della famiglia benestante, ultracattolica e clericale, Pur essendo socialista poi, mio nonno era anche razzista dato che sembra si sia scandalizzato all'idea che sua figlia sposasse un poliziotto per di più meridionale, non andò neppure al matrimonio della figlia, suppongo fosse anche sessista, allora non si usava questo termine, visto che ha impedito a mia madre di continuare gli studi, mentre si è adoperato per fare studiare il figlio svogliato, con scarso esito.
Mio padre era un proletario, poliziotto e fascista, i miei nonni paterni erano  morti.
Questo conosco della mia storia familiare, dai pochi accenni di mia madre quando avevo quindici o sedici anni.

Non so se mi fa bene andare a risvegliare certi ricordi, da un lato è la prima volta che li analizzo senza l'incalzare di una emozione contingente, in una dimensione più conoscitiva, come è per me la scrittura, dall'altro però mi accorgo di procurarmi un'agitazione imprevista e un sotterraneo disorientamento, pericoloso per la mia fragilità emotiva di donna "anziana", che spesso si manifesta in sogni notturni molesti.

Credo di essere spinta dal desiderio di capire una buona volta, arrivata a questo punto della mia vita, qualcosa del mio rapporto con le donne, passato, presente e futuro.
Non posso che partire da due eventi cardine : il rapporto interrotto bruscamente con mia madre, l'esperienza di vita e di pensiero femminista.
Il nodo è apparso da subito stretto quando, dopo qualche tempo di pratica di autocoscienza condotta con il mio Collettivo ininterrottamente per cinque anni dal 1973 al 1978, ho fatto un sogno ancora vivido nella mia memoria e alquanto terrorizzante, ho sognato mia madre, in figura di morta, che mi inseguiva in un corridoio con un pugnale in mano per colpirmi alle spalle.

Non ho mai fatto analisi, non sono mai ricorsa a colloqui psicologici, non ho mai molto indagato la mia interiorità. Durante l’adolescenza ho sofferto di un eccesso di fantasia compensativa, pari all'impotenza della quale mi sentivo preda. Un'attività fantastico-ossessiva  che mi faceva preferire l'isolamento alla dimensione collettiva amicale, eccesso che mi si è puntualmente ripresentato altre volte nel corso della vita in situazioni di forte frustrazione emotiva.
Gli unici momenti di riflessione sul mio mondo interiore sono stati quelli dell'autocoscienza, in quegli incontri confrontavamo il nostro vissuto nelle relazioni con donne e uomini, nella sessualità agita o patita, nel lavoro, nella rappresentazione del mondo e nella autorappresentazione, mai però, nel mio gruppo, scendevamo a considerare qualcosa di più profondo, sia perché, consapevoli della nostra inesperienza nel campo psicologico, temevamo i possibili disastri derivanti da arbitrarie interpretazioni, sia perché volevamo evitare momenti di "sfogo emotivo", pratica largamente agita nelle tradizionali situazioni amicali tra donne. Consuetudine, questa, che serviva senz'altro a sollevare il morale al momento, ma non incrementava per niente la conoscenza delle responsabilità personali, individuali e collettive nel mantenere l'ordine simbolico vigente e rischiava di incrementare il vittimismo comune, accettato come dato ineluttabile, smorzando ogni volontà di modificazione di sé e del. Mondo.

La pratica dell'autocoscienza ha significato molto per me in termini di comprensione del mondo e di me, mi ha aiutato a uscire dalla dimensione claustrofobica nella quale ero stata -e mi ero- rinchiusa, ma la mancanza di abitudine ad una pacata autoriflessione (sostituita da fantasie compensative esasperate che hanno agito da barriera difensiva) ha inciso in qualche modo sulla deriva ideologica che a un certo punto del percorso ha preso il mio femminismo.

 

giovedì 11 aprile 2024

Un passo indietro. Memorie di una femminista non pentita, III

 Sono stata una credente convinta, a quindici anni insegnavo catechismo alle bambine del mio oratorio, sono cresciuta in una famiglia nostalgica del fascismo e tradizionalista nei costumi e nelle relazioni, ma con una madre che cercava di motivare fortemente le sue figlie all'emancipazione economica, attraverso lo studio, anche e soprattutto nei confronti di un marito, sempre supposto.

Fu una battaglia costante per lei, condotta con determinazione contro mio padre che avrebbe voluto farci diventare segretarie d'azienda. Un' emancipazione che a lei era mancata, pur avendo un padre "socialista", al quale rimproverava  una maggiore 'attenzione al figlio maschio, che poi sarebbe entrato nella milizia fascista.