Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post

venerdì 7 febbraio 2025

Dominio maschile, struttura produttiva, femminismo

 Una delle acquisizioni più importanti del femminismo degli anni Settanta è che considerare le donne soggetti al pari degli uomini in ogni ambito di vita e di  pensiero, smettendo di rappresentarle interne alla categoria di umanità declinata al maschile inteso come neutro universale, ha costretto a confrontarsi con le parzialità che costituiscono l'umanità, a partire dalla prima distinzione tra donne e uomini. Questo ha implicato una rivoluzione di sguardi, di punti di vista, di convinzioni create da tempi immemorabili, di certezze consolidate, di sicurezze assimilate oltre che nella vita quotidiana, nella vita pubblica e sociale, nei campi e settori di studi e ricerche, nei conflitti e nelle lotte.

Il  lavoro definito come produttivo di merci e servizi è strettamente intrecciato con il lavoro di cura, anzi si basa su quest'ultimo per la propria sopravvivenza, ma le due sfere sono state separate -come fossero autonome l'una dall'altra- dalla divisione patriarcale del lavoro: alle donne la sfera della cura corrispondente alle loro attitudini e capacità presupposte "naturali"e agli uomini quella della produzione, secondo altre attitudini  supposte come "naturali". 
Divisione che oggi è stata messa fortemente in crisi  dalle modificazioni economiche, sociali, culturali e di costumi, ma permane la struttura della divisione sedimentata in secoli nelle mentalità di donne e uomini, nell'immaginario, struttura ancora documentabile nella lingua di comunicazione, e pronta a riemergere nelle contingenze pratiche e nelle ideologie. 

La soggettività delle donne si è storicamente plasmata durante la nostra evoluzione nelle attività di accudimento di persone, animali, piante e oggetti, di raccolta e preparazione di cibi, di riparazione e mantenimento di ambienti di vita,; la comunità degli uomini ha perimetrato l'ambito di attività e realizzazione delle donne nel campo della maternità reale e simbolica e della seduzione, .
Il riconoscimento e l'apprezzamento di familiari e estranei, quando c'era, compensava dell'insignificanza sociale caratteristica della maggioranza delle donne, che impediva di mettere voce nelle decisioni importanti di vita individuali e collettive.
L'alibi generale per l'esclusiva attribuzione dei compiti di cura  era costituito dal  fatto che le loro fatiche erano dettate dall'amore, l'arma potente di assoggettamento delle donne.

Quando poi le  attività di cura sono entrate nel mercato sono state svalutate socialmente, proprio perché femminili, e quindi poco pagate, anche se svolte da uomini.
Un esempio per tutti la situazione delle e degli insegnanti, almeno nel ciclo della scuola primaria e delle medie,  connotata da aspettative di tipo materno.

Analogamente la soggettività maschile ha assunto caratteristiche "adatte" alla produzione, alla politica, alle  istituzioni, senza doversi preoccupare delle attività fondamentali del lavoro di cura, consegnate totalmente  alle donne. 
Questo impoverimento  psichico e fisico degli uomini è diventato una causa della loro fragilità complessiva, che sfocia in molti casi in violenza e prepotenza quando la donna preposta a tali compiti si sottrae.

Il mondo della produzione, così come si è venuto configurando negli ultimi tre secoli, è stato egemonizzato da un sistema di produzione, il capitalismo, che ha puntato esclusivamente all'incremento dei profitti dei maggiori detentori dei mezzi di produzione, e ha estratto ricchezza oltre che dalla forza-lavoro impiegata,  anche dalle attività del lavoro di riproduzione erogate dalle donne in tutto il mondo, con carichi di lavoro diversi a seconda delle situazioni economiche e sociali. 
Inoltre  il capitalismo, nelle sue varianti nel tempo e nello spazio, ha saccheggiato fino all'inverosimile  terre, acque, animali e piante. 
Il mondo della cura è stato pretestuosamente offerto come contrapposto alla ferocia considerata indispensabile a quello della produzione,  pertanto è stato idealizzato come luogo appagante e  irenico,  il luogo dell'affetto disinteressato, dove ritemprare le forze e le energie spese nelle attività pubbliche. 
In questo consiste l'intreccio attuale tra capitalismo e  dominio maschile. 

Negli ultimi decenni si sono prodotti molti cambiamenti nella struttura economica, la femminilizzazione del lavoro ha  preteso  che le attitudini "naturali" e le capacità tradizionalmente maturate dalle donne nell'ambito della cura fossero apprese anche dagli uomini  ed esercitate nel campo della produzione, fino a arrivare alla richiesta di lavoro gratuito in certi casi, così come è gratuito il lavoro domestico.

Si moltiplicano i tentativi da parte delle donne di sottrarsi agli obblighi derivanti dal modello tradizionale di famiglia, ma al mutare delle condizioni storiche non corrisponde un altrettanto veloce cambiamento di mentalità, di sensibilità, di comportamenti. 
La forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto. 

Quindi occorre affiancare alle lotte sociali le battaglie culturali per l'eliminazione delle immagini interiorizzate relative alla relazione donne e uomini, che sono la base delle rappresentazioni e autorappresentazioni di donne e uomini, principali responsabili dell'inerzia linguistico-mentale.

Ecco perché per cambiare alle radici il sistema di produzione che ci affligge occorre lottare contro il dominio maschile, che è un suo potente sostegno e viceversa per rovesciare il dominio occorre abbattere il sistema economico che  vi si è intrecciato; non sono possibili scorciatoie.


giovedì 28 marzo 2019

La violenza strutturale delle società capitalistico-patriarcali


La violenza degli uomini sulle donne nelle società capitalistico-patriarcali è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza, in parte largamente accettati socialmente come normali, e, nei casi di maggiore gravità, attribuiti a responsabilità del singolo.
Essa costituisce la struttura fondante l'ordine patriarcale, a livello simbolico:i l maschile considerato come pseudo-universale e in quanto tale  rappresentativo delle donne e degli uomini concreti,   a livello economico: la divisione sessuale del lavoro assegna alle donne come prioritaria la sfera della riproduzione e agli uomini quella della produzione, dando vita a relazioni incentrate sullo scambio sessuo-economico, a livello sociale e politico: la trasformazione culturali e sociali, prodottesi negli ultimi due secoli ha portato le donne in massa anche nel mondo della produzione, ma le politiche sociali e le leggi, a partire dall'articolo 37 della Costituzione, che recita Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare, non smettono di ricordare a donne e uomini l'obbligo di assolvere gli uni e gli altri la loro funzione primaria. 
Già questo carico sulle spalle delle donne è una violenza, costringendole a una quotra di lavoro gratuito a sostegno dell'aconomia del proprio paese.
che sarà esercitata a diversi gradi  a seconda dei tempi e delle ideologie di riferimento.  Si tratta di un'ampia gamma di comportamenti  che vanno  dal sessismo nell'uso della lingua, alle irrisioni delle battute misogini, alle pubblicità sessiste, alle molestie verbali e gestuali, alle offerte di protezione di vario tipo, ai trattamenti discriminanti nel mondo del lavoro, agli insulti, alle percosse, alle aggressioni sessuali, alle mutilazioni, ai femminicidi.  
Dal momento che sia gli  uomini che le donne sono educati/e al dato di fatto che le donne devono assolvere la "loro essenziale funzione familiare", a questo vanno convinte con minacce e lusinghe,  quelle che non lo fanno, lo fanno male, sono riluttanti vanno corrette, con le buone o con le cattive.

Nell'adempimento della funzione familiare le donne sviluppano attitudini e capacità specifiche, che si tramandano come tratti peculiari dell'identità femminile
Millenni di esercizio di competenze e capacità plasmano la psiche umana, trasformando in seconda natura caratteristiche storicamente determinate, per le donne come per gli uomini.
Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso conclusosi sotto l'egida della Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, che si moltiplicano gli inviti alla valorizzazione delle donne oltre che nella sfera del privato familiare anche in quella del pubblico, nel mondo del lavoro e nei settori della finanza e del management, e ora anche nella sfera della politica come risorsa per riequilibrare il progressivo sconvolgimento del sistema neocapitalistico, mettendo a frutto le qualità acquisite  e le attitudini alla cura,  all'accudimento di persone, al conforto di chi soffre, fisicamente e psichicamente, alla manutenzione di cose, ambiente,  alla collaborazione e alla mediazione piuttosto che al conflitto, all'empatia verso colleghe e colleghi, oltre a una buona dose di senso pratico nel risolvere problemi che si presentano improvvisamente.
Tutte qualità che ultimamente vengono richieste anche agli uomini al lavoro, per il benessere delle aziende.



L'accettazione di questa funzione, materno-seduttiva offre alle donne uno strumento di riconoscimento di insostituibilità nelle reti sociali e familiari, oltre che amore, alimentando in loro il massimo di potenza immaginaria che compensa l' insignificanza reale, pronta a ricomparire in momenti di emergenza sociale, infatti in caso di guerra sono spazzati via ogni riguardo e/o ossequio formale verso il ruolo salvifico delle donne, esse da un lato sono chiamate a curare persone e ambienti distrutti, e a sopperire nel lavoro alla mancanza temporanea degli uomini, dall'alto sono aggredite come proprietà dei nemici.

Molte donne non intendono rinunciare ai vantaggi che  comunque l'immagine salvifica e consolatrice procura loro nelle vite singole e concrete, anche se a prezzo della loro libertà. La tendenza a impiegare donne nei ruoli strategici e apicali di aziende, compagnie e istituzioni pubbliche e private produce empowerment individuali, purtroppo spesso a discapito di altre. Non è semplice, né facile, riconoscere le interiorizzazioni di immagini, aspettative, desideri e paure sedimentate nelle coscienze delle donne -e reciprocamente degli uomini- durante i tempi lunghi di esercizio patriarcale, agito e subito. Non è semplice, né facile abbandonare nicchie consolidate di potere/contropotere acquisite in pratiche millenarie per avventurarsi in territori sconosciuti.
Indipendentemente dai vantaggi che queste scelte comportano, pur importanti nell'economia di ogni singola vita, occorre resti chiara la consapevolezza che sia le donne che si dedicano al compito di salvare il mondo, secondo la caratteristica dell'oblatività materna, sia quelle che si attivano nella gratificazione erotico-sessuale degli uomini, secondo il dettato della cosiddetta autodeterminazione conquistata, costituiscono due facce della stessa medaglia, nell'ambito della funzione patriarcale assegnata.

Il sistema neoliberista oggi dominante, nella sua opera incessante di assorbimento e rielaborazione di costumi, tradizioni e culture finalizzata all'incremento del profitto, esalta e/o smorza di volta in volta tratti propri di questa immagine del femminile, a seconda dei momenti e dei luoghi nei quali agisce, inserendosi  anche nelle contraddizioni delle donne e degli uomini concreti. 
Per questo appare monco sia un conflitto agito solo contro il patriarcato, senza tenere conto del contesto economico sociale in cui si vive, sia un conflitto spostato solo sul piano della lotta al sistema, senza tenere conto dell'interiorizzazione di immagini, aspettative, desideri e paure sedimentate nelle coscienze delle donne degli uomini durante  i tempi lunghi di esercizio patriarcale, agito e subito. 





sabato 17 novembre 2018

Trappole. Riflessioni sparse d'autunno

Trappole

Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso sotto l'egida della Conferenza Mondiale di Pechino, nel 1995, che si moltiplicano gli inviti alla valorizzazione delle donne oltre che nella sfera del privato familiare anche in quella del pubblico, prima di tutto nel lavoro e nei settori  della finanza e del management come risorsa per riequilibrare il progressivo sconvolgimento del sistema. neocapitalistico, mettendo a frutto le qualità naturali che oggi definiremmo attitudine alla cura di persone e cose, alla collaborazione e alla mediazione piuttosto che alla lotta, all'empatia verso colleghe e colleghi, oltre a una buona dose di senso pratico, nel risolvere problemi.

Arriva in soccorso di queste considerazioni la trappola della compassione, la felice definizione di una sociologa statunitense della funzione patriarcale attribuita alle donne nella divisione sessuale del lavoro, vale a dire il compito di porsi in mezzo agli uomini per moderare la naturale barbarie  maschile, ingentilire i costumi, riparare ambienti, cose e persone ferite fisicamente e psichicamente, mediare conflitti nel privato familiare e/o nel pubblico/sociale, grazie alle doti naturali femminili. 

Il che serve a mantenere la pace di genere tra uomini e donne all'insegna della complementarità.

D'altra parte millenni di esercizio di competenze plasmano la psiche umana. trasformandosi in seconda natura, per le donne come per gli uomini.
La trappola offre alle donne un riconoscimento di insostituibilità nelle reti sociali e familiari, alimentando  in loro il massimo di potenza immaginaria che nasconde il  massimo di insignificanza reale, 
In caso di guerra sono spazzati via  ogni riguardo e/o ossequio formale verso il ruolo salvifico delle donne, esse da un lato sono chiamate a curare uomini, ambienti e a sopperire nel lavoro alla mancanza temporanea degli uomini, dall'alto sono aggredite come proprietà dei nemici, 

E' difficile per molte e molti di noi cogliere la violenza strutturale sottesa all' esaltazione della funzione salvifica delle donne, smascherata puntualmente dalle guerre collettive e individuali condotte dagli uomini, prima di tutto contro le donne che non si omologano alle aspettative di  genere  e poi contro gli altri uomini.

La violenza strutturale della società è alla base di tutti gli episodi individuali e collettivi di violenza degli uomini sulle donne,  dal sessismo nell'uso della lingua, alle irrisioni delle battute misogini, alle pubblicità sessiste, alle molestie verbali e gestuali,  alle offerte di protezione di vario tipo,  ai trattamenti discriminanti nel modo del lavoro, agli insulti, alle percosse, alle aggressioni sessuali, alle mutilazioni, ai femminicidi.

La tendenza a impiegare donne nei ruoli strategici e apicali di aziende, compagnie e istituzioni pubbliche e private produce empowerment individuali, purtroppo spesso a discapito di altre.
Il fenomeno è comunque positivo, potenzialmente in grado di migliorare il trattamento riservato alle donne in tutti i settori della vita collettiva e individuale, a patto di non salutarlo enfaticamente come possibilità di rappresentanza delle istanze di tutte le donne.

Nello stesso modo vanno viste con favore le battaglie condotte per il raggiungimento di pari opportunità nel lavoro, così come tutte le iniziative volte a alleggerire il carico di impegni familiari che gravano sulle nostre spalle.

Tutto questo purché si tenga presente che in questo modo non si scalza il patriarcato, si contribuisce a mantenere saldo il traballante ordine patriarcal-capitalistico, restando confinate nel ruolo modernizzato, e adattato alle trasformazioni culturali e sociali, di riproduttrici,

Indipendentemente dai vantaggi che queste scelte comportano, pur importanti nell'economia di ogni singola vita, occorre resti chiara la consapevolezza che sia le donne che si dedicano al compito di salvare il mondo, secondo la caratteristica dell'oblatività materrna, sia quelle che si attivano in settori di gratificazione erotico-sessuale degli uomini, secondo il dettato dell'autodeterminazione conquistata, costituiscono due facce della stessa medaglia, nell'ambito della funzione patriarcale

E' questo il terreno di lotta da perseguire, se si vuole uscire dal patriarcato.

domenica 2 marzo 2014

Appelli al cambiamento e modificazioni reali


Date le condizioni in cui versa questo nostro pianeta, a causa dello spreco e del consumo sfrenato di risorse da una parte minoritaria della popolazione mondiale, che affama e impoverisce la maggioranza di donne, uomini e bambini/e, ben vengano gli appelli -sempre più numerosi-a mutare il nostro sistema di produzione e di consumo di cibi.
Gli inviti a consumare meno, o a eliminare del tutto carne, latticini, salumi rispondono a istanze di salute per noi, di etica nei confronti degli animali, rispondono alla necessità  di un rovesciamento radicale di abitudini contratte nel corso di martellanti campagne pubblicitarie, tutto bene, ma  nella situazione attuale di produzione-consumo, in un sistema  come il nostro, patriarcale capitalistico, rischia di tradursi in un  accumulo di lavoro per le donne, innanzitutto, e anche per uomini dediti a condividere la cura con le loro donne.
Mia nonna cucinava, quasi prevalentemente minestre, minestroni, verdure ripiene, torte salate, polpettone di verdure, tutte cose buonissime (data anche la verdura di allora, molto più saporita dell'attuale), ma dedicava alla spesa e alla cottura l'intera mattina, mentre il resto del lavoro domestico era svolto da mia mamma.
Non appena non fu più tra noi cambiò anche quel sistema di alimentazione in casa nostra, purtroppo, perché da allora su mia madre gravò tutto il lavoro, si ricorse di più a bistecca, formaggio, pasta al pomodoro, tranne le domenica, dedicata alla cucina.
Vivere di verdure, cereali, legumi è possibile e anche molto piacevole, ma richiede molto tempo per la preparazione e energie, se poi ci si orienta al biologico, i costi diventano insostenibili, e solo per persone benestanti..
Nella mia esperienza di adulta tra lavoro, allevamento figli, interessi politici, pur amando io  molto cucinare, il tempo dedicato alla cucina fu molto ridotto, tranne che la domenica mattina e in occasione di inviti a cena di amic*.
Tutto questo malgrado la totale condivisione di compiti e mansioni relative al lavoro domestico e all'accudimento dei bambini con mio marito. Tra l'altro eravamo entrambi insegnanti.
So benissimo che cosa significa oggi, per le giovani donne e i giovani uomini, dover dedicare tempo alla preparazione di cibo, gravat* come sono anche dalla cura di noi vecchi, oltre che dei loro figli, quando ci sono, e dai ritmi di lavoro.
Il risultato di questi articoli un po' terrorizzanti sulle conseguenze delle scelte alimentari più comuni temo possano avere effetti contrari a quelli sperati, nel senso che vengano bellamente ignorati per evitare sensi di colpa. 
Concordo con il fatto che occorre iniziare dal basso a modificare i consumi, ma occorre anche tenere conto delle situazioni concrete nelle quali si vive, ad esempio comprare a chilometro zero va bene, ma se si è in pensione, o comunque si dispone di tempo, altrimenti è più veloce il super, d’accordo con il boicottare case di produzione, ma se non si cambia l’organizzazione produttiva e distributiva, volta al profitto e non al bene comune, non si potrà mai cambiare radicalmente comportamenti a livello di grandi numeri.
Infine si legge di congressi internazionali e seminari scientifici che scoprono che  una vita serena, con scelte appropriate alle singole soggettività, senza  frustrazioni e preoccupazioni è più lunga e sana. 
Alle analisi sulle condizioni di lavoro, di reddito, di vita, dei diritti civili e sociali, dell'inquinamento e della distruzione di risorse, continuano a restare estranee le analisi sulle attività relative al lavoro domestico, vale a dire manutenzione degli ambienti, preparazione di cibo, allevamento delle piccoli/e, cura delle inabilità temporanee o permanenti, ristorazione psicofisica, affettiva, sessuale, rivolta soprattutto da donne a uomini adulti.
Attività che sostengono, in tutto il mondo, l'attuale sistema di produzione e distribuzione di beni e merci; attività gratuite, mal retribuite, disprezzate,  che comunque hanno come protagoniste in maggioranza  le donne, sia nei paesi arricchiti che nei paesi impoveriti, e negli ultimi anni anche i migranti uomini.

giovedì 28 febbraio 2013

Donne in politica

Ci siamo, con queste elezioni siamo allineate alle altre  democrazie, anche se restiamo buoni ultimi, nel rapporto donne -uomini nelle istituzioni di rappresentanza politica.
C'è comunque da esserne contenti/e, se non altro per una questione di riequilibrio di genere, ancora alla fase iniziale.
Lascio alla stampa tutte le considerazioni più o meno entusiastiche su quella che viene rappresentata come "svolta epocale", insieme al contemporaneo svecchiamento del ceto politico. Così come tralascio le supposizioni su che cosa questo significherà in termini di influenza sulle politiche che metteranno in atto i vari partiti.
Ho letto in un  articolo che alcune giovani deputate e senatrici  hanno indicato in ordine sparso le priorità personali: abolizione totale della caccia, riforma della giustizia, diminuzione degli sprechi nella spesa pubblica, riforma del sistema carcerario. Non so come funzionerà per loro la lealtà al gruppo di riferimento, e se riusciranno a portare a termine gli obiettivi.
Speriamo di sì.
Credo che già questo coglierà alla sprovvista chi -uomo o donna- si ostina a considerare i temi relativi alla cura  dei viventi e del loro ambiente (nell'ambito quindi di politiche relative a welfare, sanità, istruzione....) propri delle donne, nel pubblico e nel privato.
Se il discorso si allarga a tutti i campi della vita sociale ecco che potrebbero cadere  baluardi consolidati e potrebbero rimettersi in gioco assetti teorici, pratici e di potere che finora apparivano inespugnabili.
E' stato osservato che almeno da noi l'ingresso non eccezionale di donne in istituzioni e professioni tradizionalmente maschili coincide in genere con la decadenza, economico e di prestigio, delle stesse cariche. E' avvenuto così ad esempio per la scuola superiore, e, se effettivamente questo Parlamento riuscirà a contenere tutti gli emolumenti dei quali gode ancora il ceto politico, sarà così anche in questo caso, dal punto di vista economico; della decadenza delle istituzioni rappresentative oggi in Italia poi non mette neanche conto di parlare.
Non a caso sono ormai decenni che la nostra democrazia si rivela sempre più bisognosa di allargamento a soggetti inediti, e da più parti si concorda sull'esigenza di perfezionarla in democrazia partecipata.
Come donne non siamo né un gruppo sociale, né una formazione politico-sindacale, in questo senso non condividiamo interessi comuni (di lobby), ma uno scenario comune sì, derivante direttamente dal nostro sistema patriarcale-capitalistico; su questo secondo me si potrà giocare per ottenere alleanze tattiche iniziali tra donne -e uomini altrettanto contrari al sistema- che mutino le regole del gioco, regole tarate su un soggetto maschile (bianco, eterosessuale) falsamente rappresentativo di uomini e donne.
Ricordo come esempio che più di vent'anni fa una brava dirigente del maggior sindacato metalmeccanico, promossa alla direzione nazionale, si trasferì a Roma, con la figlia piccola e trovò che le riunioni importanti, di programmazione delle attività, erano tutte convocate dalle 18 in poi! Dovette combattere a lungo per ottenere lo spostamento di orario, dal momento che non aveva una moglie a casa ad accudire alla figlia!
D'accordo che l'episodio può essere anche letto alla luce delle differenze tra le persone e le abitudini di vita: lei veniva da Torino, Nord, mentre a Roma e nel Sud gli orari di vita sono spostati verso sera, le differenze di posizione economica possono incidere nel permettere o nel non consentire  aiuti domestici, ma resta il fatto che se molte donne hanno rinunciato a certe carriere e lavori è stato non per automoderazione o mancanza di ambizioni personali, ma per il carico della "cura".
In questo senso è possibile che la quantità -più donne nei posti apicali e pubblici- si trasformi in qualità,  comportando un cambiamento delle regole consolidate di partecipazione, finora a misura di uomo, per permettere una reale competizione tra soggetti interessati alla guida del paese.
Questo sarebbe finalmente un elemento  di chiarezza e disambiguità, un obiettivo inizialmente unificante: organizzarsi socialmente in modo che le donne che lo vogliono godano delle condizioni materiali (condivisione della "cura" con gli uomini, in primis) per accedere alle responsabilità che desiderano, così come avviene per gli uomini (tralascio, ma non ignoro,  in questo amito del discorso il dato di classe, che incide anche sugli uomini in termini di accesso ai luoghi di potere).
E' da qui che comincia il bello e il vero conflitto, tra donne e donne, tra donne e uomini, tra uomini e uomini, politicamente parlando, sul mondo che ci prefiguriamo, che vogliamo abitare, sulle priorità da realizzare, sulle modificazioni da introdurre e sulle pratiche da scardinare.
Così si uscirà dalle due dimensioni nelle quali come donne siamo immobilizzate, simmetriche tra loro, e ugualmente stereotipate:  quella di  vittime, fragili e bisognose di tutela, oppure al contrario di onnipotenti, in grado con la nostra sola presenza nei luoghi che contano di raddrizzare i torti, far fiorire l'economia e la produttività delle aziende (il valore rosa aggiunto di cui tanto si parla oggi)  ingentilire i costumi, portare luce e civiltà nella barbarie incalzante.

martedì 26 febbraio 2013

Ogni cosa è illuminata. Ora si fa sul serio



Ogni cosa è illuminata



Tre mesi sono passati, molto intensi, sia per eventi personali che collettivi.
In occasione delle elezioni mi sono trovata a considerare questioni politiche in un'ottica  più pratica che teorica, il che ha richiesto un'accelerazione, con il rischio di qualche semplificazione.
Finalmente le elezioni ci sono state e hanno avuto il merito di mettere in luce la situazione di crisi delle forme e dei contenuti della politica tradizionale espressa fino ad oggi dai partiti, intenti ormai  a presidiare gli ultimi scampoli di potere.
I livelli numerici di astensione, schede bianche, schede annullate, sommati -non per contenuti, ma per novità di situazione- ai risultati del Movimento 5Stelle hanno indicato che la maggioranza -più del 50% di italiane e italiani- non è più d'accordo con il sistema finora  prevalente in Italia: metodi, contenuti, persone incluse.
Non conosco le analisi dei flussi, né le rilevazioni sociologiche a proposito, dei e delle partecipanti al voto, ma parlo per me, donna che ritiene necessario modificare l'attuale sistema della rappresentanza della nostra democrazia allargandolo, invece che restringerlo di fatto alle e agli esponenti di interessi consolidati, nel senso di una democrazia partecipativa.
Ma  la democrazia partecipativa si costruisce tutt* insieme, partendo dal conflitto ineludibile  in una società di persone autonome nell'esprimere la propria soggettività culturale, politica e materiale, 
persone quindi portatrici di interessi confliggenti tra loro, cerca il confronto fra gli interessi particolari contrapposti, alla ricerca di una loro composizione in vista di una convivenza abbastanza soddisfacente in uno stesso luogo (il paese) e nello stesso tempo. E non può essere un'etichetta vuota, da appiccicare ai programmi elettorali, una parola d'ordine per attirare consenso, in questo senso le persone  sono più intelligenti di quanto pensino i nostri attuali politici e politiche, e soprattutto non ci cascano più.
Soprattutto, una democrazia a un livello  migliore dell'attuale si costruisce in tempi medio-lunghi.
Non mi interessa neppure misurarmi con il falso problema: partiti sì, partiti no. I partiti, nati in Italia alla fine dell'Ottocento (!892 Partito socialista italiano) si sono costituiti proprio per allargare la partecipazione politica delle masse fino ad allora escluse dalla possibilità di incidere sull'organizzazione sociale, economica e politica del paese, dominate e sfruttate dai notabili locali e nazionali, che piegavano le classi disagiate ai propri interessi, detenendo soldi e poteri. I partiti hanno portato avanti un'opera meritoria di educazione, in un sistema di massimo analfabetismo, quale quello italiano, hanno aiutato a costruire lotte, hanno collegato realtà frammentate, sono stati un veicolo di democrazia.
Hanno dato voce agli esclusi, escludendo a loro volta le donne, questo il peccato originale, dal quale parte ogni male secondo me, e  che comporta conseguenze anche oggi.
E' vero che dal 1946 noi donne votiamo, ma il nostro voto serve a confermare un ordine simbolico, sociale e culturale patriarcale, che prevede ruoli sociali, compiti e funzioni definite in base all'appartenenza sessuale e ai modelli di uomo e donna, e delle loro relazioni, previste dalla società patriarcale, e capitalistica, che non viene scalfita, malgrado la modernizzazione dei costumi; modernizzazione spesso scambiata erroneamente per sovvertimento dei fondamenti ai quali si ispira.
Ma da quando i partiti si sono irrigiditi in organizzazioni volte ad assicurare il potere e i privilegi dei gruppi dirigenti, in accordo con i poteri forti (economici e finanziari) nazionali e internazionali, hanno smesso di costituire un elemento trainante della trasformazione dello stato di cose presenti, limitandosi a richiedere consenso in vista delle scadenze elettorali, per poi procedere come prima.
Questo aspetto coinvolge tutti gli attuali partiti, di destra, sinistra, centro; non so, ma non vorrei fosse così anche per le nuove formazioni, appena affacciatesi alla ribalta politica italiana.
Anche i punti qualificanti dei programmi hanno perso vigore e senso, tanto che li si può trovare, più o meno camuffati, in tutte le proposte delle varie formazioni politiche (mi limito a quelle  di natura democratica).
E' dalle iniziative esterne ai partiti, anche se poi questi ultimi a volte le fanno proprie, dai gruppi vari, dai movimenti che negli ultimi anni sono nate le proposte più innovative e in grado di mobilitare molte e molti, e qui torno alla vexata quaestio della partecipazione delle donne alla vita politica, intensa nelle fasi di lotta e organizzazione delle stesse, e minoritaria, o meglio marginalizzata nel momento dell'accesso ai luoghi di potere.
In queste elezioni c'è stat tutta una corsa, da parte delle formazioni che si sono presentate alle elezioni, a esibire il numero di donne in lista, tutti i partiti si sono rubati alternativamente il titolo di partito con un numero maggiore di donne; ma non è questo il punto.

Non siamo noi donne un gruppo sociale, non abbiamo gli stessi interessi, ci sono quelle alle quali il patriarcato va bene così com'è, perché assicura loro vantaggi e allora al momento dell'azione e delle decisioni  condividono metodi e contenuti con gli uomini delle loro formazioni.
Ci sono quelle, e per fortuna sempre più quelli, ai quali non va bene il sistema patriarcale-capitalistico ma non riescono a uscire da una dimensione di nicchia e a far sentire fino in fondo la propria voce, per la sordità a questi temi delle formazioni in campo.
Ma dopo queste elezioni il sistema imbalsamato che abbiamo avuto fino a oggi è saltato, si sono aperte nuove prospettive

Ora si fa sul serio
Io adesso parlo delle situazioni di analisi, teorizzazioni e conflitto che conosco, sapendo che ce ne sono molte, anche espressione di soggettività e sensibilità politiche diverse dalla mia, che vanno indicate e seguite, perché destinate a mobilitare la vita di noi tutt* nei prossimi tempi.
Nei tre mesi di preparazione alle elezioni ho contribuito alla stesura del Manifesto degli obiettivi immediati, scritto da Iole Natoli, in collaborazione con me, Teresa Pezzi e Ilaria Tarabelli (http://agendadonneitalia.blogspot.it/), rivolto a candidate e candidati, d'accordo sulla necessità di smantellare il sistema patriarcale-capitalistico come un sistema irriformabile, violento, ingiusto nei confronti di molte e molti,  a favore di pochi e poche privilegiati/e, rispetto alla totalità degli abitanti del pianeta.
Il Manifesto in questione contiene un primo pacchetto di proposte dettate dalla considerazione che i problemi di convivenza riguardano allo stesso modo donne e uomini, cancellando finalmente l'idea che le donne siano interessate e competenti in certe tematiche relative alla cura del vivere e al mantenimento di relazioni civili tra le persone (ambiente, natura, accudimento di persone e animali,  e manutenzione di cose) e gli uomini in altre: le vicende politiche nazionali e generali che riguardano la collettività.
Sono attenta a quanto si muove nell'ambito delle formulazioni riguardanti le tematiche dei "beni comuni", sia dal punto di vista giuridico, che sociale, guardo con simpatia a formazioni quali ALBA e "Cambiare si può", per le analisi che avanzano, ma sono sicura che se non si approprieranno della prospettiva di genere -non tanto dal punto di vista del numero di donne da presentare nei momenti organizzativi, oppure del fatto di accettare qualche obiettivo inerente il lavoro femminile, la partecipazione alla vita pubblica, la lotta al femminicidio, da introdurre nelle loro proposte come fiori all'occhiello- ma nel senso  affrontare tutte le problematiche prese in esame: sociali, politiche culturali, scientifiche..... dal punto di vista delle relazioni di genere, neanche queste formazioni e altre analoghe riusciranno a contrastare la  progressiva distruzione  di ogni possibilità di convivenza pacifica e democratica.