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lunedì 5 maggio 2014

Riappropriazione del corpo

Eccoci qui a leggere alternativamente di moralismo femminista, suorismo, atteggiamenti censori, o di autodeterminazione delle donne, libertà di espressione, gestione libera del proprio corpo...

E' da un po', almeno da qualche anno, che si affrontano nel dibattito pubblico due schieramenti trasversali, costituiti sia da donne che da uomini, l'uno che stigmatizza l'esibizione del corpo delle donne per fini commerciali e pubblicitari, l'altro che rivendica la libertà di scelta di una donna,  quando sia una scelta consapevole e compiuta in prima persona, all'insegna dell'espressione "il corpo è mio e lo gestisco io".

A corollario di queste due posizioni fioriscono analisi, giustificazioni, sdegni e condanne, e soprattutto contrapposizioni, anche tra uomini, ma prevalentemente tra donne.

Nel calderone mediatico entra di tutto: le trasmissioni cretine della televisione, le proteste delle femen, le pubblicità sessiste sulla carta stampata e sui cartelloni stradali, le interviste a chi ha affrontato il tema, il tutto condito con giudizi decisi e incontrovertibili.

Dopo un articolo, in parte condivisibile, di una brava giornalista che condanna quello che chiama un certo femminismo moralista e giustizialista,  "sintomo di una cultura autoritaria che finge di battersi per la libertà delle donne" (Angela Azzaro, Belen e la caccia alle streghe, 3-5-2014), ecco la decisione  di Paola Bacchiddu, capo della comunicazione nazionale della lista L'altra Europa con Tsipras, di ricorrere alla propria foto in costume per rompere la cortina di silenzio calata sulla lista ad opera dei mezzi di comunicazione di massa.

L'obiettivo è stato raggiunto, ne hanno scritto i giornali.

In questa situazione misuro tutta la mia distanza anagrafica e culturale da certi comportamenti, non mi convince in questo caso la giustificazione di ironia, per me c'è ironia quando si rovescia parodicamente una dimensione, non la colgo qui poiché si tratta di fare pubblicità a qualche cosa secondo gli standard pubblicitari premianti da noi, tette e culi. 

Ma non mi piacciono neppure le accuse alla persona, i toni scandalizzati e i giudizi sommari.

Non approvo né chi presenta la cosa trionfalmente come prova dell'avvenuta riappropriazione del corpo da parte delle donne, né chi stigmatizza parlando di "mancanza di serietà", narcisismo, e similia.

Ho detto distanza anagrafica e culturale perché ripenso proprio all'espressione riappropriazione del corpo, che tanta importanza ha avuto nel  femminismo degli anni Settanta, correlata ai concetti di autodeterminazione, maternità cosciente, consapevolezza del corpo, sessualità femminile. 

Si trattava allora di combattere contro un sistema che impediva la pubblicità degli anticoncezionali, condannando le donne a rischiare la vita per interrompere una gravidanza non voluta; contro un'idea di sessualità femminile modellata sul piacere maschile; contro una pratica di medicalizzazione delle fasi e dei cicli naturali delle donne -menarca, gravidanza, menopausa- che affidava agli e alle esperte la conoscenza della fisiologia femminile; contro l'idea che  essere donne volesse dire condividere l'immagine della femminilità elaborata dalla comunità degli uomini, e di conseguenza la gerarchia di valori connessa: priorità della sfera sessuo-affettiva -come madre e/o seduttrice e/o puttana e/o vergine- rispetto ad ogni altra dimensione.

Cose dell'altro mondo, cose del secolo scorso. 

Per fortuna ora, almeno da noi, non è più così, anche grazie alle nostre lotte e battaglie.

Un dubbio però mi coglie sempre davanti a episodi del genere, che la raggiunta autonomia delle donne, conseguente alla riappropriazione del proprio corpo,  non si discosti poi molto da un'immagine del femminile molto più aggiornata, moderna, finalmente libera dagli atteggiamenti pruriginosi e censori di moralisti e moraliste, che però non sovverte la codificazione patriarcale dei ruoli sessuali, ma vi si accomoda, secondo la felice espressione di "Un altro genere di comunicazione" : "si tratta di un classico esempio di "Patriarchal bargain", ovvero quel Contratto col patriarcato che punta a manipolare il sistema vigente (il patriarcato appunto), per trarne il massimo del vantaggio, ma senza sovvertirne le regole.

lunedì 20 gennaio 2014

Diritto di aborto o maternità cosciente?


Secondo me non bisogna mai isolare il tema aborto dall’altro lato della sua medaglia, quello di maternità consapevole, perché se no ci si avvita in una strumentale contrapposizione tra “chi è per la vita” e chi è supposta “contro la vita”.
Al momento della lotta per la legge 194 e del successivo referendum confermativo, ci furono partiti che parlarono di diritto all’aborto, espressione  mai impiegata nell'ambito del femminismo, né da me, né da altre. Infatti le diverse anime del movimento, pur nella varietà delle posizioni espresse in merito, che andavano  dalla richiesta della depenalizzazione del reato, alla  battaglia per ottenere una legge,  hanno sempre parlato di autodeterminazione delle donne e di maternità cosciente, avendo ben presente da un lato il dramma psico-fisico che, chi è costretta ad abortire, per qualunque ragione, sperimenta, dall'altro la difficoltà di programmare una maternità nelle condizioni materiali date per molte donne,
Il discorso e l'analisi si allargavano anche ai temi delle morti bianche dovute alla nocività del lavoro e ai ritmi di vita insostenibili.
Non a caso l’aborto era visto come ultima spiaggia, da evitare in tutti i modi, con strumenti preventivi.
Ricordo che a quel tempo era ufficialmente proibita la vendita di anticoncezionali, io stessa ho iniziato a prendere la pillola con ricetta medica (serviva a una mia supposta piccola patologia!!!!!!).
Potenza della lingua, se guardiamo da questo punto di vista, rimettiamo la questione in piedi, dentro la lotta per l’autodeterminazione ci stavano: la denuncia degli aborti bianchi nelle fabbriche (per i ritmi di lavoro), la richiesta di anticoncezionali liberi e gratuiti, e la richiesta di attivare le ricerca per anticoncezionali più sicuri e meno dannosi,  la richiesta di prendere possesso della conoscenza del proprio corpo e delle sue funzioni, conoscenza fino ad allora spesso delegata ai medici,  al fine di contrastare la medicalizzazione della gravidanza, e di ogni fase di vita delle donne, la lotta per asili nido e servizi socio-sanitari efficienti, la richiesta di consultori, che nacquero con legge del 1976, gratuiti (in Lombardia sono a pagamento da 30 anni !), dove poter incontrarsi tra donne e con esperte/i, sempre per prevenire nascite indesiderate senza dover ricorrere all'interruzione, la legge era  intesa come rete di copertura per i casi più sfortunati: violenza soprattutto, ignoranza…., si chiedeva inoltre la fine della discriminazione delle donne sul lavoro a causa delle gravidanze (lettere di dimissioni in bianco...).
Aver voluto oscurare tutto questo ha portato alla situazione attuale di contrapposizione -senza via d’uscita- tra soggetti deboli entrambi: donna in gravidanza accidentale (nel senso di non voluta) e feto (progetto di bambino, non ancora bambino), donna in preda alle opinioni e ideologie di altre/i.
Senza contare la frustrazione delle donne che vorrebbero figli/e e non se lo possono permettere.
La realtà di oggi è che gli aborti clandestini aumentano per migranti e minorenni, perché se uguale è la violenza di cui sono oggetto le donne, davanti alla prospettiva di una maternità non scelta, diversi sono i livelli di sofferenza da affrontare, più alti se si è povere, minorenni, migranti, meno attrezzate affettivamente e culturalmente.
Per questo la 194, anche se è apparsa a molte una mediazione tra la depenalizzazione del reato e le istanze ideologiche di condanna assoluta (sostengo che sono ideologiche perché nessuna donna dovrebbe essere costretta a scelte che non condivide, così nessuna deve essere costretta a abortire, ma analogamente nessuna deve essere costretta a portare avanti una maternità non voluta, un feto non accolto), è stata accettata come copertura per le donne più fragili e esposte di fronte a questa evenienza.
Il problema semmai è sempre quello di mutare le condizioni  sociali, economiche e culturali che portano all'interruzione di gravidanza e specularmente obbligano a rinunciare alla maternità.