Eccoci qui a leggere alternativamente di moralismo femminista, suorismo, atteggiamenti censori, o di autodeterminazione delle donne, libertà di espressione, gestione libera del proprio corpo...
E' da un po', almeno da qualche anno, che si affrontano nel dibattito pubblico due schieramenti trasversali, costituiti sia da donne che da uomini, l'uno che stigmatizza l'esibizione del corpo delle donne per fini commerciali e pubblicitari, l'altro che rivendica la libertà di scelta di una donna, quando sia una scelta consapevole e compiuta in prima persona, all'insegna dell'espressione "il corpo è mio e lo gestisco io".
A corollario di queste due posizioni fioriscono analisi, giustificazioni, sdegni e condanne, e soprattutto contrapposizioni, anche tra uomini, ma prevalentemente tra donne.
Nel calderone mediatico entra di tutto: le trasmissioni cretine della televisione, le proteste delle femen, le pubblicità sessiste sulla carta stampata e sui cartelloni stradali, le interviste a chi ha affrontato il tema, il tutto condito con giudizi decisi e incontrovertibili.
Dopo un articolo, in parte condivisibile, di una brava giornalista che condanna quello che chiama un certo femminismo moralista e giustizialista, "sintomo di una cultura autoritaria che finge di battersi per la libertà delle donne" (Angela Azzaro, Belen e la caccia alle streghe, 3-5-2014), ecco la decisione di Paola Bacchiddu, capo della comunicazione nazionale della lista L'altra Europa con Tsipras, di ricorrere alla propria foto in costume per rompere la cortina di silenzio calata sulla lista ad opera dei mezzi di comunicazione di massa.
L'obiettivo è stato raggiunto, ne hanno scritto i giornali.
In questa situazione misuro tutta la mia distanza anagrafica e culturale da certi comportamenti, non mi convince in questo caso la giustificazione di ironia, per me c'è ironia quando si rovescia parodicamente una dimensione, non la colgo qui poiché si tratta di fare pubblicità a qualche cosa secondo gli standard pubblicitari premianti da noi, tette e culi.
Ma non mi piacciono neppure le accuse alla persona, i toni scandalizzati e i giudizi sommari.
Non approvo né chi presenta la cosa trionfalmente come prova dell'avvenuta riappropriazione del corpo da parte delle donne, né chi stigmatizza parlando di "mancanza di serietà", narcisismo, e similia.
Ho detto distanza anagrafica e culturale perché ripenso proprio all'espressione riappropriazione del corpo, che tanta importanza ha avuto nel femminismo degli anni Settanta, correlata ai concetti di autodeterminazione, maternità cosciente, consapevolezza del corpo, sessualità femminile.
Si trattava allora di combattere contro un sistema che impediva la pubblicità degli anticoncezionali, condannando le donne a rischiare la vita per interrompere una gravidanza non voluta; contro un'idea di sessualità femminile modellata sul piacere maschile; contro una pratica di medicalizzazione delle fasi e dei cicli naturali delle donne -menarca, gravidanza, menopausa- che affidava agli e alle esperte la conoscenza della fisiologia femminile; contro l'idea che essere donne volesse dire condividere l'immagine della femminilità elaborata dalla comunità degli uomini, e di conseguenza la gerarchia di valori connessa: priorità della sfera sessuo-affettiva -come madre e/o seduttrice e/o puttana e/o vergine- rispetto ad ogni altra dimensione.
Cose dell'altro mondo, cose del secolo scorso.
Per fortuna ora, almeno da noi, non è più così, anche grazie alle nostre lotte e battaglie.
Un dubbio però mi coglie sempre davanti a episodi del genere, che la raggiunta autonomia delle donne, conseguente alla riappropriazione del proprio corpo, non si discosti poi molto da un'immagine del femminile molto più aggiornata, moderna, finalmente libera dagli atteggiamenti pruriginosi e censori di moralisti e moraliste, che però non sovverte la codificazione patriarcale dei ruoli sessuali, ma vi si accomoda, secondo la felice espressione di "Un altro genere di comunicazione" : "si tratta di un classico esempio di "Patriarchal bargain", ovvero quel Contratto col patriarcato che punta a manipolare il sistema vigente (il patriarcato appunto), per trarne il massimo del vantaggio, ma senza sovvertirne le regole.
Scorze di Adriana Perrotta Rabissi, un libro composto da miei brevi racconti e mie letture critiche di scrittrici amate. Alcuni romanzi mi hanno interpellato emotivamente e affettivamente, mi sono impossessata di temi, sentimenti, emozioni espressi dalle autrici, le ho filtrate attraverso la mia esperienza di vita e pensiero, e le ho restituite ai racconti
Visualizzazione post con etichetta sessualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sessualità. Mostra tutti i post
lunedì 5 maggio 2014
mercoledì 28 novembre 2012
La prostituzione come specchio deformante delle relazioni donne uomini ai tempi del patriarcato
La riflessione mi è stata suggerita da due articoli apparsi recentemente sul sito Zeroviolenzadonna, La prostituzione ai tempi dello zoning, pubblicato il 10 novembre da Elvira Reale, e Non serve predicare al vento contro la prostituzione, di Maria Gigliola Toniollo, pubblicato il 26 novembre.
Toniollo cita direttamente le riflessioni di Reale, assimilandole, con poca generosità a mio avviso, a "chiacchiere da salotto" e, con il sostegno della sua esperienza di sindacalista, prende posizione contro "pratiche repressive che ritorcono i loro effetti solo sulle persone più deboli" dichiarandosi a favore della " idea di "zoning”: un sistema flessibile, che abbia i requisiti per proteggere la salute e l’integrità fisica di chi vi accede, in luoghi concordati fra i rappresentanti dei comuni e le organizzazioni di prostitute e prostituti, piccoli territori che non sono i tanto citati “quartieri a luci rosse" ne' tanto meno le “case chiuse” e che potrebbero essere minimamente attrezzati e resi sicuri."
Osserva Toniolli che in Italia c'è ancora chi nega la autodeterminazione dei e della sexworkers, confondendola con con la schiavizzazione di donne e uomini ad opera di organizzazioni criminali, cita a proposito un esperimento condotto a Mestre sulla mappatura di quartieri in accordo con Comune, prostituti e prostitute.
Afferma anche Toniolli: "c'è infatti chi ancora ritiene che la prostituzione non debba esistere, punto e basta, e persino che le prostitute e i prostituti che vogliono difendere scelte personali, altro non siano che poveri decerebrati che in qualche modo “se la raccontano” per non ammettere la loro pena...".
A onor del vero la passione ha fatto velo a Toniolli, nell'articolo di
Reale non c'è tanto questa dimensione, quanto da un lato il rifiuto di quella che appare comunque una ghettizzazione, al di là delle intenzioni dei/delle proponenti, e dall'altro la denuncia della prostituzione come attività normale, e non determinata dalla strutturazione patriarcale delle sessualità degli uomini e delle donne.
Non c'è comunque nessun esplicito attacco a sexworkers, ma la proposta di considerare la prostituzione come fenomeno culturale, e non "naturale", e agire di conseguenza a partire anche dalla educazione.
In Italia come, al solito, rispetto alla prostituzione siamo in una situazione ambigua dal punto di vista legale: la prostituzione in sé non è reato, ma è reato tutta una serie di comportamenti a monte e a valle: adescamento, favoreggiamento (un figlio maggiorenne, un padre, un fratello, un marito, un compagno, che conviva con una prostituta può essere accusato di favoreggiamento, anche una donna che sia figlia, compagna...).
In Italia come, al solito, rispetto alla prostituzione siamo in una situazione ambigua dal punto di vista legale: la prostituzione in sé non è reato, ma è reato tutta una serie di comportamenti a monte e a valle: adescamento, favoreggiamento (un figlio maggiorenne, un padre, un fratello, un marito, un compagno, che conviva con una prostituta può essere accusato di favoreggiamento, anche una donna che sia figlia, compagna...).
Perfino il proprietario che affitta l'appartamento!
In realtà secondo la legge Merlin è reato lo "sfruttamento" della prostituzione.
Credo che nella situazione attuale molto dipenda dalla ipocrisia del non far vedere, non dire, tenere nascosto.
Detto questo si apre una serie di problemi: personalmente sono assolutamente contraria -e durante un seminario di qualche anno fa di sexworkers, uomini e donne, che ho organizzato alla Libera Università delle donne di Milano mi sembra anche che lo siano anche molt* sexw.- a ogni forma leggera o pesante di regolamentazione o zone o affini, perché possono tramutarsi in gabbie.
Io non so di Mestre, forse c'è stato il contributo del Comitato delle lucciole, che ha vita da più di 30 anni, comunque le richieste che conosco è che ciascuna/o possa scegliere liberamente dove e come esercitare fatte salve regole di convivenza che valgono già per altri tipi di attività: i laboratori o gli studi di vario genere nei condomini (non fare chiasso, non disturbare, non inquinare).
Il che vuol anche dire lasciare ognuno/a libero/a di esercitare per periodo più o meno lunghi, saltuariamente o meno.
Se oggi noi andiamo da un medic*, un fisiopat*, nessuno controlla se ci facciamo anche sesso o no.
Il problema tassazione si risolverebbe con la denuncia fiscale personale delle entrate, da qualunque prestazione provengano.
Se poi prostitut* volessero poi unirsi tra di loro per condividere spese, fatti loro, salvaguardando gli accordi condominiali.
Ben diversa è la rete di protezione per le e gli schiavi/e, qui il discorso non è mai abbastanza approfondito.
Sulla regolamentazione, anche minima, non sono d'accordo perché ho in mente le parole del bellissimo libro Lettere dalla case chiuse (Voltolina-Merlin) sulla disperazione di chi veniva segnata nei registri appositi ( a parte i soliti abusi e ricatti di medici e poliziotti, che ci sono anche oggi) e lo rimaneva per tutta la vita, anche se poi riusciva/decideva di smettere.
Tornando all'articolo mi sembra che la sindacalista abbia frainteso le parole di Elvira Reale che, ripeto, conosco indirettamente da tempo attraverso le sue ricerche, come seria e preparata, nel senso che non si tratta di "chiacchiere da salotto"- quanta diffidenza nei confronti di chi fa discorsi teorici, oltre che pragmatici! tutt* intellettual* da tacitare?- ma di sollevare il problema del modello patriarcale di sessualità suddivisa nelle due figure simmetriche di moglie (per bene, anche se a volte asessuata) e prostituta (che corrisponde ai desideri maschili, provandoci magari anche piacere).
Ogni legittimazione della prostituzione come scelta personale di autodeterminazione non dovrebbe oscurare l'aspetto di rafforzamento dell'ordine sessuale patriarcale.
Ci rientrano la prostituzione e i matrimoni forzati, in tutte le forme, livelli e gradi di costrizione, palese o occulta, nelle diverse società e culture.
Ero ancora ventenne quando sentivo farmi discorsi di scegliere un "buon partito" nel senso di soldi, invece che abbandonarmi a sogni di innamoramento; ovviamente questa dimensione è più generalizzata nelle società in cui le donne dispongono di minor reddito da lavoro rispetto agli uomini.
Quanti matrimoni di donne "per bene" sono avvenuti in cambio di mantenimento, certo oltre alla prestazione sessuale è richiesta anche cura, accudimento di persone e cose, comportamenti socialmente ineccepibili, tanto l'amore verrà, e se non sarà amore sarà comunque affetto.
Molte prostitute hanno detto nelle loro interviste che legarsi a un unico uomo e fornire tutte quelle altre prestazioni (servizi, sostegno psichico, cura della casa, cucina...) sembrava loro molto peggio e più faticoso che non fornire prestazioni sessuali a uomini diversi, e quindi con maggiore varietà e divertimento.
Questa però non è considerata socialmente prostituzione, a meno che la donna non si prenda libertà sessuali al di fuori del marito, allora sì che è puttana!
L'uomo insoddisfatto sessualmente nel matrimoni o nella convivenza ha sempre a disposizione una prostituta che lo capisce e soddisfa. E in fondo questo è considerato "naturale", data "la natura" della sessualità maschile.
E' un problema di relazione tra donne e uomini determinato dalla mentalità patriarcale, che può riassumersi nell'assunto: la sessualità maschile esiste e è "irrefrenabile", pena il benessere dell'individuo, quella femminile o è "naturalmente" conforme al desiderio maschile, oppure non esiste, o semmai è sublimata in altre attività e affetti.
Di qui il monito alle donne: se andate vestite o spogliate in un certo modo e attirate violenze ve la siete cercata, avete eccitato e provocato la sessualità maschile "irrefrenabile".
E qui arriviamo all'ultimo punto del discorso secondo me: che discrimine poniamo tra il libero esprimersi della sessualità femminile, al di fuori delle norme socialmente accettate, e il lavoro di "prostituta": il pagamento in denaro?, regali?, o altre forme di vantaggi, diretti o indiretti? compreso il mantenimento matrimoniale?
Se sei donna e fai sesso con una persona influente per ottenere un incarico di prestigio (sia che ti faccia provare piacere o no) sei una prostituta?
O comunque per lavoro, o per carriera o per ottenere la cittadinanza........?
E fino a dove estendiamo la prestazione sessuale: palpeggiamenti, rapporti orali, penetrazione, sollecitazioni di fantasie?......
Quando ero all'università facevo studi matti e disperatissimi, eppure agli esami mi preoccupavo di truccarmi e vestirmi meglio che potevo, al di là della cura che si presta alla propria persona in occasioni pubbliche, certo i prof. erano quasi tutti uomini, tranne le assitenti, i miei 30 e lode non erano certo dovuti al trucco e alle gonne attillate, ma comunque all'inizio del colloquio godevo di un'attenzione maggiore, che mi faceva "ascoltare" da parte dei prof, e non congedare alla prima inesattezza o errore, come capitava ad altr*, avevo cioè tempo di correggermi, di mostrare quanto sapevo, e ricevevo sorrisi di incoraggiamento. Anche questo conta per un sereno svolgimento di un esame.
La stessa tecnica la adottavo con i Presidi, per la richiesta di supplenze....e via dicendo.
Non è lo stesso comportamento da puttana, anche se non c'era sesso esplicito, ma accontentavo in qualche modo le loro fantasie?
Concludo: lo facevo e lo farei ancora se fosse necessario (e io non avessi quasi 70 anni!!!!!!!!), ma questo non vuol dire che non lo ritenga frutto dell'ordine patriarcale da scardinare.
Iscriviti a:
Post (Atom)