Scorze di Adriana Perrotta Rabissi, un libro composto da miei brevi racconti e mie letture critiche di scrittrici amate. Alcuni romanzi mi hanno interpellato emotivamente e affettivamente, mi sono impossessata di temi, sentimenti, emozioni espressi dalle autrici, le ho filtrate attraverso la mia esperienza di vita e pensiero, e le ho restituite ai racconti
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domenica 2 giugno 2019
Racconti della non località
La bambina
Non ne poteva proprio più dell’assurda reclusione in casa.
Ormai da tempo si sentiva in forze, gli esercizi nella piccola palestra allestita in casa dal papà erano diventati sempre più lunghi e complessi e, a detta dell’allenatore che veniva a casa tre volte alla settimana, i suoi muscoli erano diventati saldi e elastici.
Da tempo erano sparite le sbarre di protezione anticaduta ai lati del suo letto, che ricordava di avere avuto fin dai primi anni di vita, si sentiva finalmente liberata da quella costrizione, pur avendone apprezzato il sistema sonoro, una fantasia di scampanellate, che si attivava non appena le sfiorava. Gli sguardi di apprensione dei genitori e della nonna per una possibile sua caduta l’avevano indotta, non appena si era resa conto che accorrevano a qualunque ora della notte, a limitare di molto la sua presa sulle sbarre.
Ora erano state tolte.
Non andava più in giardino solo se accompagnata da una persona adulta, ora portava al collo, pendente da una catenina d’oro, un minuscolo apparecchio elettronico leggero, sottile, di una lega nuova, simulava un gioiello etnico, segnalava costantemente la sua posizione perché si potesse intervenire in caso di malore, l’unica consegna era che non se lo togliesse mai, né in casa, né in giardino.
Quanti progressi negli ultimi tempi! Aveva smesso di piangere e urlare con la nonna se non le cucinava i piatti preferiti, non ricorreva più ai capricci per ottenere qualcosa e, soprattutto, non vedeva da tempo lo sguardo allarmato dei suoi alle sue intemperanze, segno che erano meno preoccupati del fatto che le capitasse qualcosa durante quelle crisi.
Non aveva capito o non le avevano spiegato chiaramente di quale patologia soffrisse, ma sentiva che si stava avvicinando a una sorta di guarigione, diminuite le pillole somministrate quotidianamente, le sembrava di essere meno assonnata da un po’ di giorni.
Forse era venuto finalmente il momento di frequentare una scuola, invece di studiare a casa con le maestre, prima, i professori poi. Le piaceva studiare, ma le mancava la compagnia dei suoi coetanei, era stata sempre solo con adulti, attenti e guardinghi nei suoi confronti.
Non vedeva l’ora di abbracciare il fratellino e la sorella maggiore, che per motivi di salute non vivevano a casa, ma in una clinica poco lontano, li aveva visti sempre e solo in skype, aveva imparato a giocare con loro per lunghe ore i giochi che si inventavano di volta in volta. Sua sorella era molto brava a proporre nuovi passatempi, mentre il fratellino preferiva sentire raccontare storie, di cui si era scoperta maestra. Erano soliti anche erano scambiarsi pensieri emozioni, e da un po’ di tempo progetti di vita in comune, avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di persona, toccarli e abbracciarli.
Forse anche loro stavano guarendo da una malattia, peggiore della sua, dal momento che non era stato possibile curarli a casa.
Dopo lunghe sue insistenze, consulti frequenti con dottori, i suoi si erano convinti a farle incontrare la sorella e il fratello, non aveva capito se in casa o in clinica, ma il momento si avvicinava, lo percepiva dall’eccitazione che si respirava, colloqui che si interrompevano al suo apparire, tracce di lacrime di commozione sul viso della nonna e della mamma, il papà sempre più taciturno e nervoso.
Pensò di anticipare i tempi, era arrivato il momento di fare qualcosa per loro, di rassicurarli, mostrandosi finalmente autonoma dalla protezione, liberandoli dalla loro continua apprensione.
Si avvicinò, inosservata, alla porta del giardino, si tolse la catenina e la appese al cancello, lo aprì grazie al pulsante elettrico, come aveva visto fare dalla finestra della sua stanza, si trovò all’esterno.
La nuova sensazione di libertà le provocò un capogiro, si sentì invasa da un’euforia mai provata, avrebbe finito di essere “un peso”, cosa che a volte avvertiva, senza che alcuno glielo avesse fatto mai notare, in questo modo avrebbe contraccambiato tutte le loro attenzioni.
Si avviò per la strada, svoltato l’angolo incrociò un bambino, che la guardò incuriosito
Si avvicinò sorridente.
Si sentì finalmente felice per la prima volta in vita sua, mentre apprezzava quelle carni dolci e tenere che superavano di gran lunga, in gusto, tutti i cibi prelibati preparati per lei dalla nonna.
martedì 28 maggio 2019
Racconti della non località
La maschera
Anni prima non temeva di andare da sola, a notte piena, sulla circonvallazione, armata di una tannica vuota, a cercare un distributore di benzina aperto, erano altri tempi, non ancora alimentati d
ai continui allarmi sulla sicurezza sparsi a piene mani da tutti i mezzi di comunicazione. Ora non può evitare di pensare che è una donna sola, in un luogo isolato, in mezzo a un bosco, da una parte l’acqua e il canneto, dall’altra l’intricato fogliame, consapevole che neppure l’età la risparmierebbe da una eventuale aggressione sessuale, anche se in un pomeriggio inoltrato.
Le fronde degli alberi stormiscono leggermente, ogni tanto un’anatra pare scoppiare in una risata, l’aria immobile l’avvolge come una cappa.
Una figura le viene incontro, alta, vestita con un cappotto nero lungo fino ai piedi, stivali neri, sul viso una maschera di lupo, non quelle di cartone che si indossano a carnevale o a Halloween, ben più raffinata, di una consistenza simile alla pelle, con una folta morbida peluria bianca e nera ai lati della bocca, dotata di denti aguzzi.
Quello che incanta è lo sguardo, due occhi di ambra chiarissima, che sembrano leggerle nei pensieri.
Un lieve cenno del capo di saluto e un gesto con la mano guantata che le propone di fare un tratto del sentiero insieme.
La diverte la coincidenza che il giorno precedente ha partecipato a una festa cittadina in maschera, molto ricca di travestimenti, anche da lupo, ma nessuno poteva paragonarsi a quello che le si è parato davanti.
Il fascino che gli occhi sprigionano e soprattutto il silenzio che accompagna la proposta la convincono ad accettare l’invito, la passeggiata riprende, lentamente.
La presenza così discreta e silenziosa, unita alla profondità dello sguardo indagatore, hanno su di lei un effetto tranquillizzante; comincia a sentirsi protetta da quel casuale accompagnatore, o accompagnatrice. Si sorprende a raccontare di sé, dopo le prime considerazioni sul tempo e sul luogo, a una persona che mai più incontrerà, qualcuno che in quel momento è assorbita totalmente da lei e dalle sue parole.
Si snodano le riflessioni su quello che le piace, che le sarebbe piaciuto, che la turba, espresse con una libertà raramente provata nei discorsi con amici e amiche.
Vorrebbe un cenno di riscontro, un gesto della testa o delle mani, di reazione alle sue parole, la sgomenta un po’ non capire almeno se sorride, se si annoia, solo quella costante attenzione, quegli occhi fissi .
Peccato non scambiare pensieri e opinioni. Contemporaneamente prova una sorta di compiacimento nel riuscire a tenere così desta l’attenzione di un’altra persona, donna o uomo che sia.
Arrivata al bivio del sentiero che porta in paese, quasi rammaricata della fine della passeggiata, gli/le porge la mano in segno di saluto, e si sente afferrare in una morsa ferrea.
Sorride, tenta di liberarsi senza riuscirvi, cerca nello sguardo un segno di comunicazione ma si trova davanti a due occhi freddi nella loro trasparenza, privi di espressione.
Assalita dal panico cerca di divincolarsi, i denti aguzzi da lupo affondano nel suo collo.
venerdì 24 maggio 2019
Racconti della non località
Desideri
La mattina si presenta fredda ma limpida; finalmente un giorno in armonia con l’immagine interiore della stagione, allora è tutto in ordine, la giornata scorrerà tranquilla.
Da quando ha smesso di lavorare si alza serena, può indugiare nel ricordo dei sogni appena fatti, le sensazioni sono le stesse di quando era bambina, ma ora non può evitare di interrogarsi non sul significato, ha imparato che un sogno vuol dire qualcosa e il suo contrario, ma sullo stato d’animo che l’ha determinato.
Solamente rimpiange la perdita della magia di allora.
Nel parcheggio del Porto Antico c’è posto, l’incontro con Mirko la turba un poco; perché poi vedersi in un luogo così denso di ricordi da mettere a rischio l’autocontrollo, che pena sarebbe essere tradita dall’emozione.
Si rimprovera la sua solita resistenza a rifiutare inviti rivolti con gentilezza, l’abbandono alla tenerezza di un momento le impedisce di assecondare il proprio desiderio, come se fossero soltanto i gesti arroganti quelli in grado di suscitarle per reazione l’amor di sé.
“Sono qui da un po’, temevo non venissi più. Camminiamo verso il molo?”
“Allora, che cosa c’è? Perché siamo qui?”
“E’ una banalità dire che sei cambiata poco in trent’anni?”
“Abbastanza, ma mi sta bene lo stesso il complimento”
Il fastidio per i modi e le parole scontate non cancella del tutto il senso di leggera euforia, che la invade chissà se anche a ottant’anni sarà sensibile agli effimeri apprezzamenti dei quali, forse, sarà ancora fatta oggetto.
Non si è ancora liberata delle insicurezze adolescenziali.
E’ in piedi su una roccia protesa nel mare, le onde si fanno più agitate a vista d’occhio, questa volta decide di scendere nell’acqua, che si rivela azzurra e calma, il mare è chiuso, senso di appagamento, eppure, un momento prima, dalla finestra della sua casa di bambina aveva guardato con timore, misto a desiderio, il mare aperto, pulsante di un moto crescente.
E’ stato piacevole ritrovarsi con un vecchio amore per una conferma, non cercata, di quanto fosse conclusa la relazione già al suo inizio. E’ stata bene, ha mangiato con appetito, chiacchierato del più e del meno, compensando, a distanza di anni, le ansie e angosce provate al tempo del suo innamoramento.
Prova curiosità per la riunione in una vecchia libreria nel cuore della città. Le ha telefonato un’amica: “ Ci rivediamo, un po’ di vecchie e un po’ di giovani che vorrebbero conoscerci. Hanno letto qualche libro, ma non hanno capito molto, non c’è niente in giro in grado di trasmettere davvero quello che è successo trent’anni fa. Quando vengono in libreria parliamo un po’, mi hanno quasi costretto a vederci, non ho saputo dire di no, si tratta di un paio d’ore. Vieni anche tu.”
Perché no, le piace sempre incontrare persone; quando lavorava si trattava di incontri obbligati, ora le sembra un lusso scegliersi le situazioni, anche quando si rivelano poco interessanti.
Si è rammaricata per anni di non avere avuto figli, prima era troppo occupata con il lavoro, l’amore, i viaggi, poi, quando ha deciso di fermarsi e provare non sono venuti. Chissà come sarebbe andata se avesse fatto coppia stabile con una donna, avrebbero deciso e ottenuto di avere figli? Si sarebbero trovate insopportabili l’una con l’altra, salvo aiutarsi –dovere o piacere- in caso di reciproco bisogno? Oppure avrebbero condiviso serenamente le loro condizioni di bambine-ragazze –giovani donne e donne adulte, scambiandosi pensieri, esperienze e amore?
Il vano sul retro della libreria, metà magazzino e metà soggiorno con una ventina di seggiole in legno, è confortevole, una decina di donne lo occupa, non si è perduta l’abitudine di portare qualcosa, una scatola di biscotti, salatini, acqua minerale, c’è anche una bottiglia di bianco, secco.
Saluti, presentazioni, l’inevitabile imbarazzo del prendere la parola. La più disinvolta, laureata in ingegneria meccanica, lavora in una multinazionale di progettazione di impianti idraulici per usi industriali, rompe il ghiaccio.
Fino ai vent’anni non si è interessata ai discorsi delle donne sulle donne, al liceo ha vissuto in classe una situazione di eccellenza femminile. Apprezzata da insegnanti e studenti, ammirata e corteggiata, a volte è corsa in aiuto di ragazzi timidi e miti, maltrattati da coetanee in mille modi. All’università è stata sempre tra le migliori, ha studiato senza eccessivi tormenti e patimenti.
Ha confortato amici inconsolabili, piantati all’improvviso dalle rispettive fidanzate, molto più numerosi gli abbandonati che non le abbandonate.
E’ proprio una donna nuova, emancipata, lontana, per quanto le è possibile, dal lavoro di cura, autostima senza superbia, rapporti franchi con uomini e donne, individua con precisione e rapidità il proprio desiderio riguardo a persone, oggetti, situazioni.
Mentre lei, pur con il pallino dell’emancipazione in testa fin piccola, ha scelto una professione che è pur sempre un’estensione del lavoro di cura.
Un misto di ammirazione e di angoscia la invade, se non si fosse lasciata andare all’automoderazione, se si fosse ascoltata con maggiore attenzione, chissà quale sarebbe stata la sua vita. A dieci anni, quando aveva conosciuto a scuola la chimica, aveva deciso che avrebbe studiato chimica industriale, per andare a dirigere un' azienda nel deserto. Questo ha sostenuto per tutte le medie e il liceo. Al momento di iscriversi all’Università si è iscritta a Lettere.
Si sente rincorrere mentre si avvia verso casa: “Non ho avuto modo di dirlo prima, parlavamo tutte insieme, volevo dire che vi ammiro molto, voi di una certa età, avete vissuto in momenti più difficili di noi, minori libertà di costumi e maggiori difficoltà ad affermarvi nel lavoro. Ma siete state così brave a riconoscere i vostri desideri, che siete riuscite a ottenere quello che volevate. Vi invidio anche un po’, io ho buon lavoro e soddisfazioni nella vita, ma volte mi sembra di lasciarmi un po’ troppo trasportare dalla corrente, dal momento, dalle aspettative degli altri. Credo di non avere la vostra forza di volontà e determinazione”.
mercoledì 22 maggio 2019
Racconti della non località
Distorsioni
Impegnata a sistemare nel bagagliaio dell’auto una scatola tra valigie, sacche e borse non si accorge dell’uomo fermo dietro di lei, immobile tranne che per il pomo d’Adamo che sale e scende a in modo rapido. Si volta con un breve sorriso che accompagna uno sguardo interrogativo, l’uomo si riscuote e passa oltre, senza parlare, come preso da urgenza.
Tra una divagazione della mente e l’altra ripensa a quando ha rischiato di esporsi a sguardi indiscreti per quell’azzardo sporadico, oscillante tra spavalderia e ritegno, di girare in minigonna senza slip.
Ma forse l’ha immaginato, o l’ha sognato.
Al lavoro non ama distrazioni che non siano l’abbandono al fiume sotterraneo di pensieri-emozioni nel quale immergersi e nuotare, ogni tanto.
Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione.
Nessun disturbo o interruzione, all'esterno, osservando attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto.
Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ha ampliato per qualche tempo l’arco di vita.
Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ammirazione che ricerca con meticolosità, l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro
Non sa se preferisce gli uomini o le donne.
Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo un giardino con fiori dal colore acceso; peccato per quel portone di vecchio legno, poggiato sul mare, largo quanto l’orizzonte, che impedisce il passaggio. Sa che dall'altra parte ci sono persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto una, di cui sente la voce, ma non trova un varco.
Teme che il mare aperto sia mosso, e indugia al di qua del portone.
Al risveglio si rammarica
Si racconta storie delle quali è protagonista, sorride o rabbrividisce durante la narrazione.
Nessun disturbo o interruzione, all'esterno, osservando attraverso il vetro opalescente dell’ufficio, sembra si stia svolgendo qualcosa che non può essere interrotto.
Quando riemerge constata con soddisfazione di aver ha ampliato per qualche tempo l’arco di vita.
Desidera con forza essere apprezzata, un po’ temuta anche, a volte si chiede quanto influisca sull’ammirazione che ricerca con meticolosità, l’aspetto fisico, o l’intelligenza esibita senza arroganza, la cortesia dimostrata nelle relazioni anche occasionali, la competenza nel suo lavoro
Non sa se preferisce gli uomini o le donne.
Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo un giardino con fiori dal colore acceso; peccato per quel portone di vecchio legno, poggiato sul mare, largo quanto l’orizzonte, che impedisce il passaggio. Sa che dall'altra parte ci sono persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto una, di cui sente la voce, ma non trova un varco.
Teme che il mare aperto sia mosso, e indugia al di qua del portone.
Al risveglio si rammarica
martedì 21 maggio 2019
Racconti della non località
Tavola imbandita thailandese
La panetteria-focacceria è piena di clienti, le commesse ora con una battuta in dialetto ora con un’osservazione sul tempo , contengono l’inquietudine che comincia a serpeggiare per lo scorrere dei minuti..
Le forme di pane croccante sulle mensole infarinate, le teglie di focaccia oleosa e profumata di salvia e cipolle rallegrano occhi, solleticano nasi e smuovono salive; è l’ultima fermata questa, tutto il necessario per la cena è stato comprato, non è ancora mezzogiorno e fino alle otto di sera ci sarà il tempo per prepararla con calma.
Il vento, all’uscita del forno, investe di un profumo di mare selvaggio non ancora addomesticato dai languori fruttati e appiccicosi degli oli e delle creme solari.
Nel tratto verso casa, ripassato l’ordine delle portate, comincia a pensare a come apparecchiare.
Negli ultimi tempi è frequente il desiderio di stupire amiche e amici imbandendo la tavola secondo stili tradizionali di cucine orientali, ci starebbe bene lo stile cinese questa sera, che però richiederebbe cibi difficili da preparare per adattarli al vasellame; vada allora per lo stile thailandese; le scodelle con i piatti rettangolari, le tovagliette in bamboo, le mini-salsiere smaltate a colori vivaci, le due composizioni di fiori al centro del tavolo diffonderanno buonumore, unica eccezione l’assenza dell’altarino a Buddha, questo proprio non lo prevede.
Contamina la scena con gli amati centrini di pizzo, regalo della nonna centenaria.
Abbandona malvolentieri i caruggi per tornare a casa, gli alti edifici che sembrano congiungersi verso il cielo assicurano protezione mista a quel senso di trasalimento consueto ogni volta che svolta un angolo, nell’attesa –timore di incontrare l’imprevisto.
Sensazione analoga a quella provata nel ricorrente sogno di discesa in una cantina buia, dal pavimento sconnesso, dai muri sgretolati, resa affascinante dai percorsi labirintici che conducono all’incontro con il mostro da combattere, ogni volta presentito e mai incontrato.
Mentre dispone i piatti in lavatrice riflette sulla propria fragilità emotiva, responsabile dell’agitazione mantenuta tutto il giorno. Dono recente della raggiunta maturità, che si traduce in ansia da prestazione, in questo caso appena mitigata dalla consapevolezza della consolidata esperienza culinaria. Neppure un’eventuale mancanza di tempo giustificherebbe l’insicurezza che ormai l’accompagna sempre più frequentemente. Da quando ha lasciato il lavoro il tempo non è più un problema oggettivo.
Un improvviso scarto, un soprassalto, un odore pungente di benzina, il motore sputacchia e si spegne, meno male che è in vista della terra, dopo tanti giorni di permanenza in altomare, ci sarà forse da pulire il carburatore. Ancora.
Racconti della non località
Amnesie
Si risveglia con un piacevole senso di riposo. Nessuno dei fastidiosi dolori che l'hanno afflitta da giorni, solo un leggero reumatismo a un ginocchio e una nevralgia agli occhi.
Si sente come se avesse dormito per parecchi giorni di seguito.
Breve sosta in bagno prima del caffè, si incanta davanti al grande specchio sul lavandino che le rimanda un'immagine assolutamente estranea.
Chiude gli occhi, è ancora addormentata, il mattino le ci vuole un po' per mettere a fuoco, ma quando li riapre scorge un viso allarmato, sconosciuto che la fissa a bocca aperta.
Impossibilitata a muoversi chiama il marito, che, abituato alle sue richieste di aiuto accorre, più assonnato di lei, sulla porta del bagno.
“Guardami, cosa mi è successo? “
“Mah, non so, mi sembri solo un po' strana, stai bene?”
“Guardami, non sono più io!”
"Andiamo a fare colazione, che devo uscire presto stamattina”.
Non è lei e basta
Caffè silenzioso, cerali, yogurt.
Lui esce di casa per primo, lei telefona al lavoro per prendere un giorno di malattia.
Davanti allo specchio cominciano le palpitazioni, ci manca anche un attacco di panico.
Ripensa all'Asino d'oro, non le è mai piaciuto molto, né a scuola né in seguito, ma lì la situazione era diversa, una vera e propria metamorfosi.
Decide di uscire, confidando nel fatto che non venga i mandato a casa il medico fiscale, la sua assiduità al lavoro la rassicura.
Per strada la ignorano, nei negozi soliti la salutano frettolosamente come fanno d'abitudine, un'osservazione sul tempo e un augurio di buona giornata.
Si chiede spesso da dove sia arrivata quell'espressione distratta, che detesta, teme di ritrovarsi un giorno ad usarla anche lei inavvertitamente.
Non incontra nessun amico, né amiche; mentre cammina sbircia furtivamente nelle vetrine, sagoma e portamento sono i soliti, pensa che dovrebbe perdere qualche chilo, in vista dell'estate, ma rimanda ancora l'inizio di una dieta ipocalorica, sul viso non ci siamo però.
Non è lei e basta.
Decide di telefonare a Claudio, è un po' che non si sentono, vince il leggero senso di imbarazzo che coglie quando si è appena chiusa una storia e non ci si è ancora accomodati nella dimensione di ex, si è però rimasti amici perché entrambi senza rimpianti.
Claudio è libero per una colazione veloce, solito piccolo ristorante, discreto e defilato.
Lo sguardo che l'avvolge è di sorpresa ammirazione, non sembra lei, è più giovane, più bella, radiosa, quasi quasi vien voglia di ricominciare a corteggiarla.
Non c'è verso di smuoverlo dalla sua aria di piacevole sorpresa, accompagnata da lampi di sguardi ammiccanti.
Le ripetute affermazioni di lei di vedersi diversa, irriconoscibile, estranea lo divertono all'inizio, a poco a poco matura in lui l’interesse per una nuova dimensione di rapporto, un gioco di ruolo?
Attirato dalla prospettiva di inediti incontri sessuali si eccita, si fa insistente.
Dopo un attimo di sbalordimento lei si rende conto che in questo momento per lui si tratta solo della proposta di un gioco erotico.
Si alza dal tavolo e esce furiosa dal ristorante.
Non è lei e basta.
Si risveglia con un piacevole senso di riposo. Nessuno dei fastidiosi dolori che l'hanno afflitta da giorni, solo un leggero reumatismo a un ginocchio e una nevralgia agli occhi.
Si sente come se avesse dormito per parecchi giorni di seguito.
Breve sosta in bagno prima del caffè, si incanta davanti al grande specchio sul lavandino che le rimanda un'immagine assolutamente estranea.
Chiude gli occhi, è ancora addormentata, il mattino le ci vuole un po' per mettere a fuoco, ma quando li riapre scorge un viso allarmato, sconosciuto che la fissa a bocca aperta.
Impossibilitata a muoversi chiama il marito, che, abituato alle sue richieste di aiuto accorre, più assonnato di lei, sulla porta del bagno.
“Guardami, cosa mi è successo? “
“Mah, non so, mi sembri solo un po' strana, stai bene?”
“Guardami, non sono più io!”
"Andiamo a fare colazione, che devo uscire presto stamattina”.
Non è lei e basta
Caffè silenzioso, cerali, yogurt.
Lui esce di casa per primo, lei telefona al lavoro per prendere un giorno di malattia.
Davanti allo specchio cominciano le palpitazioni, ci manca anche un attacco di panico.
Ripensa all'Asino d'oro, non le è mai piaciuto molto, né a scuola né in seguito, ma lì la situazione era diversa, una vera e propria metamorfosi.
Decide di uscire, confidando nel fatto che non venga i mandato a casa il medico fiscale, la sua assiduità al lavoro la rassicura.
Per strada la ignorano, nei negozi soliti la salutano frettolosamente come fanno d'abitudine, un'osservazione sul tempo e un augurio di buona giornata.
Si chiede spesso da dove sia arrivata quell'espressione distratta, che detesta, teme di ritrovarsi un giorno ad usarla anche lei inavvertitamente.
Non incontra nessun amico, né amiche; mentre cammina sbircia furtivamente nelle vetrine, sagoma e portamento sono i soliti, pensa che dovrebbe perdere qualche chilo, in vista dell'estate, ma rimanda ancora l'inizio di una dieta ipocalorica, sul viso non ci siamo però.
Non è lei e basta.
Decide di telefonare a Claudio, è un po' che non si sentono, vince il leggero senso di imbarazzo che coglie quando si è appena chiusa una storia e non ci si è ancora accomodati nella dimensione di ex, si è però rimasti amici perché entrambi senza rimpianti.
Claudio è libero per una colazione veloce, solito piccolo ristorante, discreto e defilato.
Lo sguardo che l'avvolge è di sorpresa ammirazione, non sembra lei, è più giovane, più bella, radiosa, quasi quasi vien voglia di ricominciare a corteggiarla.
Non c'è verso di smuoverlo dalla sua aria di piacevole sorpresa, accompagnata da lampi di sguardi ammiccanti.
Le ripetute affermazioni di lei di vedersi diversa, irriconoscibile, estranea lo divertono all'inizio, a poco a poco matura in lui l’interesse per una nuova dimensione di rapporto, un gioco di ruolo?
Attirato dalla prospettiva di inediti incontri sessuali si eccita, si fa insistente.
Dopo un attimo di sbalordimento lei si rende conto che in questo momento per lui si tratta solo della proposta di un gioco erotico.
Si alza dal tavolo e esce furiosa dal ristorante.
Non è lei e basta.
lunedì 20 maggio 2019
Racconti della non località
Metropolitana
Accidenti, ho saltato la fermata. Con tutta questa gente, siamo come sardine in scatola. Usate i mezzi pubblici, sì se non fossero così pieni.
Che strano, non capisco dove siamo, si vede che in metro non potendo cambiare i percorsi cambiano i nomi delle stazioni. Che voglia di attraversare i binari per andare dall’altra parte e tornare indietro, ma mi spaventa l’idea di toccare per sbaglio la rotaia elettrica, comunque qui siamo in un tunnel e non si vede l’altra banchina.
C’è un unico corridoio e in fondo un’uscita, senza indicazioni stradali, solo una breve scala.
Chissà dove sono finita, per un attimo mi sembra di essere nel mio sogno, ricorrente ormai da tempo, dello spaesamento in una zona che non riconosco, anche se non dovrebbe essere lontana da casa. Nel sogno non c’è nessuno a cui chiedere informazioni, qui ci sono persone ma non voglio, mi basterebbe anche cogliere il numero di un autobus per orientarmi sulla mappa.
Ecco fatto, oggi sono senza cellulare. Telefoni pubblici non ci sono più in giro. Ansia. Da che parte vado? Cerco nei dintorni l’altra entrata della metropolitana, ma non la vedo, c’è solo quella dalla quale sono uscita. Di solito a questo punto mi sveglio, oggi no.
Prendo una direzione qualunque, un viale alberato, panchine e cartacce per terra, lasciate da chi ha mangiato. Sono anni che non ho attacchi di panico, ma il ricordo resta vivo, se ci penso mi viene, mi siedo e comincio una respirazione controllata, quella che uso nei momenti di insonnia o di claustrofobia. Funziona, i battiti del cuore rallentano. Non so che ore sono, senza cellulare, ma sta diventando buio, tornerei a casa, se sapessi la direzione da prendere. I passanti si fanno più radi.
L’unica soluzione è tornare in metro, prima o poi incontrerò un controllore a cui chiedere lumi.
Ripercorro la strada fatta, arrivo davanti alla stazione, è quella successiva alla mia fermata perduta prima. Scendo i gradini, c’è il via vai delle ore di punta, chi si affretta da un lato delle scale, chi dall’altro.
Ormai il mio programma è saltato, entro a stento in un treno strapieno, diretto verso casa mia.
Con tutta questa gente, siamo come sardine in scatola. Usate i mezzi pubblici, sì se non fossero così pieni.
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