martedì 5 marzo 2013

Rivoluzione o Commedia dell'Arte?

Leggendo la stampa mainstream italiana di questi giorni, fatta la tara sulle parole scritte per esigenza riempitiva di pagine di giornale in mancanza di fatti reali,  e sulle vendette maturate nei confronti di Grillo, Casaleggio (che comunque non mi sono simpatici, per stile di comportamento e per alcune affermazioni non visionarie, ma stupide secondo me) che snobbano la stampa italiana, quanto mai asservita ai poteri di turno (come documentato dall'insofferenza di molt* di noi e dalle classifiche sul grado di libertà di espressione regolarmente stilate da organismi internazionali), mi pare non si avverta del tutto che si potrebbe trattare -il condizionale è d'obbligo visto che non so come poi nella pratica si muoveranno queste 163 persone nuove in Parlamento- veramente di una rivoluzione, nel senso di presa del potere senza il tradizionale spargimento di sangue a cui siamo abituati, al di là delle intenzioni dei due personaggi che hanno realizzato l'evento.In fondo Arendt diceva a proposito dei momenti rivoluzionari della storia che a un certo punto si crea un concorso di circostanze per cui "le cose avvengono".
Dico non se ne accorgono giornalisti, insieme con opinionisti e ceto politico vecchio, perché continuano a interpretare fatti e persone secondo le categorie politologiche che hanno in testa per esperienza di vita  e pensiero, mentre si trovano di fronte a qualcosa che esce da quelle griglie interpretative, e questo spiega i vari giudizi  sferzanti e denigratori delle persone, delle loro dichiarazioni, sovente impacciate (e devo dire più o meno politicamente opportune).
Sfugge loro da tutte le parti questa imprevista situazione, è inutile lamentarsi che i/le nuov* elett* non rispondono alle domande: le domande formulate nell'ambito della matematica euclidea non hanno senso -risposta nella matematica non-euclidea.
A me sembra questo lo stato delle cose presente qui e adesso. 
C'è anche un aspetto magico scaramantico: la congiuntura temporale dell'assenza- presenza di papa, governo, capo dello Stato, e ho detto assenza-presenza non caso, particolarità nella particolarità determinata dalle dimissioni del papa, roba da far impallidire astrologi, maghi, profeti, redattori di oroscopi.....
La cosiddetta terza (?) repubblica ha portato tutt* noi, di qualunque orientamento politico, anche contrapposto, a un sentimento di disgusto nei confronti di chi ha usato le istituzioni e le cariche pubbliche e private spudoratamente per interessi di bottega, senza neppure darsi la pena di mascherarlo più di tanto. 
La crisi economica galoppante ha messo in difficoltà larghe fasce di popolazione che negli ultimi decenni aveva sperimentato, qui da noi in Occidente, insperate abbondanze di merci e cultura, creando apprensione e malcontento. Inoltre la crisi è stata affrontata nel modo più arrogante e  imbecille, nei vari contesti nazionali europei più a rischio degli altri, dagli incapaci/impotenti  governi di destra e/o di sinistra avvicendatisi, spesso caoticamente (penso alla Grecia e alla Spagna, e in qualche modo anche all' Italia montiana, anche se informalmente).
Abbiamo visto con i nostri occhi negli ultimi anni  il sorgere di lotte di massa di vari strati sociali, e lotte individuali portate fino al suicidio, conflitti di frequenza e intensità che da molti anni non si erano più verificati.
Momenti di lotta, è vero frammentati, che però coinvolgono più livelli di persone, e nei casi nei quali  gli esiti non sono stati positivi hanno funzionato da prova generale di aggregazione, soprattutto  di stili di comunicazione e mobilitazione. 
A parte i più conosciuti No Tav e Dal Molin, mi riferisco alle  fabbriche recuperate, a quelle occupate, ai GAS, che si stanno aprendo numerosi, accanto alle tradizionali banche del tempo....

Tutti elementi, alcuni più vecchi, altri nuovissimi, confluiti nello stesso luogo e nello stesso tempo: nell'anno delle elezioni.
Risultato: entrano in Parlamento, con un certo potere determinante (di immobilizzazione o di spinta veloce verso riforme non amate dai vecchi establishment) persone, molte di età inferiore alla media determinata dalla cooptazione politica tradizionale, senza aver preso le armi e senza apparire a prima vista legate omogeneamente a un gruppo identificabile di potere.Magari poi si scoprirà che non è così, ma per ora sembra così.
O si prende atto dell'accaduto e senza garanzie e senza sapere in anticipo dove si andrà a parare si cerca di muoversi assecondando le potenzialità positive che dovessero presentarsi, o si rimane attonit* e si dà il via a lamentazioni, quasi sempre tra l'altro condivisibili in parte.
Certo resta tutto il piano dei contenuti reali, non ci sarebbe rivoluzione se ci limitassimo a ottenere un risultato di moralizzazione e di trasparenza nella gestione della cosa pubblica, questo è appena un prerequisito, sembra un obiettivo a causa dell'indecente malgoverno degli ultimi decenni, che ci ha avvilito da questo punto di vista.
Come questo influisca -anche minimamente sulla geopolitica, e sui percorsi dei poteri forti internazionali che ormai governano il mondo, tenendo sotto scacco i governi nazionali- e soprattutto in quanto tempo possano modificare qualcosa proprio non lo so, e non ci soccorrono esempi storici, perché troppo differenti tra loro sono i contesti storici, politici, culturali, sociali e tecnologici.
Dopo tutto agli abitanti dei vari imperi che si sono succeduti in Europa (Austro-Ungarico, Turco, Russo...) sembrava impossibile qualunque modificazione del sistema di potere.
Ma d'altra parte quando mai le rivoluzioni hanno progettato fin dall'inizio tappe e percorsi?
Non so se sia ottimismo o che, ma questo è il mondo nel quale vivo, per ora, non ne ho altri.

lunedì 4 marzo 2013

Stati d'animo

Difficile definire il mio stato d'animo attuale, un misto di curiosità, e una leggera, ma direi proprio leggera, preoccupazione per non so bene che cosa: faranno o no un governo in breve tempo, e che governo, di maggioranza, di minoranza, governissimo, e chi poi s'allea/non s'allea con chi? ma appena mi viene in mente la domanda che cosa questo comporti per me, mi viene da rispondere: proprio niente.
Allora rimprovero la mia superficialità, mi metto a leggere articoli dei più vari periodici e quotidiani -per fortuna che c'è la rete per permettere questo senza svenarsi con l'acquisto -sto attaccata a face book come non mai in vita mia, ascoltando tutte le voci che mi compaiono in bacheca, esaminando articoli e video; non mi stanco di ascoltare alla radio le varie analisi di politologi/he, sociologi/he, opinion maker, esponenti politici/che, ma nulla mi commuove o preoccupa veramente.
Sono piuttosto  curiosa di vedere che accadrà, l'ho già detto.
Non colgo questo mio modo di fare come distanza dalle cose politiche, convinta come sono che la politica, nella accezione  originaria, sia l'insieme delle tecniche e pratiche elaborate da una collettività per convivere civilmente in un luogo e in uno spazio, con regole che vanno progressivamente migliorate e/o adottate ex novo al sorgere di nuove esigenze collettive.
Ogni aspetto della vita quindi ha una valenza politica, e nessun* può chiamarsene fuori; certo diversi sono i gradi di responsabilità individuale, nel bene e nel male.
Non mi indigno più di tanto ascoltando e cercando di condividere le indignazioni altrui, specie delle/degli amiche/ci di f.b.
Non mi deprimo più di tanto, pur cercando di capire bene, leggendo le depressioni altrui.
Non mi esalto neppure alla lettura delle entusiastiche dichiarazioni di cambiamenti "rivoluzionari" in atto sotto i miei occhi.
Eppure oggi mi sono trovata a seguire la diretta streaming dell'incontro dei/delle parlamentari del M5S, anche se a tratti, con improvvisa attenzione, qui ho colto qualcosa di nuovo.
Lo so che il Partito Radicale ha mandato in streaming sue riunioni, ma chissà perché la cosa non mi ha mai incuriosito.
Non so perché.

sabato 2 marzo 2013

Misoginia e corruzione

Le cose che mi colpiscono maggiormente in queste convulse giornate del dopo voto, complice un raffreddamento che mi tiene inchiodata in casa da un paio di giorni e mi costringere a  consultare compulsivamente face book e giornali sono tre.
Il turpiloquio, come segno del degrado  e della mancanza di rispetto personale non solo nelle relazioni tra le/gli appartenenti al ceto politico, ma anche nei confronti di noi, cittadini e cittadine, che nutriamo verso questa pratica sentimenti contrastanti.
35 anni di insegnamento mi hanno abituato a pretendere il rispetto linguistico delle e degli adolescenti tra loro e nei confronti del personale scolastico,  comprendevo l'esasperazione alla quale certi colleghi e certe colleghe (magari frustrati/e dalla scarso prestigio sociale e dalla scarsissima remunerazione economica)  potevano indurre in allieve/i con i loro comportamenti poco rispettosi, ascoltavo le ragioni e mi facevo carico del problema all'origine, ma richiedevo fermamente di non ricorre ad insulti, che di per sé avrebbero oscurato le loro ragioni e annullata qualsiasi argomentazione.
Credo che la mia funzione di educatrice, inseparabile nel ciclo delle Medie (di I e di II grado) da quella di insegnante, lo prevedesse, pena sanzioni se non l'avessi esercitata.
Eppure non mi ha mai scandalizzato il turpiloquio in sé, ancora troppo recente era il ricordo degli anni fine '60 inizi '70 quando mi apparve strumento di emancipazione dall'ipocrisia di una società  perbenista a parole, censoria nei riguardi di termini e atti che alludessero esplicitamente  alla sfera sessuale, soprattuto nei confronti di una ragazza della piccola borghesia quale ero io.
Nella mia esperienza scolastica, con i costumi modernizzati, il turpiloquio, non come insulti diretti ma come esclamazione di disappunto, segnava  spesso il passaggio dall' adolescenza all'età adulta. Pur con la mia storia di uso personale del turpiloquio come sfogo liberatorio, faccio fatica a accettarlo in  dichiarazioni pubbliche di persone che, pur non essendo insegnanti, dovrebbero esercitare una funzione pubblica di modello di comportamento per tutti tutti/e, giovani e meno giovani, lo avverto come una mancanza di rispetto verso di me, cittadina e elettrice.
Ma la cosa che mi preoccupa maggiormente è che ho senz'altro contezza, nella mia esperienza di vita e di lavoro, che il  turpiloquio -se è usato da persone che conoscono più di trecento parole- maschera il più delle volte il vuoto di idee e argomentazioni.
Come cittadina sono un po' spaventata.
Lo scandalo che si sta rivelano proprio negli ultimi giorni della corruzione al tempo dell'acquisto di parlamentari per rovesciare il parlamento appena eletto.
Anche qui nessuno può credere in buona fede che non sia mai accaduto nulla del genere, dall'inizio dello stato italiano ci furono accuse ripetute, e storicamente accertate,  di trasformismo, che non era certo  dettato da legittimi ripensamenti e cambi di opinione, ma da interessi individuali e cinismo civico.
All'epoca varie voci si levarono a denunciare la cosa, per la platealità che aveva assunto, secondo lo stile da avanspettacolo che caratterizza l'ideatore della pratica, eppure nessuno/a si prese allora  la briga di indagare, di pretendere chiarezza, parlo di chi aveva la possibilità istituzionale di farlo.
Poi ci si lamenta dell'operato della magistratura, che entra pesantemente nella lotta politica, ma la magistratura dovrebbe essere l'ultima destinataria di un'indagine, perché in grado di stabilire se effettivamente un reato c'è stato, su segnalazione degli organi di garanzia dei quali le Istituzioni dovrebbero essere dotate, maxime le istituzioni politiche che hanno la pretesa di  rappresentarci e guidarci.
Perché nessuno/a allora, presente nel Parlamento, si alzò a chieder chiarezza a tutela della propria dignità e di quella dell'Istituzione?
E su questo mi fermo qui.
Al tempo dello scandalo  delle cene di Arcore e del tampinamento da parte dell'allora  Presidenrte del Consiglio di ragazze giovani e belle, molti e molte, che in pubblico magari negavano gli episodi, in privato mostravano senso di ammirazione maschile e di ammiccamento da caserma    non disgiunto da una punta di invidia, se uomini, di emancipazione femminile se donne, per quanto il potere politico e economico  assicurava a un vecchietto, neanche affascinante, un po' floscio e anche un po' noioso con quel vizio di parlare sempre di sé..
Di fronte a prove inconfutabili via via prodotte, si affrettavano a strillare contro il moralismo imperante e invitavano a prendere in considerazione gli atti di governo, non il privato, nel quale ciascuno regna sovrano.
Furono spesi fiumi di parole da parte di donne e qualche uomo per segnalare che i comportamenti privati e quelli pubblici non potevano essere completamente disgiunti in una persona, perché obbedivano a un medesimo ordine culturale e sociale secondo il quale lo scambio sesso-denaro è il fondamento di una costruzione sociale che destina gli uomini e le donne a compiti precisi, distinti ma complementari per la vita di una società.
Questo ordine è il  patriarcato; è vero che non è un tutto indistinto, che prevede livelli diversi di relazioni tra donne e uomini, di rispetto tra le  persone, che non rimane sempre uguale a se stesso, che evolve nel tempo con l'evolvere della società, delle conoscenze e dei costumi, ma il disprezzo nei confronti delle donne -poste in una condizione di dipendenza-  da parte di un uomo che pensa di poter ottenere quello che vuole procurando loro risorse e privilegi, è lo stesso sentimento che si nutre verso uomini, che meno ricchi e potenti,  devono dipendere per ragioni di sopravvivenza o privilegio.
La radice è la stessa, in quanto alla connotazione di patriarcato -che tenta di mantenere le donne in un'asimmetria di potere e risorse rispetto agli uomini per conservare il comando, si è strettamente intrecciata, nel corso del tempo, quella di capitalismo, con la ingiusta allocazione di risorse e ricchezze.
Davvero no si voleva vedere che misoginia e  corruzione andavano in questo caso di pari passo?
E infine il dato per me più allarmante: é stato osservavo da uno dei suoi clientes* che se l'indagine sulla compravendita di senatori fosse emersa prima delle elezioni Berlusconi avrebbe vinto le elezioni.
Sembra un'affermazione paradossale, ma se consideriamo lo spirito civico di cui fanno mostra molti/e cittadini italiani/e -disprezzo per la cosa pubblica, insofferenza verso le regole di convivenza, ammirazione per chi è furbo e imbroglia i "fessi"- l'affermazione non appare così lontana dal vero, dal momento che nella nostra recente democrazia non abbiamo ancora del tutto smaltita l'attitudine al servilismo nei confronti di chi è più forte, italiano o straniero che sia.
Ma io non ci credo, mi sembra che ci siano incoraggianti segni di risveglio.


*Nell'antica Roma, persone subordinate a un patrono. In cambio di protezione, assistenza giudiziaria e distribuzioni di cibo e denaro (sportula), procuravano al patrono voti alle elezioni e si arruolavano per lui. Il rapporto era ereditario, consacrato dalla pratica e dalla legge. Intere comunità divennero clientes dei generali romani che le avevano conquistate. Clientele si chiamano ancora in età contemporanea i gruppi di cittadini elettori che sorreggono i notabili politici ottenendone favori, in una rete di reciproci interessi (clientelismo).(http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_ant/c/c146.htm)






venerdì 1 marzo 2013

Macerie e patriarcato

Tutto è come sospeso; questa mattina ho letto su Zeroviolenzadonne un articolo di Paola Tavella, pubblicato sugli Altri, che  manifestava tutta la sua contentezza per il "crollo del patriarcato", ravvisando nell'attuale disordine politico e nelle macerie dei partiti tradizionali, mummificati e irrigiditi a difendere i loro piccoli o grandi privilegi, il segno del collasso di un sistema -appunto patriarcale- che non è più in grado di funzionare.
Per un po' mi ha anche messo di buon umore.
Mi è però venuto in mente che coincidenza vuole che la prima volta che arrivano più donne in Parlamento, quest'ultimo rischia di non poter funzionare; inoltre non sono neanche così sicura che se si votasse tra un paio di mesi si ripeterebbe l'exploit, infatti i sostenitori del patriarcato lotterebbero con il coltello tra i denti, come pirati all'arrembaggio del Parlamento, per loro è questione di vita o di morte e dubito che molte donne vorrebbero misurarsi su quel terreno.
O forse sì, qualcuna che imita modalità e stili di linguaggio e comportamenti degli uomini che le hanno cooptate, ma non mi farebbero stare tranquilla, si mostrerebbero più zelanti degli uomini ai quali obbediscono spesso supinamente (absit iniuria...).
Ho anche letto un articolo che affidava alla presenza salvifica femminile il compito di riportare ordine e armonia nelle relazioni politiche in subbuglio.
Illusione del potere delle donne secondo la rappresentazione maschile del femminile: oblativo, materno, che si prende cura di....
Rimane il fatto che nel disordine ha buon gioco chi è più mestatore, chi ha affinato intelligenza e nervi per sfruttare tutte le occasioni per realizzare il proprio "particulare", per distrarre con falsi obiettivi dalle responsabilità gravi delle quali dovrebbe rendere conto.
Comunque non è detto che la pur minoritaria presenza di donne in Parlamento non riservi piacevoli sorprese, almeno quelle che intendono  mettersi in relazione tra loro, senza obbedire ciecamente ai capi di riferimento, per azzardare qualche alternativa al panorama desolante che offrono molti uomini in questa situazione.


giovedì 28 febbraio 2013

Donne in politica

Ci siamo, con queste elezioni siamo allineate alle altre  democrazie, anche se restiamo buoni ultimi, nel rapporto donne -uomini nelle istituzioni di rappresentanza politica.
C'è comunque da esserne contenti/e, se non altro per una questione di riequilibrio di genere, ancora alla fase iniziale.
Lascio alla stampa tutte le considerazioni più o meno entusiastiche su quella che viene rappresentata come "svolta epocale", insieme al contemporaneo svecchiamento del ceto politico. Così come tralascio le supposizioni su che cosa questo significherà in termini di influenza sulle politiche che metteranno in atto i vari partiti.
Ho letto in un  articolo che alcune giovani deputate e senatrici  hanno indicato in ordine sparso le priorità personali: abolizione totale della caccia, riforma della giustizia, diminuzione degli sprechi nella spesa pubblica, riforma del sistema carcerario. Non so come funzionerà per loro la lealtà al gruppo di riferimento, e se riusciranno a portare a termine gli obiettivi.
Speriamo di sì.
Credo che già questo coglierà alla sprovvista chi -uomo o donna- si ostina a considerare i temi relativi alla cura  dei viventi e del loro ambiente (nell'ambito quindi di politiche relative a welfare, sanità, istruzione....) propri delle donne, nel pubblico e nel privato.
Se il discorso si allarga a tutti i campi della vita sociale ecco che potrebbero cadere  baluardi consolidati e potrebbero rimettersi in gioco assetti teorici, pratici e di potere che finora apparivano inespugnabili.
E' stato osservato che almeno da noi l'ingresso non eccezionale di donne in istituzioni e professioni tradizionalmente maschili coincide in genere con la decadenza, economico e di prestigio, delle stesse cariche. E' avvenuto così ad esempio per la scuola superiore, e, se effettivamente questo Parlamento riuscirà a contenere tutti gli emolumenti dei quali gode ancora il ceto politico, sarà così anche in questo caso, dal punto di vista economico; della decadenza delle istituzioni rappresentative oggi in Italia poi non mette neanche conto di parlare.
Non a caso sono ormai decenni che la nostra democrazia si rivela sempre più bisognosa di allargamento a soggetti inediti, e da più parti si concorda sull'esigenza di perfezionarla in democrazia partecipata.
Come donne non siamo né un gruppo sociale, né una formazione politico-sindacale, in questo senso non condividiamo interessi comuni (di lobby), ma uno scenario comune sì, derivante direttamente dal nostro sistema patriarcale-capitalistico; su questo secondo me si potrà giocare per ottenere alleanze tattiche iniziali tra donne -e uomini altrettanto contrari al sistema- che mutino le regole del gioco, regole tarate su un soggetto maschile (bianco, eterosessuale) falsamente rappresentativo di uomini e donne.
Ricordo come esempio che più di vent'anni fa una brava dirigente del maggior sindacato metalmeccanico, promossa alla direzione nazionale, si trasferì a Roma, con la figlia piccola e trovò che le riunioni importanti, di programmazione delle attività, erano tutte convocate dalle 18 in poi! Dovette combattere a lungo per ottenere lo spostamento di orario, dal momento che non aveva una moglie a casa ad accudire alla figlia!
D'accordo che l'episodio può essere anche letto alla luce delle differenze tra le persone e le abitudini di vita: lei veniva da Torino, Nord, mentre a Roma e nel Sud gli orari di vita sono spostati verso sera, le differenze di posizione economica possono incidere nel permettere o nel non consentire  aiuti domestici, ma resta il fatto che se molte donne hanno rinunciato a certe carriere e lavori è stato non per automoderazione o mancanza di ambizioni personali, ma per il carico della "cura".
In questo senso è possibile che la quantità -più donne nei posti apicali e pubblici- si trasformi in qualità,  comportando un cambiamento delle regole consolidate di partecipazione, finora a misura di uomo, per permettere una reale competizione tra soggetti interessati alla guida del paese.
Questo sarebbe finalmente un elemento  di chiarezza e disambiguità, un obiettivo inizialmente unificante: organizzarsi socialmente in modo che le donne che lo vogliono godano delle condizioni materiali (condivisione della "cura" con gli uomini, in primis) per accedere alle responsabilità che desiderano, così come avviene per gli uomini (tralascio, ma non ignoro,  in questo amito del discorso il dato di classe, che incide anche sugli uomini in termini di accesso ai luoghi di potere).
E' da qui che comincia il bello e il vero conflitto, tra donne e donne, tra donne e uomini, tra uomini e uomini, politicamente parlando, sul mondo che ci prefiguriamo, che vogliamo abitare, sulle priorità da realizzare, sulle modificazioni da introdurre e sulle pratiche da scardinare.
Così si uscirà dalle due dimensioni nelle quali come donne siamo immobilizzate, simmetriche tra loro, e ugualmente stereotipate:  quella di  vittime, fragili e bisognose di tutela, oppure al contrario di onnipotenti, in grado con la nostra sola presenza nei luoghi che contano di raddrizzare i torti, far fiorire l'economia e la produttività delle aziende (il valore rosa aggiunto di cui tanto si parla oggi)  ingentilire i costumi, portare luce e civiltà nella barbarie incalzante.

mercoledì 27 febbraio 2013

Giovani contro vecchi: da guerra a conflitto

L'effetto spiazzante c'è stato, è innegabile e ha scatenato scenari diversi tra loro: disperazioni più o meno mascherate da rassegnazione, ricerca di colpevoli, ipotesi di governo, governissimo.
ODDIO!
Non sottovaluto il rischio di cambiamenti radicali, ma mi sento stranamente tranquilla, confido nella tenuta democratica, nel buon senso delle persone chiamate a compiti senz'altro difficili e impegnativi in clima di crisi economica e sociale.
Se non c'è esperienza, si impara.
Quando entrai io nella scuola, dopo l'università, avevo esperienza solo di ricerca, non di didattica, ho imparato nel tempo, certo un po' a spese dei miei primi allievi e allieve, ma dalle reazioni che hanno avuto, e dagli esiti negli studi che alcuni/e hanno in seguito ottenuto, non devo aver fatto loro troppo male.
C'è solo un aspetto che mi dispiace nella nuova situazione, perché lo ritengo immiserente dal punto di vista umano, la guerra -non il conflitto che comporta la ricerca di mediazione- ma la guerra nel senso di mors tua/vita mea tra "giovani" e "vecchi".
A me sembra un deleterio effetto di trasmissioni televisive: vecchi/giovani, uomini/donne, suocere/nuore., alti/bassi...., interisti/milanisti......e  dei talkshow dove "vince" chi ha più fiato in gola, e/o sbeffeggia meglio l'avversario.
Qui in gioco non c'è l'eliminazione fisica, per fortuna -come nel mito del buttare i vecchi nel Tevere, ai primordi di Roma- ma c'è l'annichilimento e l'umiliazione dell'avversario, e non è un bel vedere, anche perché i/le giovani hanno più forza, potenza e energia rispetto ai vecchi.
E non penso così solo ora, che sono vecchia, ma lo pensavo anche da giovane, pur mal sopportando l'arroganza di chi mi obiettava: sei troppo giovane, inesperta per capire.
Uno degli effetti distorcenti dai quali occorre liberarsi in fretta è secondo me proprio questa modalità di "guerra politica" riprendendo la pratica di "lotta politica"

martedì 26 febbraio 2013

Ogni cosa è illuminata. Ora si fa sul serio



Ogni cosa è illuminata



Tre mesi sono passati, molto intensi, sia per eventi personali che collettivi.
In occasione delle elezioni mi sono trovata a considerare questioni politiche in un'ottica  più pratica che teorica, il che ha richiesto un'accelerazione, con il rischio di qualche semplificazione.
Finalmente le elezioni ci sono state e hanno avuto il merito di mettere in luce la situazione di crisi delle forme e dei contenuti della politica tradizionale espressa fino ad oggi dai partiti, intenti ormai  a presidiare gli ultimi scampoli di potere.
I livelli numerici di astensione, schede bianche, schede annullate, sommati -non per contenuti, ma per novità di situazione- ai risultati del Movimento 5Stelle hanno indicato che la maggioranza -più del 50% di italiane e italiani- non è più d'accordo con il sistema finora  prevalente in Italia: metodi, contenuti, persone incluse.
Non conosco le analisi dei flussi, né le rilevazioni sociologiche a proposito, dei e delle partecipanti al voto, ma parlo per me, donna che ritiene necessario modificare l'attuale sistema della rappresentanza della nostra democrazia allargandolo, invece che restringerlo di fatto alle e agli esponenti di interessi consolidati, nel senso di una democrazia partecipativa.
Ma  la democrazia partecipativa si costruisce tutt* insieme, partendo dal conflitto ineludibile  in una società di persone autonome nell'esprimere la propria soggettività culturale, politica e materiale, 
persone quindi portatrici di interessi confliggenti tra loro, cerca il confronto fra gli interessi particolari contrapposti, alla ricerca di una loro composizione in vista di una convivenza abbastanza soddisfacente in uno stesso luogo (il paese) e nello stesso tempo. E non può essere un'etichetta vuota, da appiccicare ai programmi elettorali, una parola d'ordine per attirare consenso, in questo senso le persone  sono più intelligenti di quanto pensino i nostri attuali politici e politiche, e soprattutto non ci cascano più.
Soprattutto, una democrazia a un livello  migliore dell'attuale si costruisce in tempi medio-lunghi.
Non mi interessa neppure misurarmi con il falso problema: partiti sì, partiti no. I partiti, nati in Italia alla fine dell'Ottocento (!892 Partito socialista italiano) si sono costituiti proprio per allargare la partecipazione politica delle masse fino ad allora escluse dalla possibilità di incidere sull'organizzazione sociale, economica e politica del paese, dominate e sfruttate dai notabili locali e nazionali, che piegavano le classi disagiate ai propri interessi, detenendo soldi e poteri. I partiti hanno portato avanti un'opera meritoria di educazione, in un sistema di massimo analfabetismo, quale quello italiano, hanno aiutato a costruire lotte, hanno collegato realtà frammentate, sono stati un veicolo di democrazia.
Hanno dato voce agli esclusi, escludendo a loro volta le donne, questo il peccato originale, dal quale parte ogni male secondo me, e  che comporta conseguenze anche oggi.
E' vero che dal 1946 noi donne votiamo, ma il nostro voto serve a confermare un ordine simbolico, sociale e culturale patriarcale, che prevede ruoli sociali, compiti e funzioni definite in base all'appartenenza sessuale e ai modelli di uomo e donna, e delle loro relazioni, previste dalla società patriarcale, e capitalistica, che non viene scalfita, malgrado la modernizzazione dei costumi; modernizzazione spesso scambiata erroneamente per sovvertimento dei fondamenti ai quali si ispira.
Ma da quando i partiti si sono irrigiditi in organizzazioni volte ad assicurare il potere e i privilegi dei gruppi dirigenti, in accordo con i poteri forti (economici e finanziari) nazionali e internazionali, hanno smesso di costituire un elemento trainante della trasformazione dello stato di cose presenti, limitandosi a richiedere consenso in vista delle scadenze elettorali, per poi procedere come prima.
Questo aspetto coinvolge tutti gli attuali partiti, di destra, sinistra, centro; non so, ma non vorrei fosse così anche per le nuove formazioni, appena affacciatesi alla ribalta politica italiana.
Anche i punti qualificanti dei programmi hanno perso vigore e senso, tanto che li si può trovare, più o meno camuffati, in tutte le proposte delle varie formazioni politiche (mi limito a quelle  di natura democratica).
E' dalle iniziative esterne ai partiti, anche se poi questi ultimi a volte le fanno proprie, dai gruppi vari, dai movimenti che negli ultimi anni sono nate le proposte più innovative e in grado di mobilitare molte e molti, e qui torno alla vexata quaestio della partecipazione delle donne alla vita politica, intensa nelle fasi di lotta e organizzazione delle stesse, e minoritaria, o meglio marginalizzata nel momento dell'accesso ai luoghi di potere.
In queste elezioni c'è stat tutta una corsa, da parte delle formazioni che si sono presentate alle elezioni, a esibire il numero di donne in lista, tutti i partiti si sono rubati alternativamente il titolo di partito con un numero maggiore di donne; ma non è questo il punto.

Non siamo noi donne un gruppo sociale, non abbiamo gli stessi interessi, ci sono quelle alle quali il patriarcato va bene così com'è, perché assicura loro vantaggi e allora al momento dell'azione e delle decisioni  condividono metodi e contenuti con gli uomini delle loro formazioni.
Ci sono quelle, e per fortuna sempre più quelli, ai quali non va bene il sistema patriarcale-capitalistico ma non riescono a uscire da una dimensione di nicchia e a far sentire fino in fondo la propria voce, per la sordità a questi temi delle formazioni in campo.
Ma dopo queste elezioni il sistema imbalsamato che abbiamo avuto fino a oggi è saltato, si sono aperte nuove prospettive

Ora si fa sul serio
Io adesso parlo delle situazioni di analisi, teorizzazioni e conflitto che conosco, sapendo che ce ne sono molte, anche espressione di soggettività e sensibilità politiche diverse dalla mia, che vanno indicate e seguite, perché destinate a mobilitare la vita di noi tutt* nei prossimi tempi.
Nei tre mesi di preparazione alle elezioni ho contribuito alla stesura del Manifesto degli obiettivi immediati, scritto da Iole Natoli, in collaborazione con me, Teresa Pezzi e Ilaria Tarabelli (http://agendadonneitalia.blogspot.it/), rivolto a candidate e candidati, d'accordo sulla necessità di smantellare il sistema patriarcale-capitalistico come un sistema irriformabile, violento, ingiusto nei confronti di molte e molti,  a favore di pochi e poche privilegiati/e, rispetto alla totalità degli abitanti del pianeta.
Il Manifesto in questione contiene un primo pacchetto di proposte dettate dalla considerazione che i problemi di convivenza riguardano allo stesso modo donne e uomini, cancellando finalmente l'idea che le donne siano interessate e competenti in certe tematiche relative alla cura del vivere e al mantenimento di relazioni civili tra le persone (ambiente, natura, accudimento di persone e animali,  e manutenzione di cose) e gli uomini in altre: le vicende politiche nazionali e generali che riguardano la collettività.
Sono attenta a quanto si muove nell'ambito delle formulazioni riguardanti le tematiche dei "beni comuni", sia dal punto di vista giuridico, che sociale, guardo con simpatia a formazioni quali ALBA e "Cambiare si può", per le analisi che avanzano, ma sono sicura che se non si approprieranno della prospettiva di genere -non tanto dal punto di vista del numero di donne da presentare nei momenti organizzativi, oppure del fatto di accettare qualche obiettivo inerente il lavoro femminile, la partecipazione alla vita pubblica, la lotta al femminicidio, da introdurre nelle loro proposte come fiori all'occhiello- ma nel senso  affrontare tutte le problematiche prese in esame: sociali, politiche culturali, scientifiche..... dal punto di vista delle relazioni di genere, neanche queste formazioni e altre analoghe riusciranno a contrastare la  progressiva distruzione  di ogni possibilità di convivenza pacifica e democratica.