mercoledì 13 novembre 2019

Una politica femminista che viene da lontano



 E' appena uscito un libro che per me assolve due importanti funzioni, la prima è una sorta di compensazione, perché finalmente dopo  quarant'anni si torna a parlare  di una parte del Femminismo degli anni Settanta che ho vissuto in prima persona e che non ho quasi mai ritrovato nelle ricostruzioni di memoria del Femminismo, cancellata non solo dai mass-media, ma dalle stesse femministe di altri gruppi, quasi fosse imbarazzante parlarne.
La seconda è l'urgenza di riprendere il discorso -pur tenendo conto delle modificazioni di contesto- su nodi politici affrontati allora,  forse troppo in anticipo sui tempi, visto che i processi sociali ed economici dispiegatisi nell'ultimo quarantennio erano appena agli inizi, ma che sono diventati di attualità.
L'imbarazzo credo derivasse dal disagio di molte di fronte all' accostamento donne soldi, accostamento che richiamava alla mente un fantasma potentemente attivo, il fantasma della prostituzione, in una società ancora dominata dal principio patriarcale dello scambio sessuo-economico regolatore delle relazioni tra donne e uomini; una società nella quale il denaro, oltre a costituire una delle principali risorse di vita, è lo strumento fondamentale di mediazione materiale e simbolica nelle relazioni sociali e misura del valore di ogni realtà.
In questo senso la richiesta di salario fu fraintesa, l'obiettivo non consisteva  tanto nell'ottenere un po' di soldi in tasca da gestire autonomamente,  anche se elemento fondamentale  per una reale autonomia e indipendenza di pensiero, ma funzionare da leva politica per smascherare un sistema economico che poggia su una mole di lavoro non  riconosciuto in quanto lavoro, e quindi non pagato,  quantitativamente maggiore del lavoro di produzione, questo sì pagato, anche se poco e male, svolto in grande maggioranza da donne, dal quale il sistema capitalistico estrae ricchezza.
Oggi è acquisita la consapevolezza della  mole di lavoro domestico e di cura gratuito prestato soprattutto da donne su tutto il pianeta, istituzioni nazionali e internazionali misurano, quantificano, denunciano, sfornano addirittura tabelle in cui indicano quanto vale in denaro.
Naturalizzato nella dimensione essenziale della femminilità, il lavoro di riproduzione, nei molteplici aspetti: biologico, sociale, psicologico, sessuale è tenuto separato e contrapposto artificialmente al lavoro di produzione. Tutto quanto è riassunto nel concetto di “cura”, proposto oggi da vari filoni dei movimenti come elemento fondante per trovare un nuovo paradigma di convivenza, in grado di eliminare la divisione sessuale del lavoro, cioè la struttura portante delle relazioni tra uomini e donne all’origine del patriarcato, strettamente intrecciato con il neocapitalismo.
Ma venendo al libro, Antonella Picchio e Giuliana Pincelli in Una lotta femminista globale. L’esperienza dei gruppi per il Salario al Lavoro Domestico di Ferrara e Modena, 2019, Milano, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore, ricostruiscono la storia dei gruppi di Lotta Femminista e del Salario al Lavoro Domestico di Modena e Ferrara, una rete nazionale del femminismo degli anni Settanta, collegata alla International Wages for Housework Campaign.
Documenti, articoli, volantini, manifesti, foto, nazionali e internazionali, prodotti nel decennio di attività, con lo sforamento cronologico di un articolo del 1982, costituiscono la parte più rilevante del libro, e restituiscono la funzione più importante di un Archivio, che non si limita, come a volte si intende in maniera riduttiva,  a conservare la memoria, preservandola dalla dispersione, cancellazione, e falsificazione, ma a organizzarne i contenuti per attivare processi di riflessione sui nodi teorici e politici del presente.
Il resto del libro consiste di due scritti delle autrici, nel primo Antonella racconta la propria esperienza di vita e di pensiero e le modificazioni intervenute negli anni della partecipazione al gruppo, alla luce delle consapevolezze maturate oggi, nell'altro Giuliana ricostruisce la storia dei gruppi, i rapporti internazionali, le difficoltà interne sorte per le differenze nel modo di intendere il salario, differenze che portarono conflitti e scioglimento finale di Lotta Femminista,  e anche la  vicenda della mancata ricezione di analisi, posizioni teoriche e pratiche all'interno del femminismo italiano.
Conclude il libro un Epilogo sotto forma di intervista dell’una all’altra che rende il senso dell’operazione.
Afferma Antonella alla domanda di Giuliana perché abbia deciso di aderire alla richiesta della Fondazione Badaracco di ripercorrere quell’esperienza politica:
“…l’ho fatto perché sento aleggiare un nuovo vento che rigenera e spinge a condividere le esperienze fatte, a riprendere un cammino che tanti anni fa ha cambiato le nostre vite, facendole fiorire. Sento anche un senso di urgenza e un bisogno di radicalità che però ha bisogno di molta forza collettiva per essere sostenuta. I diversi refoli di aria nuova devono essere incanalati in un forte vento, capace di spazzare via le correnti reazionarie che stanno ammorbando l’aria… Il problema è quello di costruire la forza collettiva in grado di rendere questa radicalità chiaramente dicibile e effettivamente agibile. Una forza in grado di incanalare a livello globale le tante correnti d’aria che stanno smuovendo il femminismo a livello globale in un uragano dirompente, senza confini.”
La bella immagine dei refoli d’aria che unendosi possono trasformarsi in uragano dirompente rimanda alla leggerezza e al contempo alla forza in grado di travolgere gli ostacoli opposti alle lotte delle donne in tutto il mondo e disperde la sensazione di smarrimento che può cogliere di fronte alle tragedie nazionali e internazionali che le coinvolgono oggi, in un clima culturale e ideologico che tende a riproporre regole e gerarchie economiche e sociali atte a ridare fiato a livello planetario a  un patriarcato traballante, pur con diversi gradi di intensità e violenza a seconda delle condizioni materiali di vita, intrecciato a un capitalismo che, alla ricerca continua di nuove fonti di profitto, intensifica le disuguaglianze sociali e appare sempre più determinato a giovarsi del lavoro non pagato  delle donne che, oltre a produrre gli esseri umani, la merce più preziosa, è anche di sostegno quotidiano e capillare a una massa di uomini deboli e fragili di fronte allo sfruttamento e alla frustrazione derivanti loro dal sistema, nonché alla perdita degli unici poteri dei quali rivalersi sulle donne, quello di essere i guerrieri protettori, in tempo di armamenti sempre più sofisticati, e quello di essere breadwinner, in tempi di smaterializzazione dei processi produttivi, causati dalla automazione.
Dai documenti pubblicati  nel libro e dalle parole delle autrici emerge che il fuoco delle analisi delle condizioni materiali di vita delle donne  e delle conseguenti lotte intraprese dai gruppi di Lotta Femminista e del Salario per il Lavoro Domestico era relativo ai temi del doppio lavoro, della violenza domestica, della salute, della maternità, della sessualità, dell’amore, della prostituzione.  Temi che troviamo oggi al centro  nel dibattito femminista, e non solo. 
Mi riferisco ad esempio alla denuncia dell’eterosessualità obbligatoria imposta dal patriarcato insieme all'obbligo sessuale  delle donne nei confronti degli uomini, dentro e fuori del matrimonio, mettendo in luce la continuità tra lavoro non pagato in casa, compreso le dovute prestazioni sessuali, e lavoro di prostituzione, tema questo lacerante nel Femminismo, allora, come oggi
Viene da chiedersi, e se lo chiedono anche Pincelli e Picchio, come sia possibile che una tale ricchezza di analisi e di  proposte politiche di un Movimento di dimensione nazionale, radicato in venti città italiane, collegato con realtà impegnate in lotte dello stesso tenore in Inghilterra, USA e Canada, abbia  avuto così poca risonanza mediatica e sia stata quasi ignorata dal resto del Movimento di allora in Italia, così da determinare una deplorevole separazione tra due filoni di pensiero e pratiche che avrebbero dovuto procedere strettamente connesse; una separazione che ha nuociuto non poco al contrasto di processi messi in atto dalle istituzioni politiche e sociali del paese, contro i quali ci 
troviamo a combattere.
L'altro filone del Femminismo è quello che faceva dell'autocoscienza la pratica fondamentale, perché considerava prioritaria per una reale modificazione dello stato delle cose la ricerca della complicità delle donne con l’ordine del discorso vigente, con il corredo di abilità, funzioni e compiti storicamente determinati ma naturalizzati come costitutivi del maschile e del femminile.
Le analisi e le pratiche dei gruppi di Lotta femminista e del Salario per il Lavoro Domestico mancavano -non in tutte le situazioni però- dello sguardo dentro le soggettività, in merito alle fantasie, alle paure, ai desideri, alle aspettative delle donne derivanti  dalla interiorizzazione dell'ordine patriarcale.
Il linguaggio usato nei documenti risentiva molto di quello delle lotte operaie in atto in quegli anni, periodo nel quale era diffusa la diffidenza nei confronti degli strumenti analitici marxiani impiegati nelle analisi, per timore di un assorbimento e conseguente neutralizzazione dei contenuti di lotta femministi nella più generale lotta di classe.
A questo proposito è interessante notare che invece i gruppi di Modena e Ferrara praticavano l’autocoscienza, come facevano i due gruppi di Lotta Femminista di Milano, bollati come eretici dalle donne dei gruppi padovani.
Sta di fatto che la mancanza di lavoro comune tra i due filoni del Movimento italiano non è stato un elemento positivo per il Femminismo italiano.
Una domanda e la risposta a conclusione del lavoro di Pincelli e Picchio illustrano il senso dell’operazione:
“ G. C’è qualche aspetto del movimento di lotta delle donne oggi, a livello globale, che ha legami e affinità con le posizioni teoriche e le prassi seguite negli anni Settanta dai gruppi per il Salario al Lavoro Domestico sia in Italia che nella rete internazionale?
 A. In realtà con il movimento di Non Una di Meno è facile trovare punti in comune per quanto riguarda gli obiettivi del Piano femminista contro la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere, come si coglie dai documenti presentati nel capitolo precedente.   Temi ora ripresi con forza a livello globale, della violenza domestica, del lavoro non pagato, del lesbismo, della prostituzione, della intersezionalità, erano molto presenti nel dibattito dei gruppi del Salario al Lavoro Domestico in Italia e in precise azioni politiche portate avanti soprattutto dalle compagne di Wages for Housework in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada.
A livello globale, I carichi di lavoro domestico, e la conseguente mancanza di un reddito autonomo, condannano le donne a povertà, stanchezza, isolamento e disparità di potere in tutte le negoziazioni sociali, con gli uomini e con lo Stato, nelle città globali di New York e Londra come in quelle provinciali di Modena Ferrara.” L’incontro tra le due realtà di Movimento che le autrici vedono già in atto nei gruppi NUDM fanno sperare bene per il futuro.






lunedì 11 novembre 2019

Le parole della violenza degli uomini sulle donne

La non sorprendente affermazione alle elezioni spagnole del partito di destra Vox, partito che ha promesso, durante la campagna elettorale, di lottare contro immigrazione, gay, autonomisti catalani, e soprattutto femministe, ha il pregio di fare chiarezza, senza ipocrisie e infingimenti di sorta, sulle vere intenzioni della destra che si sta affermando in modo davvero preoccupante in Europa.
Le femministe  sono definite nei documenti e nei discorsi a volte suprematiste, altre volte nazi-femministe, che vorrebbero mettere il burqa ideologico alle donne, con l'accusa ricorrente di  denunciare ingiustamente gli uomini per violenze mai subite. Quest'ultima espressione richiama alla memoria, e spiega purtroppo, le vergognose sentenze che hanno assolto i delinquenti stupratori in caso la vittima di violenza sia drogata e quindi incosciente. Sentenze che hanno provocato le manifestazioni di protesta di migliaia di donne in tutto il paese.
Il fatto poi che a Madrid il partito sia capeggiato da una donna quarantenne, fondatrice di un'associazione di giovani donne che si dichiarano tra l'altro contro l'aborto, la critica al patriarcato, la criminalizzazione degli uomini conferma la triste realtà di donne complici degli uomini nella speranza di guadagnare qualche vantaggio personale.
Ho detto che il programma ha il pregio della chiarezza, perché afferma esplicitamente quale è il sottofondo comune a tutte le istituzioni politiche della attuale destra radicale europea, pur declinato con parole differenti a seconda delle diverse situazioni economiche dei rispettivi paesi. 
La crisi di sistema è generale, non solo in Europa, i livelli di welfare finora adottati dai vari governi risultano insostenibili se si vogliono mantenere i profitti dei gruppi dirigenti economici e finanziari nazionali e internazionali, il pericolo che si diffonda il rifiuto delle donne di continuare a considerare come prioritaria la dimensione  di cura e sostegno emotivo, psicologico, amoroso dei componenti della famiglia, caricandosi sulle spalle l'enorme carico di lavoro domestico e di cura non pagato,  base economica del lavoro di produzione mondiale, spaventa davvero, di qui il richiamo ai soliti vecchi ruoli e alle funzioni patriarcali, considerati come la soluzione al disorientamento e alla frustrazione di uomini che perdono sempre più potere e autorità. 
Le armi di distruzione sempre più sofisticate, impiegate in guerre ad alta e bassa intensità, hanno tolto agli uomini anche l'ultimo alibi a cui aggrapparsi per sembrare necessari: la figura di guerriero difensore, così  come  l'automazione dei processi produttivi, con il carico di disoccupazione e precarietà che  comportano, l'hanno spodestato da quella di breadwinner.
Ma non basta questo a spiegare la rabbia e il livore di questa destra nei confronti delle donne che si liberano della subalternità all'uomo di turno, amante, marito, figlio, che reagisce sempre più con il femminicidio.
Questa destra è  infatti diversa dalla destra tradizionale, di impianto liberale, nostalgica dei vari quadretti idilliaci della donna sorridente e sollecita ad accogliere a casa i figli/e i mariti; bozzetti peraltro validi solo nell'affluente Occidente, il linguaggio usato nei manifesti e nei discorsi documenta livore  e delirio. 
Trovo accostati termini quali: suprematismo, nazifemminismo, burqa che alludono a realtà diverse tra loro. Il suprematismo non è certo quello artistico, ma quello dei bianchi degli USA, il nazismo sappiamo che cosa è, il burqa è un capo d'abbigliamento imposto alle donne in certi paesi. Tutti termini che denotano politiche e comportamenti  volti a impedire la libertà di espressione di sé, l'autodeterminazione, la possibilità di vivere secondo le scelte proprie. 
In altre parole, le battaglie e le lotte per l'indipendenza e l'autonomia delle donne dal comando maschile comporterebbero per gli uomini l'essere vittime di suprematismo (femminile?), dittatura feroce (nazismo) da parte delle donne?
E' questo che temono, perché è questo l'unico modo di intendere le relazioni tra donne e uomini, l'annichilimento o degli uni o delle altre? senza che siano possibili altri modi di convivenza?
Se non è questa l'origine della violenza degli uomini sulle donne.




lunedì 14 ottobre 2019

Donne, soldi, potere, poteri

Molte donne rivelano spesso nella quotidianità atteggiamenti e/o comportamenti ambivalenti e contraddittori nei confronti dei soldi, per eccesso o per difetto di attenzione, anche se poi nel lavoro si dimostrano efficienti amministratrici finanziarie. Qualche tempo fa, nel corso di una Assemblea, la Presidente di un'Associazione femminile alla perenne e faticosa ricerca di finanziamenti che permettano lo svolgersi delle attività, ha dichiarato: "Meno male che siamo povere, se no guai!", dando per scontato un inevitabile inquinamento delle relazioni tra le socie, peraltro tutte volontarie, provocato da un eventuale, e sempre sperato, afflusso di soldi.
Donne, anche manager, mi hanno confermato che a volte si confondono nel compilare assegni cospicui nel privato, mentre nel lavoro sono ineccepibili; altre delegano a uomini di fiducia, anche se con competenze finanziarie pari alle loro, la gestione di somme personali da investire. Ho inoltre riscontrato, anche in prima persona, una punta di imbarazzo in alcune professioniste al momento di richiedere il pagamento delle parcelle, qualcuna mi ha confessato di aver lasciato perdere in qualche caso, dopo una prima richiesta andata a vuoto.
A questi comportamenti è da aggiungere la frequente contrapposizione, spesso inconsapevole, tra le attività  del lavoro di cura prestate nell'ambito familiare-privato, e in quanto tale considerate gratuite e quindi dettate da nobili sentimenti (amicizia, affetto, amore) e le altre della stessa natura, ma  appartenenti al mondo del lavoro fuori casa, svilite socialmente e economicamente, come se, essendo motivate dal desiderio/necessità di guadagno, in qualche modo si deludessero  le aspettative sociali, smentendo una qualità ritenuta propria delle donne: la tendenza all'oblatività, all'offerta gratuita e "disinteressata".
L'immagine di genere interiorizzata da donne e uomini di una femminilità socialmente riconosciuta e incoraggiata deriva in questo caso dal  paradigma storicamente determinato del materno, nel quale lo scambio avviene tra due soggetti asimmetrici rispetto al potere: madre onnipotente e neonato debole, indifeso e dipendente - secondo questo modello la sopravvivenza del debole dipende dall'amore e dalle cure materne.
Il discorso chiama in causa le varie forme, gradi e livelli di poteri e contro-poteri giocati nei rapporti tra donne, e tra donne e uomini, in un società in cui il denaro, oltre a costituire una delle principali risorse di vita, è lo strumento fondamentale di mediazione materiale e simbolica nelle relazioni sociali, misura del valore di ogni realtà
Il disagio a cui si è accennato sembra una possibile conseguenza del conflitto tra i due modelli con cui si confrontano le donne oggi: quello di un femminile a lungo dominante nel nostro immaginario collettivo, anche se in realtà spesso contraddetto anche in passato nella pratica sociale, e quello delle pratiche economiche che conosciamo e con le quali ci misuriamo, che si fondano su un presunto rapporto paritario tra soggetti, caratterizzato dall'utilità reciproca e dalla razionalità. Se non viene riconosciuto, il conflitto porta molte donne a autoridurre l'autonomia che deriva loro dalla conquistata indipendenza economica, per conformarle, almeno nell'ambito del privato, ad un modello rifiutato a livello di coscienza, ma ancora operante nel profondo, e comunque garante di certe, secolari e sperimentate rendite di posizione, nicchie di privilegio, gratificazioni sociali, in cambio di un certo grado di dipendenza.
La forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto.
C'è poi da considerare che, malgrado siano in parte mutate per le donne e gli uomini nel corso degli ultimi trent'anni le condizioni materiali di vita e gli universi simbolici di riferimento, a livello profondo in molte agisce ancora come deterrente la potente sanzione sociale che nel passato colpiva quelle che non accettavano di sottomettersi alle rigide regole della comunità di appartenenza, principalmente nella sfera dei comportamenti sessuali.
Questa condanna sociale, con un'operazione di estensione a tutti gli aspetti della vita delle donne, ha costituito per secoli una minaccia, in presenza della codificazione patriarcale dei ruoli sessuali (scalfita sì, oggi, ma non ancora completamente demolita), secondo la quale le donne sono considerate prima di tutto in relazione al loro sesso, e alle funzioni socialmente diversificate che storicamente ne derivano. Si comprende in tal modo l'origine dell' "insulto di genere" per eccellenza, rivolto alle donne e profondamente inscritto nella lingua, così da dar vita ad automatismi linguistici e quindi di pensiero: qualunque sventatezza, ingiustizia, errore, cattiveria compia una donna, di qualunque età, professione e stato sociale, la prima ingiuria che si sente rivolgere, sotto l'urgenza della collera è puttana, troia...., e questo indifferentemente sia da uomini che da donne.
Un fantasma potentemente attivo, dunque, il fantasma della prostituzione, orienta molti degli atteggiamenti e determina parecchi comportamenti ambigui rispetto ai soldi, anche nelle donne più avvertite e consapevoli, inducendo in molte la sensazione che mostrarsi interessate ai soldi, o peggio, tanto ai soldi quanto ai sentimenti, faccia nascere il sospetto di essere disponibili a scambiare sesso contro denaro, per necessità, o peggio per  vizio.

venerdì 13 settembre 2019

Racconti della non-località. Fogli di carne



Diventare bidimensionali può provocare uno stordimento iniziale intollerabile.

Anni di preoccupazioni per la linea, per il timore di diventare rotonda, tutto cancellato in un colpo, sono diventata bidimensionale.
Sono un foglio di carne.
Ma dove saranno finiti gli organi interni, il cervello, l’intestino, lo stomaco, le ossa, non c’è più posto per loro, eppure cammino, se mi pungo una mano sanguino e sento male, Anche la voce è flebile, se la alzo troppo diventa stridula, pur restando poco udibile. Sono persino in grado di sollevare una sedia, tenendola per la spalliera. La faccia è la mia, ma piatta, come riprodotta su un foglio da disegno, o in una fotografia, i capelli però sono i miei.

Sono diventata un personaggio dei Mestolini, il gioco dei bambini fatto di sagome di legno, a forma di piccolo mestolo, da rivestire con con abiti di cartone, baffi, barba, capelli, collane e accessori vari, per farli diventare i personaggi delle storie messe in scena di volta in volta.

Provo a bere, tutto normale, l’acqua non esce. Allora posso anche mangiare.
Se riesco a mimetizzarmi bene con vestiti, cappelli e foulard magari nessuno se ne accorge. Tutt’al più sembrerò anoressica, e quindi di moda.
Chissà se devo mettermi dei pesi in tasca quando esco di casa, da bambina mi impressionavano i racconti della bora di Trieste, che sollevava le persone, qui non c’è bora, ma non è che con una semplice ventata faccio vela e svolazzo per la città?

Sono in metro, in un’ora di punta, non riesco a respirare, le persone mi stringono in una morsa, i loro corpi pressati l’uno contro l’altro non trovano resistenza nel mio. Ma come fanno a non accorgersi di me? Se resto chiusa tra le due porte di una carrozza che succederà? Esco di corsa con difficoltà, rischio ad ogni secondo di essere gettata a terra e calpestata da una folla di persone, indaffarate, preoccupate, imbronciate, gioviali, distratte.
Spazio vitale, è così, è dai particolari insignificanti che cominciano a generarsi i mostri?

Diventare invisibile per guardare dentro le case, osservare le persone nelle vite quotidiane, mi sarebbe proprio piaciuto. Per strada ho spesso immaginato le storie delle persone che incontravo, ma questa situazione oggi è diversa, posso anche soffermarmi a lungo nell'osservazione degli altri, quasi non vista, mi si scorge in una frazione di secondo, con la coda dell’occhio e si passa oltre.

Non ho più il peso e la consistenza necessari a prendere posto in una collettività.
Quanti altri fogli di carne ci saranno, stracciati, calpestati, buttati via anche involontariamente. 
Del tutto invisibile non posso diventare, ma mimetizzarmi sì, contro il muro di un edificio, dietro un cespuglio, nell’ombra di un albero e poi? Per fare che? Qualche semplice scherzo a un passante? 
 
Mi occorrono idee comuni con altre/i fogli di carne per poter resistere insieme.

domenica 8 settembre 2019

Essere Clitennestra.



"non c'è una fra le vostre donne che per una notte non abbia sognato di essere Clitennestra"

Un testo potente il monologo di  Marguerite Yourcenar dal titolo Clitennestra o del crimine, pubblicato nella  raccolta Fuochi.
Una delusione amorosa ha indotto l'autrice a ripercorrere e interpretare con la sensibilità di una donna del Novecento miti antichi che trattano di grandi amori traditi o non corrisposti.
In questo testo, che  Yourcenar immaginava ambientato nell'aula di un tribunale, colpisce la lucida e spietata analisi  di una donna, consapevole del proprio valore e della propria forza, che si accorge di aver sprecato la vita per un uomo mediocre. Ha esercitato la funzione di capo durante la sua assenza, sa di essere più capace e meritevole di quel ruolo di potere del marito e di altri uomini, ma soprattutto si rende conto della falsità di una vita, programmata fin dalla nascita dai genitori, aspettata con ansia nell’adolescenza, destinata ad amare, servire, onorare un uomo senza particolari qualità, tutto preso dalle vicende della guerra e dai piaceri sessuali. L’amore folle tradito e il disincanto la portano a organizzarne l’uccisione.
Possiamo chiederci, con Yourcenar, se l'uomo in questione non fosse stato meschino e indegno come Agamennone la vita di Clitennestra non sarebbe stata ugualmente deludente e infelice?
"Ora vi spiegherò tutto, Signori della Corte ... Mi vedo davanti innumerevoli orbite di occhi, linee circolari di mani appoggiate alle ginocchia, di piedi nudi posati sulla pietra, di pupille fisse da cui sgorga lo sguardo, di bocche chiuse dove il silenzio sta maturando un giudizio. Mi vedo davanti delle assisi di pietra. Ho ucciso quell'uomo con un coltello, in una vasca da bagno, con 1'aiuto di quel poveraccio del mio amante che non riusciva nemmeno e tenergli fermi i piedi. Conoscete la mia storia: non c'è uno fra di voi che non l'abbia ripetuta venti volte alla fine di qualche lungo pranzo, accompagnato dagli sbadigli delle serve, e non c'è una fra le vostre donne che per una notte non abbia sognato di essere Clitennestra. I vostri delittuosi pensieri, le vostre smanie inconfessabili affluiscono giù dai gradini e vengono a riversarsi in me, e così una specie di orribile andirivieni fa di voi la mia coscienza e di me il vostro grido. Vi siete raccolti qui perché la scena dell'omicidio venga ricostituita sotto i vostri occhi un po' più rapidamente che nella realtà, perché richiamati al focolare della cena serale voi potete dedicare qualche ora al massimo per sentirmi piangere.
É in questo corto spazio bisogna altresì che non soltanto i miei atti ma anche le loro motivazioni esplodano in piena luce, benché per prendere consistenza ci abbiano messo quarant'anni. Io ho aspettato quell'uomo prima che avesse un nome, un viso, quando non era ancora per me che una sciagura lontana Ho cercato nella folla dei vivi quella creatura necessaria alla mia futura delizia: non ho guardato gli uomini se non come si dà un'occhiata ai passanti a un'uscita di stazione, per accertarsi bene che non sono loro quelli che aspettiamo. È per lui che la mia nutrice mi ha fasciata quando uscivo da mia madre; è per tenere i conti della sua casa di uomo ricco che ho imparato il calcolo sulla lavagna della scuola. Per pavesare la strada dove si sarebbe forse posato il piede di quello sconosciuto che avrebbe fatto di me la sua serva, ho tessuto lenzuola e stendardi d'oro. Per troppa. applicazione ho lasciato cadere qua e là sul morbido tessuto qualche goccia del mio sangue. La scelta è stata dei miei genitori: e anche se rapita da lui all'insaputa della mia famiglia avrei comunque obbedito al desiderio di mio padre e di mia madre dal momento che da loro vengono i nostri gusti, e che 1'uomo che noi amiamo è sempre quello che le nostre bisavole hanno sognato. Ho lasciato che sacrificasse 1'avvenire dei nostri figli alle sue ambizioni d'uomo: non ho nemmeno pianto quando mia figlia è morta per questo. Ho accettato di fondermi nel suo destino come un frutto in una bocca, per non dargli che una sensazione di dolcezza....Era dolce per me portargli su un grande vassoio di rame quel bicchiere d'acqua che avrebbe infuso in lui le sue riserve di freschezza. Era dolce per me, nella cucina che ardeva, preparare le pietanze che avrebbero soddisfatto la sua fame procurandogli nuovo sangue: Era dolce per me, greve del peso del seme umano, posarmi le mani sul ventre gonfio dove lievitavano i miei figli. La sera, al ritorno dalla caccia, mi buttavo con gioia contro il suo petto d'oro. Ma gli uomini non sono fatti per passare 1'intera vita a scaldarsi le mani alla fiamma di un unico focolare: eccolo partire verso nuove conquiste, lasciandomi dov'ero, come una grande casa vuota che echeggi del battito di un'inutile pendola".










mercoledì 12 giugno 2019

Racconti della non località



L’onda

L’onda si ingrossa sempre più mentre si avvicina alla riva, lentamente, di un turchese indiano marezzato da piccoli fiocchi di schiuma bianca. È uno spettacolo formidabile, pauroso e ipnotizzante. Segue dalla finestra il movimento, inchiodata al pavimento.

Il suo desiderio più grande è sempre stato quello di abitare sul mare, non vicino al, ma sul mare, magari seduta sul bordo di una finestra con le gambe che sfiorano una distesa d’acqua calma e calda, come le accade talvolta di sognare. Altre volte il sogno è più tormentoso, su uno stretto lembo di spiaggia con alle spalle una parete rocciosa che le impedisce ogni via di fuga, vede precipitarsi su di lei una montagna d’acqua, che osserva terrorizzata e impotente, l’acqua la sommerge e poi si ritira lasciandola sorpresa e stordita.

Ha frequentato a lungo fin da bambina una passeggiata costruita sulla scogliera di una città di mare, c’erano alberghi, negozi, ristoranti, e, verso la fine, un edificio, all’apparenza disabitato, da quando ricordava. Si incantava a guardare le imposte, sempre chiuse, che di anno in anno mostravano segni di decadenza, ruggine, macchie di umido; forse era stato un albergo, per lei sarebbe stata l’abitazione ideale, immaginava che dai piani alti sarebbero stati nascosti alla vista sia la passeggiata che la scogliera, solo mare a perdita d’occhio. Finalmente ha ottenuto da un’amica la possibilità di realizzare il suo desiderio, ora trascorre una vacanza in una casa in cima a uno sperone di roccia che si protende dalla collina sovrastante a pochi metri di altezza sul mare. Isolata, vi si accede da un piccolo giardino con pergolato, qualche pianta di fico, un tavolino e quattro sedie. Un muretto di tufo e calce, nel quale si apre il cancello d’ingresso, separa l’edificio dalla strada sterrata, che termina poco più in alto in un bosco di ulivi. Di fronte all’offerta di soggiornare un paio di settimane da sola in quel luogo era stata colta da sentimenti contrastanti, eccitazione, ansia mista a una certa paura, proprio per la prossimità all’acqua. La rassicurò l’amica che, a suo ricordo e a quello dei suoi nonni, il mare non era mai entrato in casa dalle finestre, neppure durante le più violente mareggiate.

Ripensa a tutto questo guardando l’onda che ora, più vicina, accenna a incresparsi di schiuma bianca, istintivamente chiude i vetri, una girandola di spruzzi esplode nell’aria davanti a lei, spruzzi che ricadono come fuochi d’artificio, senza neppure sfiorare la casa. Adesso al mugghiare del mare si è aggiunto il frastuono di un intenso temporale, crepitante di fulmini e tuoni. Per un po’ rimane a osservare gli spruzzi che si innalzano sempre più frequenti e le onde sferzate dal vento e dalla pioggia, godendo del suo posto di osservazione, così prossimo e protetto. Sente un fievole miagolio, c’è un gatto, semiselvaggio, che appare verso sera nel giardino, ha cominciato a lasciargli qualche avanzo, di pesce o di carne, la loro è una convivenza civile, lei pone per terra il piattino, lui osserva a distanza, quando lei si allontana lui si avvicina e comincia a mangiare, con circospezione, pronto a fuggire al minimo suo movimento. Se ora miagola forse è in difficoltà, decide di uscire a dare un’occhiata, mentre lo cerca con gli occhi nel giardino, ferma sulla soglia di casa, dal costone sovrastante si stacca una piccola frana di terra infracidita dalla pioggia che sommerge lei, il gatto, e gli arredi del giardino.

domenica 2 giugno 2019

Racconti della non località



La bambina

Non ne poteva proprio più dell’assurda reclusione in casa.
Ormai da tempo si sentiva in forze, gli esercizi nella piccola palestra allestita in casa dal papà erano diventati sempre più lunghi e complessi e, a detta dell’allenatore che veniva a casa tre volte alla settimana, i suoi muscoli erano diventati saldi e elastici.
Da tempo erano sparite le sbarre di protezione anticaduta ai lati del suo letto, che ricordava di avere avuto fin dai primi anni di vita, si sentiva finalmente liberata da quella costrizione, pur avendone apprezzato il sistema sonoro, una fantasia di scampanellate, che si attivava non appena le sfiorava. Gli sguardi di apprensione dei genitori e della nonna per una possibile sua caduta l’avevano indotta, non appena si era resa conto che accorrevano a qualunque ora della notte, a limitare di molto la sua presa sulle sbarre.
Ora erano state tolte.

Non andava più in giardino solo se accompagnata da una persona adulta, ora portava al collo, pendente da una catenina d’oro, un minuscolo apparecchio elettronico leggero, sottile, di una lega nuova, simulava un gioiello etnico, segnalava costantemente la sua posizione perché si potesse intervenire in caso di malore, l’unica consegna era che non se lo togliesse mai, né in casa, né in giardino.

Quanti progressi negli ultimi tempi! Aveva smesso di piangere e urlare con la nonna se non le cucinava i piatti preferiti, non ricorreva più ai capricci per ottenere qualcosa e, soprattutto, non vedeva da tempo lo sguardo allarmato dei suoi alle sue intemperanze, segno che erano meno preoccupati del fatto che le capitasse qualcosa durante quelle crisi.

Non aveva capito o non le avevano spiegato chiaramente di quale patologia soffrisse, ma sentiva che si stava avvicinando a una sorta di guarigione, diminuite le pillole somministrate quotidianamente, le sembrava di essere meno assonnata da un po’ di giorni.
Forse era venuto finalmente il momento di frequentare una scuola, invece di studiare a casa con le  maestre, prima, i professori poi. Le piaceva studiare, ma le mancava la compagnia dei suoi coetanei, era stata sempre solo con adulti, attenti e guardinghi nei suoi confronti.
Non vedeva l’ora di abbracciare il fratellino e la sorella maggiore, che per motivi di salute non vivevano a casa, ma in una clinica poco lontano, li aveva visti sempre e solo in skype, aveva imparato a giocare con loro per lunghe ore i giochi che si inventavano di volta in volta. Sua sorella era molto brava a proporre nuovi passatempi, mentre il fratellino preferiva sentire raccontare storie, di cui si era scoperta maestra. Erano soliti anche erano scambiarsi pensieri emozioni, e da un po’ di tempo progetti di vita in comune, avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di persona, toccarli e abbracciarli.
Forse anche loro stavano guarendo da una malattia, peggiore della sua, dal momento che non era stato possibile curarli a casa.

Dopo lunghe sue insistenze, consulti frequenti con dottori, i suoi si erano convinti a farle incontrare la sorella e il fratello, non aveva capito se in casa o in clinica, ma il momento si avvicinava, lo percepiva dall’eccitazione che si respirava, colloqui che si interrompevano al suo apparire, tracce di lacrime di commozione sul viso della nonna e della mamma, il papà sempre più taciturno e nervoso.
Pensò di anticipare i tempi, era arrivato il momento di fare qualcosa per loro, di rassicurarli, mostrandosi finalmente autonoma dalla protezione, liberandoli dalla loro continua apprensione.
Si avvicinò, inosservata, alla porta del giardino, si tolse la catenina e la appese al cancello, lo aprì grazie al pulsante elettrico, come aveva visto fare dalla finestra della sua stanza, si trovò all’esterno.
La nuova sensazione di libertà le provocò un capogiro, si sentì invasa da un’euforia mai provata, avrebbe finito di essere “un peso”, cosa che a volte avvertiva, senza che alcuno glielo avesse fatto mai notare, in questo modo avrebbe contraccambiato tutte le loro attenzioni.

Si avviò per la strada, svoltato l’angolo incrociò un bambino, che la guardò incuriosito
Si avvicinò sorridente.
Si sentì finalmente felice per la prima volta in vita sua, mentre apprezzava quelle carni dolci e tenere che superavano di gran lunga, in gusto, tutti i cibi prelibati preparati per lei dalla nonna.