lunedì 14 ottobre 2019

Donne, soldi, potere, poteri

Molte donne rivelano spesso nella quotidianità atteggiamenti e/o comportamenti ambivalenti e contraddittori nei confronti dei soldi, per eccesso o per difetto di attenzione, anche se poi nel lavoro si dimostrano efficienti amministratrici finanziarie. Qualche tempo fa, nel corso di una Assemblea, la Presidente di un'Associazione femminile alla perenne e faticosa ricerca di finanziamenti che permettano lo svolgersi delle attività, ha dichiarato: "Meno male che siamo povere, se no guai!", dando per scontato un inevitabile inquinamento delle relazioni tra le socie, peraltro tutte volontarie, provocato da un eventuale, e sempre sperato, afflusso di soldi.
Donne, anche manager, mi hanno confermato che a volte si confondono nel compilare assegni cospicui nel privato, mentre nel lavoro sono ineccepibili; altre delegano a uomini di fiducia, anche se con competenze finanziarie pari alle loro, la gestione di somme personali da investire. Ho inoltre riscontrato, anche in prima persona, una punta di imbarazzo in alcune professioniste al momento di richiedere il pagamento delle parcelle, qualcuna mi ha confessato di aver lasciato perdere in qualche caso, dopo una prima richiesta andata a vuoto.
A questi comportamenti è da aggiungere la frequente contrapposizione, spesso inconsapevole, tra le attività  del lavoro di cura prestate nell'ambito familiare-privato, e in quanto tale considerate gratuite e quindi dettate da nobili sentimenti (amicizia, affetto, amore) e le altre della stessa natura, ma  appartenenti al mondo del lavoro fuori casa, svilite socialmente e economicamente, come se, essendo motivate dal desiderio/necessità di guadagno, in qualche modo si deludessero  le aspettative sociali, smentendo una qualità ritenuta propria delle donne: la tendenza all'oblatività, all'offerta gratuita e "disinteressata".
L'immagine di genere interiorizzata da donne e uomini di una femminilità socialmente riconosciuta e incoraggiata deriva in questo caso dal  paradigma storicamente determinato del materno, nel quale lo scambio avviene tra due soggetti asimmetrici rispetto al potere: madre onnipotente e neonato debole, indifeso e dipendente - secondo questo modello la sopravvivenza del debole dipende dall'amore e dalle cure materne.
Il discorso chiama in causa le varie forme, gradi e livelli di poteri e contro-poteri giocati nei rapporti tra donne, e tra donne e uomini, in un società in cui il denaro, oltre a costituire una delle principali risorse di vita, è lo strumento fondamentale di mediazione materiale e simbolica nelle relazioni sociali, misura del valore di ogni realtà
Il disagio a cui si è accennato sembra una possibile conseguenza del conflitto tra i due modelli con cui si confrontano le donne oggi: quello di un femminile a lungo dominante nel nostro immaginario collettivo, anche se in realtà spesso contraddetto anche in passato nella pratica sociale, e quello delle pratiche economiche che conosciamo e con le quali ci misuriamo, che si fondano su un presunto rapporto paritario tra soggetti, caratterizzato dall'utilità reciproca e dalla razionalità. Se non viene riconosciuto, il conflitto porta molte donne a autoridurre l'autonomia che deriva loro dalla conquistata indipendenza economica, per conformarle, almeno nell'ambito del privato, ad un modello rifiutato a livello di coscienza, ma ancora operante nel profondo, e comunque garante di certe, secolari e sperimentate rendite di posizione, nicchie di privilegio, gratificazioni sociali, in cambio di un certo grado di dipendenza.
La forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto.
C'è poi da considerare che, malgrado siano in parte mutate per le donne e gli uomini nel corso degli ultimi trent'anni le condizioni materiali di vita e gli universi simbolici di riferimento, a livello profondo in molte agisce ancora come deterrente la potente sanzione sociale che nel passato colpiva quelle che non accettavano di sottomettersi alle rigide regole della comunità di appartenenza, principalmente nella sfera dei comportamenti sessuali.
Questa condanna sociale, con un'operazione di estensione a tutti gli aspetti della vita delle donne, ha costituito per secoli una minaccia, in presenza della codificazione patriarcale dei ruoli sessuali (scalfita sì, oggi, ma non ancora completamente demolita), secondo la quale le donne sono considerate prima di tutto in relazione al loro sesso, e alle funzioni socialmente diversificate che storicamente ne derivano. Si comprende in tal modo l'origine dell' "insulto di genere" per eccellenza, rivolto alle donne e profondamente inscritto nella lingua, così da dar vita ad automatismi linguistici e quindi di pensiero: qualunque sventatezza, ingiustizia, errore, cattiveria compia una donna, di qualunque età, professione e stato sociale, la prima ingiuria che si sente rivolgere, sotto l'urgenza della collera è puttana, troia...., e questo indifferentemente sia da uomini che da donne.
Un fantasma potentemente attivo, dunque, il fantasma della prostituzione, orienta molti degli atteggiamenti e determina parecchi comportamenti ambigui rispetto ai soldi, anche nelle donne più avvertite e consapevoli, inducendo in molte la sensazione che mostrarsi interessate ai soldi, o peggio, tanto ai soldi quanto ai sentimenti, faccia nascere il sospetto di essere disponibili a scambiare sesso contro denaro, per necessità, o peggio per  vizio.

venerdì 13 settembre 2019

Racconti della non-località. Fogli di carne



Diventare bidimensionali può provocare uno stordimento iniziale intollerabile.

Anni di preoccupazioni per la linea, per il timore di diventare rotonda, tutto cancellato in un colpo, sono diventata bidimensionale.
Sono un foglio di carne.
Ma dove saranno finiti gli organi interni, il cervello, l’intestino, lo stomaco, le ossa, non c’è più posto per loro, eppure cammino, se mi pungo una mano sanguino e sento male, Anche la voce è flebile, se la alzo troppo diventa stridula, pur restando poco udibile. Sono persino in grado di sollevare una sedia, tenendola per la spalliera. La faccia è la mia, ma piatta, come riprodotta su un foglio da disegno, o in una fotografia, i capelli però sono i miei.

Sono diventata un personaggio dei Mestolini, il gioco dei bambini fatto di sagome di legno, a forma di piccolo mestolo, da rivestire con con abiti di cartone, baffi, barba, capelli, collane e accessori vari, per farli diventare i personaggi delle storie messe in scena di volta in volta.

Provo a bere, tutto normale, l’acqua non esce. Allora posso anche mangiare.
Se riesco a mimetizzarmi bene con vestiti, cappelli e foulard magari nessuno se ne accorge. Tutt’al più sembrerò anoressica, e quindi di moda.
Chissà se devo mettermi dei pesi in tasca quando esco di casa, da bambina mi impressionavano i racconti della bora di Trieste, che sollevava le persone, qui non c’è bora, ma non è che con una semplice ventata faccio vela e svolazzo per la città?

Sono in metro, in un’ora di punta, non riesco a respirare, le persone mi stringono in una morsa, i loro corpi pressati l’uno contro l’altro non trovano resistenza nel mio. Ma come fanno a non accorgersi di me? Se resto chiusa tra le due porte di una carrozza che succederà? Esco di corsa con difficoltà, rischio ad ogni secondo di essere gettata a terra e calpestata da una folla di persone, indaffarate, preoccupate, imbronciate, gioviali, distratte.
Spazio vitale, è così, è dai particolari insignificanti che cominciano a generarsi i mostri?

Diventare invisibile per guardare dentro le case, osservare le persone nelle vite quotidiane, mi sarebbe proprio piaciuto. Per strada ho spesso immaginato le storie delle persone che incontravo, ma questa situazione oggi è diversa, posso anche soffermarmi a lungo nell'osservazione degli altri, quasi non vista, mi si scorge in una frazione di secondo, con la coda dell’occhio e si passa oltre.

Non ho più il peso e la consistenza necessari a prendere posto in una collettività.
Quanti altri fogli di carne ci saranno, stracciati, calpestati, buttati via anche involontariamente. 
Del tutto invisibile non posso diventare, ma mimetizzarmi sì, contro il muro di un edificio, dietro un cespuglio, nell’ombra di un albero e poi? Per fare che? Qualche semplice scherzo a un passante? 
 
Mi occorrono idee comuni con altre/i fogli di carne per poter resistere insieme.

domenica 8 settembre 2019

Essere Clitennestra.



"non c'è una fra le vostre donne che per una notte non abbia sognato di essere Clitennestra"

Un testo potente il monologo di  Marguerite Yourcenar dal titolo Clitennestra o del crimine, pubblicato nella  raccolta Fuochi.
Una delusione amorosa ha indotto l'autrice a ripercorrere e interpretare con la sensibilità di una donna del Novecento miti antichi che trattano di grandi amori traditi o non corrisposti.
In questo testo, che  Yourcenar immaginava ambientato nell'aula di un tribunale, colpisce la lucida e spietata analisi  di una donna, consapevole del proprio valore e della propria forza, che si accorge di aver sprecato la vita per un uomo mediocre. Ha esercitato la funzione di capo durante la sua assenza, sa di essere più capace e meritevole di quel ruolo di potere del marito e di altri uomini, ma soprattutto si rende conto della falsità di una vita, programmata fin dalla nascita dai genitori, aspettata con ansia nell’adolescenza, destinata ad amare, servire, onorare un uomo senza particolari qualità, tutto preso dalle vicende della guerra e dai piaceri sessuali. L’amore folle tradito e il disincanto la portano a organizzarne l’uccisione.
Possiamo chiederci, con Yourcenar, se l'uomo in questione non fosse stato meschino e indegno come Agamennone la vita di Clitennestra non sarebbe stata ugualmente deludente e infelice?
"Ora vi spiegherò tutto, Signori della Corte ... Mi vedo davanti innumerevoli orbite di occhi, linee circolari di mani appoggiate alle ginocchia, di piedi nudi posati sulla pietra, di pupille fisse da cui sgorga lo sguardo, di bocche chiuse dove il silenzio sta maturando un giudizio. Mi vedo davanti delle assisi di pietra. Ho ucciso quell'uomo con un coltello, in una vasca da bagno, con 1'aiuto di quel poveraccio del mio amante che non riusciva nemmeno e tenergli fermi i piedi. Conoscete la mia storia: non c'è uno fra di voi che non l'abbia ripetuta venti volte alla fine di qualche lungo pranzo, accompagnato dagli sbadigli delle serve, e non c'è una fra le vostre donne che per una notte non abbia sognato di essere Clitennestra. I vostri delittuosi pensieri, le vostre smanie inconfessabili affluiscono giù dai gradini e vengono a riversarsi in me, e così una specie di orribile andirivieni fa di voi la mia coscienza e di me il vostro grido. Vi siete raccolti qui perché la scena dell'omicidio venga ricostituita sotto i vostri occhi un po' più rapidamente che nella realtà, perché richiamati al focolare della cena serale voi potete dedicare qualche ora al massimo per sentirmi piangere.
É in questo corto spazio bisogna altresì che non soltanto i miei atti ma anche le loro motivazioni esplodano in piena luce, benché per prendere consistenza ci abbiano messo quarant'anni. Io ho aspettato quell'uomo prima che avesse un nome, un viso, quando non era ancora per me che una sciagura lontana Ho cercato nella folla dei vivi quella creatura necessaria alla mia futura delizia: non ho guardato gli uomini se non come si dà un'occhiata ai passanti a un'uscita di stazione, per accertarsi bene che non sono loro quelli che aspettiamo. È per lui che la mia nutrice mi ha fasciata quando uscivo da mia madre; è per tenere i conti della sua casa di uomo ricco che ho imparato il calcolo sulla lavagna della scuola. Per pavesare la strada dove si sarebbe forse posato il piede di quello sconosciuto che avrebbe fatto di me la sua serva, ho tessuto lenzuola e stendardi d'oro. Per troppa. applicazione ho lasciato cadere qua e là sul morbido tessuto qualche goccia del mio sangue. La scelta è stata dei miei genitori: e anche se rapita da lui all'insaputa della mia famiglia avrei comunque obbedito al desiderio di mio padre e di mia madre dal momento che da loro vengono i nostri gusti, e che 1'uomo che noi amiamo è sempre quello che le nostre bisavole hanno sognato. Ho lasciato che sacrificasse 1'avvenire dei nostri figli alle sue ambizioni d'uomo: non ho nemmeno pianto quando mia figlia è morta per questo. Ho accettato di fondermi nel suo destino come un frutto in una bocca, per non dargli che una sensazione di dolcezza....Era dolce per me portargli su un grande vassoio di rame quel bicchiere d'acqua che avrebbe infuso in lui le sue riserve di freschezza. Era dolce per me, nella cucina che ardeva, preparare le pietanze che avrebbero soddisfatto la sua fame procurandogli nuovo sangue: Era dolce per me, greve del peso del seme umano, posarmi le mani sul ventre gonfio dove lievitavano i miei figli. La sera, al ritorno dalla caccia, mi buttavo con gioia contro il suo petto d'oro. Ma gli uomini non sono fatti per passare 1'intera vita a scaldarsi le mani alla fiamma di un unico focolare: eccolo partire verso nuove conquiste, lasciandomi dov'ero, come una grande casa vuota che echeggi del battito di un'inutile pendola".










mercoledì 12 giugno 2019

Racconti della non località



L’onda

L’onda si ingrossa sempre più mentre si avvicina alla riva, lentamente, di un turchese indiano marezzato da piccoli fiocchi di schiuma bianca. È uno spettacolo formidabile, pauroso e ipnotizzante. Segue dalla finestra il movimento, inchiodata al pavimento.

Il suo desiderio più grande è sempre stato quello di abitare sul mare, non vicino al, ma sul mare, magari seduta sul bordo di una finestra con le gambe che sfiorano una distesa d’acqua calma e calda, come le accade talvolta di sognare. Altre volte il sogno è più tormentoso, su uno stretto lembo di spiaggia con alle spalle una parete rocciosa che le impedisce ogni via di fuga, vede precipitarsi su di lei una montagna d’acqua, che osserva terrorizzata e impotente, l’acqua la sommerge e poi si ritira lasciandola sorpresa e stordita.

Ha frequentato a lungo fin da bambina una passeggiata costruita sulla scogliera di una città di mare, c’erano alberghi, negozi, ristoranti, e, verso la fine, un edificio, all’apparenza disabitato, da quando ricordava. Si incantava a guardare le imposte, sempre chiuse, che di anno in anno mostravano segni di decadenza, ruggine, macchie di umido; forse era stato un albergo, per lei sarebbe stata l’abitazione ideale, immaginava che dai piani alti sarebbero stati nascosti alla vista sia la passeggiata che la scogliera, solo mare a perdita d’occhio. Finalmente ha ottenuto da un’amica la possibilità di realizzare il suo desiderio, ora trascorre una vacanza in una casa in cima a uno sperone di roccia che si protende dalla collina sovrastante a pochi metri di altezza sul mare. Isolata, vi si accede da un piccolo giardino con pergolato, qualche pianta di fico, un tavolino e quattro sedie. Un muretto di tufo e calce, nel quale si apre il cancello d’ingresso, separa l’edificio dalla strada sterrata, che termina poco più in alto in un bosco di ulivi. Di fronte all’offerta di soggiornare un paio di settimane da sola in quel luogo era stata colta da sentimenti contrastanti, eccitazione, ansia mista a una certa paura, proprio per la prossimità all’acqua. La rassicurò l’amica che, a suo ricordo e a quello dei suoi nonni, il mare non era mai entrato in casa dalle finestre, neppure durante le più violente mareggiate.

Ripensa a tutto questo guardando l’onda che ora, più vicina, accenna a incresparsi di schiuma bianca, istintivamente chiude i vetri, una girandola di spruzzi esplode nell’aria davanti a lei, spruzzi che ricadono come fuochi d’artificio, senza neppure sfiorare la casa. Adesso al mugghiare del mare si è aggiunto il frastuono di un intenso temporale, crepitante di fulmini e tuoni. Per un po’ rimane a osservare gli spruzzi che si innalzano sempre più frequenti e le onde sferzate dal vento e dalla pioggia, godendo del suo posto di osservazione, così prossimo e protetto. Sente un fievole miagolio, c’è un gatto, semiselvaggio, che appare verso sera nel giardino, ha cominciato a lasciargli qualche avanzo, di pesce o di carne, la loro è una convivenza civile, lei pone per terra il piattino, lui osserva a distanza, quando lei si allontana lui si avvicina e comincia a mangiare, con circospezione, pronto a fuggire al minimo suo movimento. Se ora miagola forse è in difficoltà, decide di uscire a dare un’occhiata, mentre lo cerca con gli occhi nel giardino, ferma sulla soglia di casa, dal costone sovrastante si stacca una piccola frana di terra infracidita dalla pioggia che sommerge lei, il gatto, e gli arredi del giardino.

domenica 2 giugno 2019

Racconti della non località



La bambina

Non ne poteva proprio più dell’assurda reclusione in casa.
Ormai da tempo si sentiva in forze, gli esercizi nella piccola palestra allestita in casa dal papà erano diventati sempre più lunghi e complessi e, a detta dell’allenatore che veniva a casa tre volte alla settimana, i suoi muscoli erano diventati saldi e elastici.
Da tempo erano sparite le sbarre di protezione anticaduta ai lati del suo letto, che ricordava di avere avuto fin dai primi anni di vita, si sentiva finalmente liberata da quella costrizione, pur avendone apprezzato il sistema sonoro, una fantasia di scampanellate, che si attivava non appena le sfiorava. Gli sguardi di apprensione dei genitori e della nonna per una possibile sua caduta l’avevano indotta, non appena si era resa conto che accorrevano a qualunque ora della notte, a limitare di molto la sua presa sulle sbarre.
Ora erano state tolte.

Non andava più in giardino solo se accompagnata da una persona adulta, ora portava al collo, pendente da una catenina d’oro, un minuscolo apparecchio elettronico leggero, sottile, di una lega nuova, simulava un gioiello etnico, segnalava costantemente la sua posizione perché si potesse intervenire in caso di malore, l’unica consegna era che non se lo togliesse mai, né in casa, né in giardino.

Quanti progressi negli ultimi tempi! Aveva smesso di piangere e urlare con la nonna se non le cucinava i piatti preferiti, non ricorreva più ai capricci per ottenere qualcosa e, soprattutto, non vedeva da tempo lo sguardo allarmato dei suoi alle sue intemperanze, segno che erano meno preoccupati del fatto che le capitasse qualcosa durante quelle crisi.

Non aveva capito o non le avevano spiegato chiaramente di quale patologia soffrisse, ma sentiva che si stava avvicinando a una sorta di guarigione, diminuite le pillole somministrate quotidianamente, le sembrava di essere meno assonnata da un po’ di giorni.
Forse era venuto finalmente il momento di frequentare una scuola, invece di studiare a casa con le  maestre, prima, i professori poi. Le piaceva studiare, ma le mancava la compagnia dei suoi coetanei, era stata sempre solo con adulti, attenti e guardinghi nei suoi confronti.
Non vedeva l’ora di abbracciare il fratellino e la sorella maggiore, che per motivi di salute non vivevano a casa, ma in una clinica poco lontano, li aveva visti sempre e solo in skype, aveva imparato a giocare con loro per lunghe ore i giochi che si inventavano di volta in volta. Sua sorella era molto brava a proporre nuovi passatempi, mentre il fratellino preferiva sentire raccontare storie, di cui si era scoperta maestra. Erano soliti anche erano scambiarsi pensieri emozioni, e da un po’ di tempo progetti di vita in comune, avrebbe dato qualsiasi cosa per vederli di persona, toccarli e abbracciarli.
Forse anche loro stavano guarendo da una malattia, peggiore della sua, dal momento che non era stato possibile curarli a casa.

Dopo lunghe sue insistenze, consulti frequenti con dottori, i suoi si erano convinti a farle incontrare la sorella e il fratello, non aveva capito se in casa o in clinica, ma il momento si avvicinava, lo percepiva dall’eccitazione che si respirava, colloqui che si interrompevano al suo apparire, tracce di lacrime di commozione sul viso della nonna e della mamma, il papà sempre più taciturno e nervoso.
Pensò di anticipare i tempi, era arrivato il momento di fare qualcosa per loro, di rassicurarli, mostrandosi finalmente autonoma dalla protezione, liberandoli dalla loro continua apprensione.
Si avvicinò, inosservata, alla porta del giardino, si tolse la catenina e la appese al cancello, lo aprì grazie al pulsante elettrico, come aveva visto fare dalla finestra della sua stanza, si trovò all’esterno.
La nuova sensazione di libertà le provocò un capogiro, si sentì invasa da un’euforia mai provata, avrebbe finito di essere “un peso”, cosa che a volte avvertiva, senza che alcuno glielo avesse fatto mai notare, in questo modo avrebbe contraccambiato tutte le loro attenzioni.

Si avviò per la strada, svoltato l’angolo incrociò un bambino, che la guardò incuriosito
Si avvicinò sorridente.
Si sentì finalmente felice per la prima volta in vita sua, mentre apprezzava quelle carni dolci e tenere che superavano di gran lunga, in gusto, tutti i cibi prelibati preparati per lei dalla nonna.

martedì 28 maggio 2019

Racconti della non località



La maschera

Cammina sull’argine sterrato del lago, oasi di riparo per uccelli di passo, immersa nei pensieri, nelle ansie, nelle abituali inquietudini. Rare bici la sfiorano, la sorpassano con il loro passo ritmato i camminatori, intenti alla corsa quotidiana, soprattutto uomini. Non può fare a meno di considerare quanto l’età renda più fragili non solo il fisico, ma anche la psiche.
Anni prima non temeva di andare da sola, a notte piena, sulla circonvallazione, armata di una tannica vuota, a cercare un distributore di benzina aperto, erano altri tempi, non ancora alimentati d
ai continui allarmi sulla sicurezza sparsi a piene mani da tutti i mezzi di comunicazione. Ora non può evitare di pensare che è una donna sola, in un luogo isolato, in mezzo a un bosco, da una parte l’acqua e il canneto, dall’altra l’intricato fogliame, consapevole che neppure l’età la risparmierebbe da una eventuale aggressione sessuale, anche se in un pomeriggio inoltrato.

Le fronde degli alberi stormiscono leggermente, ogni tanto un’anatra pare scoppiare in una risata, l’aria immobile l’avvolge come una cappa.
Una figura le viene incontro, alta, vestita con un cappotto nero lungo fino ai piedi, stivali neri, sul viso una maschera di lupo, non quelle di cartone che si indossano a carnevale o a Halloween, ben più raffinata, di una consistenza simile alla pelle, con una folta morbida peluria bianca e nera ai lati della bocca, dotata di denti aguzzi.
Quello che incanta è lo sguardo, due occhi di ambra chiarissima, che sembrano leggerle nei pensieri.
Un lieve cenno del capo di saluto e un gesto con la mano guantata che le propone di fare un tratto del sentiero insieme.
La diverte la coincidenza che il giorno precedente ha partecipato a una festa cittadina in maschera, molto ricca di travestimenti, anche da lupo, ma nessuno poteva paragonarsi a quello che le si è parato davanti.
Il fascino che gli occhi sprigionano e soprattutto il silenzio che accompagna la proposta la convincono ad accettare l’invito, la passeggiata riprende, lentamente.

La presenza così discreta e silenziosa, unita alla profondità dello sguardo indagatore, hanno su di lei un effetto tranquillizzante; comincia a sentirsi protetta da quel casuale accompagnatore, o accompagnatrice. Si sorprende a raccontare di sé, dopo le prime considerazioni sul tempo e sul luogo, a una persona che mai più incontrerà, qualcuno che in quel momento è assorbita totalmente da lei e dalle sue parole.
Si snodano le riflessioni su quello che le piace, che le sarebbe piaciuto, che la turba, espresse con una libertà raramente provata nei discorsi con amici e amiche.
Vorrebbe un cenno di riscontro, un gesto della testa o delle mani, di reazione alle sue parole, la sgomenta un po’ non capire almeno se sorride, se si annoia, solo quella costante attenzione, quegli occhi fissi .
Peccato non scambiare pensieri e opinioni. Contemporaneamente prova una sorta di compiacimento nel riuscire a tenere così desta l’attenzione di un’altra persona, donna o uomo che sia.

Arrivata al bivio del sentiero che porta in paese, quasi rammaricata della fine della passeggiata, gli/le porge la mano in segno di saluto, e si sente afferrare in una morsa ferrea.
Sorride, tenta di liberarsi senza riuscirvi, cerca nello sguardo un segno di comunicazione ma si trova davanti a due occhi freddi nella loro trasparenza, privi di espressione.
Assalita dal panico cerca di divincolarsi, i denti aguzzi da lupo affondano nel suo collo.

venerdì 24 maggio 2019

Racconti della non località



Desideri


La mattina si presenta fredda ma limpida; finalmente un giorno in armonia con l’immagine interiore della stagione, allora è tutto in ordine, la giornata scorrerà tranquilla.
Da quando ha smesso di lavorare si alza serena, può indugiare nel ricordo dei sogni appena fatti, le sensazioni sono le stesse di quando era bambina, ma ora non può evitare di interrogarsi non sul significato, ha imparato che un sogno vuol dire qualcosa e il suo contrario, ma sullo stato d’animo che l’ha determinato.
Solamente rimpiange la perdita della magia di allora.

Nel parcheggio del Porto Antico c’è posto, l’incontro con Mirko la turba un poco; perché poi vedersi in un luogo così denso di ricordi da mettere a rischio l’autocontrollo, che pena sarebbe essere tradita dall’emozione.
Si rimprovera la sua solita resistenza a rifiutare inviti rivolti con gentilezza, l’abbandono alla tenerezza di un momento le impedisce di assecondare il proprio desiderio, come se fossero soltanto i gesti arroganti quelli in grado di suscitarle per reazione l’amor di sé.

“Sono qui da un po’, temevo non venissi più. Camminiamo verso il molo?”
“Allora, che cosa c’è? Perché siamo qui?”
“E’ una banalità dire che sei cambiata poco in trent’anni?”
“Abbastanza, ma mi sta bene lo stesso il complimento”
Il fastidio per i modi e le parole scontate non cancella del tutto il senso di leggera euforia, che la invade chissà se anche a ottant’anni sarà sensibile agli effimeri apprezzamenti dei quali, forse, sarà ancora fatta oggetto.
Non  si è ancora liberata delle insicurezze adolescenziali.

E’ in piedi su una roccia protesa nel mare, le onde si fanno più agitate a vista d’occhio, questa volta decide di scendere nell’acqua, che si rivela azzurra e calma, il mare è chiuso, senso di appagamento, eppure, un momento prima, dalla finestra della sua casa di bambina aveva guardato con timore, misto a desiderio, il mare aperto, pulsante di un moto crescente.

E’ stato piacevole ritrovarsi con un vecchio amore per una conferma, non cercata, di quanto fosse conclusa la relazione già al suo inizio. E’ stata bene, ha mangiato con appetito, chiacchierato del più e del meno, compensando, a distanza di anni, le ansie e angosce provate al tempo del suo innamoramento.

Prova curiosità per la riunione in una vecchia libreria nel cuore della città. Le ha telefonato un’amica: “ Ci rivediamo, un po’ di vecchie e un po’ di giovani che vorrebbero conoscerci. Hanno letto qualche libro, ma non hanno capito molto, non c’è niente in giro in grado di trasmettere davvero quello che è successo trent’anni fa. Quando vengono in libreria parliamo un po’, mi hanno quasi costretto a vederci, non ho saputo dire di no, si tratta di un paio d’ore. Vieni anche tu.”
Perché no, le piace sempre incontrare persone; quando lavorava si trattava di incontri obbligati, ora le sembra un lusso scegliersi le situazioni, anche quando si rivelano poco interessanti.

Si è rammaricata per anni di non avere avuto figli, prima era troppo occupata con il lavoro, l’amore, i viaggi, poi, quando ha deciso di fermarsi e provare non sono venuti. Chissà come sarebbe andata se avesse fatto coppia stabile con una donna, avrebbero deciso e ottenuto di avere figli? Si sarebbero trovate insopportabili l’una con l’altra, salvo aiutarsi –dovere o piacere- in caso di reciproco bisogno? Oppure avrebbero condiviso serenamente le loro condizioni di bambine-ragazze –giovani donne e donne adulte, scambiandosi pensieri, esperienze e amore?

Il vano sul retro della libreria, metà magazzino e metà soggiorno  con una ventina di seggiole in legno, è confortevole, una decina di donne lo occupa, non si è perduta l’abitudine di portare qualcosa, una scatola di biscotti, salatini, acqua minerale, c’è anche una bottiglia di bianco, secco.
Saluti, presentazioni, l’inevitabile imbarazzo del prendere la parola. La più disinvolta, laureata in ingegneria meccanica, lavora in una multinazionale di progettazione di impianti idraulici per usi industriali, rompe il ghiaccio.
Fino ai vent’anni non si è interessata ai discorsi delle donne sulle donne, al liceo ha vissuto in classe una situazione di eccellenza femminile. Apprezzata da insegnanti e studenti, ammirata e corteggiata, a volte è corsa in aiuto di ragazzi timidi e miti, maltrattati da coetanee in mille modi. All’università è stata sempre tra le migliori, ha studiato senza eccessivi tormenti e patimenti.
Ha confortato amici inconsolabili, piantati all’improvviso dalle rispettive fidanzate, molto più numerosi gli abbandonati che non le abbandonate.
E’ proprio una donna nuova, emancipata, lontana, per quanto le è possibile, dal lavoro di cura, autostima senza superbia, rapporti franchi con uomini e donne, individua con precisione e rapidità il proprio desiderio riguardo a persone, oggetti, situazioni.
Mentre lei, pur con il pallino dell’emancipazione in testa fin piccola, ha scelto una professione che è  pur sempre un’estensione del lavoro di cura.

Un misto di ammirazione e di angoscia la invade, se non si fosse lasciata andare all’automoderazione, se si  fosse ascoltata con maggiore attenzione, chissà quale sarebbe stata la sua vita. A dieci anni, quando aveva conosciuto a scuola la chimica, aveva deciso che avrebbe studiato chimica industriale, per andare a dirigere un' azienda nel deserto. Questo ha sostenuto per tutte le medie e il liceo. Al momento di iscriversi all’Università si è iscritta a Lettere.

Si sente rincorrere mentre si avvia verso casa: “Non ho avuto modo di dirlo prima, parlavamo tutte insieme, volevo dire che vi ammiro molto, voi di una certa età, avete vissuto in momenti più difficili di noi, minori libertà di costumi e maggiori difficoltà ad affermarvi nel lavoro. Ma siete state così brave a riconoscere i vostri desideri, che siete riuscite a ottenere quello che volevate. Vi invidio anche un po’, io ho buon lavoro e soddisfazioni nella vita, ma volte mi sembra di lasciarmi un po’ troppo trasportare dalla corrente, dal momento, dalle aspettative degli altri. Credo di non avere la vostra forza di volontà e determinazione”.