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lunedì 26 marzo 2012

La nostra rivoluzione del tè


Un senso di stupore può cogliere se si considera che in poco più di due mesi un gruppo nato con l'obiettivo di riequilibrare -nel tempo lungo- la asimmetria tra  nomi di donne e di uomini nella toponomastica stradale italiana ha raggiunto più di 2300 persone, in prevalenza donne, ma anche uomini, che si sono impegnate/i nella ricerca di stradari per il censimento delle loro città, comuni grandi e piccoli, nel contatto con le amministrazioni locali, nello studio di donne mal conosciute di un passato lontano e prossimo, o addirittura mai conosciute, un fervore di iniziative e di ore dedicate a questa attività.

Puntualmente la cosa ha avuto un grande impatto mediatico, con le interviste di radio e televisioni locali e nazionale, di giornali italiani e stranieri (Times, un giornale olandese, uno polacco, un blog spagnolo), da ultimo interviste alla BBC .
Tutto questo movimento di persone, cose, idee è entusiasmante.
Una delle fondatrici del gruppo ha parlato di "vertigine".
Proprio la  risonanza del lavoro sui media ha provocato perplessità in alcune e alcuni, ci si è infatti chiesto se il tema meriti tanta attenzione, di fronte a un'emergenza drammatica e quotidiana di violenze alle donne.  

Ma nel campo della memoria -perché di questo si tratta intitolando strade, monumenti e luoghi pubblici a chi ci ha preceduto perché il nome e la figura restino nel tempo come monito- vale il discorso che si fa per la lingua, i processi di memorizzazione, come l'uso della lingua, svelano l'ordine simbolico, patriarcale, su cui si è costruita la nostra civiltà.
La memoria storica nutre l’identità singola e collettiva di una comunità, senza passato non ci sono né presente né futuro, così è a livello individuale e collettivo. Di quila pratica di rifondare tempo e spazio quando si costruisce ad esempio un nuovo stato, i nomi delle strade, monumenti, scuole, biblioteche, ospedali assolvono questo compito di mantenere e tramandare il ricordo di chi ha operato per il “bene comune” di una comunità, nella politica, nell’arte, nel lavoro, nella scienza, nella filosofia, filantropia …Non importa se poi non si conosce la biografia del soggetto, il nome resta; non a caso dopo l’unificazione italiana tutte le strade e i quartieri prima intitolati a professioni, arti e mestieri sono stati rintitolati ai “padri della patria”. E proprio qui sta il punto: secondo l’ordine patriarcale alle donne è riservata prioritariamente la sfera del privato (famiglia, affetti, funzione sessuo-riproduttiva…) e agli uomini la sfera del pubblico: politica, lavoro, cultura. Anche se non è più così -e veramente non lo è mai stato, le donne hanno sempre lavorato, si sono impegnate nella vita di una collettività- le immagini di genere interiorizzate continuano a far percepire le donne come escluse dalla polis. Il lavoro sulla toponomastica dovrebbe riequilibrare questa situazione, lavoro lungo, appena all’inizio, ma si tratta di rivoluzionare un immaginario che si fonda su una concezione del rapporto donna-uomo funzionale all’ordine patriarcale, e a una divisione di compiti e funzioni che permane nelle mentalità di donne e uomini, malgrado le trasformazioni sociali. O si incide anche su questo piano, provocando una rivoluzione culturale, o non si riusciranno a scalzare dalle radici valori e atteggiamenti alla base anche delle tragedie che quotidianamente colpiscono le donne, provocando una vera e propria emergenza di violenza e femminicidio.
Il femminicidio e/o le forme di violenza da parte degli uomini sulle donne non sono dovute a patologie individuali o familiari, come vogliono far credere molti/e, ma a relazioni uomo-donna che chiamano in campo i diversi livelli della vita personale e dell'immaginario, dal livello di autonomia economica, culturale, alle immagini di genere interiorizzate da donne e uomini fin dalla nascita nascita. Qui si inserisce l'importanza della dimensione simbolica. Non si possono modificare le condizioni concrete se non si modifica contemporaneamente anche questo aspetto, concreto nelle conseguenze relative ai comportamenti di uomini donne. Altrimenti si possono intensificare aspetti di tutela, ma qualcosa sfuggirà sempre, bisogna agire sulle mentalità, allora, far uscire le donne dalla dimensione del privato e della cura, dimensione ugualmente castrante per gli uomini, resi così sempre dipendenti da donne in questo campo, e imprigionante per le donne, è una rivoluzione culturale importante

La politica dei due tempi: prima le cose importanti (i bisogni materiali, le ingiustizie,...) non ha mai dato gli esiti sperati, perché siamo animali simbolici.  

L'ordine del discorso, la sfera simbolica, non è mai astratto, ma concreto, come i nostri corpi, perché ci educa a valori, comportamenti, aspettative, fantasie, paure.. che poi determinano i nostri comportamenti individuali e collettivi, comprese le leggi.
Costruisce la nostra soggettività di donne e uomini, se si vuole attuare una vera rivoluzione in questo senso, bisogna agire contemporaneamente su entrambi i livelli, altrimenti non si cambia nulla, solo piccoli spostamenti in grado di essere subito riassorbiti.







giovedì 5 gennaio 2012

Ossessione per il sesso 2

Leggo che in Arabia Saudita è vietato agli uomini vendere biancheria intima femminile. E noi  che ridevamo del fatto che in Inghilterra, durante l'età vittoriana, coprivano le gambe dei tavoli per non suscitare pensieri erotici negli uomini.
Ma credo che perfino gli animali siano in grado di distinguere un oggetto da un loro simile e quindi non si eccitino sessualmente per una foglia, un ramo di un albero e quanto possono incontrare nel loro ambiente di vita.
E' vero che l'erotismo umano passa più attraverso il cervello che solo attraverso l'istinto, è vero che proviamo sensazioni diffuse di eccitazione anche fisica, sensazioni di benessere e languore  in determinate situazioni, per esempio di fronte a un panorama coinvolgente, ma via, di fronte a un reggiseno o a un paio di slip, anche se tanga o perizoma, alle gambe di un tavolo, che si può provare?
Certi uomini perdono la testa così facilmente?
E come ci si può fidare di persone così?
Troppo fragili e instabili psichicamente!

mercoledì 28 dicembre 2011

Femminismi

Ho pubblicato su alcuni siti internet, che frequento quotidianamente, la mia riflessione sulla vignetta sessista di Vauro e ho osservato che alcuni/e, una minoranza però combattiva, salvano la vignetta richiamando la ben nota "cattiveria" di Vauro nei confronti di nemici di classe, per loro non c'è sessismo, c'è satira  urticante più che mai.
Come se la cattiveria legittimasse gli stereotipi sessisti.
Una volta di più mi sono confermata nell'idea che se non si prendono in considerazione le immagini di genere che abbiamo interiorizzato non si esce dalla dimensione del patriarcato, tutt'al più ci si emancipa, ma non si rovesciano il sistema culturale e l'ordine del discorso.

lunedì 26 dicembre 2011

Pensierino di Natale

Anche quest'anno è passato il Natale, e ancora una volta mi sono trovata a pensare: la cosa più bella del Natale è che viene, e poi se ne va.
Non condivido  le querimonie sul "consumismo"  e "conformismo" natalizi puntualmente levantisi da alcuni/e, è una festa della tradizione, che fa passare in secondo piano il suo contenuto religioso, anche perché non è il primo relativo al  periodo, e neppure sarà l'ultimo.
Da duemila anni per l'Occidente è quello cristiano il suo significato religioso -malgrado la forzatura di spostare la nascita del dio a dicembre, per coprire feste più antiche-  ma chissà quale sarà il significato tra altri duemila anni..
E' vero che esistono ricorrenze private che festeggiamo, ma l'interesse di Natale, Pasqua, Capodanno e Ferragosto credo consista prima di tutto nel fatto che sono appunto feste collettive, e riguardano una collettività più ampia di quella nazionale, e  non dividono tra fautori e avversari,  tuttalpiù  chi non vi si riconosce le ignora, ma non le combatte; contemporaneamente si tratta di feste che mettono in primo piano il piccolo nucleo, la famiglia, questa è la prerogativa del Natale.
Per questa caratteristica è forse la festa più sentita, prima come figli, poi anche come genitori, risultato: doppia emozione.
Si può storcere il naso, ricordare natali più o meno felici, più o meno ricchi di doni -fatti e/o ricevuti- ma non si resta indifferenti.
Spesso è anche l'unica occasione per fare un regalo a persone che si conoscono da quarant'anni, delle quali si ignora la data di nascita.
Ma probabilmente c'è anche un altro aspetto, più sottile e nascosto, che ci rende sensibili a queste  ricorrenze, esse sono  legate al mutare delle stagioni, all'avvicendarsi dei ritmi di produzione dei frutti della terra, nostra prima fonte di alimentazione, o della interruzione del processo.
Dove va a collocarsi il residuo legame di noi animali con la natura! dalla quale cerchiamo di emanciparci in ogni  modo, un richiamo della nostra memoria di specie?
Natale cade nel momento più buio del nostro emisfero -intendo in senso fisico soltanto, in questa sede - il cristianesimo è nato nella nostra metà della terra;  quindi i regali possono essere percepiti come compensazioni, anche psicologiche, della mancanza di luce e della apparente morte  della natura.
Ogni volta mi sorprendo a aspettare con emozione l'arrivo del Natale, mi preoccupo di fare  grandi spese di generi alimentari  nei giorni immediatamente precedenti la festa, come se poi i negozi non dovessero più riaprire, mi viene una voglia irrefrenabile di cucinare piatti nuovi e diversi dal solito.
Indipendentemente poi da come trascorro il 25 dicembre, finora fortunatamente bene e in allegria, mi ritrovo a dire il giorno dopo: meno male che è passato.
Contraddizioni del cuore.



mercoledì 16 novembre 2011

Immaginario

Dal momento che uomini e donne condividiamo lo stesso mondo, vale a dire: frequentiamo le stesse scuole, nasciamo nelle stesse famiglie, frequentiamo gli stessi luoghi di lavoro (molto meno!!) e di svago; siamo educati e educate agli stessi valori,veniamo in contato con le stesse aspettative e con le stesse sanzioni sociali, condividiamo le stesse fantasie, le stesse paure, lo stesso immaginario -salvo poi che ciascuno/a adatta tutto quanto alla propria soggettività, e questo, per fortuna, fa la differenza individuale tra donne e uomini, donne e donne, uomini e uomini- e, soprattutto, non possiamo fare a meno le une degli altri e viceversa (e non per pura vicenda riproduttiva, ma per “amore”) essere uomo o donna non garantisce immediatamente una differenza di concezioni in merito ai doveri/compiti sociali di uomini e donne, ai rapporti tra uomini e donne, alle caratteristiche ritenute naturali che contraddistinguono uomini e donne.
Se non analizziamo a fondo su quali immagini interiori e su quali presupposti affettivo-sentimentali si fondano le nostre rispettive convinzioni sul significato di essere uomini e essere donne, continueremo a dividerci in fazioni (pro uomini o pro donne) sterilmente contrapposte e prive di alcun senso.
Se, ad esempio, consideriamo il caso delle eroine letterarie, le protagoniste dei romanzi sui quali ci siamo formate, noteremo che molte sono proiezioni -in positivo o in negativo- di paure o speranze maschili, e anche se si è donne, data la comune cultura, non è detto che le cose siano diverse.

Due esempi: il mito delle amazzoni, pare ormai assodato che non siano mai esistite, ma funzionavano come deterrente, nel senso che indicavano che cosa sarebbe potuto succedere se le donne fossero state al potere al posto degli uomini (paura della potenza materna?).

Al tempo del “dolce stil novo” l’oggetto di rappresentazione poetica era per eccellenza la donna; canzoni d’amore, di guerra, di filosofia dedicate a lei.

Si potrebbe pensare che allora le donne fossero i soggetti di maggior importanza rispetto agli uomini, dato lo spazio a loro deicato.

Non era così