lunedì 20 gennaio 2014

Diritto di aborto o maternità cosciente?


Secondo me non bisogna mai isolare il tema aborto dall’altro lato della sua medaglia, quello di maternità consapevole, perché se no ci si avvita in una strumentale contrapposizione tra “chi è per la vita” e chi è supposta “contro la vita”.
Al momento della lotta per la legge 194 e del successivo referendum confermativo, ci furono partiti che parlarono di diritto all’aborto, espressione  mai impiegata nell'ambito del femminismo, né da me, né da altre. Infatti le diverse anime del movimento, pur nella varietà delle posizioni espresse in merito, che andavano  dalla richiesta della depenalizzazione del reato, alla  battaglia per ottenere una legge,  hanno sempre parlato di autodeterminazione delle donne e di maternità cosciente, avendo ben presente da un lato il dramma psico-fisico che, chi è costretta ad abortire, per qualunque ragione, sperimenta, dall'altro la difficoltà di programmare una maternità nelle condizioni materiali date per molte donne,
Il discorso e l'analisi si allargavano anche ai temi delle morti bianche dovute alla nocività del lavoro e ai ritmi di vita insostenibili.
Non a caso l’aborto era visto come ultima spiaggia, da evitare in tutti i modi, con strumenti preventivi.
Ricordo che a quel tempo era ufficialmente proibita la vendita di anticoncezionali, io stessa ho iniziato a prendere la pillola con ricetta medica (serviva a una mia supposta piccola patologia!!!!!!).
Potenza della lingua, se guardiamo da questo punto di vista, rimettiamo la questione in piedi, dentro la lotta per l’autodeterminazione ci stavano: la denuncia degli aborti bianchi nelle fabbriche (per i ritmi di lavoro), la richiesta di anticoncezionali liberi e gratuiti, e la richiesta di attivare le ricerca per anticoncezionali più sicuri e meno dannosi,  la richiesta di prendere possesso della conoscenza del proprio corpo e delle sue funzioni, conoscenza fino ad allora spesso delegata ai medici,  al fine di contrastare la medicalizzazione della gravidanza, e di ogni fase di vita delle donne, la lotta per asili nido e servizi socio-sanitari efficienti, la richiesta di consultori, che nacquero con legge del 1976, gratuiti (in Lombardia sono a pagamento da 30 anni !), dove poter incontrarsi tra donne e con esperte/i, sempre per prevenire nascite indesiderate senza dover ricorrere all'interruzione, la legge era  intesa come rete di copertura per i casi più sfortunati: violenza soprattutto, ignoranza…., si chiedeva inoltre la fine della discriminazione delle donne sul lavoro a causa delle gravidanze (lettere di dimissioni in bianco...).
Aver voluto oscurare tutto questo ha portato alla situazione attuale di contrapposizione -senza via d’uscita- tra soggetti deboli entrambi: donna in gravidanza accidentale (nel senso di non voluta) e feto (progetto di bambino, non ancora bambino), donna in preda alle opinioni e ideologie di altre/i.
Senza contare la frustrazione delle donne che vorrebbero figli/e e non se lo possono permettere.
La realtà di oggi è che gli aborti clandestini aumentano per migranti e minorenni, perché se uguale è la violenza di cui sono oggetto le donne, davanti alla prospettiva di una maternità non scelta, diversi sono i livelli di sofferenza da affrontare, più alti se si è povere, minorenni, migranti, meno attrezzate affettivamente e culturalmente.
Per questo la 194, anche se è apparsa a molte una mediazione tra la depenalizzazione del reato e le istanze ideologiche di condanna assoluta (sostengo che sono ideologiche perché nessuna donna dovrebbe essere costretta a scelte che non condivide, così nessuna deve essere costretta a abortire, ma analogamente nessuna deve essere costretta a portare avanti una maternità non voluta, un feto non accolto), è stata accettata come copertura per le donne più fragili e esposte di fronte a questa evenienza.
Il problema semmai è sempre quello di mutare le condizioni  sociali, economiche e culturali che portano all'interruzione di gravidanza e specularmente obbligano a rinunciare alla maternità.

venerdì 10 gennaio 2014

Due passi avanti e tre in dietro

Si ha come l'impressione di scivolare progressivamente indietro, malgrado si creda di andare avanti sulla strada della correzione delle più evidenti distorsioni culturali e sociali del nostro paese.
L'ultimo esempio è quello della possibilità di chiamare i figli con il cognome materno, nel disegno di legge è previsto  che i figli prendano il cognome del padre -questa resta la norma- salvo consentire, in caso di accordo tra i genitori, l'acquisizione del cognome della madre, da solo o congiuntamente a quello paterno.
Non si sa come regolarsi in caso di disaccordo, forse rimandare la questione alla scelta dei figli quando saranno maggiorenni? o che cosa?
Non si affronta la questione come decisione tra due soggetti di pari diritto, da  trattare legislativamente come tale, come si fa in altri paesi; penso a quelli in cui il/la figlio/a ha automaticamente il cognome di entrambi i genitori, uno dei quali verrà a sua volta trasmesso gli eventuali figli. 
Qui da noi la possibilità di acquisire il cognome materno sembra presentarsi come variante dalla norma, e quindi sottoposta a determinate condizioni.
E' la stessa mentalità che prevede nella lingua e nel pensiero l'uso del maschile come (falso)universale,  e in quanto tale adatto a rappresentare sia gli uomini che le donne: la vita del contadino nel Medioevo, i costumi degli uomini primitivi, il padrone e lo schiavo, per indicare alcuni titoli di paragrafi nei libri di storia, confondendo in questo modo la percezione delle differenze di vita, esperienza e pensiero degli uni e delle altre e confermando l'androcentrismo linguistico-mentale più volte denunciato negli ultimi 30 anni.  
Speriamo che i nostri legislatori se ne accorgano in tempo, prima di formulare la legge.