sabato 31 dicembre 2011

Pensierino di fine anno e augurio a chi mi legge

Impossibile sottrarmi a qualche considerazione finale, quest'anno è trascorso abbastanza bene, due nascite, ma anche una morte dolorosa.
Quando ero molto giovane vivevo con angoscia la fine dell'anno, come mi capita ancora oggi per ogni evento irreversibile; poi da adulta non ci ho più pensato, perché ero con i miei bambini, e le emozioni erano solo positive, le aspettative anche, perché Paolo e io condividevamo le loro e il loro entusiasmo per la vita.
Ora che siamo nella "età alta", e i nostri figli non festeggiano più con noi la fine dell'anno,  mi sorprendo a pensare che se per noi è il 2012, per altre/i è il 1000 e rotti, per altre/altri ancora è il 4000 e rotti, e via dicendo.
Eppure siamo tutte e tutti abitatori e abitatrici di questo mondo.
Questa varietà di accadimenti  mi consola molto, perché contrasta con l'idea di ineluttabilità e di rigidità degli eventi e delle situazioni.
Auguri a tutti/e coloro che incrociano questo blog.
Buon 2012.

venerdì 30 dicembre 2011

"Passionale", uno stereotipo linguistico

Nei casi di cronaca nera, femminicidi, omicidi, aggressioni, soprattutto di donne a opera di uomini -amanti, mariti, fidanzati- abbandonati, ogni giornale o notiziario parla di motivi -o anche di delitto- passionali.
E' come una regola giornalistica, l'ho anche sentita nei casi di delitti  nei confronti di gay, ma si sa che per molti/e un gay non è un vero uomo, virilmente parlando, è ricondotto piuttosto a una "posizione" propria del femminile nel rapporto sentimentale, insomma né carne né pesce.
La formuletta "passionale" rimette le cose a posto, si sa che al cuore non si comanda, che per amore si possono fare pazzie, il femminicidio è una pazzia esagerata, anche se pur sempre una follia; spesso si scomoda anche la nozione di raptus, anche se poi risulta che il soggetto in questione ha programmato meticolosamente l'aggressione (l'ultimo assassino aveva in auto 4 coltelli, nel caso uno solo non bastasse).
Il che da un lato derubrica il delinquente a una vittima del troppo amore, un impulsivo, (un bravo ragazzo, un brav'uomo) spinto dalla passione appunto, dall'altro getta un qualche velo di complicità sulla donna, che l'ha fatto soffrire così tanto da ridurlo a uno stato di follia.
E si sa quanta indulgenza nasce nei confronti di chi soffre!
Lo stereotipo qui agisce nel senso di fare velo alla realtà, riducendo i due soggetti a due ruoli consolidati, la donna sempre un po' volubile e infedele, da controllare singolarmente e socialmente, sempre in pericolo di essere preda -se non si attiene a certe regole- di violenze, fino all'assassinio; l'uomo, a sua volta, un feroce animale, nel profondo, ammansito dall'amore femminile, pronto a tornare allo stato belluino da tenero amante e protettore quale era.
Lo stereotipo linguistico sottende questa concezione, fortemente messa in crisi da donne e uomini nella seconda metà del secolo scorso, ma che alberga ancora in troppe donne e soprattuttoin troppi uomini, e ogni volta che viene adottato conferma nell'idea che le cose nel mondo vanno così naturalmente
Non va certo  bene questa ruolizzazione alle donne, ma credo che non vada bene neppure a molti uomini.

giovedì 29 dicembre 2011

Violenza della passione, o solo violenza?


Il concetto di passione, nella realtà della vita quotidiana, quando chiama in causa -passivamente- le donne è molto usato nella cronaca nera dei femminicidi e delle aggressioni da parte di uomini "appassionati", così da indurre un ridimensionamento del crimine, compiuto in nome di un sentimento che non perdona.
La passione però è anche quella che ha spinto alla rovina non poche delle figure letterarie che ci più ci commuovono.
Sempre  nella dimensione letteraria, però, l'abbinamento donne-passione richiama lo stereotipo delle scrittrici che si occupano prevalentemente di sentimenti e di rapporti d'amore nelle loro storie, realtà quest'ultima alternativamente incoraggiata dai critici (Croce prima di tutti) o biasimata e considerata minore nell'ambito dell'istituzione letteraria.
Ma il binomio  rimanda ad alcune scritture che proprio per essersi occupate di questi temi in modo del tutto divergente dal sentire comune, possono essere definite scritture antipatiche. 
Antipatiche perché disattendono le aspettative create dall'accoppiata "scrittrici e sentimenti". Sono grandi scrittrici quelle a cui penso: Magda Szabò, Agotha Kristof e Elfriede Jelinek, allora la connessione tra le passioni e i sentimenti, che queste autrici narrano nei loro romanzi, e la scrittura aspra e per nulla compiacente che adottano nel racconto, arriva in qualche caso a provocare un senso di fastidio. Un fastidio per nulla in contrasto, però, con il fascino della loro voce, che afferra dall'inizio alla fine della lettura, lasciando un po' stremate/i e quasi orfane/i di personaggi e emozioni.
Sarà che tutte e tre le autrici, Jelinek, la più giovane è ancora vivente, hanno vissuto una vita carica di sofferenze per ragioni personali e politiche, sarà che sono nate nell'area e nella cultura austroungarica e, in antitesi con il mito dell'Austria felix e democratica (mentre l'adesione al nazismo fu molto sentita, anche se per ragioni politiche si preferì nel dopoguerra sorvolare e sottolineare l'aggressione da parte della Germania), hanno conosciuto fin dall'infanzia situazioni sociali e familiari fortemente reazionarie e repressive delle libertà.
Non ricordo più quale scrittore o scrittrice ha affermato che l'Austria è il paese in cui si picchiano di più i bambini per educarli. Sarà per questi e altri motivi che i loro romanzi rovesciano complemento l'immagine "romantica" del binomio donne-passione, mettendo a nudo la realtà di ipocrisie e violenza sottesa ai rapporti cosiddetti d'amore, sociali e prima di tutto familiari: tra genitori, spesso madri e figli, mariti e mogli, amici e conoscenti.
Certi uomini combattono per mantenere vivi i diritti patriarcali, certe donne, scrittrici ma non solo, svelano la violenza a fondamento di certe strutture, violenza che si cela dietro  il paravento delle passioni e dell'amore.

mercoledì 28 dicembre 2011

Femminismi

Ho pubblicato su alcuni siti internet, che frequento quotidianamente, la mia riflessione sulla vignetta sessista di Vauro e ho osservato che alcuni/e, una minoranza però combattiva, salvano la vignetta richiamando la ben nota "cattiveria" di Vauro nei confronti di nemici di classe, per loro non c'è sessismo, c'è satira  urticante più che mai.
Come se la cattiveria legittimasse gli stereotipi sessisti.
Una volta di più mi sono confermata nell'idea che se non si prendono in considerazione le immagini di genere che abbiamo interiorizzato non si esce dalla dimensione del patriarcato, tutt'al più ci si emancipa, ma non si rovesciano il sistema culturale e l'ordine del discorso.

lunedì 26 dicembre 2011

Pensierino di Natale

Anche quest'anno è passato il Natale, e ancora una volta mi sono trovata a pensare: la cosa più bella del Natale è che viene, e poi se ne va.
Non condivido  le querimonie sul "consumismo"  e "conformismo" natalizi puntualmente levantisi da alcuni/e, è una festa della tradizione, che fa passare in secondo piano il suo contenuto religioso, anche perché non è il primo relativo al  periodo, e neppure sarà l'ultimo.
Da duemila anni per l'Occidente è quello cristiano il suo significato religioso -malgrado la forzatura di spostare la nascita del dio a dicembre, per coprire feste più antiche-  ma chissà quale sarà il significato tra altri duemila anni..
E' vero che esistono ricorrenze private che festeggiamo, ma l'interesse di Natale, Pasqua, Capodanno e Ferragosto credo consista prima di tutto nel fatto che sono appunto feste collettive, e riguardano una collettività più ampia di quella nazionale, e  non dividono tra fautori e avversari,  tuttalpiù  chi non vi si riconosce le ignora, ma non le combatte; contemporaneamente si tratta di feste che mettono in primo piano il piccolo nucleo, la famiglia, questa è la prerogativa del Natale.
Per questa caratteristica è forse la festa più sentita, prima come figli, poi anche come genitori, risultato: doppia emozione.
Si può storcere il naso, ricordare natali più o meno felici, più o meno ricchi di doni -fatti e/o ricevuti- ma non si resta indifferenti.
Spesso è anche l'unica occasione per fare un regalo a persone che si conoscono da quarant'anni, delle quali si ignora la data di nascita.
Ma probabilmente c'è anche un altro aspetto, più sottile e nascosto, che ci rende sensibili a queste  ricorrenze, esse sono  legate al mutare delle stagioni, all'avvicendarsi dei ritmi di produzione dei frutti della terra, nostra prima fonte di alimentazione, o della interruzione del processo.
Dove va a collocarsi il residuo legame di noi animali con la natura! dalla quale cerchiamo di emanciparci in ogni  modo, un richiamo della nostra memoria di specie?
Natale cade nel momento più buio del nostro emisfero -intendo in senso fisico soltanto, in questa sede - il cristianesimo è nato nella nostra metà della terra;  quindi i regali possono essere percepiti come compensazioni, anche psicologiche, della mancanza di luce e della apparente morte  della natura.
Ogni volta mi sorprendo a aspettare con emozione l'arrivo del Natale, mi preoccupo di fare  grandi spese di generi alimentari  nei giorni immediatamente precedenti la festa, come se poi i negozi non dovessero più riaprire, mi viene una voglia irrefrenabile di cucinare piatti nuovi e diversi dal solito.
Indipendentemente poi da come trascorro il 25 dicembre, finora fortunatamente bene e in allegria, mi ritrovo a dire il giorno dopo: meno male che è passato.
Contraddizioni del cuore.



venerdì 23 dicembre 2011

Dove va a annidarsi la mentalità patriarcale

Due giorni fa ho commentato sulla mia bacheca di face book  la brutta vignetta di Vauro sul Manifesto, vi si vede il personaggio-Vauro che sculaccia la ministra Fornero -raffigurata a sedere nudo, ma con reggicalze- tenendola sulle ginocchia e ripetendo   l'articolo 18 non si tocca.
Secondo me in questo caso non si può parlare di satira, perché la  vignetta presenta stereotipi relativi alla relazione tra donne e uomini largamente diffusi, contravvenendo al compito di critica di comportamenti sociali, culturali, politici, compito appunto proprio della satira.
Provo a indicare due immagini dal forte valore simbolico: quella di una donna sculacciata che, al di là di possibili altre evocazioni che non mi sembrano nelle intenzioni dell'autore, riduce la persona -in realtà più che adulta- appunto a bambina.
Una bambina che va ripresa, sgridata, sculacciata -in un sistema educativo che preveda questa "attività pedagogica" da parte dei genitori -perché non si comporta bene, è immatura? è avventata?comunque  è "paternamente" sculacciata, quasi con affetto e tenerezza, anche se lei appare urlante e stralunata. 
Un avversario di classe si combatte, si prende in giro, anche ferocemente, come è nello stile di Vauro, ma non lo si rimpicciolisce al rango di bambino.
Possiamo vedere Marchionne sculacciato a sedere nudo?
Una donna  avversaria di classe resta sempre una minore, nell'agone politico e sociale.
Ancora: Fornero è nonna e ministra, non ho ancora sentito su di lei notizie di avventure galanti, sessuo-sentimentali, presenti o passate, che possano autorizzare illazioni sulla sua vita privata, perché allora dotarla di  un indumento principe di un certo immaginario maschile come calze e reggicalze? 
Non mi interessa certo sapere se normalmente preferisce reggicalze o collant, sono veramente fatti suoi, parlo della valenza simbolica che io leggo come riduzione della complessità di una donna, bella o brutta, intelligente o cretina, simpatica o antipatica, capace o incapace, alla sfera prioritaria del corpo, della sessualità, della seduzione, indipendentemente dalla funzione sociale e  lavorativa,  e dagli incarichi pubblici ricoperti.
Strizzatina d'occhio a certi uomini, e monito a tutte le donne: attente siete prima di tutto sesso.
Cosa c'è di più stereotipato e omologato di questo atteggiamento?.
Ultima considerazione: quanti e quante leggono il Manifesto, cartaceo o on-line? Credo molte e molti, che si sia levata una voce a rilevare la cosa?
Certo se fosse stato un autore di destra sarebbero partite lamentele di uomini e donne e interrogazioni parlamentari.
Ripeto: con questa mentalità non si va da nessuna parte.

mercoledì 21 dicembre 2011

Politica e etica

Politica e etica

Ho letto la recensione a un libro di Stefano Rodotà appena pubblicato da Laterza, intitolato, provocatoriamente penso, Elogio del moralismo.

Il titolo mi ha ricordato la battuta di Roberta De Monticelli, che  la settimana scorsa nel salotto Caracci, istituzione culturale di Milano, osservando di essere stata definita da Giuliano Ferrara sul Foglio "una moralista pacchiana" ha detto convinta: "Moralista sì, pacchiana no".

Si stava conversando con lei dei suoi due testi, ispirati al grave stato di cose presenti in Italia negli ultimi vent'anni, libri intitolati rispettivamente  La questione morale e La questione civile.

Due persone che stimo usano un termine connotato  normalmente al negativo, la parola moralismo.

E'  risultato per me importante che nel corso della chiacchierata De Monticelli osservasse che del doppio discorso filosofico che tematizzò il patto sociale nel Settecento-Ottocento, si sia progressivamente imposto all'opinione e alla coscienza pubblica
quello utilitaristico alla Hobbes,  in cui si afferma che ci si mette insieme perché così si ha vantaggio (si rinuncia a un certo grado di libertà per vantaggi maggiori),  che poi è il filone a cui si ispira appunto l'economia di mercato.

Mentre l'altro discorso, risalente a Kant , che dice che non c'è solo questo aspetto, ma c'è anche l'amore per il bello, il giusto, il buono, è stato un po' marginalizzato e sottaciuto.

Quello stesso  Kant che raccomanda di  operare in modo che l'altro non sia solo mezzo, ma anche fine (forse sotto sotto era un comunista).

L'etica, come modalità di rapporti tra le persone, gli animali e le cose in una società organizzata,  è sì storicamente determinata, in movimento con il mutare dei tempi e dei costumi, ma  non può prescindere da concetti orientanti quali: bene, bellezza, giusto...

Valori che, dice De Monticelli, non sono ontologicamente o metafisicamente fondati, ma sono qualità, positive o negative delle cose.

Questo è il fondamento di un'etica laica, che esiste, senza bisogno che una parola divina ci insegni la "sua etica", garantita per via soprannaturale, per emanciparci dalla presunta  animalità e ferocia insita nei rapporti umani.

E qui secondo me cascano gli "asini" che sostengono di gradire la morale cattolico-cristiana, ad esempio nella educazione dei/delle figli/e, come modello di educazione, appunto come se non ce ne fossero altri.

La questione è inscindibile dalla conoscenza  e dal processo di  ampliamento della conoscenza individuale e collettiva che finora ha avuto corso nella nostra storia di umani/e, per noi conoscenza  ha significato coscienza.

Il sistema politico-economico, soprattutto negli ultimi vent'anni,  ha ostacolato il reale processo di allargamento della conoscenza,  obiettivo perseguito da molti/e di noi  a partire dagli anni Sessanta, dissimulando l'opera di freno con  lo sviluppo dei   mezzi di comunicazione e di informazione di massa, quali agenti di educazione e istruzione, puntando proprio  sull' affermazione dell'utilitarismo come dimensione etica naturale, del consumismo come conseguente comportamento sociale.

Far coincidere il concetto di libertà con la libertà di consumare beni, oggetti, persone è l'esito finale, utile a chi pensa prima di tutto al profitto delle proprie aziende.

E' dura cosa invertire il processo educativo, si fa la figura di pauperisti, moralisti vecchio stampo, retrogradi che vogliono tornare al Medio Evo, perché l'utilitarismo è l'unico ambito filosofico -più o meno- conosciuto, e è considerato l'unica dimora filosofica dell'umanità laica, da questo traggono alimento  le religioni, ben contente di dimostrare che sono l'unica alternativa all'arido utilitarismo, e in nome di questa salvaguardia dell' umano pretendono di parlare a tutte e tutti.
Ma l'altra questione chiamata in causa da un'etica laica -non garantita da un dio- è quella della responsabilità, collettiva, ma soprattutto individuale. Questo è secondo me un grande ostacolo per un sistema culturale e economico che punta a avere a disposizione servi fedeli - e ben ricompensati- piuttosto che persone autonome, e quindi potenzialmente conflittuali.
Responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri, nell'abitare questa casa comune che è il nostro mondo.

Ragazzi senegalesi

Nei riguardi degli  stereotipi linguistici -dettati da pigrizia mentale-  dovrebbero tutti soffermarsi. 
Prendiamo ad esempio l'omicidio razzista di Firenze, la vulgata dei media è che sono stati uccisi due "ragazzi" senegalesi, così scrivono tutti i giornali e dicono tutti i telegiornali, ma quel che è più grave, secondo me, è che anche i comunicati di condanna ad opera di sinceri antirazzisti continuano con la stessa espressione.
Eppure Diop Mor aveva 54 anni, una famiglia che manteneva in Senegal, con una figlia adolescente, della quale è girata l'immagine e è stata lodata l'avvenenza, Samb Modou aveva quaranta anni.
Ragazzi? 
Chiameremmo così degli italiani, francesi, tedeschi....?
Il che sottintende una loro "minorità", perché immigrati, poveri, neri......?
E, ultimo fatto, ma non meno importante, il meccanismo segnala la cecità  nei confronti delle persone, che hanno nomi e cognomi: Samb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54, nomi che sono anche brevi e facilmente memorabili, ma rimangono nel ricordo due ragazzi senegalesi.
Il linguaggio è un mio pallino, ma indica la mentalità delle persone,  la disattenzione nei confronti dei soggetti reali, in carne e ossa.
questo comportamento per me squalifica l'azione.
Io diffido.

martedì 20 dicembre 2011

Afonia

Il mio parrucchiere, alla notizia comunicatagli della mia improvvisa afonia, ha commentato: Che bellezza!
Il mio vicino di casa, incontrato sulle scale e  accortosi della afonia, ha commentato: Che fortuna per Paolo!
Sono diversi per età, formazione, professione, stato coniugale...
Ma sono entrambi uomini.

lunedì 19 dicembre 2011

Ancora sulla lingua

Trovo questo breve articolo, sintetico e chiaro, sull'uso del maschile per indicare donne che ricoprono ruoli dirigenziali. E' scritto da una giornalista, e questo mi sembra importante; dissento però dall'opinione espressa in merito ai neologismi: professora, poeta, studente, l'uso -col tempo-  li legittima.

Le parole delle donne, 
di Giulia Zoli
Internazionale, 18 dicembre 2011 15.16
Per la maggior parte dei giornali italiani Elsa Fornero è un ministro. Per noi di Internazionale (numero 927, pagine 19 e 20) è una ministra. Come darci torto? Lo sanno tutti che i nomi in -o formano il femminile in -a. Se ministra suona strano, è per una questione di abitudine: in Italia i ministri sono quasi sempre maschi.

Scegliendo il femminile riconosciamo alle donne un ruolo sociale a cui la lingua si sta ancora adeguando. Inoltre, per evitare discriminazioni, evitiamo il suffisso -essa e usiamo la forma unica al maschile e al femminile: la presidente, non la presidentessa. Senza mai dimenticare, però, che imporre parole artificiali è impossibile.

Scrivendo la professora, la studente e la poeta, non faremmo un buon servizio a nessuno. Preferiamo procedere senza forzature: rispettando le professoresse, le studentesse e le poetesse, che si sono affermate nella società e nella lingua, e incoraggiando le presidenti e le presidi, che si stanno affermando insieme alle avvocate, alle ministre e alle sindache. Ma neanche così riusciamo ad accontentare tutte le donne.

Molte preferiscono farsi chiamare ministro e avvocato. È un modo per sentirsi riconosciute per quello che fanno, a prescindere dal sesso"

venerdì 16 dicembre 2011

Shoà

Ho letto e sentito parlare spesso dell'unicità della shoà, e ho anche sentito rispondere che non sono certo  un fatto isolato la ferocia delle esecuzioni e le torture di massa, nella storia e nel presente. Eppure mi sembra evidente che l'unicità non si misura solo sulla quantità, che peraltro è enorme, o sull'insostenibilità del pensare ai mezzi e alle forme utilizzate per colpire; neppure sul fatto che si sia scatenata anche su vecchi/e e bambini/e, più fragili -almeno così si pensa- degli/delle adulti/e, ma sul fatto che si sia scatenata su una popolazione perché era quella popolazione, sulla base dell'appartenenza a un popolo. Non c'è stato bisogno  neppure di inventare le  bugie giustificatorie che hanno avviato ai lagher  migliaia di persone e le loro famiglie in Unione Sovietica, o altrove.
E' questo che mi ritorna continuamente in testa, senza che possa darmene una ragione, trovare almeno un senso,  per capire, non certo giustificare, e archiviare in qualche modo la questione tra gli orrori umani.
Ma questa operazione mi risulta impossibile..
Così, quando penso  alla Palestina, quando vedo documentari, come recentemente mi è capitato con Hebron, da un lato rimango stordita dal riaffiorare del ricordo della shoà e di che cosa questo significa anche per il più fanatico/a dei/delle coloni/e, dall'altro resto ugualmente stordita dalla ferocia dei loro comportamenti nei confronti delle/dei palestinesi, che comunque non sono responsabili della shoà, ma sono vittime delle conseguenze.

Sogni

1
Nuota nell’acqua trasparente e calda, quasi immobile, sul fondo del mare un giardino con fiori dal colore acceso; un portone di vecchio legno poggiato sulla superficie al largo, esteso quanto l’orizzonte, le impedisce la vista, sa che oltre ci sono le persone che vorrebbe raggiungere, soprattutto lui, che sente chiacchierare al di là della porta.
Teme che il mare aperto sia mosso, e rinuncia.

2
In un corridoio di una casa, la madre, morta da quasi quarant'anni, è in piedi, addossata al muro, lei le fruga con le dita in vagina, non vede nulla, funziona solo il tatto.
Ha un fare sbrigativo e risoluto, non si  preoccupo della reazione della madre,  che resta muta senza opporsi. 
Subisce?
Al risveglio: disagio, senso di forzatura, nessun erotismo, si domanda “sorpresa”: ma era proprio mia madre? 
Le sembra che nel sogno non  fosse poi così chiaro.

3
 In un corridoio di una casa, forse, quella dei propri genitori,  parla con il padre.

giovedì 17 novembre 2011

Ministre



In un blog c'è una preghiera, quella di non usare la parola ministre perché "inadatta linguisticamente e sociologicamente".
Addirittura!
Che cosa significa?
Una volta le professioni e gli incarichi di prestigio erano solo declinati al maschile perché erano prerogativa degli uomini, oggi che sono aperti anche alle donne non si vede perché non dovrebbero essere declinati anche al femminile, come già succede per altri mestieri e professioni.
Se andiamo da una sarta diciamo che andiamo da una sarta, se una mostra amica è parrucchiera non diciamo che è un parrucchiere, e via dicendo.
Linguisticamente il femminile dei sostantivi variabili è autorizzato dalla nostra grammatica; sociologicamente se sono donne è meglio chiamarle con termini femminili, evitando effetti ridicoli o morfologicamente scorretti (la ministro).
La lingua è un organismo vivo, che muta con il variare dei costumi sociali di una comunità di parlanti, solo l’uso legittima i neologismi, che dopo un certo periodo di tempo entrano a far parte del dizionario.
D’altronde siamo inondati da neologismi, oggi che la velocità delle trasformazioni è aumentata notevolmente rispetto al passato.
Ultima considerazione: “suona male”, molte innovazioni all’inizio ci dispiacciono, in molti campi, fino a quando non ci abituiamo.
Gli ostacoli al cambiamento in questo caso sono di ordine psicologico, non linguistico o sociologico.

Patriarcato

Sarà una piccolezza, ma che al giuramento si vedano due bambini piccoli baciati dalla nonna che va a giurare (ministra della giustizia), o la ministra dell'Interno che scende la scala in mezzo ai corazzieri con i due nipotini (7 e 2 anni ) per mano, è un bel salto e un segnale  importante a livello simbolico; anche gli uomini erano nonni, ma mai nessuno ha portato il proprio personale familiare nella dimensione del politico (pubblico), secondo la divisione patriarcale dei compiti e del lavoro: a casa donne e bambini, nella polis (politica) uomini, o donne con lòa testa di uomini(emancipate).
Risultato: dimezzamento di affetti, potenzialità, sentimenti, intelligenza sia degli uomini che delle donne.

mercoledì 16 novembre 2011

Immaginario

Dal momento che uomini e donne condividiamo lo stesso mondo, vale a dire: frequentiamo le stesse scuole, nasciamo nelle stesse famiglie, frequentiamo gli stessi luoghi di lavoro (molto meno!!) e di svago; siamo educati e educate agli stessi valori,veniamo in contato con le stesse aspettative e con le stesse sanzioni sociali, condividiamo le stesse fantasie, le stesse paure, lo stesso immaginario -salvo poi che ciascuno/a adatta tutto quanto alla propria soggettività, e questo, per fortuna, fa la differenza individuale tra donne e uomini, donne e donne, uomini e uomini- e, soprattutto, non possiamo fare a meno le une degli altri e viceversa (e non per pura vicenda riproduttiva, ma per “amore”) essere uomo o donna non garantisce immediatamente una differenza di concezioni in merito ai doveri/compiti sociali di uomini e donne, ai rapporti tra uomini e donne, alle caratteristiche ritenute naturali che contraddistinguono uomini e donne.
Se non analizziamo a fondo su quali immagini interiori e su quali presupposti affettivo-sentimentali si fondano le nostre rispettive convinzioni sul significato di essere uomini e essere donne, continueremo a dividerci in fazioni (pro uomini o pro donne) sterilmente contrapposte e prive di alcun senso.
Se, ad esempio, consideriamo il caso delle eroine letterarie, le protagoniste dei romanzi sui quali ci siamo formate, noteremo che molte sono proiezioni -in positivo o in negativo- di paure o speranze maschili, e anche se si è donne, data la comune cultura, non è detto che le cose siano diverse.

Due esempi: il mito delle amazzoni, pare ormai assodato che non siano mai esistite, ma funzionavano come deterrente, nel senso che indicavano che cosa sarebbe potuto succedere se le donne fossero state al potere al posto degli uomini (paura della potenza materna?).

Al tempo del “dolce stil novo” l’oggetto di rappresentazione poetica era per eccellenza la donna; canzoni d’amore, di guerra, di filosofia dedicate a lei.

Si potrebbe pensare che allora le donne fossero i soggetti di maggior importanza rispetto agli uomini, dato lo spazio a loro deicato.

Non era così

Le donne?

Sono quarant'anni che si cerca di spiegare che non esiste il gruppo sociale “donne” indistinto e indifferenziato, così come non esiste il gruppo sociale gli uomini, se non intendendo i due sottoinsiemi degli individui che compongono l’umanità.
All’interno dei due sottoinsiemi ci sono persone differenti tra loro per interessi, passioni, sensibilità, cultura, aspettative, competenze, conoscenze, capacità, attitudini…
Da questo punto di vista nessuna può rappresentare le “donne”, così come si rappresentano gruppi sociali con interessi convergenti in un settore, ad esempio di lavoro (gli operai, gli avvocati, i manager, gli insegnanti) proprio per le differenze tra donne.
L’uscita di Monti di ascoltare le donne è quindi “senza senso”, chi si sente rappresentata dalla signora pincopallo?
Diverso è il discorso delle pari opportunità, e anche delle controverse quote che, lungi dal rappresentare privilegio, vorrebbero porre rimedio transitorio a una situazione di contesto squilibrata:il carico di lavoro domestico e di cura che grava sulle spalle delle donne (anche se non madri, sono pur sempre figlie, sorelle, mogli…..) le penalizza in termini di tempi, energie psichiche e fisiche, e non permettono loro di dedicarsi ai tempi del lavoro e della politica organizzati sulle esigenze degli uomini.
Ricorderò sempre quanto mi disse anni fa una sindacalista che, chiamata a compiti di responsabilità a Roma, si lamentò del fatto che le riunioni erano sempre fissate alle 6 di sera,quando fece notare che erano orari incompatibili con i tempi di vita di sua figlia, i colleghi le risposero che per loro non c’era problema, perché ai figli ci pensavano loro mogli.
I ruoli sociali prevedono ancora oggi una divisione dei compiti per cui le donne sono impegnate prioritariamente nelle attività di cura delle persone, ambienti, cose all’interno delle case e gli uomini negli spazi esterni di lavoro, politica..
Se una donna vuole anche lavorare, fare politica deve “arrangiarsi”, impegnare maggiori energie, combattere con i vincoli interiori (sensi di colpa) e esteriori (orari prima di tutto, richieste di flessibilità di tempi,e richieste di disponibilità in conflitto con i suoi doveri di cura.
Molte non vogliono fare queste fatiche; comunque quelle che invece vogliono dovrebbero almeno trovarsi il terreno sgombro dai vincoli esteriori: i dispositivi mentali e organizzativi che favoriscono gli uomini nel pubblico.



domenica 13 novembre 2011

Donne e soldi

Molte donne rivelano spesso nella quotidianità atteggiamenti e/o comportamenti ambivalenti e contraddittori nei confronti dei soldi, per eccesso o per difetto di attenzione, anche se poi nel lavoro si dimostrano efficienti amministratrici finanziarie. Qualche esempio: qualche tempo fa, nel corso di una Assemblea, la Presidente di un'Associazione femminile alla perenne e faticosa ricerca di finanziamenti che permettano lo svolgersi delle attività, ha dichiarato: "Meno male che siamo povere, se no guai!", dando per scontato un inevitabile inquinamento delle relazioni tra le socie, peraltro tutte volontarie, provocato da un eventuale, e sempre sperato, afflusso di soldi; donne, anche manager, mi hanno confermato che a volte si confondono nel compilare assegni cospicui nel privato, quando nel lavoro sono ineccepibili; altre delegano a uomini di fiducia, anche se con competenze finanziarie pari alle loro, la gestione di somme personali da investire. Ho inoltre riscontrato, anche in prima persona, una punta di imbarazzo in alcune professioniste al momento di richiedere il pagamento delle parcelle, qualcuna mi ha confessato di aver lasciato perdere in qualche caso, dopo una prima richiesta andata a vuoto.

A questi comportamenti è da aggiungere la frequente contrapposizione tra attività "gratuite", dettate da nobili sentimenti (amicizia, affetto, amore) e altre della stessa natura, ma un po' svilite, se motivate dal desiderio/necessità di guadagno; come se si temesse, mostrando interesse, pur legittimo, ai soldi nel campo delle attività di "cura" (assistenza sanitaria, psicologica, legale, educativa), di deludere le aspettative sociali, smentendo una qualità ritenuta propria delle donne: la tendenza all'oblatività, all'offerta gratuita e "disinteressata".

"Sono soldi i soldi?" (Gertrude Stein)
L'operazione, più o meno consapevole, ma profondamente interiorizzata da donne e uomini, consiste nelnaturalizzare aspetti storici, culturali, sociali, politici. In questo caso viene considerato tratto costitutivo di una femminilità socialmente riconosciuta e incoraggiata il paradigma storicamente determinato del materno, nel quale lo scambio avviene tra due soggetti asimmetrici rispetto al potere: madre onnipotente e neonato debole, indifeso e dipendente - secondo questo modello la sopravvivenza del debole dipende dall'amore e dalle cure materne.

Il discorso chiama in causa le varie forme, gradi e livelli di poteri e contropoteri giocati nei rapporti tra donne, e tra donne e uomini, in un società in cui il denaro, oltre a costituire una delle principali risorse di vita, è lo strumento fondamentale di mediazione materiale e simbolica nelle relazioni sociali, misura del valore di ogni realtà.

Mi preme qui mettere a fuoco due aspetti, tra i tanti implicati, in cui si articola la questione, in riferimento alle parole chiave: autonomia/dipendenza, soldi/sessualità.

L'inerzia delle fantasie
Il disagio a cui si è accennato appare una possibile conseguenza del conflitto tra i due modelli con cui si confrontano le donne oggi: quello di un femminile a lungo dominante nel nostro immaginario collettivo, anche se in realtà spesso contraddetto anche in passato nella pratica sociale, e quello delle pratiche economiche che conosciamo e con le quali ci misuriamo, che si fondano su un presunto rapporto paritario tra soggetti, caratterizzato dall'utilità reciproca e dalla razionalità. Se non viene riconosciuto, il conflitto porta molte donne a autoridurre l'autonomia che deriva loro dalla conquistata indipendenza economica, per conformarle, almeno nell'ambito del privato, ad un modello rifiutato a livello di coscienza, ma ancora operante nel profondo, e comunque garante di certe, secolari e sperimentate rendite di posizione, nicchie di privilegio, gratificazioni sociali, avute in cambio di un certo grado di dipendenza.

La forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto.
C'è poi da considerare che, malgrado siano in parte mutate per le donne e gli uomini nel corso degli ultimi trent'anni le condizioni materiali di vita e gli universi simbolici di riferimento, a livello profondo in molte agisce ancora come deterrente la potente sanzione sociale che nel passato colpiva quelle che non accettavano di sottomettersi alle rigide regole della comunità di appartenenza, principalmente nella sfera dei comportamenti sessuali.

Questa condanna sociale, con un'operazione di estensione a tutti gli aspetti della vita delle donne, ha costituito per secoli una minaccia, in presenza di una codificazione dei ruoli sessuali (scalfita sì, oggi, ma non ancora completamente demolita), secondo la quale le donne sono considerate prima di tutto in relazione al loro sesso, e alle funzioni socialmente diversificate che storicamente ne derivano. Si comprende in tal modo l'origine dell' "insulto di genere" per eccellenza, rivolto alle donne e profondamente inscritto nella lingua, così da dar vita ad automatismi linguistici e quindi di pensiero: qualunque sventatezza, ingiustizia, errore, cattiveria compia una donna, di qualunque età, professione e stato sociale, la prima ingiuria che si sente rivolgere, sotto l'urgenza della collera è "puttana", e questo indifferentemente sia da uomini che da donne.

Un fantasma potentemente attivo, dunque, il fantasma della prostituzione, orienta molti degli atteggiamenti e determina parecchi comportamenti ambigui rispetto ai soldi, anche nelle donne più avvertite e consapevoli, inducendo in molte la sensazione che mostrarsi interessate ai soldi, o peggio, tanto ai soldi quanto ai sentimenti, faccia nascere il sospetto di essere disponibili a scambiare sesso contro denaro, per necessità, o peggio per "vizio".

Muri


Il  femminismo non è mai morto negli ultimi tristi vent'anni e neppure è stato zitto, ha lavorato nel cuore e nelle menti di molte e molti, arricchendosi di riflessioni, spunti di analisi e di critica, provocando sconfinamenti disciplinari e sovvertimenti di paradigmi in saperi consolidati (dalla storia, alla filosofia, alla economia, alla letteratura, alla fisica, alla chimica, alla biologia, alla medicina, alla giurisprudenza, alla psicoanalisi,...), basta dare un'occhiata a riviste, libri, atti dei convegni -naturalmente in tutto il mondo- ma qui mi limito alla situazione italiana.
Ha dato vita a luoghi di incontro lavoro e discussione: archivi, biblioteche, Centri di studi e ricerche, Centri antiviolenza, attualmente messi in crisi da dissennate scerlte economiche, cooperative di lavoro, eppure tutte queste realtà faticavano a essere conosciute dal grande pubblico dei mezzi di comunicazione di massa, che le oscuravano come qualcosa di irrilevante e quasi fastidioso, salvo poi stupirsi di certi risultati elettorali -mi riferisco ai referendum di giugno- oppure alle battaglie che emergono nella società -mi riferisco a quella sui beni comuni.
Luisa Pronzato, una giornalista che cura il blog del Corriere 27esima ora,  invita a parlare,  in occasione della ricorrenza della caduta del muro di Berlino,  dei muri che ancora esistono o sono eretti ex novo.
Oggi i muri sembrano essersi mpltiplicati: qui in Italia assistiamo a deliranti riproposizioni del muro tra nord e sud, abbiamo (purtroippo non solo in Italia) i muri contro i quali si infrangono le vite di uomini e donne che fuggono da condizioni invivibili nei proprim paesi; addirittura sembra vengano riproposti i muri tra sSati europei, mentre ricordo il senso di euforia provato quando si abolirono i controlli per chi si spostava tra Stato e Stato all'interno dell'Europa.
Eppure il muro più citato in numerosi interventi è "il femminismo" (!!!)
Quale onore! L'evento più importante della fine del secolo scorso e dell'inizio di questo.

Nuovo governo

Nei giorni scorsi ho ricevuto due mail, da persone diverse che mi ricordavano l'appartenenza di Monti alla trilateral, Goldman-S. ....
D'accordo.
Oggi mi interrogo sul perché non mi spaventa più di tanto la sua figura di economista, schierato con banche e finanza, ovviamente senza entusiasmarmi!
Mi sono anche chiesta se il togliersi dalle palle del grande truffatore (e soprattutto di molti e molte suoi compagni/e di merenda, spero)  viene pagato troppo caro.
Sia B1, che B2 (nel senso di centrosinistra) sono determinati ad accettare la macelleria sociale che ci aspetta, Monti lo farà.
Anche le possibili soluzioni default pilotato, uscita dall'euro... che a dire la verità seguo in tutte le argomentazioni, ma non mi hanno del tutto convinta, non mi sembra trovino immediata applicazione pratica.
Neanche vedo serie opportunità politiche di cambiare a breve lo stato di cose presenti.
Allora visto che le strada appare temporaneamente segnata, preferisco un liberista puro, non un pasticcione che tende a incantare, un vero liberista (banchiere, economista... nudo e puro), che dimostri quanto il capitalismo di oggi sia determinato a  sostituirsi al ceto politico che fa operazioni di classe, nascondendosi dietro apparenze democratiche.
Così come da decenni sperimenta il resto del mondo- quello che non appartiene al nostro Occidente, che va a esportare la sua democrazia bombardando i popoli cretini.
Se l'avversario è individuabile è più facile anche organizzare il conflitto.
Se poi è un liberista puro, magari mette anche fine ai vari conflitti di interesse (non c'è solo Berlusconi, il suo è solo il macroscopico, ma ce ne sono decine di altri).
Inoltre non sottovaluterei il fatto che preferisco vedermi davanti e continuamente in televisione una persona distinta, che  un guitto rozzo e volgare.

sabato 5 novembre 2011

Vecchie riflessioni, quanto mai attuali ancora oggi

Donne di parole


Le parole, la mente
Commenta Virginia Woolf, nel corso di una conversazione radiofonica alla BBC del 1937, avente come tema la lingua inglese:
“ [... ] le parole, se usate con accortezza, sembrano  capaci di  vivere  per  sempre. […] Una  frase  delle  più  semplici risveglia l'immaginazione, la memoria, l'occhio  e l'orecchio.
[…]Questo  potere di evocazione è una fra le  più  misteriose proprietà delle parole.
[…] Le parole sono piene di echi,  di ricordi,  di  associazioni.
[…] Sono tanti  secoli  che vanno girando sulle labbra della gente, nelle case, nelle strade, nei campi. E una delle maggiori difficoltà dello scrivere, oggi, è proprio che le parole hanno accumulato tanti significati, tanti ricordi, hanno contratto tanti matrimoni famosi.
[…] Sono le parole le  più selvagge,  le  più  libere,  le  più  irresponsabili, le meno insegnabili di  tutte  le  cose. Naturalmente si possono acchiappare, scegliere  e mettere  nei  dizionari in ordine alfabetico.
Ma le parole non vivono nei dizionari: vivono nella mente.
[…]E come vivono nella mente? In modo strano e diversificato, proprio come vivono gli esseri umani, andando qua e là, innamorandosi, e accoppiandosi. E’ vero che sono meno legate alle convenzioni, ai cerimoniali  di  quanto  non lo  siamo  noi. Parole  regali  si accoppiano  con  le  borghesi.  Parole  inglesi  sposano parole
francesi, tedesche, indiane, di colore, se viene loro l'uzzolo”.
Il testo della Woolf ci introduce nel cuore delle questioni che intendo affrontare in relazione ad un’analisi di genere della lingua, con i richiami sia all’evoluzione continua delle lingue storico-naturali (in parallelo con le modificazioni materiali e simboliche delle comunità delle/dei parlanti), sia al fenomeno della stratificazione nelle parole non solo di tutti i significati individuali e collettivi attribuiti loro nel corso del tempo, ma anche di tutti gli aspetti soggettivi (fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze) che gli ‘oggetti’ nominati e le loro relazioni evocano nelle/nei parlanti.
La lingua infatti costituisce i “binari” su cui viaggia il nostro pensiero: senza addentrarmi in questa sede nella questione spinosa dell’origine di un sistema così complesso come il linguaggio umano, voglio qui solo ricordare che è ormai tramontata la concezione della lingua come semplice “nomenclatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ciascuno a una cosa ” ( Saussure, cit in De Mauro 1975), o ancora come “repertorio di fedeli immagini della realtà ” (De Mauro 1975), una realtà che risulterebbe ordinata nella mente,già prima di un successivo intervento della lingua. Questa concezione,elaborata per la prima volta da Aristotele, fu ribadita da  molti linguisti fino al secolo scorso, rimase presente e diffusa nella cultura del Novecento, ed è tuttora ancora viva: essa considera il linguaggio come un raffinato strumento di comunicazione di immagini, concetti, emozioni, cioè pensieri, già presenti nell’interiorità delle/degli umane/i, inventato in epoca indeterminata dall’umanità.
Gli studi più recenti nei campi della linguistica, della psicologia, della neurofisiologia e dell’antropologia, hanno invece individuato nella facoltà del linguaggio una vera e propria caratteristica biologica della nostra specie di appartenenza homo sapiens sapiens), nel senso che non è mai esistita mente veramente umana priva di linguaggio: la mente umana è una “mente linguistica”.
Se assumiamo l’ipotesi che il nostro cervello funziona come una “rete continua di nodi e connessioni” allora i nostri pensieri non sono altro che “schemi di attivazione di una rete di entità -i singoli neuroni- che, essenzialmente, possono eccitare o inibire altri neuroni (oltre che stare apparentemente in quiete). [...] Ossia, i pensieri [...] ri-nascono ogni volta che li ri-pensiamo ” (Cimatti, 2002, pp. 74,75).
Questi (ri)pensieri sono per noi possibili proprio in virtù di parole che ci permettono di “accorpare regioni diverse dello spazio quadridimensionale della mente”. Spiega Cimatti: “ nel concetto di ‘fiore’, ad esempio, [...] rientrano conoscenze botaniche, pittoriche, letterarie, storiche e così via, che si trovano riunite sotto questa parola soltanto perché quella parola, come un laccio annodato, le tiene unite”(Cimatti, 2002, p. 76). E conclude: “Quel concetto esiste soltanto perché esiste la parola che tiene unite le sua svariate componenti e lo differenzia dagli altri concetti/parole; quel concetto è tutt’uno, quindi, con il significato della parola ‘fiore’”( Cimatti, 2002, p. 76).
Senza linguaggio, dunque, nessun concetto: il linguaggio si rivela come quella potentissima funzione di organizzazione della nostra mente, dote specifica ed esclusiva della specie umana.
A conferma indiretta di questa ipotesi, vanno ricordate le ricerche condotte sui cosiddetti “bambini selvaggi”, vissuti dalla nascita in condizioni di isolamento dagli umani. Questi studi documentano che, anche se accuditi in tutti i modi, essi non imparano più una lingua quando abbiano superato, nella condizione di isolamento, un certo periodo di maturazione psicofisica (ricordo che le/gli psicologhe/i collocano l’acquisizione delle lingue in un arco di tempo mediamente compreso tra i dodici e i ventiquattro mesi, contemporaneamente all’identificazionbe di genere) e che sono destinati a morire presto, essendo mancato loro un elemento vitale: la possibilità di realizzare la insostituibile caratteristica di specie, rimasta in loro solo potenziale ( Cimatti, 2002, Hagège, 2002).
Le lingue storico-naturali, quindi, hanno una duplice funzione: da un lato rispecchiano l’ordine culturale e sociale delle/dei parlanti; dall’altro danno forma alla concezione del mondo di costoro, perché determinano le categorie di percezione e classificazione della realtà. Le lingue, infatti, non registrano proprietà intrinseche della natura, bensì categorie che proprio in esse si sono formate e che sono state proiettate dalla mente poi sulla natura; le stesse distinzioni che noi percepiamo tra “oggetti e eventi” (Miller, cit. in De Mauro, 1975) esistono per noi perché abbiamo nella nostra lingua nomi specifici atti a indicarle, ma l’appartenenza a una serie o all’ altra non è universale, dipende dalla formulazione che ne danno le diverse lingue.
Inoltre, prosegue Miller, “[...] in genere [...] il possesso di un nome accentua la riconoscibilità dell’oggetto. Dobbiamo ad A. Lehmann (1889) la prima dimostrazione sperimentale di questo fatto. Egli trovò che se ad alcuni soggetti si insegnava a designare con indici diversi nove diverse sfumature di grigio, essi potevano riconoscerle con maggiore precisione. Con soggetti che non avevano imparato gli indici distintivi, i risultati non superarono quelli ottenibili casualmente . Si faceva distinzione tra le varietà di grigio solo in relazione al possesso degli indici verbali” (cit. In De Mauro, 1975).
La funzione modellizzante della lingua fa sì dunque che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme ritenute obiettive di conoscenza.

Donne e lingua: dall'ottica emancipazionista allo sguardo di genere:

Signora maestra come si forma il femminile?”
Partendo dal maschile: alla ‘o’ finale si sostituisce semplicemente
una 'a'”
“Signora maestra, e il maschile come si forma?”
“Il maschile non si forma, esiste”( Diotima, 1987)

Le lingue storico-naturali sono dunque i luoghi in cui si costituiscono le soggettività delle donne e degli uomini, perché sono, come abbiamo visto, i depositi collettivi di valori, di giudizi su ciò che bello o brutto, giusto o ingiusto, naturale o innaturale, di idee e di comportamentï sui quali ci formiamo a partire dal nostro ingresso nel mondo.
Un certo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, e, in quanto tale, percepito comunemente come un fatto naturale, e non storicamente determinato, diventa per automatismo un certo modo di pensare.
Le lingue, allora, sono anche i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, ruoli vissuti come naturali e quindi spesso ritenuti immutabili, proprio perché appresi dalla e nella lingua materna; intendo riferirmi all’insieme di qualità, di caratteristiche psicofisiche, di disposizioni d’animo, di atteggiamenti, di modelli di comportamento, di aspettative e di sentimenti ai quali dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali, secondo i canoni delle relative educazioni di genere.
Allo stesso modo, gli stereotipi sedimentati nelle lingue ( in relazione anche ad altre componenti discriminatorie oltre al sesso, quali l’appartenenza a certe etnie, la pratica di determinate religioni e mestieri) agiscono nel profondo delle/dei parlanti, trasformati in vere e proprie rappresentazioni culturali e sociali, fatte proprie, a volte a livello inconsapevole, dai/dalle parlanti/pensanti.
Norme e raccomandazioni non servono a modificare modi di pensare e conseguenti comportamenti collettivi e individuali, a meno di intervenire sull’organizzazione semantica profonda sottesa a - e riproposta da - quei modi di espressione considerati tutt’al più superficiali e superati nei fatti.
Nel percorso dall’invisibilità alla visibilità, avviato da molte donne nel campo sociale, culturale e politico, la lingua e l’ordine del discorso sono stati tra i primi elementi con cui dover fare i conti (Perrotta Rabissi, Le parole…,1991).
Le prime analisi sugli stili di comunicazione orale e scritta femminili sono state condotte prevalentemente con gli strumenti della psicosociologia, a partire dagli anni Sessanta e in area anglofona e francofona, con lo scopo di promuovere l’autolegittimazione delle donne e la legittimazione sociale ad una presa di parola, soprattutto pubblica, che avesse pari dignità rispetto ai discorsi degli uomini. Rientrano in questo ambito gli studi su una presunta ‘lingua delle donne ’, una ‘lingua al femminile ’ (Perrotta Rabissi, 1998), che si proponevano di indagare - e contribuire a rimuovere - i tratti considerati penalizzanti, in termini di insicurezza e subalternità, rintracciabili nei comportamenti linguistici di molte donne, particolarmente nelle situazioni di interazione con gli uomini; salvo poi riconoscere che questi tratti, ben lontano dal costituire specificità femminili, caratterizzano gli/le individui/e subalterni/e in interazione con individui/e dominanti, nella varietà dei contesti comunicativi; indipendentemente, quindi, dal sesso di appartenenza
La ricerca si è quindi orientata verso l’indagine sulla struttura della lingua e sul livello simbolico che essa organizza ed esprime ( Codognotto e al., 1991).
Anche la lingua italiana, come molte altre, rivela nella sua struttura di senso e funzionamento un alto grado di androcentrismo, perché prevede un solo soggetto di pensiero e di discorso, apparentemente privo di determinazioni materiali e sensibili, quindi astratto e asessuato, e in quanto tale universale, adatto cioè a rappresentare sia gli uomini che le donne, in realtà strutturato secondo modalità ascritte, nella nostra cultura, al maschile.
Rimando, per quanto riguarda l’Italiano, per eventuali approfondimenti del discorso, agli studi di Patrizia Violi che nella categoria del  genere grammaticale, presente nelle lingue indoeuropee, in quelle semitiche e in altre, ha ravvisato il segno di una precocissima simbolizzazione della differenza sessuale, inscritta nelle lingue attraverso un doppio movimento: di cancellazione del femminile (la forma base dell’essere, fondante, è il maschile), e, successivamente, di reintroduzione del femminile come variante, nel senso di “diverso da/”, che nello sviluppo dei processi sociali e culturali è slittato semanticamente in “ contrario di/”.
Così se il maschile assume la connotazione della razionalità, del logos, della capacità di astrazione, il femminile diventa a contrariis il segno dell’irrazionalità, dell’emotività, il luogo dove viene confinato tutto quello che ostacola il percorso lineare dell’ umanità verso la conoscenza. Ne consegue la sua svalorizzazione in rapporto alla produzione del pensiero e delle sue forme discorsive, parallela alla sua enfatizzazione nel presunto contatto empatico con la natura e la riduzione della sua specificità e complessità alla sfera del corporeo, del sensibile-materiale.
La natura androcentrica della lingua si manifesta, ad esempio, nell’ uso del maschile, come neutro universale, per rappresentare entrambi i sessi; il che rende invisibili le donne reali e concrete, occultando sia la loro presenza che la loro assenza dai processi della vita sociale, politica e culturale, del passato e del presente (Sabatini, 1987)
Voglio qui richiamare l’attenzione sulle conseguenze di questa asimmetria tra maschile e femminile per l’economia psichica delle/dei bambine /bambini nel processo di individuazione di sé e di costruzione della propria soggettività: autosvalutazione da parte  delle bambine a cui corrisponde peraltro un’ altrettanto negativa sopravvalutazione di sé da parte dei bambini.
Una prova piccola, ma significativa, del fatto che l’asimmetria linguistica sottende una profonda asimmetria di valore si ha quando si provi a utilizzare un femminile generico per rappresentare anche i maschi: è infatti accettato -naturale?- da una ragazza all’esame di stato un modulo scolastico che la definisce ‘il candidato’, ma non è accettato da nessuno studente un modulo che lo definisca ‘la candidata’; non solo questo risulterebbe impensabile, perché inconsueto, ma anche offensivo.
Le bambine e le donne, quindi, nella propria vita dovranno spesso fare i conti non solo con gli eventuali vincoli sociali opposti alla propria piena realizzazione e autodeterminazione, ma anche e soprattutto con le proprie schiavitù interiori, indotte dalla fragilità dei sentimenti di autostima e di stima per le donne in generale, interiorizzata attraverso le rappresentazioni depositate nella lingua.
Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso la strutturazione psichica della dipendenza dagli uomini.
Anche nelle lingue in cui appare superata la distinzione in generi grammaticali, ad esempio l’Inglese, si assiste a fenomeni di attribuzione “di ruolo femminile ai termini ‘nurse’, ‘secretary’, ‘prostitute’, ‘virgin’, e maschile a ‘surgeon’, ‘pilot’, ‘taxi driver’ “(Niedzwiecki., 1993).
Ripropongo, a titolo esemplificativo, alcune osservazioni tratte dagli studi di Alma Sabatini sulle principali dissimmetrie dell’Italiano e rimando al lavoro della Niedzwiecki per una panoramica sulle iniziative di ricerca e di politiche culturali, avviate nell’ambito dell’Unione Europea negli ultimi decenni del secolo scorso, per contrastare gli stereotipi linguistici sessisti presenti nelle principali lingue dell’Unione.
Per quanto riguarda il campo grammaticale, segnalo le dissimmetrie relative alle professioni, che sono ancora prevalentemente declinate al maschile, anche se negli ultimi tempi hanno fatto registrare una notevole presenza femminile (un esempio per tutte/i: l’area della scuola, insegnanti e studenti). Mentre per i mestieri esiste la regolare distinzione cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, contadino/contadina, maestro/maestra, suonano male e non vengono usati i termini: ingegnera, dottora, ministra, per indicare le donne che esercitano tali professioni, termini che sarebbero autorizzati dalla morfologia dell’Italiano.
Per quanto riguarda, poi, il campo semantico, accenno soltanto al diverso significato che assumono alcuni sostantivi e aggettivi se riferiti a uomini o a donne: serio/seria, buono/buona, segretario/segretaria, maestro/maestra, pubblico/pubblica, onesto/onesta.
Salta all’occhio, in questo caso, il richiamo costante ad un ordine simbolico che ha confinato le donne nell’ambito della natura, del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del privato affettivo-familiare come ambito proprio e prioritario, escludendone contemporaneamente gli uomini, confinati a loro volta nella ‘mascolinità’.
Di qui, allora, la necessità, che credo ineliminabile nel tempo breve, del raddoppio, cacofonico e apparentemente ridondante, delle desinenze femminile e maschile di sostantivi e aggettivi, e del raddoppio degli articoli che precedono i sostantivi invariabili (le/gli studenti, le/gli insegnanti, le/gli presidenti...), per dare concreta visibilità ai due soggetti.
Azione, quest’ultima, tanto più importante nella fase attuale, in quanto “oggi che l’idea di parità sta facendo traballare la certezza del neutro universale, altrove, nel sociale, il neutro, la neutralizzazione dei problemi, è diventata la regola. In effetti, la fine di un diritto di protezione per le donne si è tradotta con l’univocità delle rappresentazioni: non ci sono più ragazze madri né madri nubili, ci sono delle famiglie monoparentali e dei genitori isolati. La violenza dei giovani, la pedofilia, il tempo parziale e altre realtà sociali si declinano al neutro quando esse concernono soprattutto un sesso o l’altro. [...] Nell’ora della parità, è il sociale che usa il neutro universale per nascondere la disuguaglianza” (Fraisse, 2000, p. 20).
Altrettanto importante è quindi la scelta, ove possibile, di preferire termini che indichino i soggetti reali e sessuati, rispetto a quelli astratti e neutralizzatori : bambine e bambini, invece che infanzia, uomini e donne invece che umanità o persone (Perrotta Rabissi e Perucci Maria Beatrice, Linguaggiodonna 1991).
Anche se non è possibile modificare nell’immediato, e con semplici atti volontaristici, le strutture e i meccanismi di funzionamento di un sistema così complesso come la lingua, l’adozione di dispositivi che segnalino le dissimmetrie tra maschile e femminile aiuta a contrastare il fenomeno dell’ inerzia linguistica e quindi mentale di donne e uomini e abitua le/i parlanti alla continua consapevolezza che i soggetti del discorso sono due. Sono convinta che quest’attenzione contribuisce concretamente a rimuovere le forme di discriminazione delle donne che risiedono soprattutto nell’ordine simbolico.

venerdì 4 novembre 2011

Diario di scrittura

Recentemente ha scoperto che presso gli Inuit l'attribuzione di un sesso, e quindi del nome, ai/alle  neonati/e  non dipende dalla loro morfologia, perché ogni nato/a  è l'incarnazione di uno spirito di un/una defunto/a, spirito che quindi è maschile o femminile a seconda del sesso dell'antenato/a. Così con gran tranquillità uomini hanno nomi e spirito femminili e viceversa.
Questo ha fatto crollare in lui la credenza che la determinazione sessuale sia universalmente dipendente dalla conformità fisica di un individuo e non da da dispositivi storico sociali, e,  nello stesso tempo, lo ha liberato da gabbie immobilizzanti relative ai ruoli sessuali.

La donna è contenta tutto sommato di sé, di essere in pensione, anche se il lavoro le piaceva, di aver mantenuto ai propri occhi, ma non solo, quel fascino che l'ha accompagnata per tutta la vita -di bambina e poi di adulta- che le ha favorito reti e relazioni di amicizia con uomini e donne.

Diario di scrittura

Questi tre personaggi mi interpellano di continuo, non mi danno tregua, sono discreti/e, non urlano e non schiamazzano, ma aspettano che mi occupi di loro. Mi hanno chiesto di farli incontrare, ma io ho detto di no,  come si dice, l'unione fa la forza, e io non voglio che mi sovrastino.

Mi chiedono di confessare almeno qual è il o la mia preferita, ma io non voglio rispondere. Serpeggia però un dubbio  sia nell'uomo, che comincia a chiedersi se il fatto di trovarsi da solo rispetto a due donne sia casuale o volontario, che nella  la donna, che oscilla tra un sentimento di maternage nei confronti della più giovane e di invidia per la prospettiva di vita determinata dall'età, il dubbio che io preferisca Caterina. E' l'unica che ha un nome, un lavoro -uno di quelli fino a poco tempo fa riservato agli uomini-, è disinvolta, libera, con una buona autostima.
L'uomo è nell'età in cui ha perso la baldanza maschile, ma non ha ancora acquistato quella rassegnazione - conseguente all'indebolirsi delle forze fisiche e delle energie psichiche-  che lo porterà, in età  più avnzata, a ritirarsi in buon ordine di fronte al minimo conflitto con giovani uomini, illudendosi che la ritirata sia piuttosto frutto di una finalmente acquisita maturità.

03 11 2011

Individuati 3 personaggi:
1
uomo, ha una barca, abita a Genova, ha sessant'anni, single, non so se ha avuto grandi amori, ne vorrebbe uno.
Meticoloso, ama cucinare, non so ancora che lavoro fa.
2
donna, ha sessant'anni, è in pensione, femminista, un po' delusa dalle sue coetanee assatanate di potere, ha fiducia -ma anche un po' di invidia- per le giovani donne
Non si è legata per ragioni di carriera, è contenta, ma ogni tanto si chiede che cosa avrebbe potuto fare di diverso nella vita, d'altra parte chi è senza rimpianti?
3
Caterina è l'unica che ha nome, tra i 30 e i 40, master a Ginevra, lavora in una ditta di impianti idraulici, femminista, decisa, non ha percezione di discriminazioni di genere, generosa, ma oculata, ha molti amici, più che amiche, nessuna storoia d'amore importante, le piace viaggiare.

giovedì 3 novembre 2011

diario di scrittura

A prova evidente della mia difficoltà nei confronti di un diario, mi sorprendo oggi a scoprire una pagina di diario che avevo aperto agli inizi del mio blog, pagina che avevo dimenticato e oggi ho incrementato.

mercoledì 2 novembre 2011

Contraddizioni della "cura"

Da qualche tempo si fa un gran parlare di cura, si organizzano convegni dedicati all'argomento, articoli di giornali, dalle diverse opzioni politiche, considerano questa attività come fattore principale per uscire dalle crisi;  contemporaneamente viviamo in Italia e in Europa la crisi politico-finanziario-sociale che sta impoverendo ulteriormente chi è già in precarie condizioni, chi è a rischio proletarizzazione, oltre che le e i migranti che a rischio lo sono sempre.

Conseguente a questo interessamento c'è l'esaltazione delle donne, da secoli dedite alla "cura" per destino sociale o per scelta di vita -più recentemente-; si attribuiscono alle capacità e alle attitudini  elaborate nel corso della storia e considerate l'essenza più preziosa del femminile, virtù salvifiche dal degrado incalzante, sociale e culturale, in ogni angolo del mondo.

Accanto a questi fenomeni resiste, anzi si intensifica, l'urgenza di moltiplicare gli interventi di carattere caritatevole, da parte di persone e istituzioni laiche e religiose, in parallelo al'aumento di richieste di aiuto.

Il settore del volontariato costituisce da anni il luogo di incontro tra la domanda e l'offerta di cura.
Prima contraddizione: escludendo ogni tipo di malafede, cioè di ogni tentativo di coprire con l'immagine di attività di volontariato la ricerca di lucro, visibilità, consenso, mi sono spesso chiesta che cosa ci fosse dietro il desiderio di impegnarsi in questo ambito da parte di donne e uomini, che in questo campo sono molto numerosi, più di quanto si pensi.

Altruismo, vero desiderio di rendersi utile a chi attraversa momenti di necessità, amore per il prossimo laicamente e cristianamente inteso, molto spesso esigenze di socialità, uscita da condizioni altrimenti di solitudine, probabilmente tutto questo e anche altro.

Ma come la si mette con il discorso che in tal modo si supplisce a carenze dello stato sociale, carenze di governi che, contando su questo, abdicano a compiti e funzioni che Stati veramente democratici dovrebbero  assicurare a tutti gli abitanti del proprio suolo, permanenti o temporanei, cittadini o no?

E' sempre lo stesso discorso della carità per strada, farla o non farla per non incrementare il vagabondaggio, lo sfruttamento di minori..., ma le persone che vengono aiutate, in un modo o nell'altro traggono comunque vantaggio,  questo basta a giustificare il gesto.

Seconda contraddizione: quante di quelle persone così solerti verso il prossimo magari sono state meno pazienti e accoglienti nei confronti dei propri familiari, malati o vecchi o importuni...e hanno scaricato le attenzioni e le funzioni di cura ad altri/e, a pagamento o a titolo gratuito?

Che cosa può giocare?

La scelta sempre revocabile, che nel caso dei familiari non è possibile? La gradualità dell'impegno, che nel caso dei familiari è quasi sempre a tempo pieno? La gratificante riconoscenza  da parte dei /delle beneficiati/e, che fa sentire superiori, mentre non è così davanti alle recriminazioni e ai rancori dei familiari, che spesso pretendono come dovere la cura e l'assistenza? L'uscita cioè da vincoli sociali -etici, morali, economici - cioè da costrizioni in nome di una libera scelta?

Forse tutto questo e altro.

sabato 22 ottobre 2011

Autunno finalmente

Amo molto le mezze stagioni, primavera e autunno, e mi sono chiesta perché.
Mi sono data anche due risposte, per ora.
La prima di natura "psicologica": temo ogni irreversibilità, anche minima, in autunno e primavera non sei mai sicura, giorno dopo giorno, della stagione in cui ti trovi.
Un giorno di primavera può sembrarti piena estate, il successivo pieno inverno, così in autunno.
Questo significa per me un trasalimento che mi trasporta fuori, anche solo per un attimo, dalla realtà che vivo nel momento.
Credo che il mio amore per la narrativa, fin da piccola, e oggi anche per i film, sia dovuto molto alla possiibilità di evasione, mi sono sempre detta che leggendo mi pare di allungare la mia breve vita di umana, vivendone molte, distanti nello spazio e nel tempo.
L'altra spiegazione è più banale, e forse è quella giusta:: all'inizio dell'autunno cominciava la scuola (cominciava in ottobre) e io non vedevo l'ora, alle elementari poi i libri  mostravano disegni di uva, mele, pere, castagne, foglie secche, gialle, rosse, marroni, mi piacevano molto quelle figure piene di colori.
All'inizio della primavera cominciava il conto alla rovescia per finire la scuola, e io non vedevo l'ora, e il tempo coincideva anche con Pasqua, che per me significava disegni di campanule, piccole uova, agnelli, tutto dominato dal bianco, azzurro, rosa.
Ma, di gran lunga cosa più importante, significava una settimana al mare, con tempi e colori da inizio del mondo: mare celeste come il ciel , spiagge assolutamente deserte e, fino ai dodici anni, nonna.

giovedì 20 ottobre 2011

Il nodo gordiano della guerra

A proposito della celebrazione della vittoria del 4 novembre nella prima guerra mondiale, celebrazione che ci cadrà sulla testa nei soliti modi e riti, non credo che la ricorrenza, con la sua vuota retorica e la pompa istituzionale, sia poi così presente nei cuori e nelle menti delle persone, soprattutto dei giovani uomini e delle giovani donne, per non parlare dei ragazzi e delle ragazze.


Si è senz'altro appannata la memoria di questa data, ma non a causa di un'evoluzione positiva dei valori e dei costumi, per cui, senza rinunciare al conflitto, anima della democrazia, si rinuncia alla guerra, in nome di altre forme di risoluzione, ma al contrario perché la guerra è ormai esperienza quotidiana, diretta o indiretta di tutti noi, abitanti di questi sciagurati tempi.

Dove poi la guerra guerreggiata non c'è, perché la si esporta altrove, si "gioca alla guerra", a causa dell'interiorizzazione di immagini belliche come pratiche indispensabili per raddrizzare torti, porre fine a ingiustizie, rafforzare identità pericolanti e ricompattare fratellanze in crisi, lusingare narcisismi, riconfermare nei rispettivi ruoli tradizionali e patriarcali uomini e donne.

Nulla infatti più della guerra rimette a posto il "disordine sociale" creatosi rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Paradossalmente è proprio questo il potere ipnotico della guerra su uomini e donne, non si spiega altrimenti la facilità con la quale moltitudini di persone si lasciano manipolare dai propri governanti e condurre a guerre sanguinose, pur conoscendone i rischi e gli orrori.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale da parte delle donne; le donne in trepida attesa del ritorno dei loro "eroi", da curare nel fisico e nello spirito, trovano riparo in queste attività  dalle fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione e dal senso di impotenza che spesso grava sulle spalle di chi intraprende questo percorso, esterno agli schemi di genere socialmente accettati.

Il "destino femminile", interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazione e riconoscimento sociali, altrimenti negati.

Purtroppo concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Innamoramento per la guerra, dicevo, mi sembra sia proprio questa una delle molle che ha determinato i fatti occorsi durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma. 



mercoledì 19 ottobre 2011

La trappola della compassione

Negli ultimi tempi c'è tutto un fiorire di discorsi che sottolineano l'indispensabilità delle donne e delle loro attività, capacità,  attitudini a "salvare il mondo".
Nell'economia, nel management, nella politica, nel sociale la risorsa per ristabilire equilibri, raddrizzare  situazioni pericolanti, ripristinare una perduta civiltà di rapporti tra persone e cose sta nel ricorrere alle donne.
I giornali economici sono pieni di statistiche e ricerche volte a dimostrare che dare qualche responsabilità direttiva  a donne migliora la qualità del lavoro e anche i profitti.
A proposito delle  vicende del 15 ottobre a Roma c'è chi sostiene che se si fossero prese in  carico  le donne della gestione della manifestazione i "disordini" non  si sarebbero verificati.
Le guerre però, con il loro corredo di stupri etnici, segnalano una realtà diversa.
Tutto un elogio quindi della potenzialità femminile -per natura e per cultura-  a rendere gentili e civili i barbari (per natura e cultura)  costumi maschili.
Salvo poi  indicare con "stupore" le ragazze colte a lanciare sassi o altro, oppure le soldate torturatrici, le kamikaze (ma per loro si sa, sono donne assoggettate all'Islam), le madri assassine (raptus, depressione...).
Non sono donne? Sono eccezioni che confermano la regola?
Di fronte a questa esaltazione delle virtù femminili qualche dubbio viene, tanto più se collegate alla  dimensione della cura, che avendo per oggetto primo le persone, l'ambiente in cui vivono, il cibo, in poche parole la sopravvivenza, dovrebbe essere il compito prioritario di tutta l'umanità, donne e uomini.
 Il 30 ottobre a Roma si terrà un convegno dal titolo La cura del vivere (http://www.facebook.com/event.php?eid=274143432616345), che si propone di rovesciare di segno questa attività, da destino femminile da fuggire a "prezioso tesoro", pratica scelta da valorizzare.
Il simbolo del convegno è la madonna.
 Io però credo che anche i simboli vadano rinnovati, proprio per la carica forte che hanno sulle persone e i meccanismi inconsci che scatenano..
La madonna, figura così soave nei quadri, anche conflittuale in certi testi e in certe analisi di storiche e teologhe, porta su di sé l'impronta della divisione sessuale del lavoro imposta dal patriarcato.
E' vero che si può rileggere rovesciandone il segno e il senso -da essenza della "natura femminile" a simbolo di quella che dovrebbe essere considerata dell'attività umana per eccellenza-, ma resta il fatto che nelle coscienze l'immagine è legata a una visione patriarcale del mondo e dei rapporti uomo donna.
Certe immagini provocano automatismi dettati dall'interiorizzazione dei valori della nostra educazione, cultura, socializzazione; automatismi difficili da controllare, e quindi pericolosi perché facilmente integrabili nell'ordine del discorso che si vuole porre in crisi.

martedì 18 ottobre 2011

Buoni e cattivi

Non ci sto a dividere in due parti i/le manifestanti: quelli/e per bene e quelli/e per male.
A parte il discorso infiltrati, che ci sono sempre stati,  poliziotti, digos, fascisti (c'è chi ha visto sventolare croci celtiche), ultrà....,  io non penso che i e le ragazze incazzati/e, che hanno tirato pietre, sfasciato vetrine e auto, e altro  siano criminali, anche se teste calde, ma credo che siano veramente esasperati/e, magari anche disperati (nel senso di senza futuro).
Il messaggio perverso che mandano credo vada raccolto. 
Quello che  contesto loro è il fatto di tenere in ostaggio persone che non vogliono ricorrere a quei mezzi di lotta, e mi inquieta  soprattutto che  invece di sforzarsi di cercare nuove forme  -insieme a quelli/e di tutto il mondo che cercano modi e strumenti incisivi e appropriati- ripieghino su forme obsolete (almeno nel nostro contesto specifico, differente dai paesi arabi , nord'africani, asiatici....!),  speculari e simmetriche  alla violenza statuale e istituzionale che combattono.
Da qui i prevedibili esiti di richieste di ordine e repressione avanzate da molti e molte: opportunisti/e, o solamente spaventati/e....

lunedì 17 ottobre 2011

Pensandoci bene

Ho  sentito tre mattine fa alla radio l'intervista a una donna di sessant'anni che esprimeva tutto il disamore per "gli italiani" (dal che potrei dedurre che invece apprezza le italiane, ma so che non è così) colpevoli di aver ridotto il nostro paese in questo stato.
Mi ha colpito quando ha detto che fa tante cose nella vita, ma quello che le piace maggiormente fare è la nonna, la cosa che la rallegra di più .
Credo di non avere mai smesso di sentirmi figlia -visto che ho perso la madre presto-, sono stata madre conflittuale, e adesso nonna felice, nel senso che mi sembra che i/le nipoti  abbiano appunto  una funzione anti tristezza, questo allora deve essere un sentimento comune alle nonne e ai nonni, la mia unica nonna conosciuta mi ha lasciato quando ero ancora bambina.
Ora che ci penso non ho avuto, in età adulta, alcun modello né di madre né di nonna, zie poi non ho mai conosciute, tranne una, che viveva lontana e avrò visto tre o quattro volte in vita mia.
La mancanza di modelli non mi sembra mi abbia nuociuto più di tanto (o forse sì?), senz'altro non ho mai pensato che il mio destino sociale in vecchiaia sarebbe stato solo l'accudimento dei/delle nipoti, così come non  lo è stato la casalinghitutine.
Anzi ho fieramente combattuto questa dimensione come  priorità delle donne, destino "naturale" dell'essere femminile, che riesco ad accettare solo se è frutto di una scelta individuale, libera e consapevole e non frutto di costrizioni esterne o vincoli interiori.
Tralascio ogni considerazione di opportunità -per il sistema a base capitalistico-patriarcale- di avere a disposizione grandi quantità di donne sulle quali scaricare i costi e le fatiche della cura di persone, ambienti, oggetti.
Proprio qualche tempo fa una mia amica, fine analista della nostra società, mi chiedeva quanto la persistenza dei modelli di organizzazione del lavoro e della "soluzione privata" nei confronti della cura sia  da addebitarsi alla "generosa dedizione di noni e nonne".
Generosa dedizione di donne e uomini? 
E qui mi si apre la contraddizione: è vero che così si sostiene in qualche modo la divisione patriarcale capitalistica del lavoro, ma  il piacere e la gioia di farlo quanto contano?
Come se ne esce? 
Non certo secondo il modello principe di lotta operaia degli ultimi duecentocinquant'anni: sciopero, blocco della (ri)produzione, per non parlare del sabotaggio (di luddistica memoria), e di altre forme di lotta.
Negli anni Settanta i collettivi femministi padovani misero a punto analisi molto  sofisticate della cura, della funzione delle donne nel privato e nel sociale, dell'accumulazione capitalistica  basata sullo sfruttamento del ruolo femminile nelle società, ma la parola d'ordine: "sciopero del lavoro domestico" non passò, non solo per una questione di sentimento di "abnegazione" interiorizzato, ma perché le prime a essere colpite da questa forma di lotta erano proprio le donne, che nelle case ci vivevano, che mangiavano ciò che cucinavano, che riordinavano i luoghi nei quali vivevano insieme alle altre e agli altri.