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martedì 15 marzo 2022

donne bambine guerra


La letteratura dell’Occidente comincia con la glorificazione di una guerra di rapina (Christa Wolf, Cassandra, Roma, e/o edizioni, 1984, p. 57).

Una foto glamour mostra una ragazzina con fucile e lecca lecca in attesa di difendere sé stessa e la sua casa dall'invasione dei nemici, contemporaneamente tutti i media mostrano a ripetizione donne che fuggono dal paese invaso, accompagnando in salvo (speriamo) bambini/e e vecchi/e/@,  due rappresentazioni di due modi di intendere il rapporto tra donne e guerre, apparentemente in contraddizione tra loro, in realtà complementari.

Fino a pochi decenni fa le donne "sparivano" dai  racconti dal campo di battaglia,  tranne qualche eccezione  storica, un unico modello di narrazione della guerra dominava fatto di ideali, eroismi, sacrifici. Quando si parlava di donne queste ultime erano rappresentate o come vittime di stupri e aggressioni nei paesi invasi, oppure affannate a districarsi nelle mille difficoltà per portare avanti la vita propria, e quelle che dipendono da loro, secondo il modello di  divisione sessuale del lavoro: agli uomini la gestione della politica, delle guerre, del lavoro, alle donne quella della cura.

Quando poi ci si riferiva a donne combattenti, una minoranza comunque, ad esempio nella Resistenza, si esaltavano le doti di coraggio, l’eroismo, lo spirito di sacrificio che le accomunavano agli uomini nei comportamenti consolidati secondo il paradigma maschile.

Di fronte ai cambiamenti politici e sociali verificatisi dalla metà del secolo scorso la narrazione è cambiata, da un lato in ragione della tecnologia militare, sempre più feroce nel colpire persone, animali e oggetti non "combattenti", che hanno la sfortuna di trovarsi fra i nemici del momento, dall'altro a causa del l'emancipazione, che ha aperto alle donne le porte degli eserciti, delle  armi della guerra .

Così abbiamo assistito a soldate animate dalla stessa violenza dei loro colleghi uomini, nei confronto di nemici ormai annichiliti. Più recentemente  ci siamo in molte/i/@ entusiasmate/i/@  alla vista di formazioni di battaglia tutti di donne, a difesa del proprio paese e dei propri valori, pur mantenendo nei gesti nell'aspetto tratti di grazia femminile tradizionale.

Come è stato in altri campi del sociale e del politico l'ingresso di donne nell'ambito militare e bellico non ne ha modificato i caratteri, ma ha adattato le donne a pratiche consolidate di guerra. 

Purtroppo non è possibile cambiare le forme della  guerra, che andrebbe espulsa dalle pratiche umane, infatti a differenza del conflitto, cuore della democrazia, la guerra si risolve con l'annullamento di uno dei contendenti e con l'immiserimento materiale e simbolico di tutte le popolazioni coinvolte.

Le attuali immagini martellanti di tutti i media nazionali e esteri sono un misto delle vecchie narrazioni delle donne come vittime,  impreziosite  dall'emancipazione, che  rende un padre orgoglioso della sua bambina!



[1]  (Christa Wolf, Cassandra, Roma, e/o edizioni, 1984, p. 57.

 

 



mercoledì 2 settembre 2020

Il Covid19 e la metafora della guerra

Dal momento che usiamo le metafore per dare senso alle nostre esperienze, agite o patite, è il caso di soffermarsi sulla metafora della guerra, adottata da molte e molti per descrivere  il nostro rapporto con il virus che ci  angustia da sei mesi.

Ho finora letto e ascoltato con fastidio tutte le dichiarazioni in merito, pronunciate o scritte da persone comuni e da rappresentanti istituzionali, fino a quando il paragone mi è diventato insopportabile. 

A che cosa serve, infatti, presentarci la lotta al virus come una guerra -dove o si vince o si muore- se non a ingenerare in noi quel senso di ineluttabilità, di impotenza, quasi rassegnazione al peggio e nello stesso tempo a indurci a mobilitare energie psicofisiche per limitare il più possibile i danni che coglieranno tutte/i noi ? Chi può opporsi - a scapito della vita propria e altrui- ai provvedimenti che i e le responsabili politiche /ci utilizzano per preservarci dalla rovina? Chi può osare "mettere i bastoni tra le ruote" in un processo di faticosa ricostruzione dopo  una catastrofe come una guerra? 

Poi a poco a poco nei discorsi gli ambiti di emergenza si sono  moltiplicati, dal settore medico-sanitario a quello politico-sociale, proprio come avviene in guerra, e si si sono avanzate proposte "dolorose" ma "inevitabili" per far fronte al presente e al futuro. 

Lentamente, in mezzo a affanni personali e preoccupazioni più o meno motivate, viene il dubbio che questa metafora sottintenda direzioni e obiettivi ben chiari nella mente di chi ci guida e /o di chi intenda farlo.

Nulla più della guerra rimette a posto, ad esempio, il disordine sociale rispetto ai compiti e alle funzioni di di classe e di genere;  nulla chiama in causa la questione delle relazioni tra gli uomini e le donne come le guerre, guerreggiate, minacciate, mascherate, ignorate, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante per arginare indesiderati cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi delle donne di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale.

Le donne, in sostegno dei loro eroi, da curare nel fisico e nello spirito, trovano una pausa dalle quotidiane fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione, nonché dal senso di impotenza e dalla delusione che spesso gravano sulle spalle di chi intraprende un percorso esterno agli schemi di genere socialmente accettati.

Il destino femminile di cura e accudimento, interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazioni e riconoscimenti altrimenti negati. 

Concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche tra donne.

la Storia insegnata, ricordata, trasmessa è prevalentemente storia di guerre, resistenze, lotte di oppressione e liberazione a cominciare dal fondamento della cultura occidentale, l’Iliade, osserva una scrittrice: " "La letteratura dell’Occidente comincia con la glorificazione di una guerra di rapina" (1),

Le moderne tecnologie hanno sovvertito molte delle immagini interiorizzate rispetto alle guerre conosciute fino a cinquant’anni fa,  hanno fatto  saltare la separazione tra chi combatteva, gli uomini, e chi subiva. donne, vecchi bambini, coinvolgendo tutti e tutte;  cinquant'anni di teorie e pratiche antagoniste a un sistema politico-sociale sempre più cinico e crudele verso persone e animali hanno modificato le  coscienze di uomini e donne, diffuso consapevolezze sulla storicità delle guerre, sulle responsabilità di chi le scatena sotterraneamente o apertamente, per fini individuali o collettivi di asservimento di popolazioni, di rapina di risorse, di dominio del vivente in ogni sua forma, eppure certe motivazioni di fondo non sono cambiate del tutto, i ruoli si sono solo modernizzati, non cambiati alle radici.

La guerra, reale o richiamata, continua  a produrre i suoi effetti sulle menti di donne e uomini.

Allora oggi ci si chiede: le donne che in maggioranza si sono dedicate, durante il lockdown,  a accudire figli e mariti, forse in futuro lasceranno il lavoro?

Le persone che hanno lavorato in remoto, senza più distinzioni di orario tra vita e lavoro, dovranno in qualche modo continuare a farlo, perché c'è stata la guerra e bisogna ricostruire?

Provvedimenti nel campo del lavoro, del welfare, che  da anni si tentava di far passare, scontrandosi con le dalle lotte e le resistenze di lavoratori e lavoratrici  saranno considerati inevitabili, perché si è qppena usciti da una guerra, peraltro non ancora conclusa?

Colgo certe avvisaglie, in discorsi ufficiali, poco tranquillizzanti.







[1] Christa Wolf, Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto, Roma, edizioni e/o, 1984, p. 22.


venerdì 3 novembre 2017

Contesto relazionale 3. Guerra e conflitto

Non è possibile, neanche auspicabile, rinunciare al conflitto, anima della democrazia, sopirlo, addormentarlo è l'obiettivo dei vari populismi che invitano ad accantonare divisioni e contrasti in vista di un noi compatto per perseguire qualche ideale politico e sociale, ma dovrebbe essere possibile rinuncia alla guerra, eppure la guerra è ormai esperienza quotidiana, diretta o indiretta di tutti noi, abitanti di questi sciagurati tempi.

Nelle zone in cui la guerra guerreggiata non c'è, perché la si esporta altrove (guadagnandoci con la vendita di armi), si sono interiorizzate immagini belliche come le uniche pratiche per raddrizzare torti, porre fine a ingiustizie, rafforzare identità pericolanti, ricompattare fratellanze in crisi, lusingare narcisismi, riconfermare nei rispettivi ruoli tradizionali e patriarcali uomini e donne.
Nulla infatti più della guerra rimette a posto il disordine sociale creatosi rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Forse è proprio questo il potere ipnotico della guerra su uomini e donne, non si spiega altrimenti la facilità con la quale moltitudini di persone si lasciano manipolare dai propri governanti e condurre a guerre sanguinose, pur conoscendone i rischi e gli orrori.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale da parte delle donne.

Le donne, in attesa del ritorno dei loro eroi da curare nel fisico e nello spirito, si attivano a ripulire ambienti, liberare luoghi fisici e mentale dalle macerie, ricostruire reti di solidarietà e relazione, e in questi momenti trovano riparo dalle fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione e dal senso di impotenza che spesso grava sulle spalle di chi intraprende questo percorso.

Il destino femminile, interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazione e riconoscimento sociali, altrimenti negati.

Purtroppo concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Innamoramento per la guerra, dicevo, che tacita ogni conflitto sociale e politico.

lunedì 16 novembre 2015

Noterelle autunnali sul fanatismo

Da giorni volevo scrivere qualcosa sul fanatismo, una piega della psiche, una disposizione interna che autorizza a usare la violenza, a vari livelli, sino agli estremi, per convincere gli altri di una propria idea, eletta a verità assoluta e inconfutabile, il tutto indipendentemente dalla natura dell'ideale proposto, sia religioso, politico, civile. 
L'unica parola che può valersi  della natura di verità assoluta è quella di dio, ogni altra parola umana è per l'appunto confutabile.
La violenza fanatica di chi si richiama alla parola divina esclude il conflitto, dove c'è conflitto, anche aspro, non c'è guerra, nel senso proprio di volontà di annientamento/annichilimento dell'avversario, proprio perché i contendenti si riconoscono un piano di parità e rispetto reciproco.
Ma con dio non si può discutere, bisogna solo obbedire.
L'esito migliore di un conflitto è l'accordo/mediazione, il peggiore è lo stallo, non la morte del nemico.
Io in realtà parlando di fanatismo mi riferivo agli assalti verbali  da parte di vegetariani/e e vegani/e a chi ancora mangia carne animale; le ragioni etiche, economiche, ecologiche portate in favore di queste scelte sono tutte valide -a partire dal rispetto verso gli animali non umani, condannati a torture inenarrabili nei luoghi di allevamento e uccisione, nonché delle trasformazioni irreversibili di ambienti umani e territoriali per le monoculture introdotte dalle multinazionali alimentari- ma confrontare le questioni di principio con la realtà materiale delle persone è quanto di più saggio e illuminato ci sia, a mio parere, altrimenti si rischia di ottenere proprio l'effetto contrario: di fronte a un attacco ci si difende, con tutti i mezzi disponibili, dinamiche proprie delle guerre.
Purtroppo, mentre stavo per dedicarmi finalmente al mio blog con queste noterelle è avvenuto l'attentato di Parigi, che mi ha chiuso il cuore in un blocco di ghiaccio, non solo per le vittime, per l'orrore scatenato, che è umanissimo purtroppo, solo noi umani siamo capaci di torture e barbarie, ma per tutto il contorno di commenti, chiacchiere, distinguo tra persone degne di lutto e pianto, a Parigi, e quelle che non meritano neanche una nota di cordoglio, a volte neppure un titolo in prima pagina, tutte le popolazioni dell'Africa e del Medio Oriente da decenni vittime di bombardamenti, mirati e no.
Adesso c'è stato anche  il bombardamento, che sembra piuttosto una rappresaglia di Stato,  di una città per estirpare l'Isis, struttura che avrà già messo in salvo i dirigenti criminali, lasciando morire sotto le bombe la piccola manovalanza e la cittadinanza inerme.
Tutti e tutte sappiamo da dove venga l'Isis, da chi sia stato o sia ancora armato, cosa si potrebbe fare per togliergli i mezzi, le armi...
Ma la geopolitica da un lato e il profitto che viene dalla vendita di armi dall'altro ostacolano  una seria e meditata possibilità di intervento per smantellare questa mortifera congrega.
Quanto poi c'entri il fanatismo religioso anche qui c'è probabilmente da distinguere tra chi è disperato per il malessere che vive, psicologico, sociale, affettivo magari, e vede un'unica possibilità di salvezza in un premio futuro -il cristianesimo si regge da secoli su questa promessa di felicità eterna a chi è vittima di abusi e soprusi- e chi consapevolmente utilizza questo strumento per far commettere crimini a persone deboli, frustrate, o magari psicolabili, imbottite probabilmente di sostanze allucinatorie.
Ubriacavano e drogavano i soldati prima degli attacchi anche nelle guerre.
Io non so se veramente quanto c'entri la convinzione religiosa, può darsi che per qualcuno, parlo dei terroristi, ma ormai anche qualche terrorista donna,  sì, mentre per altri/e giocheranno altri elementi oggettivi e soggettivi.
Vedendo il pianto disperato di un ragazzo molto giovane, prima di un attacco, mi è venuto in mente che alcuni possano essere anche costretti, non so con minacce e ricatti.
Cerco scrivendo così di tenere a bada lo sconforto, ma sono anche sempre più convinta che per un periodo  occorrerebbe che si facesse propria da parte di ciascuno/a l'esortazione di Karl Kraus:
"Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", in attesa di trovare qualche strada comune per uscire da questa situazione di guerra più o meno strisciante.





giovedì 20 ottobre 2011

Il nodo gordiano della guerra

A proposito della celebrazione della vittoria del 4 novembre nella prima guerra mondiale, celebrazione che ci cadrà sulla testa nei soliti modi e riti, non credo che la ricorrenza, con la sua vuota retorica e la pompa istituzionale, sia poi così presente nei cuori e nelle menti delle persone, soprattutto dei giovani uomini e delle giovani donne, per non parlare dei ragazzi e delle ragazze.


Si è senz'altro appannata la memoria di questa data, ma non a causa di un'evoluzione positiva dei valori e dei costumi, per cui, senza rinunciare al conflitto, anima della democrazia, si rinuncia alla guerra, in nome di altre forme di risoluzione, ma al contrario perché la guerra è ormai esperienza quotidiana, diretta o indiretta di tutti noi, abitanti di questi sciagurati tempi.

Dove poi la guerra guerreggiata non c'è, perché la si esporta altrove, si "gioca alla guerra", a causa dell'interiorizzazione di immagini belliche come pratiche indispensabili per raddrizzare torti, porre fine a ingiustizie, rafforzare identità pericolanti e ricompattare fratellanze in crisi, lusingare narcisismi, riconfermare nei rispettivi ruoli tradizionali e patriarcali uomini e donne.

Nulla infatti più della guerra rimette a posto il "disordine sociale" creatosi rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Paradossalmente è proprio questo il potere ipnotico della guerra su uomini e donne, non si spiega altrimenti la facilità con la quale moltitudini di persone si lasciano manipolare dai propri governanti e condurre a guerre sanguinose, pur conoscendone i rischi e gli orrori.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale da parte delle donne; le donne in trepida attesa del ritorno dei loro "eroi", da curare nel fisico e nello spirito, trovano riparo in queste attività  dalle fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione e dal senso di impotenza che spesso grava sulle spalle di chi intraprende questo percorso, esterno agli schemi di genere socialmente accettati.

Il "destino femminile", interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazione e riconoscimento sociali, altrimenti negati.

Purtroppo concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Innamoramento per la guerra, dicevo, mi sembra sia proprio questa una delle molle che ha determinato i fatti occorsi durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma.