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mercoledì 15 aprile 2020

Una riflessione a due su paura e sgomento al tempo del coronaviru



di Adriana Perrotta e Paolo Rabissi




L'emergenza da coronavirus in corso ci mette di fronte a episodi che non tranquillizzano per niente sul futuro. Le tentazioni autoritarie nel nostro paese hanno una storia lunga ma l'emergenza in corso fa temere a molte/i una loro presa maggiore, cosa che non poche delle forze politiche in gioco non mascherano più di tanto nei loro proclami e inviti, che vengano dall'opposizione di destra o da certi settori del governo.
Soprattutto si teme che le necessarie misure, prese di autorità dal governo per contenere il contagio, possano residuare sul lungo periodo imposizioni e diminuzione di libertà civili. Una realtà che avrà purtroppo la sua legittimazione tecnica se è vero come sembra che gli effetti del corona virus possono durare anche uno o due anni, se è vero come sembra che i coronavirus mutano e che già nel prossimo autunno potrebbero ripresentarsi sotto altre forme.
Tuttavia quello che ci preme, e dovrebbe premere a chiunque, è di non contribuire in alcun modo a diffondere smarrimento e paure, alimentare isterie individuali e collettive, per cui sentiamo l'obbligo di prendere posizione contro coloro che invece lo fanno. Di fronte a quattro cretini in divisa, che investiti finalmente di un po' di autorità ne approfittano per vessare i cittadine/i, certune/i finiscono col denunciare come inutili i provvedimenti di restrizione alla nostra vita quotidiana e col sollecitare alla ribellione in nome dell'antiautoritarismo dal quale la nostra generazione e le successive provengono. Posizione ambigua, soprattutto perché paladini strenui delle libertà democratiche oggi sono i partiti di destra. Ma posizione anche isterica perché gridare al lupo al lupo in questo caso è semplicismo politico, occorrerebbe spiegare se si è convinte/i che la diffusione del virus avviene per contagio oppure per sfiga o per dannazione dei Sapientes all'autodistruzione. Siccome avviene per vicinanza e contatto l'unica cosa da fare è stare alla larga dal prossimo tuo. Certo si possono suggerire, e qui i social i centri di controinformazione la rete ecc. possono fare molto, modifiche, attenuazioni, priorità. Senza disinvolte pressioni della pancia.
Poi ci sono certe/i intellettuali che farebbero meglio a stare zitte/i.
In rete, nei fogli on line, abbondano. Abbondano anche altrove. Hanno purtroppo il piglio moralistico con il quale ci si accusa di non renderci conto dell'abisso di inciviltà in cui avremmo accettato di piombare ubbidendo alle restrizioni: crediamo sia da respingere in toto, è una posizione che non riconosce gli affanni, i tentativi di andare avanti, malgrado paure e insicurezze in agguato, le riflessioni condotte da molte/i e le pratiche e le iniziative messe in atto, anche nell'attuale situazione, per trarre da questa sciagurata emergenza, perché di questo si tratta e non di una invenzione dell'orrido Potere, insegnamenti per evitare di tornare tout court alla "normalità" precedente, che non ci piaceva e che già combattevamo culturalmente, socialmente, politicamente. Non so se ci riusciremo, o saremo stroncate/i, ma forse occorrerebbero parole di incoraggiamento, piuttosto che altezzose reprimende da parte di chi "ha capito tutto".
Ci sono anche quelle/i che sostengono che il paese di fronte al virus è crollato eticamente e politicamente. Lasciamo stare che a buona ragione uno potrebbe dire che è da mo' che è crollato, epperò la maggior parte delle/dei cittadine/i ha accettato le misure di sicurezza, la Confindustria ha continuato a fare la Confindustria, le/gli operaie/i che hanno dovuto lavorare hanno continuato anche a scioperare per ottenere maggiori garanzie, compresi i driver. Che poi il governo ci provi a fare il di più c'era da aspettarselo, continuiamo comunque nel parere che in casa bisogna restare: ma davvero non c'è più nessuna fiducia che se dovesse esagerare e approfittarne troppo una buona parte del paese non gli scatenerebbe addosso una reazione (noi vecchietti compresi)? Non ci crediamo. L'unico problema sarà che prima a farla sarà la destra, in nome delle libertà morali, etiche e costituzionali di cui è diventata depositaria. Grazie anche alla fu sinistra
Si parla di aggressioni e delazioni da parte di vicine/i di casa? di caccia agli untori? di abusi di forze dell'ordine?...Non è che siano proprio delle novità! Sarà che queste cose si sono intensificate da quando una sciagurata destra al potere economico, finanziario, culturale - e ci mettiamo dentro certa parte della "sinistra istituzionale" - ha occupato i posti dirigenziali di questo sfortunato paese. Lavoratori non italiani uccisi, non italiani accusati di essere stupratori in quanto etnia... E poi Carlo Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, Varalli e Zibecchi..., Genova, con i responsabili premiati, arresti di chi manifesta contro il Tav, migranti lasciati morire in mare... Questo e molto altro è il recente nostro passato repressivo, da quando si è lacerato il tessuto sociale e democratico egemonico in Italia fino a qualche decennio fa. Non parliamo dell'austerità, della disgregazione della sanità pubblica a favore della privata.
Se si vuol dire che questa mentalità repressiva e barbara coglie l' occasione per manifestarsi più liberamente oggi, grazie all'emergenza, siamo d'accordo. Se si vuol dire che i e le responsabili della distruzione del tessuto democratico vogliono e tenteranno di approfittare anche loro per dare un colpo a espressione e iniziativa di pensiero critico e dissenso, è una paura che abbiamo tutte e tutti. Ma appunto occorre non solo vigilare, ma incoraggiare e rendere il più possibile pubbliche tutte le riflessioni e pratiche che comunque si mettono in atto per fare argine a questa ondata autoritaria e regressiva (pensiamo ad esempio che in Polonia stanno approfittando per dare un colpo all'interruzione volontaria di gravidanza, mentre le donne non possono manifestare per il lock down, e hanno tentato anche qui). Iniziative che comunque esistono, basta cercarle.
In ultimo: ci sono addirittura coloro che accusano di ignavia e subalternità chi (e sono la maggior parte del paese) si attiene alle disposizioni. Pensiamo che non sia giusto né produttivo, che sia deprimente lanciare solo allarmi senza avanzare ipotesi plausibili: ribellarsi alle misure imposte, rischiando contagi. A meno che non si pensi che non sia una pandemia, ma un semplice strumento esagerato per imporre il controllo.





mercoledì 16 novembre 2011

Le donne?

Sono quarant'anni che si cerca di spiegare che non esiste il gruppo sociale “donne” indistinto e indifferenziato, così come non esiste il gruppo sociale gli uomini, se non intendendo i due sottoinsiemi degli individui che compongono l’umanità.
All’interno dei due sottoinsiemi ci sono persone differenti tra loro per interessi, passioni, sensibilità, cultura, aspettative, competenze, conoscenze, capacità, attitudini…
Da questo punto di vista nessuna può rappresentare le “donne”, così come si rappresentano gruppi sociali con interessi convergenti in un settore, ad esempio di lavoro (gli operai, gli avvocati, i manager, gli insegnanti) proprio per le differenze tra donne.
L’uscita di Monti di ascoltare le donne è quindi “senza senso”, chi si sente rappresentata dalla signora pincopallo?
Diverso è il discorso delle pari opportunità, e anche delle controverse quote che, lungi dal rappresentare privilegio, vorrebbero porre rimedio transitorio a una situazione di contesto squilibrata:il carico di lavoro domestico e di cura che grava sulle spalle delle donne (anche se non madri, sono pur sempre figlie, sorelle, mogli…..) le penalizza in termini di tempi, energie psichiche e fisiche, e non permettono loro di dedicarsi ai tempi del lavoro e della politica organizzati sulle esigenze degli uomini.
Ricorderò sempre quanto mi disse anni fa una sindacalista che, chiamata a compiti di responsabilità a Roma, si lamentò del fatto che le riunioni erano sempre fissate alle 6 di sera,quando fece notare che erano orari incompatibili con i tempi di vita di sua figlia, i colleghi le risposero che per loro non c’era problema, perché ai figli ci pensavano loro mogli.
I ruoli sociali prevedono ancora oggi una divisione dei compiti per cui le donne sono impegnate prioritariamente nelle attività di cura delle persone, ambienti, cose all’interno delle case e gli uomini negli spazi esterni di lavoro, politica..
Se una donna vuole anche lavorare, fare politica deve “arrangiarsi”, impegnare maggiori energie, combattere con i vincoli interiori (sensi di colpa) e esteriori (orari prima di tutto, richieste di flessibilità di tempi,e richieste di disponibilità in conflitto con i suoi doveri di cura.
Molte non vogliono fare queste fatiche; comunque quelle che invece vogliono dovrebbero almeno trovarsi il terreno sgombro dai vincoli esteriori: i dispositivi mentali e organizzativi che favoriscono gli uomini nel pubblico.



domenica 13 novembre 2011

Nuovo governo

Nei giorni scorsi ho ricevuto due mail, da persone diverse che mi ricordavano l'appartenenza di Monti alla trilateral, Goldman-S. ....
D'accordo.
Oggi mi interrogo sul perché non mi spaventa più di tanto la sua figura di economista, schierato con banche e finanza, ovviamente senza entusiasmarmi!
Mi sono anche chiesta se il togliersi dalle palle del grande truffatore (e soprattutto di molti e molte suoi compagni/e di merenda, spero)  viene pagato troppo caro.
Sia B1, che B2 (nel senso di centrosinistra) sono determinati ad accettare la macelleria sociale che ci aspetta, Monti lo farà.
Anche le possibili soluzioni default pilotato, uscita dall'euro... che a dire la verità seguo in tutte le argomentazioni, ma non mi hanno del tutto convinta, non mi sembra trovino immediata applicazione pratica.
Neanche vedo serie opportunità politiche di cambiare a breve lo stato di cose presenti.
Allora visto che le strada appare temporaneamente segnata, preferisco un liberista puro, non un pasticcione che tende a incantare, un vero liberista (banchiere, economista... nudo e puro), che dimostri quanto il capitalismo di oggi sia determinato a  sostituirsi al ceto politico che fa operazioni di classe, nascondendosi dietro apparenze democratiche.
Così come da decenni sperimenta il resto del mondo- quello che non appartiene al nostro Occidente, che va a esportare la sua democrazia bombardando i popoli cretini.
Se l'avversario è individuabile è più facile anche organizzare il conflitto.
Se poi è un liberista puro, magari mette anche fine ai vari conflitti di interesse (non c'è solo Berlusconi, il suo è solo il macroscopico, ma ce ne sono decine di altri).
Inoltre non sottovaluterei il fatto che preferisco vedermi davanti e continuamente in televisione una persona distinta, che  un guitto rozzo e volgare.

giovedì 20 ottobre 2011

Il nodo gordiano della guerra

A proposito della celebrazione della vittoria del 4 novembre nella prima guerra mondiale, celebrazione che ci cadrà sulla testa nei soliti modi e riti, non credo che la ricorrenza, con la sua vuota retorica e la pompa istituzionale, sia poi così presente nei cuori e nelle menti delle persone, soprattutto dei giovani uomini e delle giovani donne, per non parlare dei ragazzi e delle ragazze.


Si è senz'altro appannata la memoria di questa data, ma non a causa di un'evoluzione positiva dei valori e dei costumi, per cui, senza rinunciare al conflitto, anima della democrazia, si rinuncia alla guerra, in nome di altre forme di risoluzione, ma al contrario perché la guerra è ormai esperienza quotidiana, diretta o indiretta di tutti noi, abitanti di questi sciagurati tempi.

Dove poi la guerra guerreggiata non c'è, perché la si esporta altrove, si "gioca alla guerra", a causa dell'interiorizzazione di immagini belliche come pratiche indispensabili per raddrizzare torti, porre fine a ingiustizie, rafforzare identità pericolanti e ricompattare fratellanze in crisi, lusingare narcisismi, riconfermare nei rispettivi ruoli tradizionali e patriarcali uomini e donne.

Nulla infatti più della guerra rimette a posto il "disordine sociale" creatosi rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Paradossalmente è proprio questo il potere ipnotico della guerra su uomini e donne, non si spiega altrimenti la facilità con la quale moltitudini di persone si lasciano manipolare dai propri governanti e condurre a guerre sanguinose, pur conoscendone i rischi e gli orrori.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale da parte delle donne; le donne in trepida attesa del ritorno dei loro "eroi", da curare nel fisico e nello spirito, trovano riparo in queste attività  dalle fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione e dal senso di impotenza che spesso grava sulle spalle di chi intraprende questo percorso, esterno agli schemi di genere socialmente accettati.

Il "destino femminile", interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazione e riconoscimento sociali, altrimenti negati.

Purtroppo concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Innamoramento per la guerra, dicevo, mi sembra sia proprio questa una delle molle che ha determinato i fatti occorsi durante la manifestazione del 15 ottobre a Roma. 



martedì 18 ottobre 2011

Buoni e cattivi

Non ci sto a dividere in due parti i/le manifestanti: quelli/e per bene e quelli/e per male.
A parte il discorso infiltrati, che ci sono sempre stati,  poliziotti, digos, fascisti (c'è chi ha visto sventolare croci celtiche), ultrà....,  io non penso che i e le ragazze incazzati/e, che hanno tirato pietre, sfasciato vetrine e auto, e altro  siano criminali, anche se teste calde, ma credo che siano veramente esasperati/e, magari anche disperati (nel senso di senza futuro).
Il messaggio perverso che mandano credo vada raccolto. 
Quello che  contesto loro è il fatto di tenere in ostaggio persone che non vogliono ricorrere a quei mezzi di lotta, e mi inquieta  soprattutto che  invece di sforzarsi di cercare nuove forme  -insieme a quelli/e di tutto il mondo che cercano modi e strumenti incisivi e appropriati- ripieghino su forme obsolete (almeno nel nostro contesto specifico, differente dai paesi arabi , nord'africani, asiatici....!),  speculari e simmetriche  alla violenza statuale e istituzionale che combattono.
Da qui i prevedibili esiti di richieste di ordine e repressione avanzate da molti e molte: opportunisti/e, o solamente spaventati/e....

lunedì 17 ottobre 2011

A proposito della manifestazione di sabato 15 ottobre

Io penso che la violenza in piazza tende a emarginare ogni forma di conflitto, criminalizzando proteste sociali-nelle varie forme in cui si esprimono, comprese le manifestazioni- collettive o individuali, organizzate o spontanee, e in questo giova sempre a chi detiene il potere in quel momento.
Non sono neppure d'accordo con la semplicistica distinzione tra "buoni manifestanti" educati che non disturbano, e cattivi (anche se so benissimo che esistono provocatori, infiltrati, o anche semplici teste calde).
Ma non penso proprio che chi ha "giocato alla guerra" sabato abbia strozzato il movimento al suo nascere, prima di tutto perché esiste già da qualche tempo (metto insieme tutte le forme di lotta espresse negli ultimi due anni, non solo le manifestazioni di piazza), poi perché la situazione è veramente  grave e gravida di conseguenze.
 Per questo penso che occorra continuare a presidiare tutti i luoghi pubblici, e nello stesso tempo inventare nuove forme di opposizione. e di lotta.
Io credo che una tra le tante possibili azioni  oggi sia proprio il confluire in "luoghi comuni" di tutti i frammenti di movimento mondiale, ciascuno con le proprie caratteristiche, tempi, modi..
Confluire per me significa, oltre che indire manifestazioni unitarie e contemporanee, mantenersi in relazione, contrastare l'ordine del discorso nazionale e internazionale in vista di nuove possibilità di convivenza.