lunedì 19 marzo 2018

Uomini e donne in tempi di patriarcato ancora vivo e vegeto



La divisione sessuale del lavoro è la struttura portante delle relazioni tra uomini e donne su cui si fonda il patriarcato. Essa infatti determina lo scambio sessuo-economico che ha dato forma alla nostra civiltà. Nei secoli si è instaurato un ordine simbolico che costringe le donne e gli uomini a adeguarsi a modelli di genere percepiti come naturali, mentre sono costruiti sulla base di attitudini, abilità, funzioni e compiti attribuiti alle immagini di maschile e femminile a cui dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini in carne e ossa.

Sono ammesse modernizzazioni, limitate commistioni e combinazioni anche ardite dei due modelli, purché non sia intaccato il principio regolatore per il quale l'area di pertinenza delle donne è la sfera del corpo, del sesso, della riproduzione in tutti i suoi aspetti biologici, affettivi, sociali, familiari, quella degli uomini l’area della vita pubblica, della politica della guerra.

I rapporti tra donne e uomini sono modulati da qualche millennio dentro questa realtà che definisce regole di comportamento, induce aspettative, valori, paure, desideri, metafore e costruzioni simboliche, immaginari che tutti e tutte conoscono, perché vengono educati/e a questi dalla nascita .Per questa struttura di potere è stato indispensabile mantenere la distinzione tra donne addette alla cura di persone e ambienti e ai compiti familiari, cioè le donne per bene, e altre destinate alla soddisfazione erotico-sessuale degli uomini, le donne per male.

Nella seconda metà del Novecento il patriarcato è stato smascherato dalla riflessione di donne in tutti i campi del sapere e del sociale: non si tratta di una struttura naturale e quindi immutabile ma di una costruzione storico sociale che ha gerarchizzato maschile e femminile.
Non sempre e non tutti e tutte vi si sono adeguati/e, la storia è piena di esempi in tal senso, ma chi non si adegua deve sempre pagare un prezzo di esclusione, emarginazione, stigma sociale.
Se oggi, dopo decenni di sottovalutazione irrisione e sarcasmi verso chi continua a portare avanti le analisi sul patriarcato, anche gli uomini sono costretti a prendere la parola in merito alla relazione donne uomini e costretti ad abbandonare la maschera dei difensori delle donne deboli e vittime, vuol dire che si è imbroccata la strada giusta. Nemmeno le donne a loro volta possono più nascondersi dietro la maschera di vittime.

La strada della denuncia pubblica riguarda quindi non solo la violenza manifesta degli uomini sulle donne, in tutti i suoi gradi e livelli, ma anche tutti i nodi del vivere nei quali sono attivi i termini dello scambio, sia nella vita collettiva di donne e uomini, sia in quelle individuali. Un lavoro di analisi enorme, anche perché investe aspetti insospettati e insospettabili di azione e accettazione/complicità più o meno consapevoli del contesto simbolico dato da parte di tutte e tutti, un’indagine in grado di destabilizzare soggettività e identità, individuali e collettive, strategie e tattiche difensive e aggressive secolari se non millenarie per la sopravvivenza sia di donne che di uomini.

Tutti i temi affrontati negli ultimi tempi relativi a prostituzione (regolamentazione/abolizione), Gravidanza per Altri, stupri e molestie sessuali, fino al femminicidio, pur nella grande differenza di livelli di violenza e orrore, sono riconducibili allo scambio sessuo-economico originario.

Questo vuol dire che non ci si può limitare all'analisi dei fenomeni isolandoli, cercando semplicemente di additare alla pubblica indignazione vittime e carnefici, astraendo dal contesto generale nel quale si è immerse e immersi, ma occorre allargare il discorso a tutti gli aspetti della questione in campo.

L'apertura del conflitto è a tutto campo.

Adoperarsi per alleviare sofferenze, aiutare le persone a superare difficoltà, badare a disabilità temporanee o permanenti, sopire conflitti, in una parola "far trovare buona la vita" (Sibilla Aleramo) dovrebbe essere lo scopo prioritario e reciproco di uomini e donne, l'ha cantato il poeta arrivato alla fine della propria breve vita.

In un sol colpo si eliminerebbero i mali, almeno quelli che affliggono l'umanità per colpa dell'uomo- inteso qui come pseudo-universale- : dalla subordinazione delle donne, allo sfruttamento del lavoro, dal consumo massiccio delle risorse del pianeta alle violenza alle quali sono sottoposti gli animali.
Il fatto è che il compito di consolare, riparare, mantenere, prendersi cura di persone, animali e cose dovrebbe essere assunto prioritariamente da tutta la componente umana, uomini e donne.

Invece è assegnato alle donne, ancora oggi, come aspetto intrinseco della loro femminilità, mentre l'uomo può scegliere di condividerlo o disinteressarsene, la sua maschilità non verrà messa in crisi, anzi è data per scontata, e quindi accettata e legittimata, una dose di barbarie intrinseca alla propria natura di maschio che aspetta di essere frenata e ingentilita dalle donne che lo circondano.

In compenso all'uomo, inteso come parte maschile dell'insieme umano, è assegnato come tratto identitario naturale l'occuparsi di quanto concerne le attività di carattere pubblico, economico, politico necessarie alla vita delle collettività.
La perfetta complementarietà è però gerarchizzata, nei fatti vige la priorità delle attività pubbliche e economiche rispetto alle attività volte a migliorare la qualità delle vite di tutte e tutti. In un sistema economico basato sul denaro le attività di carattere pubblico sono retribuite mentre quelle addette alla cura no (a meno che non entrino nel mercato del lavoro, dove comunque sono sottoretribuite).

La divisione sessuale del lavoro ha prodotto la storia che conosciamo, ha plasmato nei millenni soggettività di uomini e donne.
Le donne, deputate alla cura della vita e della sopravvivenza della specie, sono diventate proprietà degli uomini che le avrebbero ripagate con il mantenimento economico, con la protezione dai pericoli esterni all'ambito domestico, dai nemici, dalle aggressioni pubbliche e private: in cambio di questo hanno tentato in tutti i modi di limitarle nelle loro possibilità di movimento, nelle ambizioni di realizzazione al di fuori della sfera di pertinenza. Chi ce l’ha fatta, e ce ne sono state, ha dovuto compiere sforzi e sacrifici di parti di sé.
Oggi di fronte alle veloci trasformazioni sociali e all’emancipazione delle donne nel mondo occidentale, che ha comportato anche trasformazioni dei costumi, contestualmente ad un disastroso sviluppo produttivo distruttivo di ambiente e risorse, si sono moltiplicati appelli che sottolineano l'indispensabilità delle donne e delle loro capacità, competenze e attitudini a salvare il mondo, un’estensione delle abilità deputate appunto alla cura nella sfera domestica. Nell'economia, nel management delle aziende, nella politica, nel sociale la risorsa per ristabilire equilibri, raddrizzare situazioni pericolanti, ripristinare una perduta civiltà di rapporti tra persone e cose sta nel ricorso all'opera donne.
I giornali economici sono pieni di statistiche e ricerche volte a dimostrare che dare qualche responsabilità direttiva a donne migliora la qualità del lavoro e anche i profitti.

Il femminismo della seconda metà del Novecento ha svelato la trappola della compassione per le donne, vale a dire l'illusione che la loro potenzialità naturale sia in grado di civilizzare i barbari costumi maschili così nel pubblico come nel privato, illusione che ha alimentato il senso di onnipotenza affettiva e sessuale che è andato a compensare la reale irrilevanza sociale, e ultima cosa, ma non meno importante, ha messo impietosamente in luce la debolezza degli uomini, la loro inettitudine e incapacità di sostenere se stessi e la vita di chi dipende da loro, nel pubblico come nel privato.
Di fronte a questa realtà il femminismo ha messo in guardia le donne, e continua a farlo, dal cadere nella trappola assumendo su di sé il compito appunto di sostenere gli uomini e il loro operato, continuando a occultarne la debolezza reale. Occultamento d'altronde funzionale a mantenere la percezione di indispensabilità che dà senso a vite femminili, altrimenti prive di valore sociale.

Eppure come si fa a rifiutarsi di spendere forze, energie e intelligenze per migliorare la vita degli altri e la propria, pur sapendo che in tal modo si sostiene e si conferma il dettato patriarcale del quale si giovano gli uomini, che in tal modo evitano di prendere coscienza della propria inadeguatezza a rendere buona vita per tutte e tutti?
E se si continua nell'opera di prendersi cura di persone, animali, ambiente e cose, pur andando incontro a tutte le conseguenze generate dal sistema in cui viviamo e che sono state analizzate in modo approfondito dal femminismo, come si fa a rinunciare alle briciole compensative che vengono offerte?
Le ipotesi avanzate più volte di sostituire matria a patria, dea a dio, non tengono conto del fatto che la madre o la dea e i valori di cui sono portatrici queste figure nel nostro ordine patriarcale sono definiti in relazione al padre e alla paternità, la donna e i suoi valori sono definiti a in relazione all'uomo, e viceversa, in relazioni ora di complementarietà, ora di contrapposizione.

Sono figure simmetriche.

Occorre destrutturare tutte le figure patriarcali, non sostituire l'una all'altra, occorre uscire dai dualismi se non si vuole rischiare di fermarsi all'emancipazionismo, che non rovescia l'ordine patriarcale, ma lo rende meno ingiusto e lo migliora modernizzandolo.
L'unica via praticabile mi sembra quella di approfondire le consapevolezze maturate nel corso degli ultimi decenni, non solo da parte delle donne, ma anche degli uomini, perché tutti quanti ci si impegni prioritariamente a far trovare buona la vita.
Un contesto si cambia con il contributo di tutti i soggetti che lo abitano, se si è destinati a convivere, altrimenti non resta che emigrare su un altro pianeta.

lunedì 12 marzo 2018

La penna e il piccone: L'intreccio tra patriarcato e neoliberismo

La penna e il piccone: L'intreccio tra patriarcato e neoliberismo: Il mondo del lavoro produttivo nella nostra società si è storicamente costituito in complementarietà con la sfera del privato familiare, se...

L'intreccio tra patriarcato e neoliberismo

Il mondo del lavoro produttivo nella nostra società si è storicamente costituito in complementarietà con la sfera del privato familiare, secondo la divisione sessuale di ruoli, compiti e funzioni fondata dal patriarcato. 
La soggettività delle donne si è storicamente plasmata nelle attività di accudimento di persone e animali, di raccolta e preparazione di cibi,  di riparazione e mantenimento d oggetti e ambienti.
Fino a poco tempo fa molte donne che si sobbarcavano lavori di cura per i propri familiari o estranei bisognosi, si sentivano gratificate per il fatto che le loro fatiche erano  dettate dall'amore, dall'altruismo, dalla generosità, quindi l'impegno era del tutto gratuito. 
Nel corso del tempo le donne  hanno elaborato saperi, attenzioni e sensibilità particolari in questo campo, hanno sviluppato competenze e capacità specifiche, che costituiscono quasi una seconda natura, secondo la quale per le donne conterebbero, o meglio dovrebbero contare, meno i soldi che i sentimenti.
Di conseguenza la soggettività maschile ha assunto caratteristiche adatte alla vita pubblica, alla produzione, alla politica alle  istituzioni, senza curarsi delle attività riproduttive affidate alle donne.
I due modelli di femminilità e virilità sono stati naturalizzati e come naturali sono percepiti. 
Pertanto il mondo del lavoro produttivo, così come si è venuto configurando, ha puntato quasi esclusivamente all'incremento dei profitti, senza tenere conto delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati, che  sarebbero stati ricostituiti e  riparati nelle famiglie. 
In questo senso il lavoro produttivo e quello riproduttivo sono stati complementari nel mantenimento del sistema economico sociale che caratterizza il nostro mondo.
Da più di duecento anni il sistema economico è il capitalismo, nelle sue varianti, con i tratti di competitività esasperata per la ricerca di profitto, di predazione e di consumo  di risorse, di sfruttamento di lavoratrici, lavoratori, animali e piante
Il mondo della riproduzione, in realtà complementare, è stato presentato come contrapposto, e pertanto è stato idealizzato come luogo appagante e  irenico,  il luogo dell'affetto disinteressato, dove ritemprare le forze e le energie spese nelle attività pubbliche. 
Le donne quindi sono state costrette dall'imposizione patriarcale della divisione dei compiiti a svolgere il lavoro necessario alla riproduzione all'interno del contesto familiare, all'insegna dell' oblatività e della gratuità, conformemente alla loro natura
Quando poi queste attività di cura entrano nel  mercato, dato la richiesta crescente,  sono pagate poco e poco considerate come lavoro, 
Negli ultimi anni  il massiccio spostamento di donne e uomini ridotti alla fame nei loro luoghi d'origine o in fuga da guerre e distruzioni offre lavoratrici e lavoratori che svolgono queste mansioni  a prezzi ridotti e senza garanzie e diritti.
Ma dato che siamo animali simbolici occorreva  trovare un senso alto alla vita grama, di dolori, sopraffazioni, subordinazioni, discriminazioni  privazioni materiali e simboliche  subite nel quotidiano, l'ideale dell'amore, che le avrebbe compensato di tutte le sofferenze e difficoltà, è  stata l'arma potente di assoggettamento delle donne, il terreno pronto per questo processo di adattamento è costituito proprio dalla interiorizzazione del modello di femminilità  definito dal patriarcato.
In questo consiste l'intreccio tra capitalismo e patriarcato. 
Negli ultimi decenni si sono prodotti molti cambiamenti sia nel mondo della produzione che della riproduzione, nel primo caso la femminillizzazione del lavoro ha esteso anche agli uomini la pretesa  di mettere  a disposizione  attitudini e capacità maturate dalle donne nell'ambito domestico, fino a arrivare alla richiesta di lavoro gratuito; nel secondo caso si sono moltiplicati gli esempi delle forze distruttive operanti anche all'interno delle famiglie,
Ma al mutare delle condizioni storiche non corrisponde un altrettanto veloce cambiamento di mentalità e di sensibilità, la forza di inerzia del modello dominante prolunga certe posizioni mentali, anche quando vengono meno le condizioni materiali che l' hanno prodotto. 
Ecco perché per cambiare alle radici il sistema di produzione e riproduzione che ci affligge occorre lottare contemporaneamente contro il patriarcato, che è un suo potente sostegno e viceversa per rovesciare il patriarcato occorre abbattere il sistema economico che  vi si è intrecciato; non sono possibili scorciatoie.
Quindi occorre affiancare alle lotte sociali per modificare il sistema di produzione  e di riproduzione le battaglie culturali per l'eliminazione degli stereotipi di genere, che derivano dalle immagini interiorizzate della relazione donne e uomini, che sono i principali fattori dell'inerzia linguistico-mentale
Il cambiamento delle condizioni materiali di vita poggia anche sulle modificazioni della autorappresentazione di sé di donne e uomini. 
Una strategia per sminuire la lotta agli stereotipi di genere, specie quelli presenti nella lingua usata quotidianamente, è la tendenza a rubricarli nella dimensione della political correctness, come se si trattasse di diritto civile  tra gli altri, svuotandola della carica eversiva culturale e sociale della quale è invece  portatrice. 





















martedì 30 gennaio 2018

La nuova vita di Overleft


Riparte Overleft.

Overleft riparte con alcune novità e cambiamenti , a  cominciare dal titolo, Overleft per una critica del sentire comune.
Quello che seguono sono le prime righe dell'editoriale, cui seguono l'intervento di Adriana Perrotta Rabissi su una tematica tradizionale del sito.
Con il secondo intervento di Paolo Rabissi inauguriamo un nuovo percorso intorno alla memoria storica. 
Di seguito un dibattito a più voci sul cinema e la cultura di massa degli anni '60.
Ci trovate come sempreall'indirizzo www.overleft.it
"Siamo di nuovo a una svolta di Overleft. Tre anni fa decidemmo di concentrare l’attenzione sul campo che ai nostri occhi era apparso nell’insieme della rivista il più originale: quello dei nessi tra patriarcato-cura-relazioni-uomo-donna e capitalismo nelle sue forme attuali. L’abbiamo fatto tentando anche qualche contributo teorico e cercando di rimanere agganciati non solo al dibattito ma anche ai movimenti, confortati dal fatto che l’impegno critico su questo campo si sta allargando.[....]
A noi sembra che una iniziativa, che vorremmo aggregante, che cerchi la strada per andare ‘Over’, al di là di capitalismo e patriarcato, non può che avvenire sulla base di una sapienza critica che sveli come i meccanismi di sfruttamento sul piano produttivo (sui quali sappiamo molto) abbiano consistenza e fondamento sull’asservimento della donna all’uomo."

sabato 18 novembre 2017

Contesto relazionale 5. Far trovar buona la vita

Adoperarsi per alleviare sofferenze, aiutare le persone a superare difficoltà, badare a disabilità temporanee o permanenti, sopire conflitti, in una parola "far trovare buona la vita" (Sibilla Aleramo) dovrebbe essere lo scopo prioritario e reciproco di uomini e donne, l'ha cantato il poeta arrivato alla fine della propria breve vita.
In un sol colpo si eliminerebbero i mali, almeno quelli che affliggono l'umanità per colpa dell'uomo (inteso qui come pseudo-universale): dalla subordinazione delle donne, allo sfruttamento del lavoro,  dal consumo massiccio delle risorse del pianeta alle violenza alle quali sono sottoposti gli animali.
Il fatto è che il compito di consolare, riparare, mantenere, prendersi cura di persone, animali e cose è assegnato solo alle donne, come aspetto intrinseco della loro femminilità, mentre l'uomo può scegliere di condividerlo o disinteressarsene, la sua maschilità non verrà messa in crisi, anzi è data per scontata e quindi accettata e legittimata una dose di barbarie intrinseca alla propria natura di maschio che aspetta di essere frenata e ingentilita dalle donne che lo circondano.
In compenso all'uomo, inteso come parte maschile dell'insieme umano (e già il fatto di dovere segnalare la valenza contestuale del termine dovrebbe mettere in allarme) è assegnato come tratto identitario naturale l'occuparsi di quanto concerne le attività di carattere pubblico, economico, politico necessarie alla vita delle collettività.
La perfetta complementarietà, contraddetta poi nei fatti dalla priorità delle attività pubbliche e economiche rispetto alle attività volte a migliorare la qualità delle vite di tutte e tutti.
Questa suddivisione di funzioni ha prodotto la storia che conosciamo con la gerarchizzazione degli addetti e delle addette ai vari compiti, ha plasmato nei millenni soggettività di uomini e donne.
Innanzitutto ha comportato lo scambio sessuo-economico che è alla base delle relazioni umane: le donne, considerate negli aspetti e funzioni  di riproduzione fisica affettiva e sociale e di seduzione e soddisfacimento sessuale, sono diventate proprietà degli uomini che le avrebbero ripagate con il mantenimento economico, con la protezione dai pericoli esterni all'ambito domestico, dai nemici, dalle aggressioni pubbliche e private.....
Come è andata e come va è sotto gli occhi di tutte e tutti. 
Nel corso delle trasformazioni dei costumi, in seguito all'accesso di massa delle donne al lavoro per il mercato e contestualmente ad un disastroso  sviluppo produttivo distruttivo di ambiente e risorse, si sono moltiplicati  appelli che sottolineano l'indispensabilità delle donne e delle loro capacità, competenze e attitudini a salvare il mondo.
Nell'economia, nel management delle aziende, nella politica, nel sociale la risorsa per ristabilire equilibri, raddrizzare  situazioni pericolanti, ripristinare una perduta civiltà di rapporti tra persone e cose sta nel ricorso all'opera donne.
I giornali economici sono pieni di statistiche e ricerche volte a dimostrare che dare qualche responsabilità direttiva  a donne migliorano la qualità del lavoro e anche i profitti.
Il femminismo della seconda metà del Novecento ha svelato la trappola della compassione per le donne, vale a dire l'illusione che la potenzialità naturale sia in grado di civilizzare i barbari costumi maschili così nel pubblico come nel privato, illusione che ha alimentato il senso di onnipotenza affettiva e sessuale che è andato a compensare la reale irrilevanza sociale, e ultima cosa, ma non meno importante, ha messo impietosamente in luce la debolezza degli uomini, intesi come una categoria dell'insieme umano,  l'incapacità di sostenere se stessi e la vita di chi dipende da loro, nel pubblico come nel privato.
Di fronte a questa realtà il femminismo ha messo in guardia, le donne, e continua a farlo, dal cadere nella  trappola assumendo su di sé il compito appunto di sostenere gli uomini e il loro operato, continuando a occultarne la debolezza reale.
Occultamento d'altronde funzionale a mantenere la percezione di indispensabilità che dà senso a vite, altrimenti prive di valore sociale.
E' banale ma doloroso constatare che quanto più si progredisce nella conoscenza di meccanismi che si riproducono automaticamente, tanto più si intensifica la dose di violenza esercitata dagli uomini sulle donne.
Come si fa a rifiutarsi di  spendere forze, energie e intelligenze per migliorare la vita degli altri e la propria, pur sapendo che in tal modo si sostiene e si conferma il dettato patriarcale del quale si giovano gli uomini, che in tal modo evitano di prendere coscienza della propria inadeguatezza a rendere buona vita per tutte e tutti?
E se si continua nell'opera di prendersi cura di persone, animali, ambiente e cose, pur andando incontro a tutte le conseguenze generate dal sistema in cui viviamo e che sono state analizzate in modo approfondito dal femminismo, come si fa a rinunciare alle briciole compensative che vengono offerte?
Non sono neppure d'accordo con le varie ipotesi di sostituire  matria a patria, ad esempio, perché la madre e i valori di cui è portatrice questa figura, nel nostro ordine patriarcale, sono definiti in relazione al padre e alla paternità, e viceversa; la donna e i suoi valori sono definiti a in relazione all'uomo, e viceversa, in relazioni ora di complementarietà, ora di contrapposizione.
Ma sono figure simmetriche.
Occorre destrutturare tutte le figure patriarcali, non sostituire l'una all'altra, occorre uscire dai dualismi se non si vuole rischiare di approdare all'emancipazionismo, che non rovescia l'ordine patriarcale, ma lo modernizza.
L'unica via praticabile mi sembra quella di approfondire le consapevolezze maturate nel corso degli ultimi decenni, non solo da parte delle donne, ma anche degli uomini, perché tutti quanti ci si impegni prioritariamente a far trovare buona la vita.
Un contesto si cambia con il contributo  di tutti i soggetti che lo abitano, se si è destinati a convivere, altrimenti non resta che emigrare su un altro pianeta.






mercoledì 8 novembre 2017

Contesto relazionale 4, donne e uomini nella lingua

Commenta Virginia Woolf, nel corso di una conversazione radiofonica alla BBC del 1937: 
“ [... ] le parole, se usate con accortezza, sembrano capaci di vivere per sempre. […] Una frase delle più semplici risveglia l'immaginazione, la memoria, l'occhio e l'orecchio.
[…]Questo potere di evocazione è una fra le più misteriose proprietà delle parole.[…] Le parole sono piene di echi, di ricordi, di associazioni.[…] Sono tanti secoli che vanno girando sulle labbra della gente, nelle case, nelle strade, nei campi. E una delle maggiori difficoltà dello scrivere, oggi, è proprio che le parole hanno accumulato tanti significati, tanti ricordi, hanno contratto tanti matrimoni famosi.[…] Sono le parole le più selvagge, le più libere, le più irresponsabili, le meno insegnabili di tutte le cose. Naturalmente si possono acchiappare, scegliere e mettere nei dizionari in ordine alfabetico.Ma le parole non vivono nei dizionari: vivono nella mente.[…]E come vivono nella mente? In modo strano e diversificato, proprio come vivono gli esseri umani, andando qua e là, innamorandosi, e accoppiandosi. E’ vero che sono meno legate alle convenzioni, ai cerimoniali di quanto non lo siamo noi. Parole regali si accoppiano con le borghesi. Parole inglesi sposano parolefrancesi, tedesche, indiane, di colore, se viene loro l'uzzolo”.


La lingua costituisce i binari su cui viaggia il nostro pensiero, rispecchia l’ordine culturale e sociale delle/dei parlanti,  vale a dire la concezione del mondo di una popolazione.
La funzione modellante della lingua fa sì che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme ritenute obiettive di conoscenza.


Le lingue storico-naturali sono i luoghi in cui si costituiscono le soggettività delle donne e degli uomini, perché sono, come abbiamo visto, i depositi collettivi di valori, di giudizi  di idee, di atteggiamenti e  modelli di comportamento, di aspettative e sentimenti sui quali ci formiamo a partire dal nostro ingresso nel mondo e ai quali dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali, secondo i canoni delle relative educazioni di genere.
Le lingue sono anche i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, ruoli vissuti come naturali e quindi spesso ritenuti immutabili, proprio perché appresi dalla e nella lingua materna.

Allo stesso modo, gli stereotipi sedimentati nelle lingue in relazione anche ad altre componenti discriminatorie oltre al sesso quali l’appartenenza a certe etnie,  il colore della pelle, la pratica di determinate religioni, l'esercizio di determinati mestieri o professioni, l'orientamento sessuale agiscono nel profondo delle/dei parlanti, trasformati in vere e proprie rappresentazioni culturali e sociali, fatte proprie, a volte a livello inconsapevole, dai/dalle parlanti/pensanti.


Norme e raccomandazioni servono poco a modificare modi di pensare e conseguenti comportamenti collettivi e individuali, e richiedono tempi lunghi.

La lingua italiana nella sua struttura di senso e funzionamento presenta un alto grado di androcentrismo, perché prevede un solo soggetto di pensiero e di discorso, apparentemente privo di determinazioni materiali e sensibili, quindi astratto e asessuato, e in quanto tale universale, adatto cioè a rappresentare sia gli uomini che le donne, in realtà strutturato secondo modalità ascritte, nella nostra cultura, al maschile


La natura androcentrica della lingua si manifesta nell’ uso del maschile come neutro universale per rappresentare entrambi i sessi; il che rende invisibili le donne reali e concrete, occultando sia la loro presenza che la loro assenza dai processi della vita sociale, politica e culturale, del passato e del presente, come rilevò Alma Sabatini già negli anni 80.

L'asimmetria  linguistica tra maschile e femminile influenza  l’economia psichica delle/dei bambine /bambini nel processo di individuazione di sé e di costruzione della propria soggettività, e comporta una  autosvalutazione da parte delle bambine, a cui corrisponde peraltro un’ altrettanto negativa sopravvalutazione di sé da parte dei bambini.
Una prova piccola, ma significativa, del fatto che l’asimmetria linguistica provoca una profonda asimmetria di valore si ha quando si provi a utilizzare un femminile generico per rappresentare anche i maschi: è infatti accettato -come naturale- da una ragazza all’esame di stato un modulo scolastico che la definisce il candidato, ma non è accettato da nessuno studente un modulo che lo definisca la candidata, non solo risulta impensabile, perché inconsueto, ma anche offensivo.
Le bambine e le donne, quindi, nella propria vita dovranno spesso fare i conti non solo con gli eventuali vincoli sociali opposti alla propria piena realizzazione e autodeterminazione, ma anche e soprattutto con le proprie schiavitù interiori, indotte dalla fragilità dei sentimenti di autostima e di stima per le donne in generale, interiorizzata attraverso le rappresentazioni depositate nella lingua.

Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso la strutturazione psichica della dipendenza dagli uomini.

Anche nelle lingue in cui appare superata la distinzione in generi grammaticali, ad esempio l’Inglese, si assiste a fenomeni di  automatica attribuzione di ruolo femminile ai termini nurse, secretary, prostitute, virgin, e  di ruolo maschile a surgeon, pilot, taxi driver.

Ripropongo, a titolo esemplificativo, alcune osservazioni tratte dagli studi di Alma Sabatini sulle principali dissimmetrie dell’Italiano. 
Per quanto riguarda il campo grammaticale le dissimmetrie relative ai lavori e alle professioni, che sono ancora prevalentemente declinate al maschile, anche se negli ultimi tempi hanno fatto registrare una notevole presenza femminile: mentre per i mestieri esiste la regolare distinzione cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, contadino/contadina, maestro/maestra, suonano male e non vengono usati i termini: ingegnera, dottora, ministra, per indicare le donne che esercitano tali professioni, termini che sarebbero autorizzati dalla morfologia dell’Italiano.
Per quanto riguarda poi il campo semantico, accenno soltanto al diverso significato che assumono alcuni sostantivi e aggettivi se riferiti a uomini o a donne: serio/seria, buono/buona, segretario/segretaria, maestro/maestra, pubblico/pubblica, onesto/onesta.

Salta all’occhio, in questo caso, il richiamo costante all'ordine simbolico patriarcale che ha confinato le donne nell’ambito della natura, del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del privato affettivo-familiare come ambito proprio e prioritario, escludendone contemporaneamente gli uomini, confinati a loro volta nella mascolinità.

Di qui, allora, la necessità, che credo ineliminabile nel tempo breve, del raddoppio cacofonico e apparentemente ridondante delle desinenze femminile e maschile di sostantivi e aggettivi, e del raddoppio degli articoli che precedono i sostantivi invariabili (le/gli studenti, le/gli insegnanti, le/gli presidenti...), per dare concreta visibilità ai due soggetti.
Altrettanto importante la scelta, ove possibile, di preferire termini che indichino i soggetti reali e sessuati, rispetto a quelli astratti e neutralizzanti: bambine e bambini, invece che infanzia, uomini e donne invece che umanità o persone.


Anche se non è possibile modificare nell’immediato, e con semplici atti volontaristici, le strutture e i meccanismi di funzionamento di un sistema così complesso come la lingua, l’adozione di dispositivi che segnalino le dissimmetrie tra maschile e femminile aiuta a contrastare il fenomeno dell’ inerzia linguistica e quindi mentale di donne e uomini e abitua le/i parlanti alla continua consapevolezza che i soggetti del discorso sono due. 
Sono convinta che quest’attenzione contribuisce concretamente a rimuovere le forme di discriminazione delle donne che risiedono prima di tutto nell’ordine del discorso comune..




venerdì 3 novembre 2017

Contesto relazionale 3. Guerra e conflitto

Non è possibile, neanche auspicabile, rinunciare al conflitto, anima della democrazia, sopirlo, addormentarlo è l'obiettivo dei vari populismi che invitano ad accantonare divisioni e contrasti in vista di un noi compatto per perseguire qualche ideale politico e sociale, ma dovrebbe essere possibile rinuncia alla guerra, eppure la guerra è ormai esperienza quotidiana, diretta o indiretta di tutti noi, abitanti di questi sciagurati tempi.

Nelle zone in cui la guerra guerreggiata non c'è, perché la si esporta altrove (guadagnandoci con la vendita di armi), si sono interiorizzate immagini belliche come le uniche pratiche per raddrizzare torti, porre fine a ingiustizie, rafforzare identità pericolanti, ricompattare fratellanze in crisi, lusingare narcisismi, riconfermare nei rispettivi ruoli tradizionali e patriarcali uomini e donne.
Nulla infatti più della guerra rimette a posto il disordine sociale creatosi rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.

Forse è proprio questo il potere ipnotico della guerra su uomini e donne, non si spiega altrimenti la facilità con la quale moltitudini di persone si lasciano manipolare dai propri governanti e condurre a guerre sanguinose, pur conoscendone i rischi e gli orrori.

Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale da parte delle donne.

Le donne, in attesa del ritorno dei loro eroi da curare nel fisico e nello spirito, si attivano a ripulire ambienti, liberare luoghi fisici e mentale dalle macerie, ricostruire reti di solidarietà e relazione, e in questi momenti trovano riparo dalle fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione e dal senso di impotenza che spesso grava sulle spalle di chi intraprende questo percorso.

Il destino femminile, interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazione e riconoscimento sociali, altrimenti negati.

Purtroppo concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Innamoramento per la guerra, dicevo, che tacita ogni conflitto sociale e politico.