mercoledì 24 aprile 2024

Non solo Milano.Memorie di una femminista non pentita, VI

 Mentre si moltiplicano i Collettivi e si sperimentano nuovi modi di stare tra donne, non solo per riflessione e elaborazione ma anche per divertimento, si registra un po’ di stanchezza nei gruppi che hanno iniziato per primi l’autocoscienza, alcune avvertono l’esigenza di indagare l’inconscio, nascono  nel 1974 due gruppi dedicati a questa pratica.

La stessa funzione di via Cherubini si modifica; da punto di riferimento e luogo di incontro tra donne a sede di un unico collettivo che diventa nel 1974 di Collettivo di Via Cherubini.

lunedì 22 aprile 2024

Dalla relazione tra donne alle relazioni tra femministe, parte II. Memorie di una femminista non pentita, V

Memorie di una femminista non pentita (V puntata)

venerdì 19 aprile 2024

Dalle relazioni tra donne alle relazioni tra femministe, parte I Memorie di una femmiista non pentita IV



Forse ci fu un affollarsi troppo repentino di eventi personali e sociali, di idee, scoperte di dimensioni diverse da quelle un po' claustrofobiche nelle quali ero vissuta fino ad allora, ne avrei scontato anni dopo la precipitosità e la mancanza di assimilazione emotiva e intellettiva, però furono tempi caotici anche per molti e molte della mia generazione.
La mia adolescenza, come ho già detto,  era trascorsa nel chiuso di un piccolo nucleo familiare, i miei genitori erano entrambi emigrati a Milano, rompendo in modo più o meno definitivo con la propria famiglia d'origine, non ho frequentato né zie/i, né cugine/i, se non per brevi incontri occasionali.
L’unica parente frequentata con grande amore fu la mia nonna materna, "fuggita" a Milano con la figlia poco più che ventenne e per questo messa al bando dalla propria famiglia d'origine, entrambe furono considerate dai e dalle loro parenti, famiglia patriarcale infarcita di suore e preti, alla stregua di puttane.

D'altronde mio nonno materno, 
il più giovane di undici tra fratelli e sorelle, era socialista e per questo  considerato pecora nera della famiglia benestante, ultracattolica e clericale, Pur essendo socialista poi, mio nonno era anche razzista dato che sembra si sia scandalizzato all'idea che sua figlia sposasse un poliziotto per di più meridionale, non andò neppure al matrimonio della figlia, suppongo fosse anche sessista, allora non si usava questo termine, visto che ha impedito a mia madre di continuare gli studi, mentre si è adoperato per fare studiare il figlio svogliato, con scarso esito.
Mio padre era un proletario, poliziotto e fascista, i miei nonni paterni erano  morti.
Questo conosco della mia storia familiare, dai pochi accenni di mia madre quando avevo quindici o sedici anni.

Non so se mi fa bene andare a risvegliare certi ricordi, da un lato è la prima volta che li analizzo senza l'incalzare di una emozione contingente, in una dimensione più conoscitiva, come è per me la scrittura, dall'altro però mi accorgo di procurarmi un'agitazione imprevista e un sotterraneo disorientamento, pericoloso per la mia fragilità emotiva di donna "anziana", che spesso si manifesta in sogni notturni molesti.

Credo di essere spinta dal desiderio di capire una buona volta, arrivata a questo punto della mia vita, qualcosa del mio rapporto con le donne, passato, presente e futuro.
Non posso che partire da due eventi cardine : il rapporto interrotto bruscamente con mia madre, l'esperienza di vita e di pensiero femminista.
Il nodo è apparso da subito stretto quando, dopo qualche tempo di pratica di autocoscienza condotta con il mio Collettivo ininterrottamente per cinque anni dal 1973 al 1978, ho fatto un sogno ancora vivido nella mia memoria e alquanto terrorizzante, ho sognato mia madre, in figura di morta, che mi inseguiva in un corridoio con un pugnale in mano per colpirmi alle spalle.

Non ho mai fatto analisi, non sono mai ricorsa a colloqui psicologici, non ho mai molto indagato la mia interiorità. Durante l’adolescenza ho sofferto di un eccesso di fantasia compensativa, pari all'impotenza della quale mi sentivo preda. Un'attività fantastico-ossessiva  che mi faceva preferire l'isolamento alla dimensione collettiva amicale, eccesso che mi si è puntualmente ripresentato altre volte nel corso della vita in situazioni di forte frustrazione emotiva.
Gli unici momenti di riflessione sul mio mondo interiore sono stati quelli dell'autocoscienza, in quegli incontri confrontavamo il nostro vissuto nelle relazioni con donne e uomini, nella sessualità agita o patita, nel lavoro, nella rappresentazione del mondo e nella autorappresentazione, mai però, nel mio gruppo, scendevamo a considerare qualcosa di più profondo, sia perché, consapevoli della nostra inesperienza nel campo psicologico, temevamo i possibili disastri derivanti da arbitrarie interpretazioni, sia perché volevamo evitare momenti di "sfogo emotivo", pratica largamente agita nelle tradizionali situazioni amicali tra donne. Consuetudine, questa, che serviva senz'altro a sollevare il morale al momento, ma non incrementava per niente la conoscenza delle responsabilità personali, individuali e collettive nel mantenere l'ordine simbolico vigente e rischiava di incrementare il vittimismo comune, accettato come dato ineluttabile, smorzando ogni volontà di modificazione di sé e del. Mondo.

La pratica dell'autocoscienza ha significato molto per me in termini di comprensione del mondo e di me, mi ha aiutato a uscire dalla dimensione claustrofobica nella quale ero stata -e mi ero- rinchiusa, ma la mancanza di abitudine ad una pacata autoriflessione (sostituita da fantasie compensative esasperate che hanno agito da barriera difensiva) ha inciso in qualche modo sulla deriva ideologica che a un certo punto del percorso ha preso il mio femminismo.

 

giovedì 11 aprile 2024

Un passo indietro. Memorie di una femminista non pentita, III

 Sono stata una credente convinta, a quindici anni insegnavo catechismo alle bambine del mio oratorio, sono cresciuta in una famiglia nostalgica del fascismo e tradizionalista nei costumi e nelle relazioni, ma con una madre che cercava di motivare fortemente le sue figlie all'emancipazione economica, attraverso lo studio, anche e soprattutto nei confronti di un marito, sempre supposto.

Fu una battaglia costante per lei, condotta con determinazione contro mio padre che avrebbe voluto farci diventare segretarie d'azienda. Un' emancipazione che a lei era mancata, pur avendo un padre "socialista", al quale rimproverava  una maggiore 'attenzione al figlio maschio, che poi sarebbe entrato nella milizia fascista.

lunedì 8 aprile 2024

Dal femminismo al movimento delle donne.Memorie di una femminista non pentita, II

Negli anni Sessanta del '900 il benessere che cominciava a interessare anche l'Italia ha permesso a generazioni di ragazzi e soprattutto ragazze di origini modeste di studiare e progettare un futuro lavorativo migliore rispetto a quello dei propri genitori, bastavano l'ambizione e molto impegno nello studio.

Certo non era ancora diffusa, come oggi, la mentalità di fare sacrifici per investire sugli studi dei figli, specie delle figlie; ancora si sosteneva nelle fasce medio basse della popolazione che il destino delle ragazze fosse di trovare un  marito, un buon partito, e sistemarsi.

Nel 1963 all'Università di Milano ho incontrato qualche ragazza che confessavano candidamente di non sapere se avrebbe continuato gli studi nel caso si fosse sposata, non potevo crederci dopo tutta la fatica del liceo!

Comunque anche se le condizioni economiche non permettevano di essere mantenute/i agli studi, si poteva contare su strumenti che aiutavano, borse di studio, presalario, e lavoretti saltuari assegnati dai professori agli/alle studenti volonterosi/e e con ottimi voti agli esami.
Iniziava il processo che avrebbe condotto alla scuola di massa da lì a un decennio, con i suoi lati positivi, l'accesso all'istruzione e quindi la possibilità di promozione sociale di fasce della popolazione fino ad allora escluse, negativi, l' inizio della dequalificazione della scuola pubblica, politicamente perseguita da forze politiche conservatrici e reazionarie.

Alla fine del decennio gli avvenimenti politici, che hanno scosso l'Occidente e non solo, hanno mutato il quadro di riferimento e impresso un'accelerazione a trasformazioni culturali che forse avrebbero richiesto un tempo maggiore per essere metabolizzate.

Iniziò una stagione di lotte nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nella società tutta, oltre che nelle fabbriche, che ebbero come protagoniste/i anche i e le neodiplomati/e.

Ebbe inizio anche in Italia il femminismo, che sarebbe stato chiamato neofemminismo, o femminismo della seconda ondata per distinguerlo da movimenti storici precedenti.
Si apri da subito il conflitto con la rigida identità femminile tradizionale che comportò per le donne la rottura dell'universo simbolico di riferimento, in altre parole quello che era stato inteso fino ad allora il destino biologico-sociale inevitabile per una donna: la realizzazione prioritariamente nell'ambito familiare e semmai anche in quello lavorativo, a patto di assolvere la funzione "naturale" e quindi primaria.

Anche la nostra Costituzione, faro di democrazia e di libertà, tiene ben fermo questo precetto quando recita  all'articolo 37, comma I:
"La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione."

Il neofemminismo si caratterizzò da subito per la messa in discussione dell'emancipazionismo, inteso come processo di promozione delle donne al mondo maschile del lavoro, delle professioni, della cultura dell'arte e della politica, fatte salve le prerogative della "femminilità" necessarie al mantenimento dell'ordine sociale.  

Non che non ci siano stati casi di donne che si sono ribellate a questo destino, nel passato recente e remoto, ma si è sempre trattato appunto di casi individuali, spesso pagati con sofferenze e patimenti di varia natura, frutto di soggettività eccezionali per coraggio e determinazione.

Già la scelta di Franca Viola, che nel 1965 a soli diciassette anni, d'accordo con i familiari, rifiutò il matrimonio riparatore propostole dal fidanzato dopo il rapimento e lo stupro, scelta fatta individualmente, senza il conforto di reti sociali di consenso, prefigurava in qualche modo quello che di lì a pochi anni sarebbe stato teorizzato dal movimento delle donne.
Ricordo ancora l'ammirazione che provai a quel tempo per il suo coraggio.
Sembrano cose lontanissime, e infatti appartengono al secolo scorso.

Rompere con l'identità femminile tradizionale significava mettere in crisi la codificazione patriarcale di ruoli e funzioni sociali assegnati in base al sesso, quindi la divisione del lavoro considerata naturale, e non invece determinata storicamente da rapporti sociali di dominio.

Ma significava anche rinunciare a tutta una serie di vantaggi che le donne si erano ritagliate nella situazione, così come di contropoteri reali e/o immaginari nell'ambito degli affetti familiari.
Mi riferisco a un senso di onnipotenza affettiva, esercitata prevalentemente su figli e figlie, che pareva compensare per molte donne l'insignificanza reale, sentimento quello dell'onnipotenza derivante dall'esaltazione della figura materna, condotta in accoppiata da religione e senso comune.
Esaltazione accentuata fino alla santificazione dal cattolicesimo, con la proposta della  madonna come modello (giustamente inarrivabile come tutti i modelli) e dalla cultura popolare della madre, centro degli affetti e unica detentrice dell'unità familiare.

Mettere in discussione tutto questo però per alcune giovani donne non ha significato solo affacciarsi sulla scena pubblica senza più certezze e consolidate nicchie protettive, ma anche sovente mettere in crisi le scelte delle proprie madri, amate, odiate, ma comunque interiorizzate  come modello, da imitare, da combattere, da modificare, ma pur sempre modello.
Quelle più fortunate poterono aprire direttamente con le loro madri conflitti e discussioni, a volte con esiti positivi, pur dopo contrasti e lacerazioni.
Chi non aveva più la madre reale dovette accontentarsi di confliggere con la figura interiorizzata, rischiando anche cantonate, senza possibilità di smentita.
 Credo che questa sia stata una delle battaglie più dure per molte donne di vent'anni che parteciparono ai momenti di presa di coscienza, e in seguito di autocoscienza,  agli inizi degli anni Settanta.

venerdì 5 aprile 2024

Una valigia di carbone. Memorie di una femminista non pentita


Valigia di carbone, 3 giorni senza uscire di casa, una poesia, che si concludeva con un “Viva Adriana”.
Le uniche notizie sulla mia nascita presenti nei racconti di mia nonna e mia madre, insieme alle osservazioni che raggiungevo a fatica due kili di peso, che ero molto carina malgrado la magrezza, e soprattutto che mio padre per tre giorni di seguito non era uscito di casa.
Quest’ultima espressione era detta con tale enfasi che fino all’età di sette o otto anni ero molto orgogliosa di questo segno di elezione e di affetto nei miei riguardi, tanto che lo dicevo a chiunque incontrassi anche casualmente.

 Più tardi appresi da qualche frammento di racconto di mia madre dell’abitudine paterna di stare fuori casa la sera, gioco e forse donne (?) tanto da costringerla a passare lunghe ore seduta sugli scalini davanti alla porta, per la paura di stare in casa da sola, salvo rientrare precipitosamente al suono dell’ascensore.

La valigia piena di carbone e la poesia invece erano regali del mio padrino di battesimo, al quale ho voluto molto bene, che è stato un’assidua presenza nella nostra vita familiare, fino al momento in cui si è sposato, abbastanza tardi negli anni.

 Non so altro, mia madre è morta quando avevo vent’anni, non mi ero ancora interessata ai dettagli della gravidanza, del parto, e dell’allattamento e non ho fatto in tempo a rivolgerle domande; non mi sono neanche sognata di chiedere notizie a mio padre, morto molto più tardi.
Del che resto neanche lui ha mai accennato alla nascita mia o di mia sorella, come se la cosa non l’avesse riguardato per nulla, neanche al tempo delle mie due gravidanze, o dei miei parti.
La divisione dei compiti e la distinzione dei ruoli hanno operato nel profondo della mia e della sua psiche, anche quando avevo maturato una nuova coscienza e consapevolezze femministe.

Oggi penso che abbia influito molto la sensazione di distanza che ho avvertito fin da subito in mio padre rispetto al mio mondo emotivo-sentimentale, del quale si impossessò mia madre, in maniera troppo invadente, mi dichiarò che avrebbe voluto che condividessi con lei i momenti dell’adolescenza che le erano stati negati per vicende familiari.
Acconsentii per amore verso di lei, ma non andava bene, ora lo so, non potei confrontarmi con altre donne adulte perché i miei genitori si erano allontanati dai rispettivi luoghi di origine e dalle famiglie, fui pertanto esposta senza difese alle sue ansie e angosce, fobie, e divenni troppo dipendente da lei in una dimensione simbiotica.

L’unica parziale compensazione  nei confronti di una relazione madre figlia malata mi fu offerta dal femminismo negli anni Settanta, dall’Autocoscienza, dal confronto con donne di età diverse nei collettivi e nei gruppi.

Non so se mio padre sia stato escluso da mia madre o si sia autoescluso, sta di fatto che la dimensione intima non si recuperò più, contò dapprima il fatto che avrebbe voluto un figlio maschio, in seguito la mia scelta di un orientamento politico opposto al suo. Non ci confrontammo mai, entrambi evitammo accuratamente.
 
Sono nata il 3 febbraio 1945, di sabato. Nei primi tredici giorni del mese a Milano ci sono stati gli ultimi attacchi aerei, quattordici; Milano era allo stremo, al freddo e alla fame, tanto che il Comune organizzava mense collettive.