martedì 13 dicembre 2016

Femminismi e identitarismi

Continuo a scoprire, grazie a fb, cose molto interessanti, nel senso che grazie alla battaglia referendaria e alle posizioni dichiarate da molte prima e dopo il 4 dicembre risultano evidenti come non mai le differenze di idee, pensiero e prospettive tra femministe, anche di lunga data, e quindi con alle spalle anni di riflessioni, errori, ripensamenti (parlo per me).
Le vicende del Referendum, lo scontro tra femministe sostenitrici del Sì e del No hanno chiarito meglio che altre volte, forse per l'impatto mediatico assunto dalla campagna referendaria, la distinzione fondamentale tra femminismo della parità, o femminismo delle pari opportunità, o femminismo istituzionale -tutte definizioni più o meno approssimative che ritengono che i problemi di relazione donne uomini si risolvano riconoscendo il merito delle donne in tutti i campi pubblici, oltre che nel privato- e femminismo che mette a fuoco le relazioni tra donne e uomini a partire dal dettato patriarcale della divisione sessuale del lavoro, dei ruoli, delle funzioni.
Io credo comunque che ogni provvedimento, politica o scelta che migliori la situazione sociale e personale delle donne in generale sia ben accette, e sostengo le lotte collettive condotte dalle donne per migliorare la qualità della loro vita, in ogni campo e settore, ma ritengo che non si possa limitarsi a accomodarsi nel sistema attuale di vita e di lavoro, senza cercare contemporaneamente modi e strumenti per cambiarlo radicalmente
Negli ultimi tempi ho frequentato molto più del solito f.b, e proprio in occasione  dei due grandi eventi: campagna referendaria e Manifestazione di Roma contro la violenza maschile sulle donne ho notato il riproporsi di meccanismi identitari sia in termini partitici che di gruppi femministi.
Alla fine degli anni Sessanta, quando si formarono  in Italia i primi gruppi del Movimento l' identità femminile, alla quale dovevano conformarsi le donne reali, fu indagata, scomposta nei suoi tratti essenziali; l'obiettivo delle ricerche teoriche e delle  contemporanee pratiche politiche era quello di destrutturare l'identità femminile tradizionale, analizzando i modelli sociali e culturali nei quali era stata tradizionalmente inscritta e criticandone la naturalizzazione. 
Negli anni Ottanta si verificò un cambiamento semantico, si preferì parlare di soggettività, la parola soggettività pone l'accento sul soggetto dei processi di individuazione, e quindi sulla differenze tra i vari soggetti, mentre il termine identità richiama in primo luogo il concetto di appartenenza -a un genere, una classe, un sesso, una collettività, una etnia, una lingua, un gruppo politico, una squadra, un esercito, una religione .....- insomma a un gruppo sociale omogeneo per certi tratti, individuati e promossi a elementi  determinanti l'inclusione o l'esclusione di altri/e che non condividono quei tratti.
Di qui la logica della contrapposizione noi/voi (loro), con le distorsioni in amico/nemico, buono/cattivo, e tutte le contrapposizioni escludenti che abbiamo sentito formulare nel corso nella nostra vita.
E' quanto è avvenuto in questo ultimo mese e mezzo, appunto tra femministe, non solo riguardo al Referendum, ma anche riguardo alla partecipazione alla Manifestazione.
Non si tratta di assegnare  patenti di veri o falsi femminismi, anzi proprio la loro contrapposizione, alimentata a volte dai giornali come se i meccanismi identitari costituissero l'unico mezzo di relazione  e confronto tra persone e gruppi, costituisce un'arma di distrazione di massa dai veri temi in questione. 
Si tratta di prenderne atto, senza cadere nella trappola, senza rinunciare alle ragioni del confronto, e anche conflitto, tra opinioni e ideali diversi.
Senza cioè deragliare in guerre, che giocano solo al mantenimento dello status quo.

lunedì 12 dicembre 2016

Effetti collaterali della campagna referendaria

La recente campagna referendaria, brandita dal Governo e suoi fautori e fautrici come campagna elettorale all'ultimo sangue, si è conclusa, ma contrariamente alle attese, non si sono concluse le polemiche, le recriminazioni, il livore  e l'astio di chi ha perso e l'irrisione  da parte di di chi ha vinto.
L'impostazione e la gestione della campagna referendaria, stravolta in campagna elettorale, 
è stata sciagurata,  ha lasciato i suoi frutti avvelenati,  nel senso di aver definitivamente lacerato quello che ancora restava del tessuto culturale e sociale dopo vent'anni di rozzezza istituzionale
Il tutto mentre si profila una vera battaglia elettorale.
Già i termini messi in campo all'inizio, vittoria o sconfitta, indicavano la strada obbligata, deviandola astutamente da quello che avrebbe dovuto essere il vero fuoco del confronto: la modifica della legge di convivenza della popolazione italiana, i due termini erano tesi a provocare il sopravvento di emozioni e sentimenti comuni a tutte e tutti, e, in ultima analisi, a creare confusione.
Il succedersi dei fatti ha dimostrato che in campo c'era ben altro, interessi politici contingenti e pressanti da parte di chi deteneva il potere.
In questo momento mi interessa fare una breve considerazione su un  fenomeno particolare, lo scontro tra le soggettività femministe e democratiche di entrambi gli schieramenti, scontro che si è rivelato un' inconfutabile dimostrazione di come sia velleitario pensare che donne consapevoli di femminismo possano adottare un modo di confliggere diverso da quello consuetamente praticato dagli uomini. 
Non c'entra nulla la passione politica, che per me è un valore, ma la modalità nella quale è stata condotta la battaglia, non parlo del conflitto, sempre acceso tra donne, fin dalle origini del femminismo, ma della modalità di confliggere
Il femminismo, in tutti i suoi filoni, ha sempre esortato a non imitare i modelli maschili di comportamento, a porre attenzione alle relazioni tra persone, astenendosi dal linguaggio triviale della politica degli uomini. Linguaggio brandito ugualmente dagli e dalle esponenti di tutti i partiti e i gruppi politici, nessuno escluso.
Visto in positivo il processo appena concluso ha svelato le profonde differenze di ideali, valori e obiettivi  riguardo ai modi e agli strumenti per combattere il patriarcato, diversità spesso celate in appelli generici all'unità di intenti.
E' emerso che non siamo d'accordo neppure sul contrasto all'uso sessista della lingua, a trent'anni dalla ricerca Sabatini sul sessismo della lingua italiana, e dopo fiumi d'inchiostro sull'androcentrismo e sull'uso del maschile come pseudo-universale, che pone le donne in posizione asimmetrica (subordinata) nella lingua e quindi nelle mentalità che in lei si formano. 
Lungi dall' essere una questione secondaria è invece fondamentale, perché determina le rappresentazioni e le autorappresentazioni di uomini e donne, dalla nascita in poi, influenzando aspettative e comportamenti.
Se a questo si aggiunge che non tutte le femministe vogliono combattere il neo-liberismo, e le sue forme più o meno evidenti,  ma utilizzarne gli spazi concessi per trarne vantaggi, non possiamo meravigliarci della divisione, sempre più netta che si profila all'orizzonte.
Visto in negativo resta l'amarezza di constatare come le appartenenze politiche,  per chi le ha, siano di gran più cogenti di altre possibili alleanze, ancora poco delineate e in quanto tali poco rassicuranti.
il bisogno di sentirsi in qualche modo protett* da una comunità lo proviamo tutte e tutti, e su questo giocano i e le potenti, nei campi politico, culturale e sociale, le vere rotture implicano spesso il ris chio della solitudine.
Credo sia giunto oggi il momento di dedicarsi alla riflessione, tralasciando i detriti di rancore, vittimismo e  rivendicazionismo che ci premono le spalle, pur consapevoli delle differenze di intenti e obiettivi.