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martedì 29 dicembre 2020

Care amiche, compagne, conoscenti, femministe e non

Siamo alla fine di un anno definito più volte tragico, funesto, ma anche particolare e per qualche aspetto positivo per molte. Non sottovaluto i risvolti psicologici negativi che i comportamenti obbligati dalla pandemia ci hanno procurato, ma neppure mi abbandono allo sgomento, che colgo in alcune, causato dal timore di danni permanenti, specie per bambine/i e adolescenti.

Tuttavia non posso fare a meno di notare un fenomeno per me inquietante, forse l'isolamento sociale forzato sta producendo un inasprimento delle tendenze ampiamente diffuse a attaccare, in modo anche violento, chi non è della stessa opinione su questioni rilevanti. 

Avevo già avvertito, circa sei mesi fa, che il timore diffuso in molte di noi di perdere di vista la specificità delle lotte delle donne a causa della partecipazione a battaglie comuni non solo generava conflitti tra femministe, che sarebbe il meno, visto che dagli inizi del femminismo ci sono diversi modi di intendere e cercare di risolvere le questioni, ma rischiava di indebolire quello  che in molti casi potrebbe essere un terreno collettivo di lotte, pur nelle differenze contestuali di pratiche e teorie, lasciando campo libero alle interferenze di forze che presidiano fortemente il patriarcato, sottolineando e insistendo sulle divisioni tra femministe, 

Le resistenze patriarcali non sanno più come combattere la marea di movimento  di donne che sta avanzando in tutto il mondo, per questa ragione mi sembra un'inutile perdita di tempo  dedicare energie e intelligenze a combattere tra femministe senza cercare possibili obiettivi comuni, che secondo me esistono, al di là di suddivisioni e suggestioni politiche e ideologiche.

Eppure, forse perché quest'anno ho dedicato più tempo agli interventi in rete, noto un'acrimonia tra donne che non mi sembrava di avere mai colto nei miei 52 anni ormai  di femminismo -ho conosciuto il femminismo a 23 anni, ora ne ho 75-. 

Nella mia esperienza di pratiche, analisi, teorizzazioni femministe ho assistito a contrapposizioni,  proposte politiche contrastanti tra loro, critiche anche dure, tentativi di istituire normative femministe, alle quali d'altronde era facile sottrarsi, ma c'era una forma di rispetto, nei confronti delle donne che avevano opinioni diverse, il che permetteva un confronto comunque, un'attenzione a quanto veniva detto, scritto, e  quindi una scelta di adesione o di critica.

Oggi mi sembra che sia ritenuto più vantaggioso attaccare altre donne e affermare -credo prima di tutto  a se stesse- la propria purezza "femminista" piuttosto che interrogarsi  sulle contraddizioni e i tormenti che gli aspetti molteplici della nostra individualità ci pongono continuamente dinanzi. 

Forse questa sì  che è una conseguenza della fragilità indotta dalla pandemia in molte di noi, un'insicurezza di sé, delle proprie convinzioni, temuta così fortemente da esorcizzarla rifiutando ogni possibile confronto con opinioni diverse dalle proprie.   

 

mercoledì 8 luglio 2020

Sulle polemiche tra femministe

Una delle preoccupazioni maggiori di molte che hanno maturato una coscienza femminista è quella di vedere, un'ennesima volta, il sessismo, con il suo corollario di violenze di vari livelli e gradi agite dagli uomini sulle donne,  riassorbito nelle lotte comuni contro il razzismo, lo sfruttamento di corpi e menti delle fasce impoverite delle popolazioni mondiali, il dispotismo culturale, sociale, religioso e politico su persone, animali e cose, ambiente.
Questo timore di perdere di vista la specificità delle lotte delle donne non solo genera conflitti tra femministe, che sarebbe il meno, visto che dagli inizi del femminismo ci sono diversi modi di intendere e cercare di risolvere le questioni, ma rischia di indebolire quello che in molti casi potrebbe essere un terreno collettivo di lotte, malgrado le differenze, lasciando campo libero alle interferenze di forze che presidiano fortemente il patriarcato, sottolineando e insistendo sulle divisioni tra femministe, proponendo alleanze strumentali con settori  del movimento, arrivando a cogliere e fare proprie le istanze più superficiali e modernizzatrici, pur di non intaccare le fondamenta sulle quali si fonda l'ordine patriarcale, la divisione sessuale del lavoro, e quindi lo scambio sessuo-economico tra donne e uomini.
Infatti, anche se poi le trasformazioni sociali modernizzano ruoli e funzioni -le donne studiano e lavorano sovente meglio degli uomini, spesso portano a casa soldi più degli uomini- la struttura di fondo e quindi la mentalità che fa del "femminile" la sfera della riproduzione come ambito prioritario di ogni donna, resta nel profondo di ogni donna e di ogni uomo come residuo antropologico, da riconoscere e combattere. 
Si spiegano in tal modo le stucchevoli esaltazioni del valore femminile nel sociale, simmetriche alle accuse di provocare  la sconvolgente fragilità degli uomini, nel tentativo di dare giustificazioni psicologiche individuali ai misfatti compiuti da uomini, che sarebbero annichiliti da problemi sociali, di salute, omettendo che si tratta di comportamenti legati alla struttura patriarcale della nostra civiltà, alla base dell'educazione di donne e uomini. da millenni.
Analogamente si spiega tentativo, in atto da qualche tempo, di mettere in guardia  contro "il femminismo", spesso accompagnato dal termine neo-liberale, che sarebbe oggettivamente alleato, quando non direttamente subordinato, al sistema neo-capitalistico, grazie a una sorta di emancipazionismo selvaggio, competitivo con gli uomini, in questo senso comincia ad affacciarsi la semplicistica equivalenza femminismo- maschilismo.
Il timore del quale ho parlato all'inizio non è di per sé infondato, l'abbiamo sperimentato in molte, ai tempi della militanza comune nelle lotte di liberazione dalla metà del Novecento in poi, quando ad esempio il conflitto capitale/lavoro era considerato prioritario e determinante la "condizione" delle donne, ma il concetto di patriarcato, con le analisi relative, nazionali e internazionali,  hanno aperto gli occhi a molte e molti di noi. 
Infatti in tutto il patrimonio di analisi, teorie e pratiche espresso dai movimenti di liberazione mondiali solo il femminismo è arrivato alla radice ultima di ogni prevaricazione e sfruttamento individuale e collettivo, nelle forme che conosciamo. 
Oggi si sono fatti passi avanti nella coscienza e nelle sensibilità di donne e uomini segnate/i da consapevolezze femministe, questo dovrebbe darci la fiducia di non ricadere in vecchi errori. 
Purtroppo con il moltiplicarsi dei femminicidi, a tutte le età, condizioni culturali e sociali compiuti dagli uomini, si manifesta sempre più la determinazione di oscurare (da parte di l'ha capito) e continuare a ignorarlo (e da parte di chi non l'ha ancora capito e non si sforza di capirlo) che non si tratta di "fallimenti individuali" di uomini fragili, annichiliti da problemi sociali, di salute..., ma di comportamenti legati alla struttura della nostra civiltà patriarcale. 
Le resistenze patriarcali non sanno più come combattere questa marea di movimento  di donne, pur nelle differenze contestuali di pratiche e teorie, che sta avanzando in tutto il mondo, per questa ragione mi sembra un'inutile perdita di tempo  dedicare energie e intelligenze a combattere tra femministe senza cercare  i possibili obiettivi comuni, che secondo me esistono, al di là di suddivisioni e suggestioni politiche e ideologiche.














mercoledì 26 aprile 2017

Riflessione su Non Una di Meno

Lotto Marzo era solo l'inizio, come abbiamo detto in molte, infatti i lavori agli otto tavoli di Non Una di Mebo sono continuati in molte città italiane, fino all'Assemblea di Roma, del 22-23 aprile, che ha funzionato da momento di verifica dei lavori.
Il sito di NUDM ha pubblicato le registrazioni dell''incontro nel sito: https://nonunadimeno.wordpress.com/.,https://nonunadimeno.wordpress.com/.,
le ho ascoltate e mi sono trovata d'accordo con le analisi e le iniziative condotte a partire da questo autunno, da quando ho conosciuto il Movimento. D'accordo con i contenuti espressi nelle varie assemblee tenute in prospettiva di Lotto Marzo, al quale ho partecipato con entusiasmo, e nell'Assemblea di Roma. Importante per me è continuare il confronto, verbale e operativo, in tutte le sedi italiane e estere.
L'unico punto che mi rendo conto sia difficile da toccare in momenti necessariamente sintetici come questi, ma ineludibile, è il discorso tratta/prostituzione, con l'inevitabile corollario della GpA.
Non che nei vari tavoli non si accenni al discorso dello sfruttamento dei corpi, specie delle donne, ma non solo, ma non si tocca il problema nelle sue sfaccettature particolari.
Non si potrà evitare ancora, a lungo, perché tratta e prostituzione sono sì due cose distinte, ma accomunate nell'ordine patriarcale fondato scambio sullo sessuo-economico tra donne e uomini. Scambio che fu oggetto di riflessione a partire dagli anni Settanta (mogli/prostitute due ruoli della stessa medaglia).
Negli ultimi 50 anni le trasformazioni sociali e le lotte per l'emancipazione  hanno permesso a molte donne di una parte del mondo di sottrarsi in parte a questo scambio, ma hanno aggravato le condizioni di altre donne, non solo in molte regioni del pianeta, ma nelle nostre stesse società; la questione si è aggravata con l'instaurarsi della fase neoliberista, che ha messo a profitto corpi, emozioni e sentimenti di tutti, donne e uomini, ribadendo la funzione riproduttiva delle donne - biologica, sociale, psicologica, sessuale...-come fonte primaria di sostentamento per loro, ma presentandola non più come destino sociale, ma come opportunità di autodeterminazione, e quindi scelta autonoma.
Il discorso tira in ballo una miriade di situazioni che costituiscono un groviglio asfissiante per molte di noi.
Ho detto che il tema diventa sempre più ineludibile, perché diventa arma impugnata da detrattori, e molte detrattrici vecchie e nuove del movimento femminista, che accusano le partecipanti a NUDM di aver "tradito" il vero femminismo, considerato unico  -ma chi ha stabilito quale sia -, di essersi "vendute" -a chi? al sistema, agli uomini, al potere?- ricorrendo a giudizi sommari e neofondamentalisti che fanno molta presa e aumentano la confusione già alta sotto il cielo. 
Queste accuse sono rivolte principalmente alle femministe di vecchia data, mentre le giovani sono considerate tutt'al più inconsapevoli e confuse. 
Fin qui niente di nuovo, una sorta di comune modo di sentire, riflettere e operare tra le neo-femministe, come si chiamarono le donne dei primi anni Settanta per distinguersi dalle partecipanti all' UDI, CIF e commissioni femminili dei partiti di allora,  durò veramente lo spazio di un mattino, da subito si delinearono analisi e teorizzazioni diverse, anche se poi ci si trovava riunite nella pratica delle manifestazioni pubbliche.
Una prima grossa divisione si manifestò tra chi cominciò la pratica dell'autocoscienza, dal 1972..., e chi la rifiutò, poi dal 1974, tra chi pose l'accento sul tema del doppio lavoro delle donne: domestico-familiare e lavoro fuori casa, e chi privilegiò nelle analisi le relazioni tra donne e donne e uomini le complicità interiorizzate  con l'ordine patriarcale. 
La dimensione comune a tutti i filoni del femminismo di allora restava il rifiuto di logiche di emancipazione, nel senso di integrazione nel sistema culturale-sociale-politico dato, per migliorarlo, renderlo più equo, quello che col tempo si sarebbe chiamato femminismo delle pari-opportunità, femminismo istituzionale.
I vari femminismi procedettero con i loro tempi e modi, magari ignorandosi l'un l'altro.
Nacquero Riviste, Centri, Biblioteche, Librerie, Case delle donne, dove si continuarono riflessioni e elaborazioni, in genere trascurate dai mezzi di comunicazione di massa, che si affrettavano a dichiarare ripetutamente che il femminismo era morto, ma non si registrò il livello di accuse e livore che si registra oggi nei confronti di NUDM.
Penso che un nodo fondamentale sia proprio riprendere il discorso dello scambio sessuo-economico tra donne e uomini oggi, calandolo nella vita concreta di donne e uomini, senza slittamenti su astrazioni d carattere etico-morali; il sistema con la globalizzazione di merci, beni e servizi, con le guerre scatenate per motivi economici, con la miseria imposta a vaste zone del paese a vantaggio di uno sviluppo e un arricchimento degli e delle abitanti di una piccola parte del pianeta, ha reso evidente quello che tempo era accuratamente nascosto dai mezzi di informazione.
In questo quadro vanno ripresi oltre  a questo discorso anche altri temi di drammatica attualità: il discorso dei diritti, che è impugnato come clava nei confronti di chi mette in discussione un sistema improntato a un'etica individualistica e egoistica, il discorso delle libertà, giocato come libertà  di accumulare privilegi a discapito delle condizioni di vita di  masse di persone e di animali  e a discapito delle risorse comuni del pianeta.
Non sono discorsi nuovi, si trovano in molte elaborazioni di donne del recente passato e dell'oggi, ma a volte fanno fatica a emergere dal frastuono dal quale siamo circondate; diverse possono essere le strade che intendiamo percorrere, un confronto  efficace non è mai privo di contrasti, mi sembra che nello spazio di NUDM sia possibile portarlo avanti.
Spero di non illudermi.


domenica 5 febbraio 2017

Alleanze di corpi per lo Sciopero globale delle donne



La situazione sociale e politica attuale nazionale e internazionale appare particolarmente ricca di eventi, e per questo interessante, ma risulta anche appesantita da identitarismi risorgenti, più o meno mascherati, identitarismi (uso un –ismo per accentuarne la natura ideologica) imbracciati come armi da quanti/e si definiscono oppositori/trici del sistema dato, contro chi non condivide esattamente le stesse tattiche e strategie di lotta.
Una situazione costellata di istanze moralistiche, di fondamentalismi laici e religiosi, di divisioni tra soggetti e formazioni che avrebbero interesse a allearsi in prospettiva di cambiamenti e che invece confliggono aspramente tra loro.

Butler nel suo libro di imminente uscita in Italia  L'alleanza dei corpi, a cura di F. Zappino, ed. Nottetempo, 2017 affronta Il rapporto tra la performatività del genere e la precarietà delle vite concrete di uomini e donne con considerazioni che contemplano la possibilità di alleanze tra soggetti antagonisti, salvaguardando la dimensione soggettiva di ciascun*, propone infatti l’autrice di pensare
"....cosa significhi, politicamente, vivere insieme, attraverso le differenze, talvolta in una prossimità che non è frutto di una scelta deliberata, specialmente in quei casi in cui vivere insieme, per quanto difficile, resta un imperativo etico e politico. La libertà, d’altronde, è qualcosa che si esercita il più delle volte insieme agli altri, e non necessariamente in modo unitario o conforme. Tale esercizio non presuppone né produce un’identità collettiva, quanto, piuttosto, un insieme di possibilità e di relazioni dinamiche che includono forme di supporto reciproco, conflitto, rotture, gioia, solidarietà." (1)

In particolare mi sembra che le lotte delle donne degli ultimi mesi abbiano fatto registrare picchi di visibilità e risultati tali da spaventare i fautori dell’ordine sociale patriarcale e neoliberale, che, specie in Italia, si affannano o a tacere le iniziative di lotta, o a parlarne travisandole nei contenuti, o a catalogarle come pratiche vecchie, fuori tempo e fuori luogo.
Mi riferisco alle ultime racchiuse nello spazio di quattro mesi, a partire dallo sciopero delle donne in Polonia contro il tentativo di mettere fuori legge l’aborto e allo sciopero in Argentina contro la violenza maschile , tutti e due in Ottobre, alla Manifestazione di Roma contro la violenza degli uomini sulle donne in Novembre, fino alla Marcia mondiale delle donne, la "Women's march" , organizzata per protestare pacificamente contro le discriminazioni di genere e in favore dei diritti delle donne. Sembra siano state 670 le manifestazioni in tutto il mondo con due milioni e mezzo di partecipanti.

Da ultima l’iniziativa, che si sta preparando sempre a livello globale, di 8 Marzo Sciopero Internazionale delle Donne. Non una di meno.

Non è la prima volta che è stato indetto uno sciopero delle donne, questo dell'8 Marzo 2017 sembra poter diventare un fatto epocale per estensione della mobilitazione e radicalità dei contenuti.
Finora gli scioperi di donne che sono stati proclamati sono state iniziative confinate nei loro paesi, poco conosciute, perché i mezzi di comunicazione di massa le hanno trascurate, ma adesso lo strumento dello sciopero di tutte le attività di produzione e riproduzione svolte dalle donne è entrato nell'agenda dei movimenti di oltre trenta Stati, grazie anche alla tempestività e alla puntualità delle notizie circolanti nella rete e grazie ai contatti sperimentati in gennaio per organizzare la Women's March.
Si stanno svolgendo assemblee e incontri preparatori comuni tra donne dei diversi paesi che hanno aderito allo sciopero, in più di trenta Stati, donne impegnate nell'organizzazione sulla base della piattaforma formulata dalle argentine, per mettere a punto contenuti relativi alle specificità locali..
Lo sciopero, globale questa volta, torna ad essere uno strumento di lotta politica, contro tutti i tentativi di depoliticizzare i movimenti antagonisti e può funzionare da un momento di alleanza di tutte le nuove soggettività alternative all'attuale sistema, singole o organizzate in gruppi.

Ma mi interessa anche riflettere sulle divisioni tra donne, le più segnate da consapevolezze femministe, che si sono registrate in occasione dei recenti momenti di lotta.
La questione si fa davvero complessa per i nodi costituiti dagli interessi e dai fini eterogenei e contrastanti che confluiscono comunque nelle iniziative di massa.
Rispetto alla Women's march la situazione è stata complicata, negli USA che l’hanno indetta, dal fatto che l’opposizione al nuovo presidente, che si rivela nelle parole e nei fatti maschilista, sessista e razzista, è stata organizzata insieme alle esponenti del partito che ha perso le elezioni e ai sostenitori e alle sostenitrici di Rodhan Clinton (rappresentante del sistema neoliberista patriarcale, pronta a cavalcare istanze espresse dai movimenti femministi nella campagna elettorale), innestando in tal senso un obiettivo di natura politica distorcente e in qualche modo allontanante da una valenza femminista.
Condivisibili le critiche portate da femministe USA, e reperibili in questo articolo (2) che pongono tra l’altro l’accento sul tentativo di depoliticizzazione e di addomesticamento del femminismo attuato dall’Onu a partire dagli anni Settanta”, tentativo, spesso riuscito, da parte delle istituzioni politiche e sociali volto a trasformare le richieste più radicali avanzate dai movimenti delle donne in domande di diritti, di egualitarismo, di emancipazionismo, che migliorino il sistema, rimuovendo i tratti più penalizzanti e marginalizzanti le donne, trasformandole in un femminismo della parità. Così come ampiamente condivisibile è la critica a un’idea di Stato Nazione, da salvare e sostenere, da parte di una improponibile unità tra donne, intese come come gruppo sociale omogeneo.

Il discorso dei diritti: politici, civili, sociali e la loro estensione al massimo di persone si inserisce all’interno del sistema, per migliorarlo e quindi mantenerlo
Le donne che portano avanti il femminismo della parità, o femminismo delle pari opportunità, o femminismo istituzionale, ritengono che i problemi di relazione tra donne uomini si risolvano riconoscendo il merito delle donne in tutti i campi pubblici, oltre che nel privato.
Io credo comunque che ogni provvedimento, politica o scelta che migliori la situazione sociale e personale delle donne in generale siano ben accetti e sostengo le lotte collettive condotte dalle donne per migliorare la qualità della loro vita, in ogni campo e settore, ma ritengo che non si possa limitarsi a accomodarsi nel sistema attuale di vita e di lavoro, senza cercare contemporaneamente modi e strumenti per cambiarlo radicalmente

Un’altra divisione si è verificata al momento della Manifestazione di Roma contro la violenza sulle donne, da un lato le femministe separatiste non hanno partecipato alla manifestazione proprio per la presenza "attiva" di uomini, paventando la possibilità che potenziali o reali vittime di abusi si trovassero a sfilare insieme potenziali o reali abusanti. Sono donne contrarie a mediazioni con le istituzioni e ostili a richieste di riconoscimenti e di provvedimenti a un sistema che si basa sulla divisione patriarcale del lavoro, sulla discriminazione delle donne.

Dall’altro le femministe, anch’esse contrarie a ogni discorso "dei diritti" non hanno partecipato alla manifestazione di Roma perché troppo generica, volta a rappresentare le donne come gruppo sociale omogeneo, teso a obiettivi comuni, che cancellano le componenti di classe, etnia, religione. 
Un femminismo nel quale si è  appena tolleranti, quando non ostili, nei confronti di donne dai comportamenti non conformi, quali le trans, le sex workers,, e altre soggettività.

Divisioni che spero si superino in occasione dello Sciopero Internazionale dell’8 marzo, in nome di un femminismo intersezionale, che non cancella certo le differenze comportate dall’’appartenenza simultanea di ogni persona a diverse categorie, come il genere, la razza, la classe, la cultura, la religione, l’abilità o disabilità, l’orientamento sessuale ecc., appartenenze che determinano la specifica collocazione sociale, culturale e politica di ognuna e ognuno, ma permette "alleanze di corpi" nel senso delle osservazioni di Butler.





1 http://operaviva.info/lalleanza-dei-corpi/. L’alleanza dei corpi, Note per una teoria performativa dell'azione collettiva, febbraio 2017

 2 https://incrocidegeneri.wordpress.com/2017/01/23/marciate-in-quanto-femministe-non-in-quanto-donne/, Marciate in quanto femministe, non in quanto donne


3 Il manifesto di convocazione dello sciopero, tradotto in italiano si trova a questo indiirizzo: https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/01/27/chiamata-allo-sciopero-internazionale-delle-donne-8-marzo-2017-di-ni-una-menos/

martedì 13 dicembre 2016

Femminismi e identitarismi

Continuo a scoprire, grazie a fb, cose molto interessanti, nel senso che grazie alla battaglia referendaria e alle posizioni dichiarate da molte prima e dopo il 4 dicembre risultano evidenti come non mai le differenze di idee, pensiero e prospettive tra femministe, anche di lunga data, e quindi con alle spalle anni di riflessioni, errori, ripensamenti (parlo per me).
Le vicende del Referendum, lo scontro tra femministe sostenitrici del Sì e del No hanno chiarito meglio che altre volte, forse per l'impatto mediatico assunto dalla campagna referendaria, la distinzione fondamentale tra femminismo della parità, o femminismo delle pari opportunità, o femminismo istituzionale -tutte definizioni più o meno approssimative che ritengono che i problemi di relazione donne uomini si risolvano riconoscendo il merito delle donne in tutti i campi pubblici, oltre che nel privato- e femminismo che mette a fuoco le relazioni tra donne e uomini a partire dal dettato patriarcale della divisione sessuale del lavoro, dei ruoli, delle funzioni.
Io credo comunque che ogni provvedimento, politica o scelta che migliori la situazione sociale e personale delle donne in generale sia ben accette, e sostengo le lotte collettive condotte dalle donne per migliorare la qualità della loro vita, in ogni campo e settore, ma ritengo che non si possa limitarsi a accomodarsi nel sistema attuale di vita e di lavoro, senza cercare contemporaneamente modi e strumenti per cambiarlo radicalmente
Negli ultimi tempi ho frequentato molto più del solito f.b, e proprio in occasione  dei due grandi eventi: campagna referendaria e Manifestazione di Roma contro la violenza maschile sulle donne ho notato il riproporsi di meccanismi identitari sia in termini partitici che di gruppi femministi.
Alla fine degli anni Sessanta, quando si formarono  in Italia i primi gruppi del Movimento l' identità femminile, alla quale dovevano conformarsi le donne reali, fu indagata, scomposta nei suoi tratti essenziali; l'obiettivo delle ricerche teoriche e delle  contemporanee pratiche politiche era quello di destrutturare l'identità femminile tradizionale, analizzando i modelli sociali e culturali nei quali era stata tradizionalmente inscritta e criticandone la naturalizzazione. 
Negli anni Ottanta si verificò un cambiamento semantico, si preferì parlare di soggettività, la parola soggettività pone l'accento sul soggetto dei processi di individuazione, e quindi sulla differenze tra i vari soggetti, mentre il termine identità richiama in primo luogo il concetto di appartenenza -a un genere, una classe, un sesso, una collettività, una etnia, una lingua, un gruppo politico, una squadra, un esercito, una religione .....- insomma a un gruppo sociale omogeneo per certi tratti, individuati e promossi a elementi  determinanti l'inclusione o l'esclusione di altri/e che non condividono quei tratti.
Di qui la logica della contrapposizione noi/voi (loro), con le distorsioni in amico/nemico, buono/cattivo, e tutte le contrapposizioni escludenti che abbiamo sentito formulare nel corso nella nostra vita.
E' quanto è avvenuto in questo ultimo mese e mezzo, appunto tra femministe, non solo riguardo al Referendum, ma anche riguardo alla partecipazione alla Manifestazione.
Non si tratta di assegnare  patenti di veri o falsi femminismi, anzi proprio la loro contrapposizione, alimentata a volte dai giornali come se i meccanismi identitari costituissero l'unico mezzo di relazione  e confronto tra persone e gruppi, costituisce un'arma di distrazione di massa dai veri temi in questione. 
Si tratta di prenderne atto, senza cadere nella trappola, senza rinunciare alle ragioni del confronto, e anche conflitto, tra opinioni e ideali diversi.
Senza cioè deragliare in guerre, che giocano solo al mantenimento dello status quo.

lunedì 12 dicembre 2016

Effetti collaterali della campagna referendaria

La recente campagna referendaria, brandita dal Governo e suoi fautori e fautrici come campagna elettorale all'ultimo sangue, si è conclusa, ma contrariamente alle attese, non si sono concluse le polemiche, le recriminazioni, il livore  e l'astio di chi ha perso e l'irrisione  da parte di di chi ha vinto.
L'impostazione e la gestione della campagna referendaria, stravolta in campagna elettorale, 
è stata sciagurata,  ha lasciato i suoi frutti avvelenati,  nel senso di aver definitivamente lacerato quello che ancora restava del tessuto culturale e sociale dopo vent'anni di rozzezza istituzionale
Il tutto mentre si profila una vera battaglia elettorale.
Già i termini messi in campo all'inizio, vittoria o sconfitta, indicavano la strada obbligata, deviandola astutamente da quello che avrebbe dovuto essere il vero fuoco del confronto: la modifica della legge di convivenza della popolazione italiana, i due termini erano tesi a provocare il sopravvento di emozioni e sentimenti comuni a tutte e tutti, e, in ultima analisi, a creare confusione.
Il succedersi dei fatti ha dimostrato che in campo c'era ben altro, interessi politici contingenti e pressanti da parte di chi deteneva il potere.
In questo momento mi interessa fare una breve considerazione su un  fenomeno particolare, lo scontro tra le soggettività femministe e democratiche di entrambi gli schieramenti, scontro che si è rivelato un' inconfutabile dimostrazione di come sia velleitario pensare che donne consapevoli di femminismo possano adottare un modo di confliggere diverso da quello consuetamente praticato dagli uomini. 
Non c'entra nulla la passione politica, che per me è un valore, ma la modalità nella quale è stata condotta la battaglia, non parlo del conflitto, sempre acceso tra donne, fin dalle origini del femminismo, ma della modalità di confliggere
Il femminismo, in tutti i suoi filoni, ha sempre esortato a non imitare i modelli maschili di comportamento, a porre attenzione alle relazioni tra persone, astenendosi dal linguaggio triviale della politica degli uomini. Linguaggio brandito ugualmente dagli e dalle esponenti di tutti i partiti e i gruppi politici, nessuno escluso.
Visto in positivo il processo appena concluso ha svelato le profonde differenze di ideali, valori e obiettivi  riguardo ai modi e agli strumenti per combattere il patriarcato, diversità spesso celate in appelli generici all'unità di intenti.
E' emerso che non siamo d'accordo neppure sul contrasto all'uso sessista della lingua, a trent'anni dalla ricerca Sabatini sul sessismo della lingua italiana, e dopo fiumi d'inchiostro sull'androcentrismo e sull'uso del maschile come pseudo-universale, che pone le donne in posizione asimmetrica (subordinata) nella lingua e quindi nelle mentalità che in lei si formano. 
Lungi dall' essere una questione secondaria è invece fondamentale, perché determina le rappresentazioni e le autorappresentazioni di uomini e donne, dalla nascita in poi, influenzando aspettative e comportamenti.
Se a questo si aggiunge che non tutte le femministe vogliono combattere il neo-liberismo, e le sue forme più o meno evidenti,  ma utilizzarne gli spazi concessi per trarne vantaggi, non possiamo meravigliarci della divisione, sempre più netta che si profila all'orizzonte.
Visto in negativo resta l'amarezza di constatare come le appartenenze politiche,  per chi le ha, siano di gran più cogenti di altre possibili alleanze, ancora poco delineate e in quanto tali poco rassicuranti.
il bisogno di sentirsi in qualche modo protett* da una comunità lo proviamo tutte e tutti, e su questo giocano i e le potenti, nei campi politico, culturale e sociale, le vere rotture implicano spesso il ris chio della solitudine.
Credo sia giunto oggi il momento di dedicarsi alla riflessione, tralasciando i detriti di rancore, vittimismo e  rivendicazionismo che ci premono le spalle, pur consapevoli delle differenze di intenti e obiettivi. 

sabato 26 novembre 2016

Agnus Dei e la Manifestazione di Roma contro la violenza maschile sulle donne

Ho visto il film Agnus Dei nella  giornata mondiale  contro la violenza sulle donne, del tutto casualmente, erano mesi che non andavo al cinema a causa di impegni personali, mentre io normalmente vado al cinema una volta alla settimana.
Sono superstiziosa e, senza enfatizzare la coincidenza, non posso fare a meno di annotarla.
Il film è commovente e potente, ma in questo momento mi interessa scrivere di quello che mi ha messo in moto, piuttosto che dell'evento artistico.
La storia è accaduta realmente, nel 1945, in una zona della Polonia appena liberata dai tedeschi e controllata dalle truppe sovietiche, è tratta dagli appunti medici di una dottora francese, volontaria della Croce Rossa in un centro di recupero dei soldati francesi feriti, una giovane di 27 anni che, purtroppo, l'anno dopo sarebbe morta accidentalmente in un altro centro medico, sempre in Polonia.
La dottora viene chiamata in un convento di monache benedettine per assistere al parto di alcune di loro, violentate dai russi dopo la liberazione dai tedeschi.
Sul fatto che le truppe di liberazione, in questo caso russe, abbiano violentato donne ebree liberate, tedesche nemiche, suore, e via dicendo ci sono racconti e testimonianza, in realtà poco diffuse, per ragioni di convenienza politica. D'altronde anche gli stupri e gli abusi degli altri liberatori d'Italia non sono tanto raccontati, tranne qualche caso, La Ciociara docet, sempre per convenienze politiche; meglio soffermarsi su quanto avviene altrove, di cui purtroppo abbiamo ricca testimonianza dalla fine del secolo scorso a oggi.
Nel film però accanto alla violenza primaria, lo stupro collettivo da parte dei "maschi guerrieri" nei confronti di qualunque preda incontrino, infatti anche la dottora, intercettata da sola da un manipolo di soldati, russi evita uno stupro solo per l'intervento di un ufficiale, che evidentemente teme problemi, essendo lei una francese, cioè alleata.
Ma le intima di non farsi più sorprendere, evidentemente a viaggiare da sola, visto che appartiene alla  categoria dei vincitori.
Accanto a questa violenza primaria: degli uomini sulle donne durante le guerre, ci sono altre violenze, tutte rappresentate.
C'è la vergogna e lo stigma sociale che colpirebbe delle suore, supposte vergini, che per il voto di castità dovrebbero essere né toccate né guardate, che sarebbero condannate dalla società all'isolamento, alla miseria o peggio: colpa e vergogna loro se sono state stuprate.
C'è la violenza della religione: molte sono convinte di cadere nel peccato se solo la dottora le tocca o le osserva, perché infrangerebbero volontariamente il suddetto voto di castità, la madre superiora per evitare "lo scandalo e l'umiliazione", per "proteggerle" porta i bambini e le bambine nate di nascosto neòl bosco e le abbandona lì, davanti a una croce, con l'alibi che la Provvidenza ci avrebbe pensato lei!
Crimini su innocenti, donne e neonate/i, come recita il bel titolo francese Les innocentes.
In questo orrore e sofferenza infinite, la dottora, atea e comunista in relazione con una delle suore, migliora, almeno parzialmente la situazione.
Commovente anche il rapporto tra queste donne, dalle scelte di vita, dalle idee, dalle soggettività così diverse, eppure così lucide  su quello che occorre fare per contrastare la tragedia.
Ognuna rinuncia a qualcuna delle proprie convinzioni e alle resistenze interiori, lo si vede dalle inquadrature dei visi, pensosi mentre pendono le decisioni, per collaborare con l'una con l'altra.
Torno alla coincidenza di cui ho parlato all'inizio e alla costruzione della Manifestazione di Roma contro la violenza maschile sulle donne, a tutte le polemiche che l'hanno accompagnata, a tutti i ritiri dalla Manifestazione di donne singole e in gruppi in nome di principi inderogabili, a tutte le giustificazioni, tutte valide, prese una per una.
Ma la lezione dell'episodio narrato nel film non può essere ignorata.



sabato 19 novembre 2016

Femminismi degli anni Settanta, rotture e permanenze

In tempi di stucchevoli domande se il femminismo è vivo o morto, se è stato o no complice di un’accelerazione del neocapitalismo (secondo l’affermazione di una studiosa che ha avuto grande eco sui mezzi di comunicazione nostrani, Nancy Fraser)  proponendo un’emancipazione di donne che utilizzano a proprio vantaggio ogni possibilità offerta dal mercato e dalle tecnologie, occorre ricordare che cosa è stato il femminismo nato in Italia agli inizi degli anni Settanta.
I primi nuclei di donne che si trovarono a parlare di quella che allora  era chiamata la questione femminile affermarono da subito la loro distanza dalla prospettiva emancipazionista, condotta da anni da parte dell’associazionismo femminile, e dalle Commissioni dei partiti, in particolare Cif e Udi.
La differenza tra emancipazionismo e femminismo consiste nella volontà di quest’ultimo di scardinare un ordine culturale e sociale fondato sulla divisione patriarcale di ruoli e funzioni, invece che limitarsi a richiedere diritti per correggere gli aspetti strutturali di discriminazione e subordinazione delle donne rispetto agli uomini, mentre la prospettiva emancipazionista si propone di migliorare l’assetto del sistema rendendolo più giusto e equalitario.
Alcuni temi che ricorrono frequentemente nel dibattito attuale, specie tra donne giovani  rimandano a questioni ampiamente dibattute all’interno del  movimento delle donne degli anni Settanta, segno che molte questioni non sono state ancora risolte.
In termini di permanenza abbiamo il tema della maternità, declinato allora nella prospettiva di maternità cosciente perché In una situazione nella quale in Italia era proibita la contraccezione, se non quella ammessa dalla chiesa, definita metodo naturale, il ricorso all’aborto era una questione di classe, chi aveva soldi lo effettuava in sicurezza, le altre rischiavano patologie e la vita. 
La questione dell’aborto, sovente riassunta nei mezzi di comunicazione con la semplicistica espressione diritto di aborto, era inserita nella prospettiva della scelta autonome delle donne di avere o non avere figli, l’espressione diritto d’aborto era rifiutata da una parte consistente del movimento femminista allora come oggi, perché maschera la dimensione di violenza e sofferenza fisica e psichica che procura un aborto ad ogni donna che decida di farvi ricorso.
Oggi si è ancora in presenza di tentativi ripetuti di cancellare la legge e, nel caso non riescano, a renderla inapplicabile per mezzo dell’obiezione di coscienza, ma il tema della maternità è coniugato con quello della precarietà del lavoro.
Un’altra permanenza riguarda il tema della sessualità, la tanto sbandierata rivoluzione sessuale si è dimostrata nella realtà una modernizzazione dei costumi, che ha cancellato il ritardo storico di cui soffriva l’Italia in questo campo; non si sono risolti i problemi, anzi si sono complicati con il fiorire di istanze neoliberiste che inducono alcune donne a mettere a profitto lo scambio sessuo- economico, che fonda la relazione patriarcale tra donne e uomini, stravolgendo il significato dell’espressione l’utero è mio e lo gestisco io. Espressione che allora intendeva affermare la volontà delle donne di sottrarsi al controllo di uomini (mariti, padri, fratelli) medici e preti del loro corpo e delle loro funzioni sessuali e riproduttive.Un’altra permanenza riguarda il tema che allora si chiamava doppio lavoro (lavoro domestico di manutenzione di ambienti, persone, cose) e il lavoro fuori casa, e che oggi si chiama  cura.
Il tema fu subito presente alla riflessione femminista, ma venne trascurato dalla parte del femminismo più presente nei media e da molte femministe stesse.
Negli anni Settanta alcuni collettivi femministi, in particolare veneti, milanesi e emiliani, riuniti nel gruppo Lotta femminista, misero a punto analisi molto sofisticate della funzione delle donne nel privato e nel sociale,  funzione fondata sullo sfruttamento del ruolo femminile naturalizzato e base principale dell'accumulazione capitalistica. L'analisi del lavoro domestico, affettivo, relazionale, di sostegno psicologico, sessuale e sentimentale, erogato dalle donne in nome dell'amore, ebbe anche una buona diffusione in libri e documenti che circolarono anche in fabbriche e scuole, ma la pratica a cui diede luogo non raggiunse i risultati sperati. Ad esempio l'iniziativa dello sciopero del lavoro domestico non ebbe successo, non solo per il sentimento di abnegazione interiorizzato dalle donne, ma perché le prime a essere colpite da questa forma di lotta sarebbero state proprio le donne, che nelle case ci vivono, mangiano, ci cucinano, che riordinano, i luoghi nei quali vivono insieme alle altre e agli altri.  
La ricchezza e la complessità delle analisi fu semplificata e troppo presto liquidata nel movimento stesso, inoltre l’espressione salario al lavoro domestico, adottata dalla parte veneto-emiliana di Lotta Femminista, non quella milanese,  fu strumentalmente fraintesa non solo dagli oppositori e dalle oppositrici al femminismo, ma anche da molte donne del movimento;  fu considerata sinonimo di pensione alle casalinghe  e in quanto tale combattuta come strumento non solo inadeguato economicamente ma destinato a fissare e confermare il ruolo femminile all’interno della società.. 
Il femminismo italiano  che ebbe maggiore risonanza si dedicò all’indagine delle complicità delle donne con l'ordine del discorso dominante, alla ricerca delle immagini di genere interiorizzate, delle implicazioni, consce e inconsce con il sistema che si voleva combattere. 
L'errore fu la contrapposizione dei due momenti, che, ugualmente importanti, avrebbero dovuto procedere parallelamente, e non escludersi a vicenda. 
Ricademmo in questo modo nella contrapposizione dualistica che mettevamo in discussione in altri campi.
Il discorso del lavoro invisibile delle donne si diffuse in altre aree dell'Europa e degli USA.
Oggi penso che per l'Italia il discorso fosse troppo anticipatore, non a caso torna prepotentemente alla ribalta in questa temperie politica, sociale e culturale.  
Rispetto poi alle domande che cosa è cambiato negli ultimi trent’anni e cos’è oggi fare politica,
c’è da osservare che sono cambiate certe condizioni, ci sono più donne nei posti che contano, nel lavoro, nella politica, si fanno discorsi sulla femminilizzazione del lavoro, sul valore aggiunto dell’avere donne nelle organizzazioni, ma se questa massiccia presenza delle donne non esita in un reale cambiamento delle relazioni donne uomini, nella sostanza, non nella superficie, anche in questo caso si tratta di modernizzazione semplicemente.
Frequentando donne giovani oggi colpisce il fatto che molti aspetti di quelle discussioni, dibattiti, riflessioni sono ignorati, eppure i Centri e le Case delle donne, nati numerosi negli anni ’80 in molte città,  hanno fatto un egregio lavoro d'archivio, non solo per preservare, ma per rendere leggibili i documenti del primo femminismo. Donne dei Centri, delle Librerie e delle Biblioteche delle donne e documentaliste hanno lavorato per raccogliere e organizzare testi, volantini, ciclostilati dispersi nelle case, hanno inventato nuovi sistemi di classificazione e linguaggi di indicizzazione. C'è stato a Milano un Convegno internazionale sul tema, finanziato dalla CEE, e gli Atti sono stati pubblicati; è pubblicato Linguaggiodonna. Il primo Thesaurus di genere in Italiano, costruito sui documenti del Centro di studi storici di Milano. Sono stati pubblicati anche libri che ricostruiscono la storia, penso a Bologna, Milano, Torino, Genova, e altre città.
E' nata la Rete Lilith, che ha costruito una banca dati di tutto il patrimonio di idee e esperienze espresso dal femminsimo in Italia. Tutto lavoro ignorato completamente dai mezzi di diffusione di massa e trascurato da buona parte del femminismo, almeno quello di donne tese a accreditarsi presso le istituzioni che contano, a ricevere riconoscimenti pubblici. Oggi si vedono i risultati: ignoranza assoluta da parte di molte/molti, mistificazioni e tentativi di piegare il femminismo alle proprie idee.







venerdì 30 settembre 2016

Femminismi

A volte si tende a dividere semplicisticamente la società in donne (che dovrebbero combattere tutte unite per distruggere il patriarcato) e uomini (che invece avrebbero tutto l'interesse a difenderlo, ma così si ricade nel generico, nell'astratto, trascurando la realtà concreta  di tutti i soggetti abitanti questo nostro mondo, in stato di confusione permamente, salvo poi indignarsi di fronte a improvvise alleanze tra correnti diverse di pensiero e azione politica, alleanze ritenute "impossibili" fino a quel momento.Di qui anche la polemica a tratti furiosa tra donne su temi  fondamentali della vita e delle relazioni tra persone.
La situazione è ben più articolata di una suddivisione sommaria tra donne e uomini, e quindi più difficile da governare, ma anche più ricca di prospettive.
Gli stessi concetti di autodeterminazione, libertà, etica delle relazioni, liberazione, indipendenza, identità di genere, identità sessuale -nodi fondamentali della rivoluzione di analisi, pratiche e teorie innescata circa cinquant'anni fa dal neo-femminismo in Occidente- sono messi a tema, analizzati nelle loro componenti, riformulati secondo un'attenzione nuova e positiva alle conseguenze per la vita concreta, individuale e collettiva, delle persone.
Finito il tempo delle parole d'ordine aggreganti, i movimenti, i gruppi, i filoni di pensiero si trovano davanti un grosso patrimonio di consapevolezze e conoscenze da ordinare, controllare nei possibili esiti contraddittori e, a volte,  paradossali.
Intanto i processi economico-sociali, politici e comunicativi incalzano tutti noi in modo  frenetico, aumentando la sensazione di spaesamento e confusione, questo comporta un'ansia di stabilire punti fermi, di pensiero e azione,  limiti invalicabili che permettano una riflessione secondo ritmi di vita e di pensiero più calmi.
Purtroppo la fretta è cattiva consigliera e sollecita definizioni, schieramenti, contrasti e divisioni proprio nel campo di chi crede, o vorrebbe, opporsi allo stato di cose presenti per modificarlo.
Anche in questo campo, però, occorre distinguere fini e obiettivi, senza tracciare lineee sommarie di amici e nemici, avversari e alleati.
Ci sono donne che si trovano a proprio agio nel sistema patriarcale, donne che credono che l'emancipazione risolva tutti i problemi -femminismo della parità, delle "quote rosa"- dal momento che estende anche alle donne i diritti di cui hanno goduto quasi esclusivamente gli uomini.
Va da sé che queste politiche aumentano il benessere e la vita di molte donne, permettono una più equa distribuzione di risorse e ricchezze, correggendo le ingiustizie macroscopiche e insopportabili agli occhi della cultura contemporanea,  ma non cambiano il sistema nel quale viviamo, lo modernizzano e migliorano i suoi effetti più deleteri.
Ci sono uomini che mal sopportano i ruoli sociali e le funzioni alle quali sono obbligati dal sistema, che non sopportano i tratti più nascosti e difficilmente rintracciabili del maschilismo, del sessismo e del razzismo, annidati nelle mentalità, nella lingua, nelle immagini di genere, nelle fantasie, nelle aspettative, nelle paure, nei sogni e nei desideri individuali e collettivi, ai quali siamo stati educati tutti e tutte.
Un primo momento può essere quello di fare chiarezza in se stessi/e, interrogarsi su quello che si vuole o si spera di ottenere dai possibili cambiamenti, in termini di qualità della vita, benessere individuale e collettivo, uscita dagli stereotipi e dagli schemi convenzionali di felicità, appagamento  proposti e enfatizzati dalle varie industrie culturali dominanti, ma non è una cosa semplice, alla luce della brevità della nostra vita individuale.
Credo che comunque parlarne, confrontarsi con quanti e quante più è possibile, senza schieramenti ideologici a priori, senza pretese di possedere verità inconfutabili,  sia un primo passo.