lunedì 12 dicembre 2016

Effetti collaterali della campagna referendaria

La recente campagna referendaria, brandita dal Governo e suoi fautori e fautrici come campagna elettorale all'ultimo sangue, si è conclusa, ma contrariamente alle attese, non si sono concluse le polemiche, le recriminazioni, il livore  e l'astio di chi ha perso e l'irrisione  da parte di di chi ha vinto.
L'impostazione e la gestione della campagna referendaria, stravolta in campagna elettorale, 
è stata sciagurata,  ha lasciato i suoi frutti avvelenati,  nel senso di aver definitivamente lacerato quello che ancora restava del tessuto culturale e sociale dopo vent'anni di rozzezza istituzionale
Il tutto mentre si profila una vera battaglia elettorale.
Già i termini messi in campo all'inizio, vittoria o sconfitta, indicavano la strada obbligata, deviandola astutamente da quello che avrebbe dovuto essere il vero fuoco del confronto: la modifica della legge di convivenza della popolazione italiana, i due termini erano tesi a provocare il sopravvento di emozioni e sentimenti comuni a tutte e tutti, e, in ultima analisi, a creare confusione.
Il succedersi dei fatti ha dimostrato che in campo c'era ben altro, interessi politici contingenti e pressanti da parte di chi deteneva il potere.
In questo momento mi interessa fare una breve considerazione su un  fenomeno particolare, lo scontro tra le soggettività femministe e democratiche di entrambi gli schieramenti, scontro che si è rivelato un' inconfutabile dimostrazione di come sia velleitario pensare che donne consapevoli di femminismo possano adottare un modo di confliggere diverso da quello consuetamente praticato dagli uomini. 
Non c'entra nulla la passione politica, che per me è un valore, ma la modalità nella quale è stata condotta la battaglia, non parlo del conflitto, sempre acceso tra donne, fin dalle origini del femminismo, ma della modalità di confliggere
Il femminismo, in tutti i suoi filoni, ha sempre esortato a non imitare i modelli maschili di comportamento, a porre attenzione alle relazioni tra persone, astenendosi dal linguaggio triviale della politica degli uomini. Linguaggio brandito ugualmente dagli e dalle esponenti di tutti i partiti e i gruppi politici, nessuno escluso.
Visto in positivo il processo appena concluso ha svelato le profonde differenze di ideali, valori e obiettivi  riguardo ai modi e agli strumenti per combattere il patriarcato, diversità spesso celate in appelli generici all'unità di intenti.
E' emerso che non siamo d'accordo neppure sul contrasto all'uso sessista della lingua, a trent'anni dalla ricerca Sabatini sul sessismo della lingua italiana, e dopo fiumi d'inchiostro sull'androcentrismo e sull'uso del maschile come pseudo-universale, che pone le donne in posizione asimmetrica (subordinata) nella lingua e quindi nelle mentalità che in lei si formano. 
Lungi dall' essere una questione secondaria è invece fondamentale, perché determina le rappresentazioni e le autorappresentazioni di uomini e donne, dalla nascita in poi, influenzando aspettative e comportamenti.
Se a questo si aggiunge che non tutte le femministe vogliono combattere il neo-liberismo, e le sue forme più o meno evidenti,  ma utilizzarne gli spazi concessi per trarne vantaggi, non possiamo meravigliarci della divisione, sempre più netta che si profila all'orizzonte.
Visto in negativo resta l'amarezza di constatare come le appartenenze politiche,  per chi le ha, siano di gran più cogenti di altre possibili alleanze, ancora poco delineate e in quanto tali poco rassicuranti.
il bisogno di sentirsi in qualche modo protett* da una comunità lo proviamo tutte e tutti, e su questo giocano i e le potenti, nei campi politico, culturale e sociale, le vere rotture implicano spesso il ris chio della solitudine.
Credo sia giunto oggi il momento di dedicarsi alla riflessione, tralasciando i detriti di rancore, vittimismo e  rivendicazionismo che ci premono le spalle, pur consapevoli delle differenze di intenti e obiettivi. 

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