lunedì 23 dicembre 2013

Buone Feste!

Nulla sembra più banale di quest'augurio, ma non me ne viene in mente un altro.

Non Buon Natale, per rispetto di chi non lo festeggia o per motivi religiosi o perché infastidito/a dalla sovrapposizione di consumismo e ipocrita buonismo ogni anno più invadenti.

Non Auguri, parola che mi piace, ma suona un po' generica, la si usa per i natali individuali,  le varie ricorrenze e soprattutto in occasione di eventi speciali che necessitano anche di fortuna.

Buone feste mi sembra prenda atto della necessità antropologica, da millenni comune  a molte culture dell'emisfero Nord della terra, di interrompere in qualche modo l'angoscia provocata dall'inverno, dalla morte apparente della natura, dalla diminuzione della luce e del sole, dalla sospensione della vita,  consolandoci in qualche modo, stringendoci fra noi, in cene e pranzi fuori del normale, aspettando che  il buio e il freddo passino.

Ho accennato a condizioni di vita legate al lavoro agricolo-pastorale, alla penuria di mezzi di sostentamento, condizioni che oggi non esistono più per la maggior parte di noi, abitatori/trici dei paesi arricchiti, mentre restano, aggravate, per altri popoli -impoveriti- e per le  nicchie di poveri accuratamente dissimulate nelle nostre città illuminate a festa.

Sebbene non sussistano più le condizioni materiali, malgrado siamo consapevoli del fatto che la Chiesa ha utilizzato  la nascita di Cristo per coprire e occultare i riti  "pagani" precedenti, come ha fatto per tutte le vicende della sua figura storica, nonostante il fastidio per le retoriche pro o contro che si scatenano annualmente tra chi lo esalta e chi vorrebbe abolirlo, il Natale provoca un trasalimento del cuore che impedisce che sia semplicemente ignorato, come invece accade per altre festività collettive, credo anche a causa della memoria di infanzia che porta con sé,  ravvivata nel caso di figli e nipotini.

In fondo attutisce -e ci compensa de-  il sentimento di fragilità e vulnerabilità di noi umani/e di fronte alla natura e alla possibile nostra distruzione individuale e collettiva (distruzione sempre in agguato, non importa  da quale agente attuata), sentimento che si fa in questi giorni più acuto del solito.

 Perciò il mio Buone Feste è un invito a godere, se è possibile, di questa pausa, nei modi e nelle forme più piacevoli per ciascuna/o di noi.


lunedì 2 dicembre 2013

La luce d'infanzia e di fiaba


Il flauto e il tappetopubblicato da Cristina Campo nel 1971* è, secondo la definizione dell'autrice, “un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco delle forze, una professione di incredulità nell’onnipotenza del visibile” 
Il semplice atto del vedere non dà vera conoscenza se non ci “si solleva [dalla pura vista] alla percezione”, il che significa: “riconoscere ciò che soltanto ha valore, ciò che soltanto esiste veramente. E che altro veramente esiste - si domanda - in questo mondo se non ciò che non è di questo mondo?” 
Campo ricorre alla favola di Belinda e il Mostro per spiegare che quando Belinda passa dallo sguardo “con gli occhi della carne” alla percezione della bontà del mostro, si innamora di lui superando la ripugnanza iniziale provata nei suoi confronti e solo allora si compie la trasformazione del Mostro in principe, ora che a lui non è più necessaria alcuna magia per assicurarsi l’amore di Belinda. 
L’evento della metamorfosi, ormai inutile e quindi totalmente gratuito, determina soltanto un sovrappiù di godimento per entrambi.
Campo accomuna il mondo dei racconti di fate ai miti e alle religioni e ricerca in essi possibili risposte alle domande di senso intorno agli eventi fondamentali della nostra vita quali la nascita, la morte, l’amore, il desiderio di felicità.
Per lei questi tre generi di racconto condividono linguaggio e stile narrativo, sono regolati dalle stesse leggi costitutive del sogno e dell’esperienza mistica; scrive infatti che nelle fiabe: ”Come in un’antica danza di corte, bene e male vi si scambiano le maschere, e che la sorridente regina fosse una negromante, che nella stamberga del menestrello si celasse il magnanimo re Barba-di-Tordo non si appaleserà se non in quel sopramondo delle scadenze imponderabili a cui la fiaba conduce: là dove le figure rovesciate si ricomporranno nel tessuto splendente, nell’atlante perfetto dei significati. E tuttavia l’eroe di fiaba è chiamato sin dal principio a leggere in qualche modo quel sopramondo in filigrana, ad assecondarne le leggi recondite nelle sue scelte, nei suoi dinieghi. Gli si chiede nulla di meno che appartenere simultaneamente, sonnambolicamente a due mondi.”
Ho sempre amato molto le fiabe, e in particolare Belinda e il mostro, una favola che mia nonna mi raccontava quando ero piccola; Campo osserva anche che la dimensione delle fiabe è sovente, anche se non esclusivamente, legata ad una figura femminile, in particolare a una nonna, in proposito afferma: “e sempre la raccontatrice di fiabe – questi evangeli che così leggermente si dicono moralità – fu la nonna: la decana di casa, la donna di buon consiglio, dama che fosse o contadina”, così che ci accompagnerà nella nostra età adulta l’intreccio tra la dimensione della fiaba e quella dell’infanzia, in modo che: “[…] se si dia un evento essenziale per la nostra vita – incontro, illuminazione – lo riconosceremo prima di tutto alla luce d’infanzia e di fiaba che lo investe”.
Avere a che fare con la nascita, per ragioni biologiche, e con la 'cura’ di mondi animati e inanimati, umani e non umani, per ragioni storiche e culturali, è un'esperienza ancora largamente condivisa da molte di noi, e connota i nostri rapporti con il magico, il misterioso,  il fiabesco, la religione e i miti.

*Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi Edizioni, 1987, testo dal quale ho tratto le citazioni


sabato 23 novembre 2013

Sono quasi tre mesi che non pubblico più niente, ma sono sempre qui, viva e vegeta, ora riprenderò.
Salve a tutte/i

giovedì 8 agosto 2013

L'androgino

Sono al mare, sono in vacanza, va tutto molto bene.
Anche le notizie "politiche" del nostro disastrato paese mi arrivano come attutite, vincono il piacere di fare il bagno, di prendere il sole, di giocare con Alice, che tra 15 giorni se ne ritorna negli states con mamma e papà. 
Discorsi e controdiscorsi dei/delle nostri/e rappresentanti politici/che non mascherano la situazione di immobilità che sta vivendo un governo impantanato nella palude degli interessi contrapposti, dei ricatti, delle paure di colpi a tradimento da alleati e avversari; un governo che, malgrado i proclami, si limita a provvedimenti, anche utili, ma senz'altro poco rilevanti rispetto ai problemi che ci affliggono. Non conosco a pieno l'ultimo decreto che combatterebbe il femminicidio, questo è in effetti un problema importante, al pari del lavoro, della legge elettorale, delle battaglie contro la corruzione e l'evasione fiscale, del reddito minimo garantito, dell'integrazione degli e delle immigrate, di una seria legge contro ogni forma di omofobia e di razzismo, di una effettiva riduzione delle spese  e degli sprechi dell'amministrazione pubblica e del ceto politico; mi riservo di vedere in quali termini è stata affrontata e quali misure sono state messe in campo per contrastare efficacemente la piaga del femminicidio.
Tutta questa premessa per avvertire di quanto mi sia spiacevole tornare a parlare di chi da vent'anni stravolge ogni tentativo di confronto politico contrabbandando  gli interessi personali, di famiglia e di bottega come  gli interessi della maggioranza degli e delle italiane, distruggendo il tessuto etico-civile di una nazione buona ultima in virtù civiche nel panorama delle democrazie borghesi.
Però non posso fare a meno di notare l'abilità del consumato uomo di spettacolo, che ha nelle sue corde  tutto  il repertorio di gesti, frasi e comportamenti che  lo mantengono al centro della scena.
In questo caso all'indomani della sentenza inappellabile che lo dichiara delinquente, comminandogli la pena adeguata, non esita a rovesciare lo stereotipo, finora interpretato, dell'uomo tutto d'un pezzo, che si spezza ma non si piega, padre padrone, temuto e riverito, adulato in attesa di benefici, potente virilmente anche se vecchio e malato, in un povero uomo piangente e disperato perché perseguitato ingiustamente.
Non esita a farsi riprendere in foto che fanno il giro del mondo  con il visetto raggrinzito e gli occhi strizzati per trattenere le lacrime, la bocca corrucciata come i bambini e le bambine che stanno per esplodere nel singhiozzo liberatorio, manca il suono del naso che tira su il moccio.  
Le lacrime in pubblico e in politica le avevamo ultimamente viste tra le ministre, a suo tempo Prestigiacomo, recentemente Fornero.
Le lacrime sono un attributo esclusivamente femminile nella nostra cultura, a differenza di altre; il modello di virilità che Berlusconi finora si è intestato era prevalentemente quello racchiuso nel monito materno: "sei un ometto, non piangere". 
Io non credo che Berlusconi voglia rinunciare al modello virile, quando gli fa comodo adopera consapevolmente anche il modello femminile.
Si tratta comunque di stereotipi del "maschile" e del "femminile" codificati nell'ambito del sistema patriarcale: agli uomini la forza razionale delle decisioni, alle donne la tenerezza dei sentimenti.
L’importante è restare nel sistema patriarcale.
Ecco che abbiamo scoperto il vero androgino, dopo il presidente operaio, imprenditore, muratore, navigante.....cantante, non ci ritroveremo il presidente androgino!


domenica 21 luglio 2013

E adesso mare

Sono al culmine delle mie lunghe "vacanze" di quest'anno, da maggio si sono alternati: montagna, Lisbona-Porto, Berlino, e adesso mare.
Mare che significa prima di tutto mia nipote, mio figlio, mia nuora, che non vedo di persona da un anno.
E' impressionante come cambiano i bambini piccoli in un anno, da lattante, cicciottina e bambolotta, tutta strilli e sorrisi a bambina dai grandi occhi pensosi, decisa nelle scelte -mangiare, uscire, giocare- dal corpicino armonioso e sempre in movimento, alle prime parole, brevi e perentorie (fonte Skype).
Già la lallazione rende difficile comprendere che cosa vuole dire un bambino quando parla la stessa lingua, ma la lallazione in inglese è incomprensibile per chi non conosce l'inglese, inglese americano poi, che nei film in lingua originale mi riesce ancora più ostico dell'inglese europeo.
Non è semplice interagire con una duenne che non ti conosce se non attraverso uno schermo, figuriamoci se poi tu non capisci le sue domande e lei non intende le tue risposte.
Basterà un mese per stabilire un equilibrio?
O mi devo rassegneare a essere per lei uno dei tanti personaggi bidimensionali che vede in tv?
Eppure se non fosse stata inventata Skype, e analoghi programmi, non avrei avuto neppure questa consolazione
Aiuto!
In compenso il mio nipotino milanese, che ha sei mesi più di lei, dopo un lungo tirocinio con l'italiano ha preso a parlare speditamente, anche se con una fonetica del tutto personale, con frasi complete di soggetto, verbo, complementi diretti e indiretti.
Gli dà molta soddisfazione la cosa, infatti nell'inverno scorso si notava come  la sua difficoltà nell'esprimersi in frasi complesse lo infastidisse, con gli occhi esprimeva la sua determinazione ma la traduzione del suo pensiero in parole  sembrava quasi uno sforzo fisico, come se la lingua si rifiutasse di eseguire  i suoi ordini.
Mi pare che pur essendo molto socievole, allegro e giocherellone, dia molto ascolto alla propria interiorità, per esempio è stato sorpreso in una foto di qualche tempo fa a osservare attentamente un albero, con mani dietro la schiena e viso meditabondo.
Ma si sa che attribuiamo a questi alieni che sono i nostri bimbi sensazioni e atteggiamenti nostri di adulti!
Dei bambini non si sa niente, è il titolo di un romanzo di qualche anno fa, titolo quanto mai indovinato.
E poi c'è il mare, che mi fa stare bene, d'estate, d'inverno, in autunno e primavera, al caldo e al freddo.
Tutta la mia mitologia personale è legata al mare,  anche se sono nata e vissuta a Milano, un pezzetto solo, quello tra Quinto e Nervi, dove abitava mia nonna.
Sembra che l'unica cura per le mie gambe storte di bambina di un anno sia stata l'esposizione al sole e all'acqua salata per mesi, così che mi vennero "gambe dritte come fusi".
Il mio rachitismo venne curato nello stesso modo (ma io ricordo anche il fiasco di olio di fegato di merluzzo!).
Ho sentito ripetermi fino alla nausea da mia madre che, "essendo un soggetto linfatico" (non ho mai avuto la curiosità di indagare che significato abbia questa espressione pseudo-medica) avevo bisogno di mare, con il solito monito di ricordarmene da grande.
Eppure anche in montagna sto molto bene.
Non so proprio quanto questa mia passione per il mare si nutra di un omaggio affettivo alla memoria di mia madre, con la quale il dialogo si è interrotto troppo presto, avevo vent'anni quando è morta.
Purtroppo questo mi ha impedito di fare i conti con altre interiorizzazioni della sua figura, ben più importanti per il mio equilibrio psichico, che sono rimaste congelate dentro di me, procurandomi sofferenze personali e relazionali.
La mia ottusità, dovuta forse a un frainteso gesto d'affetto  e di lealtà nei confronti del suo ricordo, dal momento che non potevo scontrarmi direttamente con lei,  mi ha impedito di usufruire degli strumenti conoscitivi con i quali sono venuta in contatto negli anni Settanta, vale a dire l'autocoscienza che ho praticato per anni in un collettivo femminista, strumenti che, se applicati alla mia realtà interiore, avrebbero reso più felice la vita mia e quella del mio compagno di vita, dei miei figli e amici/che..
Mi sono ritratta spaventata, allora, rispetto a un sogno che feci nel quale ero inseguita nel corridoio di una casa da mia madre, armata di un lungo coltello, che voleva appunto accoltellarmi alla schiena.
Non ho capito allora che cosa significasse, e a dire la verità non me lo sono mai più chiesto.
Il "cerchio" si è chiuso con un altro sogno, di un paio di anni fa, nel quale ero io che avevo messo mia madre con le spalle al muro tenendola ferma con violenza, sempre nel corridoio di una casa, frugandole dentro alla ricerca di non so che cosa.
Il mare è un materno pacificante e tranquillizzante per me, anche se ne ho un grande rispetto e timore, che mi spinge a non tentare bagni quando è agitato, a non spingermi a nuotare troppo distante dalla riva in situazioni che non conosco.
Domani comincia la mia avventura marina di quest'anno.



domenica 30 giugno 2013

Berlino 13

Si conclude oggi con una visita allo Schwule Museo nel pomeriggio la nostra permanenza a Berlino, martedì mattina, alle 6 e 30’(!) si riparte per Milano..

Fino all’ultimo si sono confermate l’ospitalità e la gentilezza degli/delle abitanti, per esempio del signore in metropolitana che attacca discorso vedendoci consultare la mappa, ci intrattiene dichiarando il suo amore per l’Italia, Milano in particolare, sforzandosi di parlare italiano –dice che gli riesce facile dato che è rumeno-, di madrelingua tedesca (scrive in tedesco), dice che ha studiato a scuola il russo e l’inglese ( lingue obbligatorie), mentre in casa parlava ungherese, e, affermando di conoscere bene lo spagnolo, si scusa di non parlare bene l’italiano; eppure sostiene la conversazione pur con qualche esitazione.

Così come i negozianti turchi o arabi, che ti servono con grande gentilezza, anche loro sforzandosi di dire qualche parola in italiano.

La cosa che salta all’occhio è che non appena le persone di qui si accorgono che non capisci il tedesco scatta in loro un riflesso automatico e ti si rivolgono in inglese, come se fosse la loro lingua madre, tutti quanti, qualunque sia la loro nazionalità o professione.

 Solo in un museo abbiamo trovato un sorvegliante che , avendo subito capito che eravamo italiani, si è rivolto a noi in francese, orgoglioso di parlarlo.

Quest’anno 2013 ricorrono due anniversari: gli ottant’anni dall’ avvento del nazismo e i settantacinque dal pogrom di novembre,  a queste due ricorrenze sono dedicate numerose iniziative e mostre, distribuite in tutta la città.

Impressionanti l’accuratezza delle ricostruzioni storiche, soprattutto delle vite spezzate delle vittime, illustrate con grandi foto, sia quelle che sono state uccise o che si sono suicidate, sia quelle che sono riuscite a fuggire: uomini e donne, ebree soprattutto, ma anche zingari/e, omosessuali, lesbiche, trans, avversari del regime, portatori/trici di handicap….

Undici sono le piazze centrali, nelle quali sono allestite lemostre, visitando quella nella grande piazza di fronte al Duomo si rimane colpite a vedere, tutti in fila, i geni dell’arte, del cinema, della filosofia, della scienza , della storia, dello sport, geni riconosciuti da tutti noi, che sono stati vittime d nazismo, anche quelli che hanno salvato la vita.

Sono mescolati a nomi meno noti, tra gli altri due campioni olimpionici pluridecorati, un uomo e una donna,  finiti in campo di concentramento in quanto ebrei.

Questa mattina visita al mercato di Mauerpark, un grandissimo mercato delle pulci della domenica, pieno di banchetti, baracchini con tutti i tipi di cibi, dolci, bevande; un mercatino affollatissimo, dove si canta, si passeggia, si compra, si mangia, si prende il sole, si chiacchiera.

Veramente divertente e interessante.

Nel pomeriggio il museo degli omosessuali, come tutti gli altri musei ben allestito, con foto, documenti, quadri sui temi dell’omosessualità, del lesbismo del transessualismo, del travestitismo, a partire dai miti greci e dalle loro varie interpretazioni e censure.

Figure che si sono distinte nelle arti, nello spettacolo, nella letteratura, adottando diverse strategie di sopravvivenza.

Ho scoperto l’esistenza delle “sorelle Mancini”, tre donne che in quanto nipoti del Cardinale Mazzarino godettero di un’educazione non conformista, ebbero  indipendenza economica, grazie all’eredità dello zio, poterono liberarsi dei loro rispettivi mariti e vivere la loro vita da sole tranquille e felici.

Molti personaggi del ventesimo secolo sono tedeschi, è singolare come a cavallo degli anni venti e trenta il tema dei diritti e della libertà di vivere secondo le proprie scelte fosse molto dibattuto in Germania, dove sorsero le prime associazioni di omosessuali e di lesbiche.

Il nazismo è passato come una furia, azzerando conquiste e discorsi.

Ora qui le cose sono molto migliorate, ciascuno e ciascuna vive le proprie scelte sessuali, anche in pubblico –almeno all’apparenza- senza  essere infastidito/a da nessuno.

Rifletto sul fatto che in Italia, pride a parte, non se ne può neanche discutere, senza incorrere in censure e/o distinguo di vario tipo.

mercoledì 26 giugno 2013

Berlino 12

Qui a Berlino dormo bene come al mare, e come in montagna.

E’ solo a Milano, a casa mia, con le mie comodità (letto, materassi, cuscini, tutto  accuratamente vagliato e profumatamente pagato) che dormo meno, svegliandomi frequentemente.

Inoltre, ma non è una novità, vivo un’intensa attività onirica notturna, inconsueta per trame e situazioni, molto dipende dalle continue suggestioni diurne, non mi è capitato spesso di frequentare tanti musei di seguito, per tanti giorni.

Ieri è piovuto tutto il giorno, temevo che l’ultima settimana di vacanza fosse tutta pioggia, invece oggi va già meglio, certo che l’escursione termica è notevole, dai 38° (percepiti) ai 13°-14° il giorno successivo; ieri e oggi ho indossato tutta la lana che mi ero portata –due golf leggeri- e ho avuto freddo.

La visita agli Hackesche Höfe dell’altro ieri, otto cortili contigui, con caseggiati diversi tra loro, e piani terra trasformati in boutiques per turisti, mi ha confermato la sensazione che l’elemento di maggiore creatività a Berlino sia proprio l’architettura, colori, forme, collocazioni  e giustapposizioni degli edifici non lasciano indifferenti; l’ammirazione aumenta se teniamo in considerazione il paesaggio urbano nel suo complesso, ricco anche di fiumi, canali, laghetti, boschi e parchi.

Ho visitato i vari negozietti di souvenirs, che richiamano l’attenzione del/della turista con inviti a esplorare la “creatività berlinese” ma ho trovato assai poco in quel settore, molte carinerie, ma niente di più.

Dalla vetrina abbastanza lussuosa, qual è l’apparato commerciale dei cortili, che vanta anche case di moda internazionali, a un elemento di forte impatto artistico e di grande commozione: l’ East Side Gallery: 1300 metri di muro originale, rimasto sulla riva dello Spree.

Dal momento che era presso la riva del fiume il muro era uno solo, non doppio come dalle altre parti, negli anni Novanta è stato affrescato da106 artisti, giunti da ogni parte del mondo; costituisce la più grande galleria d’arte a cielo aperto.

Grazie a questa sua caratteristica si è salvato dalla distruzione, anche se ogni tanto qualche tratto risente di vandalismi, e anche gli agenti atmosferici fanno la loro parte; i dipinti sono intensi, esprimono l’orrore e la sofferenza della dittatura, della guerra, della divisione patite dai berlinesi.

Ho già detto che non è facile dimenticare quello che è successo in Germania nel secolo scorso, all’uscita dalle stazioni metropolitane più importanti, sulle piazze più frequentate, manifesti con l’immagine e la storia di chi è stato/a perseguitato/a colpiscono a bruciapelo il/la turista con il naso per aria in cerca di novità.

In WittenbergPlatz, una delle piazze più belle, c’è una stazione che costituisce un importante nodo della rete dei trasporti berlinesi, all’uscita dalla stazione oltre ai manifesti c’è anche una grande tavola in bronzo con il nome dei campi di concentramento verso i quali partivano i treni di deportati/e, sono tanti e vi si ritrovano tutti i nomi conosciuti.

Gli ultimi tre musei visitati, a parte la East Side Gallery, sono stati un’avventura della spirito, la pinacoteca (Gemaldegalerie),  la Neue Nationalgalerie, il Museo Dalì.

Rispetto a Dalì devo dire che lo conoscevo poco –non sono mai stata in Spagna-  e non riuscivo a eliminare un certo fastidio per il suo esibizionismo, la mostra è molto interessante, con circa 450 sue opere, molte litografie, quadri, manifesti pubblicitari, proiezione di “Un chien andalou”, fotografie, sceneggiature, articoli di riviste; è veramente un genio, anche se in effetti certe opere e certi comportamenti sembrano volti piuttosto a promuovere la sua  “eccentricità”, che dettati da reale ispirazione. Ho particolarmente apprezzato le litografie che illustrano il Don Chisciotte, Tristano e Isotta, Alice nel paese delle meraviglie.

Sulla Gemaldegalerie che dire, posso solo ricordare l’autoritratto di Rembrandt giovane, che mi sono emozionata a riprendere con la mia macchina fotografica, tanto che risulta mosso (!), il ritratto di signora di Velasquez e finalmente(!) il Caravaggio che cinque anni fa mi ero persa!

Alla Neue Nationalgalerie c’è una interessante mostra intitolata “Cieli divisi” –dal nome del testo di Christa Wolf- che raccoglie molte opere di pittori, in prevalenza tedeschi, tra il 1945 e il 1968; i quadri sono accompagnati da brevi informazioni sugli avvenimenti mondiali e sulle principali correnti artistiche che animavano la vita della Repubblica federale e della DDR.

domenica 23 giugno 2013

Berlino 11

All’uscita dalla stazione di Hackescher Markt vedo un omino che parla al cellulare in modo moderatamente concitato, va su è giù per l’ampio marciapiede, mi colpisce il vestito grigio, la giacca con i due spacchetti laterali, un abbigliamento che qui non ho ancora visto. Penso sembra un italiano, lo sorpasso e le sue parole me lo confermano.

Nel nostro blog comune Paolo e io ci firmiamo il poeta e la femminista, ma da quando siamo qui si è verificata l’inversione dei ruoli, spesso il poeta sembro io e la femminista lui, il bello del tempo sospeso, quello della vacanza e del viaggio.

L’immersione di tre giorni full time nelle radici culturali del nostro mondo mi ha scombussolato piacevolmente; come insegnante di storia ho sempre sofferto l’appiattimento  sul presente, fisiologico per la crescita di adolescenti, che non devono essere schiacciat* dal peso dei loro predecessori, impegnat* come sono alla ricerca della propria  soggettività, ma esagerato dalla cultura del consumismo alimentata  negli ultimi decenni in Italia da istituzioni politiche e economiche.

Sia i miti evocati dai monumenti, che la serie di oggetti ci consumo, che i tratti dei visi mi hanno riconfermato il fatto che siamo sempre gli “homo sapiens sapiens”, siamo sempre noi, oggi come allora, certo con costumi e  modi di produzione modernizzati.

Oggi riposo.

Pranzo domenicale a casa, e passeggiata pomeridiana.

Abbiamo preso due porzioni di doner teller  in un chiosco alla stazione metropolitana di R. Wagner, qui dietro casa.

Noi siamo mangioni, ma lo stesso le porzioni le abbiamo finite a fatica: buonissima la carne, forse pollo, l’insalata di crudità e le verdure al forno (zucchine, melanzane, patae e carote), una bastava senz’altro per due.

Ho scoperto che il piato è stato importato da un turco qui a Berlino, che ha cominciato a fare i panini per gli operai turchi che non avevano tempo di mangiare.

Purtroppo non ci è stata risparmiata la battuta, detta con sorriso, tra il tedesco e il turco, di “mafiosi” (!!).

Non mi era ancora capitato qui, e neppure in Portogallo, però mi era capitato in Grecia e a New Haven (Connecticut.

(Ahimé)

 

venerdì 21 giugno 2013

Berlino 10

Sono stata attenta ai manifesti pubblicitari, non sono molti come da noi in Italia, ho notato soprattutto quelli in metropolitana.

Apparentemente non c’è  sessismo, se compaiono donne sono persone “normali”, vestite, che pubblicizzano qualcosa; eppure uno stereotipo sessuale fa capolino, anche in una pubblicità che ha un nobile intento pedagogico: si invita al sesso sicuro sia i ragazzi che le ragazze e si consiglia di usare il preservativo.

Il messaggio è affidato a due  manifesti simmetrici, nel primo si vede un giovane uomo, ancora quasi adolescente che dichiara di volerlo fare “selvaggio”, nell’altro una bella ragazza, anche lei quasi adolescente che dichiara che vuole farlo “dolce”.

Potenza dei ruoli!

Oggi è finita la visita ai cinque Musei dell’isola dei Musei, questa volta, che non c’era l’elemento sorpresa perché li conoscevo già, ho potuto guardare con agio e riflettere su questi inizi della nostra civiltà.

Tra le cose che più mi hanno dato da pensare  ci sono la bella ricostruzione della riforma politico-religiosa- del faraone Akhenaton e della moglie ufficiale Nefertiti: la potenza dei funzionari religiosi e statali del tempo, contrari alla riforma che avrebbe fatto loro perdere il potere,  è riuscita a sconfiggere il progetto della coppia.

La testa di Nefertiti, da qualunque parte la si guardi, sia che sia realistica, sia che fosse un modello per le rappresentazioni regali è la cosa più moderna  -rispetto ai lineamenti del viso, allo sguardo- che si possa vedere, a parte il fascino e la bellezza incredibili.

Il processo di invenzione della scrittura nel IV millennio a.C. a Uruk, la più antica –almeno in occidente- città della quale si abbia notizia, c’è infatti un’accurata mostra temporanea su Uruk: reperti, grafici, ricostruzioni, oggetti. La città era dedicata e “governata” dalla dea  Isthar/Eanna/Ianna.

Infine la parte inferiore del fregio marmoreo dell’Altare di Pergamo, che documenta la lotta tra  i giganti, figli di Gaia(Gea) e  gli dei e le dee olimpiche. Certo che vince Zeus con l’aiuto di Athena –la sorella e la figlia degli uomini colti- e le altre e gli altri , perché è l’ordine (patriarcale?) che si afferma sul disordine.

Nella battaglia le dee si distinguono per la particolare forza e ferocia, insieme con i loro compagni, nel far fuori i figli di Gea.

A proposito di musei, qui a Berlino c’è il Schwles Museum, aperto a metà degli anni  ’80, si può ben considerare una rarità, non so se sia davvero l’unico al mondo, come lo definisce il depliant illustrativo, documenta la storia dell’omosessualità, il rapporto con l’arte e la cultura,  e illustra gli stili di vita della omosessualità, bisessualità transessualità.

Credo che questo fatto contribuisca a consolidare la sensazione di assoluta libertà personale che si nota andando in giro, a cominciare dall’abbigliamento, senza che si sollevino reazioni scomposte e  poco rispettose delle scelte delle persone.

Può capitare di viaggiare in metro in un vagone nel quale una coppia di uomini –in verità un po’ sbronzi- si lascia andare ogni tanto a un bacio appassionato, senza che questo generi né curiosità, né tantomeno fastidio.

Credo proprio che da noi sia troppo il peso del conformismo cattolico, e il bello è che l’ossessione per il sesso non è venuta alla Chiesa solo con la Controriforma, come tendevo a credere. 

Nel recente tour de force della visita ai musei mi sono accorta di una cosa che mi era sfuggita otto anni fa: tutte le statue di marmo, greche, romane, ellenistiche di eroi e di dei nudi hanno un buco al posto del pene, che è stato scalpellato via, non distrutto dall’incuria o dal tempo, perché hanno un vuoto rotondo e regolare.

Oggi mi ho letto al Pergamon che la “rimozione dei genitali” è iniziata agli albori della diffusione del cristianesimo, come misura per contrastare il paganesimo, pur mantenendo la struttura artistica precedente.

Non siamo proprio ai talebani che distruggono le statue, si sa che con l’evoluzione  la barbarie spesso aumenta, basta tagliare il pene.

Ma quello era il peccato più grave?

Su e giù per le scale della S-bahn e delle U-bahn gentili e esili ragazze e anche vecchietti (non ho visto finora vecchiette) trasportano spesso a spalla pesantissime bici, che poi viaggiano regolarmente nei vagoni.

Gli anziani non hanno alcuno sconto nei musei, solo i/le  giovan*, i/le ragazz* e gli/le student*.

E’ anche giusto, noi anziani abbiamo i soldi. O no!

Il segnale che avvisa della chiusura delle porte dei vagoni nelle S-bahn è costituito da tre note del Concerto n° 5 di  Beethoven.


 

mercoledì 19 giugno 2013

Berlino 9

L’efficienza tedesca è un mito, come molti altri, la metà delle scale mobili non funziona; l’acqua di Berlino però è buona, non sa di cloro o disinfettante, esce dai rubinetti in gran quantità e con forte pressione.

Ho scoperto che neppure al grande ufficio Turistico della stazione principale, la centrale Hauptbahnhof, gli impiegati e le impiegate conoscono l’italiano, e neppure il francese!

Però lo spagnolo sì; ma come non vengono i tedeschi in vacanza in Italia?

Oltre al discorso della numerazione delle porte d’entrata degli edifici, spesso i numeri pari e quelli dispari sono sullo stesso lato della strada, appare strano che le sopraelevate, le S-bahn, –treni veloci- spesso vanno sottoterra, mentre le metropoltane –le U-bahn- spesso corrono su binari sopraelevati, il che provoca qualche smarrimento, perché all’improvviso non ricordi più se stai viaggiando su una U-bahn o su una S-bahn e quindi improvvisamente non sai più qual è il prossimo mezzo che devi prendere..

Alle due del pomeriggio, all’uscita dall’Alte Museum sulla piazza chiamata  Lustgarten c’erano ben più dei 34 gradi annunciati, mai sentito tanto caldo, per fortuna ogni tanto c’è un venticello, anche lui caldo, ma un po’ risora.

Oggi è stato il primo giorno di visita ai musei dell’Isola dei Musei, biglietto cumulativo, ma valido solo tre giorni consecutivi, per i 5 musei dell’Isola e altri 45!!!!! Statali.

Oggi ne abbiamo visti due tra mattina e pomeriggio, alla fine per  il caldo e la fatica eravamo un po’ bolliti.

Domani altri due.

Ho letto su Mitte, il giornale di qui fatto da italiani per italiani, un divertente articolo a parte di un giornalista italiano, che vive qui da diciotto anni sulla scortesia, sull’indiviualismo, sulla scontrosità dei  berlinesi –evidentemente le donne no!-, poi però alla fine, per fortuna,  stempera  accuse con un “non tutti”.

Finora ho trovato molto più numerose le persone gentili, che addirittura ti interpellano per strada, mentre guardi una piantina, e ti chiedono se hai bisogno di aiuto. Se dici che non capisci il tedesco te lo chiedono in inglese, qualcuno ci ha anche accompagnato per un tratto di strada.

Ho anche incontrato due persone scortesi, due donne (?), ma erano due commesse di negozio, può darsi che  fossero già nervose per conto proprio e se la siano prese con la cliente; la prima volta ho lasciato perdere, anche perché non avrei saputo come rimbeccarla in tedesco, la seconda volte, su esortazione di Paolo, ho lasciato il negozio.

martedì 18 giugno 2013

Berlino 8

Oggi pellegrinaggio laico, la mattina, dopo una sosta al Berliner Ensemble,  visita  al cimitero Dorotheenstadischer  Friedhof, allestito in un giardino ricco di alberi, molte lapidi, qualche monumento. Il cimitero ha un muro in comune con l’altrettanto bello cimitero dei francesi (costruito per i discendenti degli Ugonotti, riparati a Berlino per sfuggire alle persecuzioni della chiesa cattolica).

Abbiamo sostato davanti alle tombe, un po’ monumentali, ma discrete, di Hegel e Fichte, collocate l’una accanto all’altra, con rispettive consorti. Un po’ più a lungo ci siamo fermati davanti a quelle di Brecht e di sua moglie, molto belle, costituite da due piccole rocce, con impressi i loro nomi, poste in mezzo a due aiuole di fiori.

Altro momento di commozione abbiamo provato davanti alla lapide squadrata e bianca (la tomba non è ancora pronta, ci è stato detto) di Christa Wolf, sul bordo superiore sono stati appoggiati piccoli oggetti, io ho messo una piccola penna viola, alla quale sono molto affezionata, che porto sempre con me, Paolo, a sua volta, ha appoggiato sul bordo della roccia di Brecht una sua penna.

E poi di corsa all’ultimo concerto dell’anno delle 13 alla Philharmonie, gratis.

Mozart, Ives e Schumann, tre pezzi per piano e violino. Sono bravissimi i musicisti che si alternano in questi concerti, tenuti nell’atrio della sala, moltissime le persone, sedute per terra, sulle scale, mamme con bambini che stanno buoni a ascoltare, persone anziane, molte ragazze e ragazzi, tutt* rapit* dalle emozioni suscitate dagli/dalle artist*.

Attraversato il Tiegarten ci troviamo di fronte a un monumento ricordo, che non so definire, abbastanza orrendo ai miei occhi: è il monumento al soldato sovietico caduto nella liberazione di Berlino. E’ una costruzione enorme, con in cima una statua a sua volta enorme di soldato, lo spiazzo, anche questo grandissimo, sul quale si erge il monumento è delimitato da una coppia di carrarmati sovietici e una coppia di cannoni.

Molto più discreto e commovente il monumento a ricordo dei Sinti e Rom sterminati dai nazisti.

Questo è veramente molto bello: pannelli di vetro, accostati l’uno all’altro,  sui quali si leggono le fasi di persecuzione degli zingari, anno per anno, racchiudono un angolo di giardino, con una fontana centrale, posta a livello del terreno, sulla quale ogni giorno viene depositato un fiore fresco.

La porta di Brandeburgo è presidiata da molta polizia, così come Unter den Linden, domani arriva Obama, davanti alla porta, dalla parte del Tiegarten , qualche decina di persone, di tutte le età manifestano con cartelli per la liberazione di un prigioniero politico: Leonard Peltier, nativo americano, arrestato dopo uno scontro in una riserva indiana, nel quale morirono due agenti del FBI.

Peltier, proclamatosi sempre innocente, è in prigione da quasi quarant’anni, è malato, i manifestanti chiedono a Obama di concedergli la grazia e perdonarlo, essendo questa l’unica possibilità perché esca di prigione.

Ieri, in Friederichstrasse abbiamo incontrato un’altra manifestazione, questa volta più numerosa, circa  2000 persone della Linke sfilavano con bandiere rosse, striscioni, cartelli contro il G8, il capitalismo, il razzismo, l'omofobia


Tutt* avevano un cartoncino rosso, o attaccato ai vestiti, o sollevato in alto e sventolato, un cartoncino della dimensione di una cartolina. Erano molto combattivi, e c’erano molt* anzian*, da un po’ di tempo mi sorprendo a controllare i miei e le mie coetanei/e, ma anche molt* ragazz*.

Chiudeva la fila, proprio davanti ai cellulari della polizia, un signore che portava una bici con una mano e sventolava il cartellino rosso con l’altra, noi eravamo sul bordo del marciapiede a vedere sfilare il corteo, a causa di un incrocio di sguardi si è avvicinato a noi uscendo dal corteo, per spiegargli chi eravamo ho sfoderato un “I’m italianische”, credendo in realtà di parlare inglese, ci siamo compiaciuti a vicenda, il signore ha ripetuto più volte: It is politics, It is politics e dopo ampi sorrisi ha ripreso il suo posto in corteo.

Quando è avvenuto questo episodio mi ero appena commossa davanti alla Pietà di Kate Kollwitz, posta nella New Wache, alla fine di Unter del Linden.

Mi era già piaciuta tanto otto anni fa, ma rivedendola ho apprezzato maggiormente la sobrietà del luogo, una stanza grande e completamente vuota, con un’apertura orale dalla quale piove la luce su questa madre che tiene tiene in grembo il figlio morto. Credo che sia una delle Pietà più belle mai scolpite, dopo quella di Michelangelo, per la potenza della rappresentazione.

La scultura è posta a ricordo di tutte  le vittime delle guerre e delle dittature.  Questa grande artista, disegnatrice, scultrice, incisora ha anche perso il primo figlio nella prima guerra mondiale. Quello che mi colpisce è come un soggetto di natura religiosa, nel nostro immaginario, riesca a interpretare in modo laico, e quindi universale, questa atrocità della guerra e della dittatura.

Di fronte alla stanza spoglia e alla Pietà di Kollwitz ho provato l’emozione di fronte alla stanza vuota, del silenzio, del Museo Ebraico di Berlino di Libeskind..

Da domani immersione nell’isola dei Musei, anche se li conosco tutti, non posso rinunciare a rivederli.

Un’osservazione: gli spazi delle strade, delle piazze qui sono enormi, così si vede un monumento che sembra a portata di mano, e si pensa di fare una piccola devoiazione per andare, chilometri!!!

Ci caschiamo spesso!

lunedì 17 giugno 2013

Berlino 7

Arrivati alla stazione di Kottbusser Tor  ci si trova davanti a palazzoni di cemento, con balconi fitti di parabole, sembra di essere in una brutta periferia; nella piazza c’è un mercatino di frutta, poco distante una tenda con cartelli funziona da presidio permanente di turchi in sostegno dei loro connazionali in lotta a Istanbul.

Di lì a poche ore vedrò sfilare un gruppo di circa trecento persone, per lo più giovan*, vestit* con i colori brasiliani, qualcuno con una corona di penne  verdi e gialle alla indio, molto combattiv*, in sostegno dei movimenti che  in Brasile si battono per la libertà di  manifestare, libertà che manca totalmente malgrado i vent’anni di “democrazia”. Diffondono volantini sulla brutalità della repressione poliziesca, soprattutto a San Paolo, ribadiscono a gran voce la solidarietà dei brasiliani abitanti a Berlino nei confronti dei loro compagni che abitano in Brasile..

Da quando sono qui sono le due uniche manifestazioni politiche che ho incontrato, e entrambe appunto a Kreuzberg.

Imbocco una strada, fitta di negozi turchi, soprattutto piccoli locali e caffè, mi incanto di fronte al caffè Marousche , l’interno è arredato con un bellissimo lampadario di fattura araba, così come i due tavolini, ma soprattutto ammiro sulle pareti degli azulejos belli come quelli di Porto e di Lisbona. (provengono infatti dalla stessa cultura).

La casuale circostanza che abbia incontrato degli azulejos così belli qui a Berlino, dopo averli visti  una quindicina di giorni fa in Portogallo, mi riconferma l’impressione di viaggiare in un unico paese, malgrado le distanze; mi torna in mente anche il mio stupore –pari alla mia ignoranza in materia- quando a Lisbona ho scoperto che S. Antonio da Padova era portoghese, nato a Lisbona, dove gli è dedicata una vecchia cattedrale e dove è segnalata la casa dei genitori.

La via che ho imboccato dalla piazza della stazione di Kottbusser Tor è ricca di case belle e discrete, su un balcone sventola un  lenzuolo che sostiene la lotta dei manifestanti a Istanbul.

Questo accostamento  di edifici eleganti e sobri a parallelepipedi di cemento senza grazia è abbastanza singolare.

Mi rendo conto che l’architettura di Berlino ha delle caratteristiche del tutto particolari, è un vasto repertorio del bello e del brutto della modernità e della contemporaneità  architettoniche –nel senso proprio degli ultimi due secoli- dato che pochissimi sono i monumenti settecenteschi sopravvissuti alle guerre, e alle distruzioni, solo una piccola chiesa del Trecento, la Marienkirche,  rifatta  nel Quattrocento in stile gotico (l’unico autentico, mi pare) nel Mitte-, convivono infatti tutti gli stili possibili elaborati in questo periodo di tempo, molti dei palazzi distrutti sono infatti stati ricostruiti nell’identico modo.

Quello che fa più effetto è l’assoluta audacia di forme e colori degli edifici: possono esserci palazzi con lunghi balconi ciascuno di un colore diverso, ma vivacissimo, rosso, verde, giallo blu.

Cubi di cemento grigi e imponenti accanto a palazzi di vetro e acciaio, oppure graziose costruzioni a tre o quattro piani color pastello, ingentilite da colonnine, bassorilievi  e balconcini dalle ringhiere in ferrobattuto.  Palazzi tutti verdi, rossi, gialli, il tutto immerso in   tanto tanto verde, circondato da alti alberi rigogliosi, e tanta tanta acqua, canali e ponti

A buon ragione Berlino è stata dichiarata qualche anno fa capitale mondiale dell’architettura.

Sempre a proposito di biciclette, a ogni angolo di strada le affittano a 10, 12 euri al giorno. E’ forte la tentazione, con il bel tempo, di affittarne una per fare un giro.

Ho notato padri e madri che girano con un carrello attaccato alle loro bici grande da contenere anche più di un/una bambin*, è un’usanza simpatica, ma i carrelli sono veramente bassi, per ragioni di stabilità e i/le  bambin* sedut* dentro saranno pure tranquill*, ma hanno il viso a livello dei nostri cani  di taglia media; è vero che esistono le piste ciclabili, ma le auto corrono parallele e i visi sono quasi a livello dei tubi di scappamento.

Mah!

sabato 15 giugno 2013

Berlino 6

"Pasteils de nata", in definizione originale,  in un super di Kantstrasse, in mezzo ai soliti multicolori dolci tedeschi, piccoli fatti che ti rendono l'Europa più reale di tante strombazzature retoriche, forse a causa del mio interesse per gli aspetti della cultura materiale dei paesi diversi dal mio.

Sarà perché sono invecchiata di otto anni, sarà per i lavori di costruzione di una galleria sotterranea che collegherà Alexanderplatz alla Porta di Brandeburgo, i cantieri sono grandissimi e nascondono gran parte di Unter den Linden e di  Friederikestrasse,  sarà anche perché stanno allestendo il palco e le tribune proprio davanti alla Porta di Brandeburgo per gli 8000 berlinesi ammessi all’incontro con Obama il 19 di questo mese, ma Berlino oggi mi sembra più caotica e rumorosa.


Rispetto a otto anni fa mi sembra si siano moltiplicati i baracchini acchiappaturisti, che vendono souvenirs e chincaglieria varia, forse c’erano anche allora, ma


non li ho notati perché eravamo diretti a obiettivi prestabiliti, e non ci permettevamo il lusso di passeggiare senza scopo.


Questa mattina abbiamo percorso a piedi il tratto tra la “sconvolgente” Hauptbahnhof, e la Porta, Unter del linden, fino a Alexanderplatz e a Nikolaiviertel.

Fa quasi rabbia vedere di quanto spazio e di quanto verde siano dotate quelle piazze, una sensazione spaesante per chi è abituata a città dalla struttura medievale e soprattutto caratterizzate da una cementificazione selvaggia.

Poi penso alle vicende storiche che hanno determinato l’attuale assetto urbanistico, almeno in queste zone di “rappresentanza” e mi colgono altri sentimenti e altre considerazioni.

Nella via che costeggia conduce dal Reichstag alla Porta di Brandeburgo sopravvivono le croci bianche, attaccate alla cancellata del Tiegarten, che ricordano alcune delle donne e degli uomini uccisi dalla repressione sovietica, con tanto di foto di ciascuna/o.

Alcuni cartelli in più lingue lamentano che i monumenti in ricordo di quei massacri sono eliminati da un po’ di anni, e temono che anche queste ultime croci bianche verranno distrutte.

Mi hanno colpito due cose: la rievocazione della manifestazione di protesta dei lavoratori della parte occupata dai russi, attuata proprio alla Porta di Brandeburgo, quando i lavoratori in lotta tolsero dalla sommità della Porta la bandiera sovietica, lì posta nel 1945, protesta che si tenne il 17 giugno 1953 e terminò con la morte di 25 persone e il ferimento di centinaia, provocata dalle truppe sovietiche che affluirono alla Porta percorrendo Unter de Linden.

Una anziana piccola signora, venuta in bicicletta alle croci bianche, che si affannava a ripulire il terreno erboso davanti alle foto e ai cartelli, da tutte le cartacce, immondizie varie gettate da passanti disattenti. Un gesto di cura della memoria, molto discreto e silenzioso, che mi ha commosso.

venerdì 14 giugno 2013

Berlino 5

Archiviato Kusturfurdamme
Oggi giornata di riposo, ma anche se ci si muove in metro il riposo è sempre relativo, si pensa di andare alla stazione più vicina e si fanno in realtà kilometri.
Questa mattina ritorno al Mitte Meer per acquistare altro pesce, soliti commessi gentili e sorridenti.
Incubo ciclisti.
A mano a mano che si conoscono meglio le strade dei dintorni si allenta l'attenzione alle piste ciclabili, basta sconfinare un attimo -le piste sono quasi tutte al margine esterno del marciapiede, non sempre facilmente riconoscibili, oppure sono appena sotto il limite del marciapiede- o mettere il piedino giù dal marciapiede in attesa del semaforo verde o e subito ci si vede precipitare addosso turbe di ciclisti di tutte le età scampanellanti.
Il bello è che spesso essendo  i marciapiedi molto larghi in mancanza di piste ciclisti e cicliste pedalano tranquillamente sul marciapiede, spesso un/una adulto/a con un paio di bambini affiancati, a velocità sostenuta e allegramente chiacchieranti, te li vedi sbucare da dietro -in questo caso non scampanellano perché non hanno la precedenza- e tu ringrazi il cielo di non avere deviato la tua traiettoria, di non aver scartato improvvisamente, di non esserti fermata di botto, e via dicendo.
In compenso qui come altrove, per esempio in Portogallo, il pedone sulle strisce ha precedenza assoluta.
Oggi pomeriggio dunqua salto al Ku'Dam: il viale è molto grande a con alberi imponenti, mi piace l'alternanza -per ragioni storiche- di vecchi palazzi ottocenteschi, molto eleganti, "imperiali" direi, molto ornati di colonne, bassorilievi, cupole alla francese, con palazzi di nuovissima costruzione, non tutti di mio gusto, ma dei quali ammiro l'arditezza della concezione.
In compenso la strada è tutta riempita da alberghi di lusso, bar eleganti,  dalle vetrine delle solite case di moda italiane, francesi e un paio di inglesi; le stesse che si vedono nella V Av a New York, piuttosto che in Montenapoleone a Milano, e via dicendo, questa è la parte meno interessante.
Qui ho visto per la prima volta in una settimana signore, ragazze, giovani donne, da sole o accompagnate, profumate e vestite come quelle che incontro in centro a Milano, con relativo tacco 16.
Anche i corpi e i visi sembrano tutti simili tra loro, ovviamente giovani con giovani, anziane con anziane, ...... Belle certo, ma tutte uguali, qui, a Milano, a New York.
Ma si accorgeranno di indossare una divisa che le uniforma a un unico modello, annullando la loro l'individualità? 
Molto più varie e interessanti le persone, donne e uomini che incontro negli altri quartieri di Berlino.
Rispetto a 8 anni fa non ho più ritrovato la chiesa bombardata, rimasta a perpetuo monito: è tutta ricoperta perché stanno ristrutturando la rovina, per questioni di sicurezza. Era l'unica cosa che mi interessasse veramente rivedere.
Archiviato Ku'Dam, da domani solo nei quartieri dell'Est, dove tra l'altro sono tutti i musei e i monumenti più interessanti.  


giovedì 13 giugno 2013

Berlino 4

Strana sensazione, una vita quotidiana: spesa, cucina, anche se limitatissima, pulizia casa, ancor più limitata e contemporaneamente distanza dal caos politico-sociale italiano. 
Diverso è quando si viaggia con soste in albergo, allora è un'eccezionalità, si è liberi dalla cura quotidiana, il periodo di tempo è più limitato, la sensazione di tempo sospeso è massima.
Ma qui, disponendo del mio Mac e di un abbonamento internet -che mi è costato in soldi, tempo e energie- mi informo continuamente su quel che accade in Italia, come se fossi a casa mia,  eppure le notizie nazionali che mi raggiungono hanno un impatto minore del solito, nel senso che mi provocano reazioni emotive quasi vicino allo zero, come se si trattasse di un altro mondo.
Com è possibile?
Così labile è il senso di appartenenza? 
Ho sempre sospettato che siamo molto più liberi interiormente di quanto i vari poteri vogliono farci apparire.
Questa mattina spesa in un super -Mitte Mar, in Kant strasse 42- che ha prodotti mediterranei, in prevalenza italiani, comprato pesce!!! fresco, olio De Cecco (che in Italia non compro mai), passata De Cecco, idem, caffé.
Cercavo della verdura e della frutta: ho comprato due limoni; c'erano tre tipi di pomodori che costavano dai 7 euri e mezzo agli 11 (sigh!) e quasi nient'altro.
Andrò oggi pomeriggio a rifornirmi nel negozio dei turchi, ricchissimo di frutta e verdura, anche se non a prezzi contenuti..
Al Mitte Mar, tranne il ragazzo del reparto pesce, spagnolo, tutti i commessi parlano italiano corrente, e sono gentilissimi.
Questo pomeriggio visita al museo Berggruen, di fronte a Charlotte Schloss: 100 Picasso, e poi Klee, Matisse, Van Gogh..., collezione dono degli eredi del signor Berggruen.
Ps. i concerti gratuiti al Museo degli strumenti musicali sono a mercoledì alternati.


mercoledì 12 giugno 2013

Berlino 3

Questa mattina, dopo un breve litigio con le chiavi di casa, siamo andati alla  "Topografia del terrore", un'area su cui sorgevano i principali edifici del nazismo, nel periodo compreso tra il 1933 e il 1945: la sede centrale della Gestapo, il palazzo dove si trovavano i principali uffici delle SS e  anche la sede della sicurezza del Reich.
Resta una zona rasa al suolo, adibita a museo, sia all'aperto che all'interno di un moderno edificio, dove è allestita una documentata mostra degli orrori nazisti, per mezzo di foto originali dell'epoca, riproduzioni di documenti. 
Molte le scolaresche con insegnanti che raccontano la storia, ci sono computer a disposizione di chi vuole approfondire e una  biblioteca specializzata.
La volta scorsa, otto anni fa, mi avevano colpito i musei numerosi, che sottolineano ciascuno aspetti particolari della ferocia nazista, dalla shoà alla deportazione di Rom e Sinti, dalla persecuzione di  comunisti e socialisti, oppositori del regime, veri o presunti, allo sterminio di portatori di handicap psicofisici, sterminio chiamato nei mezzi di propaganda di allora con il termine ambiguo "eutanasia", con l'intento di farlo apparire alla popolazione  un atto di pietà nei confronti di chi "soffriva".
Altrettanto numerosi mi sono apparsi i monumenti -quello che ricorda il rogo dei libri, quello che ricorda la shoà, nello spazio davanti al Bundestag, e altri sparsi- ma questa volta, con più tempo a disposizione, ho notato come in pieno centro turistico -Potsdamer Platz e dintorni- ci siano manifesti di persone che sono state deportate dai loro paesi d'origine e internate in campi di lavoro e delle quali si narra la storia. I manifesti attirano perché presentano grandi foto della persona al tempo della repressione.
Qui è una testimonianza continua del nazismo, sotto gli occhi di tutti e tutte, compreso i ragazzi e le ragazze.
Penso che da noi si fa di tutto per rimuovere le responsabilità del fascismo nei confronti dei e delle perseguitati/e, resta solo qualche targa che ricorda partigiani ammazzati, ma molto trascurate.
Non può esserci una vera pacificazione se manca il riconoscimento dei crimini, delle angherie, degli abusi e dei soprusi subiti da tante italian e italiani, quand'è che impareremo la lezione?
Meno male che dopo questa dolorosa immersione nella storia abbiamo assistito, nella sala del bel  Museo degli strumenti musicali, un concerto, ancora gratis, di un folletto magico: una giovane pianista russa di 26 anni, dal fisico minuto, che nell'interpretare i brani esprime un'energia e un'intensità di sentimenti che incantano, si chiama Nadya Pisareva.
Continua un sole splendente, è già estate.

martedì 11 giugno 2013

Berlino 2

Sono qui da 4 giorni, ma mi sembra da più tempo. 
L'attenzione a chi ha difficoltà di movimento o di altro genere non si smentisce, oggi penultimo martedì di concerto gratuito alla Philharmonie, l'iniziativa terminerà martedì prossimo. 
Il concerto inizia alle 13, alle 11 e 30 c'è già una piccola fila; alle 12 aprono le porte.
Il programma di oggi prevedeva un concerto di Mozart per pianoforte, suonato da due pianisti, 3 brani di Bizet, e tre di Dvorjak, con un bis!
I due pianisti erano dell'orchestra della Philharmonie, molto bravi.
Alcune file di sedie sono collocate nella hall, rigorosamente riservate alle persono disabili!, tutt* gli/le altr* in piedi, o sedut* in terra, sui gradini, ai tavolini dei due bar che hanno preparato piatti freddi e caldi per un lunch veloce e abbastanza economico, del resto qui si mangia davvero con meno che a Milano, almeno nei bar, tavole calde, caffetterie...
Il tempo è buffo: si alternano momenti di sole molto caldo a nuvoloni neri carichi di pioggia, ma poi un vento spazza via tutto improvvisamente.
Sembra più un tempo da mare che da città dell'interno.
Il caffé costa, ma è buono.
L'espresso varia da 1 euro e 80 centesimi a 2 euri.
Ieri incontro gradevole con il proprietario di un piccolo bar vicino a casa, credo fosse turco, dato che la strada è ricca di negozi di turchi; il suo espresso è molto buono, e costa solo 1 euro e 30, macchiato: 1 euro e 80.
Abbiamo osservato che ci sembrava troppo 50 centesimi per una "macchiatura", molto gentile, prima ci ha elogiato la bontà del suo caffé, a suo dire migliore di tutti, poi ci ha detto che il latte negli ultimi tempi è molto aumentato, poi ci ha dichiarato tutta la sua indignazione perché a Milano ha pagato un espresso 3 euri, solo perché si era seduto a un tavolo, e continuava a ripeterci come poteva variare il prezzo se una persona lo beve in piedi o seduto, infine voleva restituirci 50 centesimi.
Ci siamo cortesemente rifiutati di riprenderli, anche perché i prezzi erano regolarmente esposti: espresso 1 e 30, macchiato (sic) 1 e 80.
Ci siamo poi lasciati da buoni amici.
Ieri pomeriggio visita allo Zoo. Di solito non andiamo, troppa pena per gli animali in gabbia, credo che l'ultimo zoo visto sia stato a Londra nell'80, questo però è davvero interessante, e gli animali hanno spazi più grandi che non quell'orribile luogo di tortura che era lo zoo di Milano.
Non l'abbiamo visto tutto perché dopo 3 ore eravamo molto stanchi, comunque gli uccelli in gabbia fanno davvero pena, anche se per consolarmi mi dicevo che sono nati in cattività, e che liberi morirebbero.
Non manca mai di stupirmi il fatto ch si possa tranquillamente
trasportare la propria bici nel metro, così come i cani, senza che questo infastidisca minimamente, perché a Milano è proibito?
Estrema libertà nel vestire, non solo perché è estate, ma perché veramente ciascun* si combina come vuole, senza subire alcuna osservazione o dileggio, ho visto un ragazzo truccatissimo con cappottino e boa al collo, le ragazze quasi tutte in mini shorts, in genere i vestiti sono piuttosto modesti, sono più eleganti i turisti, uomini e donne! 
Pochissimi i manifesti, anche se molte pubblicità sono sui palazzi, a grandi lettere, nessuno offensivo per le donne (nessuno con donne nude o seminude), del resto è stato così anche in Portogallo.
Credo proprio che in Italia abbiamo il triste primato di sguaiataggine e sessismo pubblicitario.
Tornando a casa nel pomeriggio ci siamo sorpresi a considerare che una certa prospettiva qui davanti a casa, il retro del Rathaus di Charlottenburg, poteva anche somigliare a qualche edificio di Lisbona.
In realtà le architetture delle due città sono diversissime tra loro, me nella nostra mente qualcosa le ha sovrapposte.








domenica 9 giugno 2013

Berlino 1

Sono tornata a Berlino da un giorno, con la prospettiva di rimanervi un mese grazie alla generosità di un amico italiano, che ha comprato casa in Charlottenburg qualche anno fa e me l'ha messa a disposizione. 
Ero stata a Berlino 8 anni fa, con Paolo e con la nostra coppia di amici Silvio e Raffaella, che c'erano già stati un paio di volte, sia prima che dopo la caduta del muro.
Sono stati giorni belli e intensi, Raffaella stava già abbastanza male, girava con la stampella ma non si risparmiava, abbiamo tra l'altro scoperto che la sua stampella ci assicurava di saltare immediatamente ogni fila, ci faceva ammettere ad ascensori quasi invisibili, il tutto con grande sollecitazione e richiamo da parte degli addetti e delle addette ai monumenti; all'inizio rimanevamo sorpresi da tanta disponibilità all'aiuto nei confronti di una persona con difficoltà di movimento, venendo da una realtà ben diversa, quale quella italiana.
Abbiamo girato, abbiamo visitato i musei più importanti, siamo rimasti impressionati di fronte al numero delle piste ciclabili e soprattutto alla velocità dei/delle ciclisti/e che le percorrono, avendo la precedenza, senza minimamente rallentare nel caso tu invada la loro corsia, che ti affianca sul marciapiede. 
La città mi era rimasta nel cuore e ora ho anche la possibilità di viverla, almeno un po', dall'interno, abitando per un periodo in una casa invece che in albergo, misurandomi con una quotidianità che cancella la dimensione di turista che non amo, ma che mio malgrado vivo negli altri viaggi.
Fa caldo, tutti vanno in giro in abiti estivi, sandali da mare, le ragazze quasi tutte in pantaloncini, metropolitana affollata, di persone di tutte le età, ma prima di tutto il verde lussureggiante dei moltissimi parchi, delle rive dello Spree e dei numerosi canali, rive cariche di salici e di altri alberi che sono al massimo del loro splendore, per una persona che viene da Milano, città veramente infelice con i suoi piccoli e modesti tratti di verde, la sensazione è di incredulità mista a meraviglia.
Dal momento che non conosco altra lingua eccetto l'italiano, mi capita di iniziare una frase in inglese, proseguirla in francese e concluderla in italiano, eppure capiscono e mi rispondono, di solito in inglese, io sorrido e cerco di comprendere dai gesti, dall'intonazione e dall'espressione del viso, e poi chiedo a Paolo che cosa hanno detto.
In casa non ci sono né ferro da stiro né ago e filo; io abitualmente  non stiro, e all'occorrenza sostituisco i bottoni con mezzi di fortuna (spille da balia), ma non viaggio mai senza portare con me un sacchettino con ago, filo, ditale e forbicina.
Potenza degli stereotipi interiorizzati!


giovedì 6 giugno 2013

Il tempo sospeso

Di ritorno da un viaggio breve, in un intervallo che prepara un altro viaggio, questa volta lungo, mi sorprendo a pensare al tempo sospeso, con un misto di piacere e di timore.
Il tempo sospeso è appunto quello del viaggio, o meglio della vita fuori della mia casa abituale. Può essere in luoghi non ancora conosciuti, allora si unisce all'eccitazione per le nuove conoscenze di persone, cose, situazioni, ma può anche essere il soggiorno in luoghi noti, la sensazione di sospensione è analoga.
Il piacere è costituito dall'illusione di sottrarmi a pesantezze -reali o immaginate -e a compiti e funzioni che danno senso alla mia vita, ma non sempre riescono a cancellare quel sentimento di terrore di fronte al vuoto esistenziale, che mi coglie all'improvviso ormai da tempo, e ultimamente mi appare sempre più giustificato anche da fenomeni reali.
Il timore invece deriva dalla sensazione che la vita trascorsa in viaggio sia più veloce, così intensa com'è tra aspetti positivi e negativi, e quindi mi sembra che l'accelerazione mi sottragga  tempo di vita.
Paradosso di un anima inquieta?
Certo mai come in questo periodo mi sono sentita liberata dal vortice di notizie drammatiche, false, mistificanti, sovente insulse che mi piovono addosso quotidianamente, provocandomi spesso un senso di nausea, notizia alle quali non riesco a rinunciare quando sono qui a casa.
Dieci giorni nella città della luce e dintorni hanno avuto per me questo valore aggiunto alla bellezza dei luoghi visitati, alla gentilezza e accoglienza delle persone; guardando qualche sporadico notiziario alla televisione ho avuto la sensazione di vivere finalmente in un mondo reale, secondo i miei parametri, dove si parlava anche di povertà, lotte, difficoltà di natura sociale, ma, pur in un paese cattolico, non si mostrava il papa a ogni piè sospinto -in realtà non l'ho mai visto- e le conduttrici e i conduttori di notiziari apparivano più sobri dei e delle nostri/e.
Eppure il Portogallo è un paese in crisi, forse più di noi, una crisi resa evidente dall'intreccio tra spettacolarità e fatiscenza di ambienti, tra ambizioni di grandezza imperiale testimoniata dai monumenti e declino sociale incombente dietro ogni angolo di strada, ma almeno all'apparenza non si nota la presunzione mista a superficialità che a volte si coglie da noi.
Inoltre mi sembra di non aver notato pubblicità disturbanti e sessiste, ma ora mi accorgo di non aver prestato particolare attenzione ai manifesti, potrebbe essermene sfuggito qualcuno, comunque non mi è balzato agli occhi.
Il tempo sospeso è un tempo di leggerezza psico-fisica, dove è possibile provare entusiasmi sempre più difficili nel tempo di vita abituale, è un tempo che prolunga i benefici effetti anche in seguito, malgrado la contraddizione dell'averlo vissuto tropp, più lungo, uin una casa invece che in alberghi, o velocemente.
Adesso mi aspetta un altro viaggio più lungo, in una casa invece che in alberghi, diverso per la possibilità di vivere dall'interno, in una  "straordinaria" quotidianità una città bella e complessa come Berlino.
Anche simbolicamente: da un paese della UE soffocato dalle ciniche scelte politiche europee di austerità e rigore mi troverò proiettata in quella Germania che è una delle principali responsabili di tali scelte; come dire  in breve arco di tempo da un estremo a un altro.
Dalla città della luce, da finis terrae (anche il Portogallo vanta un punto sull'Atlantico come il più occidentale d'Europa, in concorrenza con la Galizia) al cuore d'Europa e alla sua capitale.
Il tempo sospeso continua .


martedì 4 giugno 2013

Speranze e illusioni

Quando si parla delle difficoltà che vivono oggi le giovani donne e i giovani uomini si mette l'accento sopratutto sulle condizioni materiali di vita: precarietà del lavoro, che si traduce nell'impossibilità di fare progetti a medio e lungo termine, nel caso poi il lavoro lo si trovi, oltre alla precarietà impieghi umilianti e non rispondenti alle competenze e conoscenze maturate nella formazione. 
Situazioni che generano insicurezze e instabilità anche affettive, che richiedono molta forza di volontà e senso di responsabilità per superarle.
Ma oltre a questi aspetti ce ne sono altri, magari meno evidenti, ma secondo me ugualmente importanti, di natura culturale-psicologica.
A chi abbia la speranza di modificare lo stato di cose presenti, nel senso di maggiore giustizia sociale, solidarietà intrageneri e intragenerazioni, di trasformazione  radicale dell'organizzazione del lavoro e della produzione, smantellando una volta per tutte un sistema basato sullo sfruttamento intensivo di persone, animali, piante e cose in ragione dell'ottenimento del profitto, a chi abbia dunque  intenzione di agire in questo senso non si presenta alcun modello realizzato- seppure parzialmente- come è stato per noi negli anni della nostra giovinezza.
Il fatto che quei modelli fossero in qualche modo sbagliati, o erroneamente interpretati, non significava nulla per noi, perché a livello simbolico il "credere" che da qualche parte del mondo fosse stato possibile ci induceva a agire perché fosse possibile anche nella nostra realtà.
Era una promessa di realizzazione.
In fondo questa è stata anche la ragione per la quale i primi cristiani considerarono il regno dei cieli come qualcosa di molto concreto, che si sarebbe affermato di lì a poco, che la seconda venuta del cristo avrebbe sconfittto i vari potentati e re del tempo, rendendolo appunto re dei re, e instaurando il regno dell'amore universale, della giustizia e della bontà.
Questa ferma convinzione, unita alla predicazione del superamento della schiavitù e dell'avvento della uguaglianza tra gli uomini, ha costituito l'elemento di forza di una religione che ha travolto tutte le altre con le quali è venuta in contatto.
Noi, anche una volta appurato come distorti fossero i modelli ai quali avevamo creduto -ricordo come negli anni Sessanta ormai preso atto del completo fallimento dell'Unione Sovietica i nostri sguardi si rivolsero alla Cina, ricordo i testi degli anni Settanta sulla condizione delle donne cinesi, da alcune di noi vissuta come raggiunta emancipazione dalla subordinazione e dalla subalternità- abbiamo in qualche modo goduto allora dell'illusione che effettivamente fosse stato possibile realizzare un mondo migliore, speranza oggi negata, così da giustificare sentimenti di fatalismo e rassegnazione. 
Anche le difese di certe situazioni mi generano un sospetto, se leggo un'intervista di una economista e personalità di governo ad esempio cubana, che presenta le ultime decisioni  prese dal partito in ordine alla razionalizzazione del mercato interno come modello di giustizia sociale mi chiedo subito dove sta il trucco e che cosa non si vuole vedere e dire.
Se è comunque positivo il disincanto verso la realtà, che probabilmente eviterà gli errori di interpretazione e le tragedie provocate da questi, è un po' inquietante il muoversi in assenza di riferimenti e modelli concreti, ma solo sulla base di convinzioni e teorizzazioni.
Questa è, fra le tante, una difficoltà per le/i giovani, ma  credo anche che abbiano spalle buoni, sensi acuti e buone disposizione di cuori e menti per affrontare anche questa sfida.


lunedì 20 maggio 2013

Vado nella città della luce

Erano anni che volevo andare a Lisbona, dicevo per scherzo: prima del prossimo incendio o del prossimo terremoto.
Ho amato moltissimo "Lo stato delle cose" e "Lisbon Story", di Wenders, e le immagini iniziali di "Filme Falado", mi attirava la dimensione di fine del mio occidente, una porta sull'abisso del "gran fiume Oceàno".
Una dimensione letteraria e quindi onirica e visionaria.
Le azulejos mi trasportano nel mio ambiente favorito, fiabesco.
Ho cominciato a prepararmi due giorni prima con Tabucchi e Saramago, per entrare nell'atmosfera.
Parto domani.
Ho un trasalimento prima di ogni partenza, anche se per pochi giorni, è come  dire addio alla vita  finora vissuta per l'irruzione di un fatto nuovo, per l' apertura di un varco verso una nuova esperienza, incancellabile,  da portarsi dentro. Al ritorno la vita non sarà più quella di prima, perché sarà stata segnata dal viaggio.
E' la stessa congerie di sensazioni che provo alla lettura di un romanzo, quelli importanti, quelli che ti restano dentro, con frasi, immagini, quelli che inizi con eccitazione e finisci con rammarico, perché li avresti voluti interminabili, compagni di viaggio appunto.
Mi tengo altro il leggero senso di disorientamento e di panico che mi assale prima della partenza, prima del "salto verso l'ignoto", che poi tanto ignoto non è vista, vista l'accurata preparazione.

mercoledì 1 maggio 2013

Racconto 4

                                                             Amnesie

Si risveglia con un piacevole senso di riposo. Nessuno dei fastidiosi dolori che l'hanno afflitta da giorni, solo un leggero reumatismo a un ginocchio e una nevralgia agli occhi.
Si sente come se avesse dormito per parecchi giorni di seguito.
Breve sosta in bagno prima del caffè e si incanta davanti al grande specchio sul lavandino che le rimanda un'immagine assolutamente estranea.
Chiude gli occhi, è ancora addormentata, il mattino le ci vuole un po' per mettere a fuoco, ma quando li riapre scorge un viso allarmato, sconosciuto che la fissa a bocca aperta.
Impossibilitata a muoversi chiama il marito, abituato alle sue richieste di aiuto lui appare, più assonnato di lei, sulla porta del bagno e le chiede di che abbia bisogno.
Guardami, cosa mi è successo? Mah, non so, mi sembri solo un po' strana, stai bene?
Guardami, non sono più io!
Andiamo a fare colazione e smettila per piacere, che devo uscire presto stamattina.
Caffè silenzioso, cerali, yogurth e via.
Lui esce di casa per primo, lei telefona al lavoro per prendere un giorno di malattia.
Davanti allo specchio comincia a sentire palpitazioni, ci manca anche un attacco di panico.
Non è lei e basta.
Ripensa all'Asino d'oro, non le è mai piaciuto molto, né a scuola né in seguito, ma lì la situazione era diversa, una vera e propria metamorfosi.
Decide di uscire, confidando nel fatto che non venga inviato il medico fiscale, la sua assiduità al lavoro la rassicura.
Per strada la ignorano, nei negozi soliti la salutano come fanno d'abitudine, un'osservazione sul tempo e un augurio di buona giornata. Si chiede spesso da dove sia arrivata quell'espressione, che detesta, pur temendo di ritrovarsi un giorno ad usarla anche lei inavvertitamente.
Non incontra nessun amico, né amiche, mentre cammina sbircia furtivamente nelle vetrine, sagoma e portamento sono i soliti, pensa che dovrebbe perdere qualche chilo, in vista dell'estate, ma rimanda ancora l'inizio di una dieta ipocalorica, sul viso non ci siamo però.
Non è lei e basta.
Decide di telefonare a Claudio, è un po' che non si sentono, vince il leggero senso di imbarazzo che coglie quando si è appena chiusa una storia, anche se poco importante, e non ci si è ancora accomodati nella dimensione di ex, rimasti amici perché entrambi senza rimpianti.
Claudio è libero per una colazione veloce, solito piccolo ristorante, discreto e defilato rispetto ai percorsi abituali.
Lo sguardo che l'avvolge è di sorpresa ammirazione, non sembra lei, è più giovane, più bella, radiosa, quasi quasi vien voglia di ricominciare a corteggiarla.
Non c'è verso di smuoverlo dalla sua aria di piacevole sorpresa, accompagnata da lampi di ammiccamento.
Le ripetute affermazioni di lei di vedersi diversa, irriconoscibile, estranea lo divertono all'inizio.
Poi in lui comincia a farsi strada la prospettiva di nuove possibili modalità di incontri sessuali, conseguenti alla nuova  personalità dichiarata. 
Si eccita, si fa insistente.
Dopo un attimo di sbalordimento lei si rende conto che per lui si tratta della proposta di un gioco erotico.
Si alza dal tavolo e esce furiosa dal ristorante.