sabato 20 aprile 2013

Parlare di femminicidi non è fare piagnistei

Mentre si consumano drammi "politici" grandi e piccoli continuano incrementandosi di numero altri drammi che riguardano uomini e donne in carne e ossa, i femminicidi, gli stupri e le violenze alle donne.
Parlo della realtà italiana, perché non ho cuore di soffermarmi su altre situazioni -India con il sacrificio di bambine, dell'età della mia nipotina- non posso neanche scriverne senza stare male.
Mi ha colpito l'articolo pubblicato ieri su "Gli Altri" da Angela Azzaro, intitolato Sbagliato essere "vittime", i cui contenuti sono stati rinforzati dal pezzo di Mancuso, sullo stesso giornale, dal titolo-in verità astioso e veramente poco generoso, chissà perché- La nenia catto-comunista di Santa Boldrini addolorata.
Tralascio il discorso di Mancuso, più  complessivo, che fa da pendant a quello di Azzaro,  accenno solo al fatto che, pur dichiarando di non avere niente contro la persona,  Mancuso si dilunga a accusare a Boldrini di "piagnisteo" al momento del discorso dell'insediamento; le rimprovera di aver dato vita a un elenco di problemi, anche trascurandone altri ugualmente cogenti, con un tono che richiamava l'immagine scontata del sacrificio femminile, proprio della figura della madonna, tanto cara alla chiesa e alla cultura che ne deriva, sottolineando anche che il problema della violenza alle donne è stato affrontato presentandole come fragili e bisognose di aiuto.
Ricordo soltanto quanto hanno apprezzato -uomini e donne- le parole di Boldrini che ha parlato della realtà dei femminicidi da una posizione prestigiosa e necessariamente ascoltata  da tutt*.
L'articolo di Azzaro si sofferma sul modo nel quale viene trattata la violenza alla donne. 
Il titolo, che forse non è neppure dell'autrice, pur tra virgolette sembra imputare alle donne offese e ammazzate una qual certa complicità nell'essere appunto diventate qualcosa che certo non hanno scelto di diventare..
La critica di Azzaro, condivisibile per certi versi, nei confronti della tendenza  a occuparsi soprattutto delle vittime, invece di mettere a fuoco la figura dei loro assassini, il vero problema da affrontare, diventa ben presto una reprimenda della "cultura del dolorificio", secondo la quale le istituzioni politiche del nostro paese, incapaci di affrontare la crisi generale, preferiscono  stabilire un contatto emotivo  "mettersi in relazione sentimentale" col popolo, secondo lei "Oggi prevale la retorica del dolore. La donna vittima, l'elenco delle sfighe".
Anche lei rileva il fatto che nel suo discorso Boldrini non ha fatto cenno alla forza delle donne, al loro valore, ma alla violenza che subiscono, di qui il giudizio negativo sull'ambiguità della parola femminicidio, che secondo Azzaro ripropone la valenza di donne  bisognose di tutela, vittime insomma, indebolendone l'immagine pubblica, invece che affrontare il problema degli uomini assassini.
A parte il fatto che chi è già convinta/o della forza e del valore delle donne non ha bisogno di ribadirlo, qui il problema è la gravità della situazione, che va denunciata, perché si approntino strumenti molteplici, materiali, giuridici, culturali, e fronteggiata.
Forse Azzaro sottovaluta il fatto che è un'emergenza?
Oppure non pensa che si tratta di un fatto culturale innanzitutto, nell'epoca di un patriarcato che si sta sempre più indebolendo, ma resiste con i suoi colpi di coda?
In tal caso è di fondamentale importanza che il reato venga nominato nel nostro apparato giuridico, perché quello che non ha nome non esiste, così è per tutte le cose, crimini compresi.
Deve entrare nella opinione comune come crimine specifico di appropriazione delle donne da parte degli uomini, per le più svariate ragioni, proteggerle, offenderle, ucciderle e, in quanto tale, denunciato e combattuto.



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