Chiacchiera, definizione del Dizionario:
"Conversazione protratta più o meno a lungo, per passatempo o come sfogo a considerazioni e pensieri frivoli o banali oppure malevoli."
Agli inizi del femminismo, negli anni Settanta, quando si tentava di spiegare che cosa fossero le riunioni di presa di coscienza, maturate in breve tempo in riunioni di "autocoscienza", si specificava che non si trattava delle solite chiacchiere di donne al mercato, ai giardini, davanti alle scuole, luoghi frequentati dalle donne e legati al perimetro di attività di vita e di pensiero di molte, con il correlato di sfoghi, lamentele, consolazioni reciproche in situazioni di vita materiale e simbolica che risultavano simili tra loro, ma appunto di analisi di sé in relazione al mondo nel suo complesso, non solo in relazione agli uomini.
Negli ultimi cinquant'anni molto è cambiato, l'ambito di vita e esperienza delle donne si è allargato a tutti gli aspetti e settori della società, il che comunque non esclude l'esercizio della chiacchiera tradizionale, anche se non è più l'unica forma di comunicazione tra donne.
Tutte noi vecchie abbiamo sperimentato da piccole la noia di assistere accanto alle nostre madri alle chiacchiere con amiche, alle loro lamentele, che in qualche caso hanno scatenato dentro di noi desideri di riscattare da adulte la loro figura interiorizzata.
A questo riguardo mi tornano alla mente certe considerazioni di V. Woolf in merito alla scrittura delle donne :
"...poiché un romanzo ha questa corrispondenza con la vita reale, i valori che lo animano sono entro certi limiti gli stessi della vita reale. Ma è ovvio che i valori delle donne molto spesso differiscono da quelli che sono stati inventati dall'altro sesso; è naturale che sia così. Eppure sono i valori maschili a prevalere. Parlando grossolanamente, il calcio e lo sport sono 'importanti', il culto della moda, acquistare vestiti sono 'frivolezze'... Ecco un libro importante, pensa il critico, perché parla di guerra. Quest'altro invece è un libro insignificante perché ha a che fare con i sentimenti delle donne in un salotto."*
Woolf continua a analizzare la posizione delle scrittrici in conflitto tra lo scrivere come scrivono le donne, rimanendo fedeli a se stesse, quindi sorde alle voci ostinate che volevano insegnare loro come scrivere e come pensare, o scrivere come scrivono gli uomini.
Abbandonando la prospettiva letteraria di Woolf, la sua osservazione coglie un punto fondamentale, la gerarchizzazione fatta dagli uomini di valori da loro 'inventati'- calcio e guerra- ritenuti "naturali "e "universali' contrapposti a sentimenti, aspetti del lavoro casalingo, di cura di persone, animali, ambienti, oggetti. Argomenti secondari, anche se sono quelli che permettono il proseguimento della vita umana e animale.
Allora ripensando ai nostri discorsi degli anni Settanta è chiaro che la critica che rivolgevamo non era ai valori in sé, quanto all'accettazione -spesso forzata- della gerarchizzazione e delle convinzioni che questi valori veicolavano: la costrizione delle donne nella sfera prioritaria, perché 'naturalmente femminile', della cura delle funzioni materno-seduttiva, con la libertà di prendersi rivincite nell'ambito degli affetti, senza sottoporre a analisi e mettere in discussione il dato dello scambio sessuo-economico alla base della relazione e responsabile del dominio degli uomini sulle donne.
Lo stato delle cose è per fortuna modificato rispetto allo scenario del quale parla Woolf, 1929, Inghilterra, nucleo della cultura e della società emancipata del nostro Occidente, ma la sua riflessione continua a essere purtroppo quanto mai preziosa.
* Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Milano, 1995, Mondadori
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