venerdì 16 dicembre 2011

Shoà

Ho letto e sentito parlare spesso dell'unicità della shoà, e ho anche sentito rispondere che non sono certo  un fatto isolato la ferocia delle esecuzioni e le torture di massa, nella storia e nel presente. Eppure mi sembra evidente che l'unicità non si misura solo sulla quantità, che peraltro è enorme, o sull'insostenibilità del pensare ai mezzi e alle forme utilizzate per colpire; neppure sul fatto che si sia scatenata anche su vecchi/e e bambini/e, più fragili -almeno così si pensa- degli/delle adulti/e, ma sul fatto che si sia scatenata su una popolazione perché era quella popolazione, sulla base dell'appartenenza a un popolo. Non c'è stato bisogno  neppure di inventare le  bugie giustificatorie che hanno avviato ai lagher  migliaia di persone e le loro famiglie in Unione Sovietica, o altrove.
E' questo che mi ritorna continuamente in testa, senza che possa darmene una ragione, trovare almeno un senso,  per capire, non certo giustificare, e archiviare in qualche modo la questione tra gli orrori umani.
Ma questa operazione mi risulta impossibile..
Così, quando penso  alla Palestina, quando vedo documentari, come recentemente mi è capitato con Hebron, da un lato rimango stordita dal riaffiorare del ricordo della shoà e di che cosa questo significa anche per il più fanatico/a dei/delle coloni/e, dall'altro resto ugualmente stordita dalla ferocia dei loro comportamenti nei confronti delle/dei palestinesi, che comunque non sono responsabili della shoà, ma sono vittime delle conseguenze.

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