sabato 5 novembre 2011

Vecchie riflessioni, quanto mai attuali ancora oggi

Donne di parole


Le parole, la mente
Commenta Virginia Woolf, nel corso di una conversazione radiofonica alla BBC del 1937, avente come tema la lingua inglese:
“ [... ] le parole, se usate con accortezza, sembrano  capaci di  vivere  per  sempre. […] Una  frase  delle  più  semplici risveglia l'immaginazione, la memoria, l'occhio  e l'orecchio.
[…]Questo  potere di evocazione è una fra le  più  misteriose proprietà delle parole.
[…] Le parole sono piene di echi,  di ricordi,  di  associazioni.
[…] Sono tanti  secoli  che vanno girando sulle labbra della gente, nelle case, nelle strade, nei campi. E una delle maggiori difficoltà dello scrivere, oggi, è proprio che le parole hanno accumulato tanti significati, tanti ricordi, hanno contratto tanti matrimoni famosi.
[…] Sono le parole le  più selvagge,  le  più  libere,  le  più  irresponsabili, le meno insegnabili di  tutte  le  cose. Naturalmente si possono acchiappare, scegliere  e mettere  nei  dizionari in ordine alfabetico.
Ma le parole non vivono nei dizionari: vivono nella mente.
[…]E come vivono nella mente? In modo strano e diversificato, proprio come vivono gli esseri umani, andando qua e là, innamorandosi, e accoppiandosi. E’ vero che sono meno legate alle convenzioni, ai cerimoniali  di  quanto  non lo  siamo  noi. Parole  regali  si accoppiano  con  le  borghesi.  Parole  inglesi  sposano parole
francesi, tedesche, indiane, di colore, se viene loro l'uzzolo”.
Il testo della Woolf ci introduce nel cuore delle questioni che intendo affrontare in relazione ad un’analisi di genere della lingua, con i richiami sia all’evoluzione continua delle lingue storico-naturali (in parallelo con le modificazioni materiali e simboliche delle comunità delle/dei parlanti), sia al fenomeno della stratificazione nelle parole non solo di tutti i significati individuali e collettivi attribuiti loro nel corso del tempo, ma anche di tutti gli aspetti soggettivi (fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze) che gli ‘oggetti’ nominati e le loro relazioni evocano nelle/nei parlanti.
La lingua infatti costituisce i “binari” su cui viaggia il nostro pensiero: senza addentrarmi in questa sede nella questione spinosa dell’origine di un sistema così complesso come il linguaggio umano, voglio qui solo ricordare che è ormai tramontata la concezione della lingua come semplice “nomenclatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ciascuno a una cosa ” ( Saussure, cit in De Mauro 1975), o ancora come “repertorio di fedeli immagini della realtà ” (De Mauro 1975), una realtà che risulterebbe ordinata nella mente,già prima di un successivo intervento della lingua. Questa concezione,elaborata per la prima volta da Aristotele, fu ribadita da  molti linguisti fino al secolo scorso, rimase presente e diffusa nella cultura del Novecento, ed è tuttora ancora viva: essa considera il linguaggio come un raffinato strumento di comunicazione di immagini, concetti, emozioni, cioè pensieri, già presenti nell’interiorità delle/degli umane/i, inventato in epoca indeterminata dall’umanità.
Gli studi più recenti nei campi della linguistica, della psicologia, della neurofisiologia e dell’antropologia, hanno invece individuato nella facoltà del linguaggio una vera e propria caratteristica biologica della nostra specie di appartenenza homo sapiens sapiens), nel senso che non è mai esistita mente veramente umana priva di linguaggio: la mente umana è una “mente linguistica”.
Se assumiamo l’ipotesi che il nostro cervello funziona come una “rete continua di nodi e connessioni” allora i nostri pensieri non sono altro che “schemi di attivazione di una rete di entità -i singoli neuroni- che, essenzialmente, possono eccitare o inibire altri neuroni (oltre che stare apparentemente in quiete). [...] Ossia, i pensieri [...] ri-nascono ogni volta che li ri-pensiamo ” (Cimatti, 2002, pp. 74,75).
Questi (ri)pensieri sono per noi possibili proprio in virtù di parole che ci permettono di “accorpare regioni diverse dello spazio quadridimensionale della mente”. Spiega Cimatti: “ nel concetto di ‘fiore’, ad esempio, [...] rientrano conoscenze botaniche, pittoriche, letterarie, storiche e così via, che si trovano riunite sotto questa parola soltanto perché quella parola, come un laccio annodato, le tiene unite”(Cimatti, 2002, p. 76). E conclude: “Quel concetto esiste soltanto perché esiste la parola che tiene unite le sua svariate componenti e lo differenzia dagli altri concetti/parole; quel concetto è tutt’uno, quindi, con il significato della parola ‘fiore’”( Cimatti, 2002, p. 76).
Senza linguaggio, dunque, nessun concetto: il linguaggio si rivela come quella potentissima funzione di organizzazione della nostra mente, dote specifica ed esclusiva della specie umana.
A conferma indiretta di questa ipotesi, vanno ricordate le ricerche condotte sui cosiddetti “bambini selvaggi”, vissuti dalla nascita in condizioni di isolamento dagli umani. Questi studi documentano che, anche se accuditi in tutti i modi, essi non imparano più una lingua quando abbiano superato, nella condizione di isolamento, un certo periodo di maturazione psicofisica (ricordo che le/gli psicologhe/i collocano l’acquisizione delle lingue in un arco di tempo mediamente compreso tra i dodici e i ventiquattro mesi, contemporaneamente all’identificazionbe di genere) e che sono destinati a morire presto, essendo mancato loro un elemento vitale: la possibilità di realizzare la insostituibile caratteristica di specie, rimasta in loro solo potenziale ( Cimatti, 2002, Hagège, 2002).
Le lingue storico-naturali, quindi, hanno una duplice funzione: da un lato rispecchiano l’ordine culturale e sociale delle/dei parlanti; dall’altro danno forma alla concezione del mondo di costoro, perché determinano le categorie di percezione e classificazione della realtà. Le lingue, infatti, non registrano proprietà intrinseche della natura, bensì categorie che proprio in esse si sono formate e che sono state proiettate dalla mente poi sulla natura; le stesse distinzioni che noi percepiamo tra “oggetti e eventi” (Miller, cit. in De Mauro, 1975) esistono per noi perché abbiamo nella nostra lingua nomi specifici atti a indicarle, ma l’appartenenza a una serie o all’ altra non è universale, dipende dalla formulazione che ne danno le diverse lingue.
Inoltre, prosegue Miller, “[...] in genere [...] il possesso di un nome accentua la riconoscibilità dell’oggetto. Dobbiamo ad A. Lehmann (1889) la prima dimostrazione sperimentale di questo fatto. Egli trovò che se ad alcuni soggetti si insegnava a designare con indici diversi nove diverse sfumature di grigio, essi potevano riconoscerle con maggiore precisione. Con soggetti che non avevano imparato gli indici distintivi, i risultati non superarono quelli ottenibili casualmente . Si faceva distinzione tra le varietà di grigio solo in relazione al possesso degli indici verbali” (cit. In De Mauro, 1975).
La funzione modellizzante della lingua fa sì dunque che le rappresentazioni sociali in essa sedimentate si traducano, a livello del senso comune, in forme ritenute obiettive di conoscenza.

Donne e lingua: dall'ottica emancipazionista allo sguardo di genere:

Signora maestra come si forma il femminile?”
Partendo dal maschile: alla ‘o’ finale si sostituisce semplicemente
una 'a'”
“Signora maestra, e il maschile come si forma?”
“Il maschile non si forma, esiste”( Diotima, 1987)

Le lingue storico-naturali sono dunque i luoghi in cui si costituiscono le soggettività delle donne e degli uomini, perché sono, come abbiamo visto, i depositi collettivi di valori, di giudizi su ciò che bello o brutto, giusto o ingiusto, naturale o innaturale, di idee e di comportamentï sui quali ci formiamo a partire dal nostro ingresso nel mondo.
Un certo modo di parlare, appreso fin dalla prima infanzia, e, in quanto tale, percepito comunemente come un fatto naturale, e non storicamente determinato, diventa per automatismo un certo modo di pensare.
Le lingue, allora, sono anche i luoghi della codificazione dei ruoli sessuali nelle diverse culture e società, ruoli vissuti come naturali e quindi spesso ritenuti immutabili, proprio perché appresi dalla e nella lingua materna; intendo riferirmi all’insieme di qualità, di caratteristiche psicofisiche, di disposizioni d’animo, di atteggiamenti, di modelli di comportamento, di aspettative e di sentimenti ai quali dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali, secondo i canoni delle relative educazioni di genere.
Allo stesso modo, gli stereotipi sedimentati nelle lingue ( in relazione anche ad altre componenti discriminatorie oltre al sesso, quali l’appartenenza a certe etnie, la pratica di determinate religioni e mestieri) agiscono nel profondo delle/dei parlanti, trasformati in vere e proprie rappresentazioni culturali e sociali, fatte proprie, a volte a livello inconsapevole, dai/dalle parlanti/pensanti.
Norme e raccomandazioni non servono a modificare modi di pensare e conseguenti comportamenti collettivi e individuali, a meno di intervenire sull’organizzazione semantica profonda sottesa a - e riproposta da - quei modi di espressione considerati tutt’al più superficiali e superati nei fatti.
Nel percorso dall’invisibilità alla visibilità, avviato da molte donne nel campo sociale, culturale e politico, la lingua e l’ordine del discorso sono stati tra i primi elementi con cui dover fare i conti (Perrotta Rabissi, Le parole…,1991).
Le prime analisi sugli stili di comunicazione orale e scritta femminili sono state condotte prevalentemente con gli strumenti della psicosociologia, a partire dagli anni Sessanta e in area anglofona e francofona, con lo scopo di promuovere l’autolegittimazione delle donne e la legittimazione sociale ad una presa di parola, soprattutto pubblica, che avesse pari dignità rispetto ai discorsi degli uomini. Rientrano in questo ambito gli studi su una presunta ‘lingua delle donne ’, una ‘lingua al femminile ’ (Perrotta Rabissi, 1998), che si proponevano di indagare - e contribuire a rimuovere - i tratti considerati penalizzanti, in termini di insicurezza e subalternità, rintracciabili nei comportamenti linguistici di molte donne, particolarmente nelle situazioni di interazione con gli uomini; salvo poi riconoscere che questi tratti, ben lontano dal costituire specificità femminili, caratterizzano gli/le individui/e subalterni/e in interazione con individui/e dominanti, nella varietà dei contesti comunicativi; indipendentemente, quindi, dal sesso di appartenenza
La ricerca si è quindi orientata verso l’indagine sulla struttura della lingua e sul livello simbolico che essa organizza ed esprime ( Codognotto e al., 1991).
Anche la lingua italiana, come molte altre, rivela nella sua struttura di senso e funzionamento un alto grado di androcentrismo, perché prevede un solo soggetto di pensiero e di discorso, apparentemente privo di determinazioni materiali e sensibili, quindi astratto e asessuato, e in quanto tale universale, adatto cioè a rappresentare sia gli uomini che le donne, in realtà strutturato secondo modalità ascritte, nella nostra cultura, al maschile.
Rimando, per quanto riguarda l’Italiano, per eventuali approfondimenti del discorso, agli studi di Patrizia Violi che nella categoria del  genere grammaticale, presente nelle lingue indoeuropee, in quelle semitiche e in altre, ha ravvisato il segno di una precocissima simbolizzazione della differenza sessuale, inscritta nelle lingue attraverso un doppio movimento: di cancellazione del femminile (la forma base dell’essere, fondante, è il maschile), e, successivamente, di reintroduzione del femminile come variante, nel senso di “diverso da/”, che nello sviluppo dei processi sociali e culturali è slittato semanticamente in “ contrario di/”.
Così se il maschile assume la connotazione della razionalità, del logos, della capacità di astrazione, il femminile diventa a contrariis il segno dell’irrazionalità, dell’emotività, il luogo dove viene confinato tutto quello che ostacola il percorso lineare dell’ umanità verso la conoscenza. Ne consegue la sua svalorizzazione in rapporto alla produzione del pensiero e delle sue forme discorsive, parallela alla sua enfatizzazione nel presunto contatto empatico con la natura e la riduzione della sua specificità e complessità alla sfera del corporeo, del sensibile-materiale.
La natura androcentrica della lingua si manifesta, ad esempio, nell’ uso del maschile, come neutro universale, per rappresentare entrambi i sessi; il che rende invisibili le donne reali e concrete, occultando sia la loro presenza che la loro assenza dai processi della vita sociale, politica e culturale, del passato e del presente (Sabatini, 1987)
Voglio qui richiamare l’attenzione sulle conseguenze di questa asimmetria tra maschile e femminile per l’economia psichica delle/dei bambine /bambini nel processo di individuazione di sé e di costruzione della propria soggettività: autosvalutazione da parte  delle bambine a cui corrisponde peraltro un’ altrettanto negativa sopravvalutazione di sé da parte dei bambini.
Una prova piccola, ma significativa, del fatto che l’asimmetria linguistica sottende una profonda asimmetria di valore si ha quando si provi a utilizzare un femminile generico per rappresentare anche i maschi: è infatti accettato -naturale?- da una ragazza all’esame di stato un modulo scolastico che la definisce ‘il candidato’, ma non è accettato da nessuno studente un modulo che lo definisca ‘la candidata’; non solo questo risulterebbe impensabile, perché inconsueto, ma anche offensivo.
Le bambine e le donne, quindi, nella propria vita dovranno spesso fare i conti non solo con gli eventuali vincoli sociali opposti alla propria piena realizzazione e autodeterminazione, ma anche e soprattutto con le proprie schiavitù interiori, indotte dalla fragilità dei sentimenti di autostima e di stima per le donne in generale, interiorizzata attraverso le rappresentazioni depositate nella lingua.
Questa svalorizzazione costituisce il primo gradino verso la strutturazione psichica della dipendenza dagli uomini.
Anche nelle lingue in cui appare superata la distinzione in generi grammaticali, ad esempio l’Inglese, si assiste a fenomeni di attribuzione “di ruolo femminile ai termini ‘nurse’, ‘secretary’, ‘prostitute’, ‘virgin’, e maschile a ‘surgeon’, ‘pilot’, ‘taxi driver’ “(Niedzwiecki., 1993).
Ripropongo, a titolo esemplificativo, alcune osservazioni tratte dagli studi di Alma Sabatini sulle principali dissimmetrie dell’Italiano e rimando al lavoro della Niedzwiecki per una panoramica sulle iniziative di ricerca e di politiche culturali, avviate nell’ambito dell’Unione Europea negli ultimi decenni del secolo scorso, per contrastare gli stereotipi linguistici sessisti presenti nelle principali lingue dell’Unione.
Per quanto riguarda il campo grammaticale, segnalo le dissimmetrie relative alle professioni, che sono ancora prevalentemente declinate al maschile, anche se negli ultimi tempi hanno fatto registrare una notevole presenza femminile (un esempio per tutte/i: l’area della scuola, insegnanti e studenti). Mentre per i mestieri esiste la regolare distinzione cameriere/cameriera, parrucchiere/parrucchiera, contadino/contadina, maestro/maestra, suonano male e non vengono usati i termini: ingegnera, dottora, ministra, per indicare le donne che esercitano tali professioni, termini che sarebbero autorizzati dalla morfologia dell’Italiano.
Per quanto riguarda, poi, il campo semantico, accenno soltanto al diverso significato che assumono alcuni sostantivi e aggettivi se riferiti a uomini o a donne: serio/seria, buono/buona, segretario/segretaria, maestro/maestra, pubblico/pubblica, onesto/onesta.
Salta all’occhio, in questo caso, il richiamo costante ad un ordine simbolico che ha confinato le donne nell’ambito della natura, del corpo, della sessualità, della riproduzione biologica e sociale, del privato affettivo-familiare come ambito proprio e prioritario, escludendone contemporaneamente gli uomini, confinati a loro volta nella ‘mascolinità’.
Di qui, allora, la necessità, che credo ineliminabile nel tempo breve, del raddoppio, cacofonico e apparentemente ridondante, delle desinenze femminile e maschile di sostantivi e aggettivi, e del raddoppio degli articoli che precedono i sostantivi invariabili (le/gli studenti, le/gli insegnanti, le/gli presidenti...), per dare concreta visibilità ai due soggetti.
Azione, quest’ultima, tanto più importante nella fase attuale, in quanto “oggi che l’idea di parità sta facendo traballare la certezza del neutro universale, altrove, nel sociale, il neutro, la neutralizzazione dei problemi, è diventata la regola. In effetti, la fine di un diritto di protezione per le donne si è tradotta con l’univocità delle rappresentazioni: non ci sono più ragazze madri né madri nubili, ci sono delle famiglie monoparentali e dei genitori isolati. La violenza dei giovani, la pedofilia, il tempo parziale e altre realtà sociali si declinano al neutro quando esse concernono soprattutto un sesso o l’altro. [...] Nell’ora della parità, è il sociale che usa il neutro universale per nascondere la disuguaglianza” (Fraisse, 2000, p. 20).
Altrettanto importante è quindi la scelta, ove possibile, di preferire termini che indichino i soggetti reali e sessuati, rispetto a quelli astratti e neutralizzatori : bambine e bambini, invece che infanzia, uomini e donne invece che umanità o persone (Perrotta Rabissi e Perucci Maria Beatrice, Linguaggiodonna 1991).
Anche se non è possibile modificare nell’immediato, e con semplici atti volontaristici, le strutture e i meccanismi di funzionamento di un sistema così complesso come la lingua, l’adozione di dispositivi che segnalino le dissimmetrie tra maschile e femminile aiuta a contrastare il fenomeno dell’ inerzia linguistica e quindi mentale di donne e uomini e abitua le/i parlanti alla continua consapevolezza che i soggetti del discorso sono due. Sono convinta che quest’attenzione contribuisce concretamente a rimuovere le forme di discriminazione delle donne che risiedono soprattutto nell’ordine simbolico.

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