lunedì 16 luglio 2012

Scritture antipatiche 2. Agota Kristof e Alice Ceresa esiliate nelle lingue


"All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali erano quella lingua" (Agota Kristof, L’analfabeta. Racconto autobiografico).

"Mi è dunque successo di nascere, per così dire, già emigrata" (Alice Ceresa, Overleft, novembre 2011).


Ho intitolato l’articolo Scritture antipatiche 2 per collegarmi a un mio precedente articolo, pubblicato su “Overleft” nel novembre del 2011, dal titolo Le bambine di Alice Ceresa, articolo al quale si sarebbe adattato bene il titolo Scritture antipatiche 1: è in quell’occasione infatti che ho utilizzato l’espressione per la prima volta, riferendola alla scrittura di Ceresa, quando osservavo che ero rimasta affascinata dalla raffinatezza di quella scrittura antipatica, un po’ respingente.


Questa caratteristica credo che spieghi lo scarso successo sia delle opere di Ceresa che di Agota Kristof in Italia, in netto contrasto con la notevole stima da parte di critica e di pubblico all’estero.


A Kristof sono stati assegnati premi letterari in tutta Europa, i suoi tre romanzi più conosciuti, scritti tra il 1986 e il 1991, Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna, riuniti dall’editore italiano sotto il titolo Trilogia della città di K, sono stati tradotti in 33 lingue, compresi il cinese e il giapponese, ma sono passati quasi inosservati in Italia.


Simili sono gli aggettivi e le espressioni impiegate dai recensori e dalle recensore delle opere di Ceresa e Kristof: scrittura asciutta, essenziale, scarna, aspra. Nel caso di Kristof poi si parla di “scrittura fredda”, “penna lucida e glaciale”, “scrittura chirurgicamente precisa”, per nulla compiacente, che non lascia possibilità di salvezza né ai personaggi delle storie, né al lettore o alla lettrice


Kristof evita gli aggettivi, persegue una scrittura asentimentale, che rimuova l’amore e le emozioni a esso legate, trappole da cui tenersi lontano nella vita come nella scrittura.


La sua scelta poetica è adatta alla particolare circostanza nella quale si trova a scrivere, l’adozione di una lingua nemica. Agota si attiene al consiglio, datole durante un corso di francese per principianti frequentato dopo anni di permanenza in Svizzera, di usare frasi concise e semplici sintatticamente; in quell’occasione all’insegnante che le chiede il perché della frequentazione di un corso simile lei risponde che è analfabeta.


Il particolare contesto espressivo nel quale opera si è intrecciato con il suo principio estetico, rafforzandolo.


Il senso di fastidio e quasi antipatia provocato da queste scritture, che pure ti afferrano alla gola e, senza concederti una pausa o un barlume di consolazione , alla fine della lettura ti lasciano stremata, è forse accentuato dallo stereotipo che attribuisce alle scritture a firma di donna la predominanza di temi legati alle passioni e all’amore, stereotipo ancora vivo malgrado i numerosi esempi che lo smentiscono.


Penso ad altre due autrici le cui opere appartengono, credo a buon diritto, alla categoria di scritture antipatiche: Elfriede Jelinek (austriaca) e a Magda Szabò (anche lei ungherese).


Le opere di queste scrittrici divergono decisamente rispetto al sentire comune e possono essere definite scritture antipatiche proprio perché disattendono le aspettative create dall'accoppiata donne e sentimenti.


Forse perché tutte e tre le autrici, Jelinek, Kristof e Szabò hanno vissuto vite cariche di sofferenze per ragioni personali e politiche, forse perché sono nate nell'area della medesima cultura austroungarica e hanno conosciuto fin dall'infanzia situazioni sociali e familiari fortemente repressive delle libertà individuali e collettive, la loro narrativa rovescia completamente l'immagine romantica del binomio donne e sentimenti, mettendo a nudo la realtà di ipocrisie e violenza sottesa ai rapporti cosiddetti d'amore, prima di tutto familiari, tra genitori, spesso madri e figli/e, mariti e mogli, amanti, poi sociali, tra amici e conoscenti.


Per tornare a Ceresa e Kristof va anche detto che hanno vicende personali molto simili: entrambe hanno vissuto in Svizzera, Ceresa vi nacque e visse nella prima parte della sua vita, prima di trasferirsi a Roma, Kristof (nata in Ungheria il 30 ottobre del 1935 e morta a Neuchâtel il 27 luglio del 2012) vi approdò a 21 anni, quando, sposata e con una bambina di quattro mesi, fuggì davanti all’invasione sovietica del 1956, a causa del marito, impegnato in politica. Non gli perdonerà mai di averla costretta all’esilio dalla famiglia, dagli amici, dalla sua terra e soprattutto dalla lingua materna, nella quale aveva cominciato a scrivere fin da bambina poesie e brevi sceneggiature, organizzate intorno a sentimenti e emozioni, che Kristof metterà irrevocabilmente al bando negli scritti da adulta.


In una delle ultime, e poche, interviste rilasciate, Kristof commenta che sarebbe stato meglio che il marito avesse sopportato un paio di anni di carcere, piuttosto che costringerla a abbandonare l’Ungheria. C’è da osservare che si sposò a diciannove anni con uno dei suoi professori, il marito appunto, che tra l’altro le aveva impedito di continuare gli studi a Budapest.


La sua opinione sulle vicende politiche che hanno determinato la sua vita si riassume nel concetto che il comunismo era una buona idea, realizzata male, e che il capitalismo è anche peggio.


Ceresa e Kristof vivono dunque una situazione personale simile per eccentricità e spaesamento familiare e affettivo, che entrambe identificano nell’abbandono forzato della lingua materna, poiché esse riconoscono l’appartenenza linguistica come l’unica appartenenza che le coinvolge nei riguardi del proprio paese d’origine.


Osserva Ceresa in un’intervista: “Le mie esperienze infantili mi hanno convinta che una lingua è la persona nella sua interezza […] A ogni lingua immagino il suo genere di persona […] Ho il profondo e ottuso convincimento che le appartenenze al proprio paese siano di natura essenzialmente linguistica.” (Alice Ceresa, Overleft, novembre 2011).


Forse è anche questa la ragione del ricorso sovente della figura del doppio nella loro narrativa.


Entrambe si trovano a lottare fin da giovanissime per liberarsi dai vincoli interiori e dagli ostacoli economici e sociali che impediscono loro di raggiungere la propria autonomia; dopo averla conquistata, a prezzo di sacrifici e rinunce, scelgono la condizione di marginalità e isolamento sociale rispetto alle comunità letterarie del loro tempo. Hanno concezioni analoghe riguardo alla scrittura letteraria, che costituisce per entrambe l’amore della vita (Kristof cita anche le due figlie e il figlio come amori della sua vita, gli uomini no, l’hanno fatta troppo soffrire); scrivono poco, perché rispettano il proprio lavoro di scrittrici. Ceresa dichiara che ha scritto poco e avrebbe voluto scrivere ancora meno, Kristof risponde così a una domanda rivoltale in un’intervista del 2005: “Io non scrivo più. Non mi interessa pubblicare.? Se non avessero ritrovato questi? testi [vecchi inediti, che l’editore volle comunque pubblicare, e ora presenti in una breve raccolta intitolata La vendetta] non avrei consegnato niente? agli editori per altri dieci anni. D’altra?parte, mi sembra di aver pubblicato abbastanza” (Per la signora ‘fa sempre lo stesso’, Intervista con Agota Kristof, scrittrice di esilio, dolori e parole scarne, Anno X, numero 54 – p. VII, “Il foglio quotidiano”, sabato, 5 marzo, 2005).


Tuttavia le maggiori somiglianze tra le due autrici consistono, secondo me, nella relazione che entrambe intrattengono con la/le lingua/e.


Agota ricorda spesso di essersi sentita espatriata ed esule in lingue nemiche: il tedesco, che dovette imparare col trasferimento all’età di nove anni in una piccola città di confine tra Ungheria e Germania dove il tedesco era parlato dalla maggioranza degli abitanti; il russo imposto nelle scuole dopo la seconda guerra mondiale, il francese, che resta la lingua dell’esilio, anche scelta anche per la scrittura, pena la rinuncia all’ungherese al suo arrivo in Svizzera. Fino alla fine dei suoi giorni si rammarica di non conoscere bene il francese, pur avendolo scelto come lingua della sua scrittura, scelta che le costa però cinque anni di silenzio letterario, uno dei peggiori periodi della sua vita.


Ceresa, d’altra parte, scrive nella sua nota biografica: “sono nata già emigrata […]. La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale (giochi, asilo infantile e prime classi elementari) in tedesco” (Overleft, novembre 2011).


Un ultimo elemento di somiglianza tra le due autrici è il ricorso alla narrazione con una tecnica cinematografica, sia in Bambine di Ceresa sia ne La terza menzogna di Kristof.




“La voglia di scrivere verrà più tardi, quando si sarà rotto il filo d’argento dell’infanzia” (Agota Kristof, L’analfabeta)


In Kristof l’altro grande tema associato alla lingua materna è l’infanzia; nei brevi undici quadri che compongono l’autobiografia,L’analfabeta, richiestale da una rivista, Kristof scrive di un’infanzia serena, nonostante difficoltà economiche e politiche della famiglia, racconta dei rapporti di giochi e scherzi con i due fratelli, uno minore e uno maggiore, e molto della sua passione per la lettura, che era iniziata a quattro anni.


Proprio due bambini sono i protagonisti de Il Grande quaderno, il primo romanzo della Trilogia, che, quando fu pubblicato nel 1987, fu dichiarato Livre Européen e proposto come libro di lettura nelle scuole francesi, nonostante le polemiche per la sua crudezza.


Due gemelli, dell’approssimativa età di sei anni, sono affidati temporaneamente dalla madre alla nonna, anaffettiva e avara, che vive in miseria in un cascinale squallido e sporco; i bambini sono colti, sensibili, intelligenti e educati, nei due anni successivi dovranno disimparare tutti i valori fino allora acquisiti per sopravvivere agli orrori, all’imbarbarimento progressivo del piccolo mondo nel quale vivono, agli inganni e alle violenze degli adulti.


Il grande quaderno è quello sul quale i fratelli annotano quello che vedono, solo i fatti, senza commenti o interpretazioni, nell’intento di proseguire gli studi da autodidatti dedicandosi all’esercizio di composizione, in attesa del ritorno della madre.


Non sono indicati né luogo, né tempo, ma si comprende che è un tempo di guerra, la narrazione è affidata alle scritture diaristiche di Luca e Claus.


Il grande quaderno è un romanzo di formazione dei nostri tempi di -bambini in guerra-, di un’educazione capovolta, realizzata attraverso le tappe forzate di esperienze crudeli, ed esercizi appositi che i due gemelli si impongono per diventare insensibili al freddo, alla fame, alla paura, al dolore, alle percosse.


E’ un racconto che si potrebbe definire gotico, secondo la categoria messa a punto da una tendenza critica anglosassone, che rintraccia nelle scritture a firma di donna molti segni dell’orrore introiettato nell’esperienza di vita di molte donne.


Un racconto costituito da capitoli brevi: mancano quasi completamente gli aggettivi, le frasi sono sintatticamente ridotte e taglienti, come sanno essere le frasi dei bambini, prive di artifici retorici e di echi suggestivi.


La città è presso un confine, i bambini annotano che le persone parlano a volte lingue strane, straniere.


Numerosi sono i riferimenti autobiografici, ad esempio negli scherzi organizzati dai gemelli, che non perdono mai il gusto per la vita e la disposizione al gioco, scherzi che prendono spunto da quelli inventati da Agota bambina con il fratello maggiore, spesso a danno del minore.


Il romanzo si conclude con la morte del padre, che era andato a trovarli, e che viene aiutato da loro a fuggire passando il confine, ma indotto consapevolmente a attraversare un campo minato che deflagra sotto i suoi piedi, perché uno dei due possa a sua volta superarlo incolume. Essi sopravviveranno dunque opponendo la ferocia conquistata alla ferocia del mondo circostante. L’educazione al contrario è pienamente riuscita.


Il secondo romanzo, La prova, narra la vicenda della separazione tra i due gemelli.


Lucas è il fratello rimasto a occuparsi dell’orto, dopo la partenza di Claus; in seguito all’abbandono da parte del fratello è caduto in profonda depressione, dalla quale esce con l’aiuto dell’ortolano e del curato, con cui inizia a giocare a scacchi la sera.


Un giorno incontra poco lontano da casa, sul ponticello costruito anni prima col fratello, una giovane donna con un bambino che piange, voleva annegarlo ma non ce l’ha fatta; è vittima della censura sociale dal momento che il piccolo è figlio del padre di lei, arrestato per l’incesto. Sapremo alla fine che il padre è stato ucciso in carcere dai compagni di detenzione.


Lucas si prende cura di entrambi, ha qualche sporadico rapporto sessuale con la ragazza, ma ama solo il bambino, Mathias, che considera quasi figlio suo.


La piccola città dove vive Lucas presenta il degrado e la desolazione di un paese occupato, in mano ad un regime repressivo, l’unica salvezza è la scrittura .


Un giorno la giovane donna parte, lasciando Mathias a Lucas, il bambino è sempre più intelligente, ma quando comincia a frequentare la scuola è fatto è oggetto di scherzi crudeli, percosse (bullismo?) da parte dei compagni di classe, tuttavia non vuole rinunciarvi.


Lucas, che nel frattempo ha rilevato la cartolibreria di un amico, organizza una sala di lettura per bambini, perché si abituino a Mathias, e lo rispettino, ma il bambino è diviso tra l’attesa del ritorno della madre e l’amore per Lucas, un amore che diventa sempre più insidiato dalla gelosia e dal possesso, finché, non reggendo più la situazione, il bambino si uccide, finendo, piccolo scheletro, nell’armadio che contiene già gli scheletri della madre di Claus e Luca e della loro sorellina, morta insieme alla madre, dopo aver affidato i gemelli alla nonna.


Nel frattempo fallisce il tentativo degli abitanti della città di liberarsi dall’oppressione tirannica, si verificheranno deportazioni e massacri.


Al compimento dei trent’anni Lucas sparisce dal paese, un amico custodisce la casa e la cartolibreria, in attesa del suo ritorno; qualche tempo dopo invece si presenta Claus in cerca del fratello, è scambiato per Lucas.


In un’occasione mostra il grande quaderno che ha tenuto con sé, che però sembra scritto in un tempo molto recente, non certo anni prima e, soprattutto, con la grafia di un’unica mano, non certo di due.


Quando si comincia a dubitare di tutto quello che si è letto nel grande quaderno - invenzione? ricostruzione allucinata di uno dei due gemelli? - si legge La terza menzogna, nella quale ci si trova di fronte a un ribaltamento totale di situazioni, a cominciare dalla scrittura, il racconto è scritto in prima persona singolare, e non in terza come La prova, o in prima plurale e in forma di diario come Il grande quaderno, i capitoli sono più lunghi, la scrittura più realistica.


L’io narrante è un uomo di cinquant’anni, scrive mentre è in prigione, è alcolizzato, gioca a scacchi con l’ufficiale della prigione e a carte con la guardia, ricorda che proprio un anno prima ha avuto conferma della sua cardiopatia, ma continua ugualmente a bere e fumare. E’ tornato nella città dell’infanzia, afferma di aver trascorso la maggior parte del tempo nell’ospedale della grande città paese dove si era trasferito da bambino. Riconosce molti luoghi, parla di un fratello, ma a volte nega che sia mai esistito, parla della vita in ospedale, dei bombardamenti, del suo handicap fisico, della vecchia che lo accudì quando uscì dall’ospedale, una vecchia che egli imparò a chiamare Nonna.


Ricompaiono tutti i personaggi de La prova, ma tutti ricoprono ruoli diversi nella costellazione dei rapporti intrattenuti dal protagonista; la ricostruzione dei fatti è sdoppiata: non troppo diversa da quella che abbiamo letto nei due romanzi precedenti, ma neppure la stessa; l’effetto è spaesante.


Ritornano anche episodi de Il grande quaderno, personaggi considerati morti sono in realtà ancora vivi, altri dei quali non sappiamo nulla compaiono all’improvviso, sono ricordati i luoghi, ma sempre secondo l’ottica sdoppiata, tutto procede per flashback, all’insegna di scambi di nomi e di personaggi, tutto appare menzogna.


Menzogna negli affetti, nei ricordi, nelle ricostruzioni: non c’è salvezza per nessuno, adulto o bambino, uomo o donna.


Si comprende meglio come Kristof abbia rimpianto fino alla fine dei suoi giorni il lieto fine, da lei vivamente sconsigliato, voluto da Soldini nella trasposizione cinematografica del romanzo Ieri, pubblicato nel 1995. Un romanzo di natura autobiografica sulle difficoltà e la disperazione di un gruppo di esuli fuggiti dall’Ungheria in Svizzera al momento dell’invasione sovietica; il lieto fine del film Brucio nel ventoche comporta il trionfo dell’amore, è vissuto da lei –e giustamente-come un tradimento della sua opera.


Questo testo è pubblicato in Overleft. Rivista di culture a sinistra, www.overleft.it


Opere tradotte in italiano


Quello che resta [il futuro Il grande quaderno], Milano, Guanda, 1988.


La prova, Milano, Guanda, 1989.


Trilogia della città di K. [Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna], Torino, Einaudi, 1998


La chiave dell'ascensore. L'ora grigia, Torino, Einaudi, 1999


Ieri, Torino, Einaudi, 2002


La vendetta,Torino, Einaudi, 2005


L'analfabeta. Racconto autobiografico, Bellinzona. Casagrande, 2005.


Dove sei Mathias?, Bellinzona, Casagrande, 2006

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