mercoledì 18 luglio 2012

Scritture antipatiche 1. Bambine di Alice Ceresa

Alice Ceresa, scrittrice eccentrica sia per vita che per scrittura, in un suo romanzo dal titolo Bambine analizza in modo lucido e ironico i ruoli, nella loro codificazione istituzionale, interni alla famiglia, svelandone la natura di gabbia immobilizzante e, alla lunga, distruttiva per adulti e bambini. In questo articolo si dà un breve resoconto della sua passione per la scrittura e inoltre una lettura del romanzo in questione.
Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé affronta il tema del rapporto tra donne e  letteratura analizzando le opere di alcune autrici inglesi. La conclusione del saggio, costituito dal testo di due conferenze, la conosciamo: è necessaria prima di tutto l’autonomia economica (una rendita anche minima, e una stanza con serratura e relativa chiave, così che possa essere chiusa dall’interno) “per raggiungere quella libertà intellettuale dalla quale nascono le grandi opere”.
Solo con l’autonomia economica, dunque, si potrà disporre dell’indipendenza di giudizio che, insieme alle capacità e sensibilità necessarie a qualunque artista, donna o uomo che sia, permette ad una mente umana di “consumare tutti gli ostacoli” fino al loro dissolvimento, per divenire "incandescente".
Woolf parla di dissolvimento degli ostacoli, ma l’immagine dell’incandescenza della mente evoca piuttosto la fusione in un crogiolo, nel quale i metalli mediante il calore mutano il loro stato abituale, non si dissolvono, piuttosto si purificanoallora forse l’espressione si può anche intendere come governo di emozioni come la paura, l’odio, il risentimento, il rancore che nel crogiolo, al pari dei metalli, si purificano degli elementi estranei alla dimensione artistica -quali il contingente e lo strettamente individuale - per permettere una scrittura specificamente letteraria.
Grazie a questo criterio di valutazione  Woolf  distingue tra le scrittrici quelle che usano la penna e quelle che usano il piccone.
Mi ha colpito questa metafora potente, nell'immediato mi sono trovata d'accordo nel preferire la penna, ma l’immagine evocata dal piccone  - vale a dire di uno strumento che demolisca   idee consolidate,  fantasie sedimentate nelle menti di donne e uomini, attese, valori, giudizi, e le strutture  sociali e culturali che in qualche modo li riflettono e concorrono a determinarli- mi corrisponde nel profondo, quindi il piccone non mi appare come un elemento del tutto negativo, quando però si accompagni ad uno stile di scrittura specificamente letteraria.
Alice Ceresa unisce la forza demolitoria del piccone a una singolare raffinatezza di scrittura, caratterizzata da una prosa scarna, spoglia e tagliente, che  lei stessa ama definiremicidiale; uno stile asciutto, ravvivato da un’ironia che spesso sconfina in sarcasmo, punteggiato da innovative soluzioni sintattiche, dall’ uso di registri spesso imprevedibili per l’argomento trattato e di neologismi spaesanti; uno stile dalla notevole potenza evocativa. In questo modo viene accentuata  la ‘distanza’ tra l’autrice e la materia narrata, a garanzia del governo di ostacoli "odio, amarezza, paura, proteste, prediche" (Woolf) che nuocerebbero all’opera.
Ceresa ha lottato a lungo per conquistarsi l'autonomia economica che le permettesse di dedicarsi alla scrittura. Nasce a Basilea il 25 gennaio del 1923, è originaria di Cama, in Mesolcina, è figlia di un impiegato delle ferrovie; il padre l’avvia a studi economici, che abbandonerà a 17 anni a causa della sua passione per la letteratura e le lingue. La famiglia non la sostiene economicamente nella sua scelta e lei va a lavorare in diverse città della Svizzera per mantenersi agli studi, vivendo in condizioni di miseria. Toccanti le lettere che scrive alle amiche che cercano di aiutarla, per il quadro di  precarietà economica che ne risulta.
A vent’anni anni scrive :
Mi sono appena installata in una minuscola camera, simpaticissima e sconquassatissima. […] Lavoro in redazione, spedizione di libri, bauli, valigie, storie di soldi, orari, tappe nel viaggio - ed infine la reazione di me povera provinciale, piombata dalla beatitudine bellinzonese in una specie di giostra a ritmo accelerato" .
Siamo nel 1943 e nello stesso anno viene pubblicato il suo primo racconto su una rivista di Locarno,  racconto intitolato Gli altri, che le fa vincere un premio letterario.
Circa un mese dopo scrive, sempre alla stessa destinataria, una psicologa conosciuta poco prima, che si prende a cuore la sua sorte:
"Ho bocciato gli esami (scritti, di francese) e adesso devo vendere la macchina da scrivere per poter restare ancora qui fino alla fine del mese, perché sto scrivendo. Dopo andrò a Berna dove mi cercherò qualche posto d'ufficio per due mesi, ed in ottobre andrò a Basilea dove i prof. hanno deciso di immatricolarmi senza esami per "meriti speciali".[…] Per fortuna dopo potrò andare a Basilea all'Uni - altrimenti non avrei certo né la forza né il coraggio d'andarmi a snervare ed incretinire due mesi in un ufficio!"
Ceresa si trasferisce a Roma nel 1950, chiamata da Silone, che ha conosciuto fuoriuscito a Zurigo, insieme a Franco Fortini e Luigi Comencini, come collaboratrice della rivista “Tempo presente”, entra alla casa editrice Longanesi come lettrice.
La sua opera più conosciuta, e molto apprezzata dai e dalle letterati/e del tempo  è  il romanzo "La figlia prodiga", pubblicato  da Einaudi nel 1967, con il quale vince il Premio Viareggio.
Nel 1979 pubblica il racconto La morte del padre, mentre nel 1990, sempre per Einaudi, Bambine, che ebbe un buon successo di critica.
Molteplici sono i piani di lettura delle poche opere narrative  lasciateci, vari i suoi percorsi  di ricerca e quindi di interesse per  noi, a cominciare da quello del rapporto con le lingue.
Afferma infatti in un’intervista pubblicata su un numero di Tuttestorie:
"Mi è dunque successo di nascere per così dire già emigrata. Come spesso succede nella Svizzera quadrilingue, la mia famigliola di lingua italiana si era trasferita nella Svizzera tedesca, dove io appunto venni al mondo. Per cui, benché a casa si parlasse la nostra lingua, la vita intorno a noi si svolgeva nell'altra. E così immagino che ho incominciato a capire quanto si diceva, e a parlare, in due lingue contemporaneamente senza nemmeno rendermene conto. I bambini sanno sopportare questo ed altro. La mia vita privata si svolgeva in italiano, la mia vita sociale (giochi, asilo infantile e prime classi elementari) in tedesco. Non ricordo traumi e difficoltà apparenti, direi anzi che la cosa mi sembrava normalissima. Le complicazioni incominciarono quando la famigliola si ritrasferì nella sua terra di origine, anche le scuole subentrarono in italiano, l'intera comunità si esprimeva come noi a casa, e io mi ritrovai con una lingua in più che non solo non serviva a nulla, ma aveva pure degli strascichi estremamente fastidiosi: per esempio pronunciavo automaticamente l'alfabeto in tedesco per il grande sollazzo della classe […]. Il problema linguistico mi si pose dunque in qualche modo all'inverso, ma pur sempre come problema, e senza dubbio mi diede da riflettere, non so con quanta fortuna per la correttezza dei miei ragionamenti; so però che tentai in tutti i modi di dimenticare quella seconda lingua che non mi poteva e non mi doveva corrispondere più. Incominciai perfino ad aborrirla, al punto di rifiutare qualsiasi lettura in tedesco: il che per un topo di biblioteca che ero rappresentava un sacrificio immane. Suppongo che ero incappata in un problema di identità. […] Ho poi imparato altre lingue, ho abitato in svariati paesi, non ricordo estraniamenti di nessun genere se non sempre riferibili alla lingua".
In seguito però traduce anche dal tedesco, oltre che dalle altre lingue conosciute; ma ha spesso dichiarato il proprio disamore per la lettura di opere poetiche tradotte.
Sempre in “Tuttestorie”:
Le mie esperienze infantili mi hanno convinta che una lingua è la persona nella sua interezza […] A ogni lingua, immagino, il suo genere di persona. E a ogni persona, io credo, la sua lingua”.
E infine :
Ho il profondo e ottuso convincimento che le appartenenze al proprio paese siano di natura essenzialmente linguistica. A me è capitato di nascere già emigrata. Suppongo di essere incappata in un problema di identità”.
Un altro piano di lettura della sua narrativa è costituito dal rapporto, ancora poco indagato,  con lo sperimentalismo e con l’avanguardia letteraria italiana degli anni Sessanta, che la apprezzò notevolmente; comunque Ceresa, che pure partecipò almeno ad un  convegno del Gruppo Sessantatré  e raccolse nel suo archivio privato articoli in merito,  ha sempre affermato di non appartenere a quella corrente, né ad altre.
Particolarmente interessante è poi il rapporto tra scrittura e sensibilità femminista:
Scrivo da sempre, ho pubblicato poco. L'unico argomento che mi interessa nello scrivere è la questione femminile: ma non ho ancora capito se questo sia un bene o un male, poiché investe anche il mio rapporto contrastato con la letteratura”.
E ancora:
Per anni mi ha disturbato usare il genere grammaticale femminile: è come se tu, volontariamente, uscissi dal genere umano. E tuttavia per me è molto importante scrivere di donne, sentendomi donna: è un limite, ma è invalicabile. A me non potrebbe mai saltare in testa di scrivere di un certo “monsieur” Bovary.” (“Tuttestorie”, pp.38-39)
Da queste poche righe si avverte la dimensione di conflittualità che ha accompagnato Ceresa nel suo percorso di scrittrice, conflitto tra senso di appartenenza e sentimento di esclusione rispetto all'istituzione letteraria,  si potrebbe definire questa la sua cifra personale e professionale.
Anche nel suo caso, come in quello dii altre scrittrici, l’ assunzione consapevole del conflitto  interiore tra sentimento di estraneità e desiderio di appartenenza al sistema  letteratura diventa punto d’avvio della   trasformazione del discorso letterario stesso e produce inediti e ineludibili deragliamenti di lingua e di senso, in ragione dell’eccentricità dello sguardo.
Le amiche di Roma che l’hanno frequentata ci hanno lasciato il ritratto di una donna schiva, che  evitava accuratamente di frequentare il bel  mondo letterario e  intellettuale; concentrata  sulla sua passione: la letteratura; c’è un bel ricordo  di Patrizia Zappa Mulas nell’introduzione al libro La figlia prodiga…, pubblicato dalla Tartaruga.
Altrettanto interessante è il saggio di  Teresa de Lauretis sul romanzo La figlia prodiga, là dove l'autrice osserva che:
“Ceresa ha pagine taglienti sulla famiglia come istituzione ‘la cui funzione, si sa, è quella di perpetuare nello stesso ordine e in eterno appunto le famiglie’  […] La sua analisi puntuale, lucida e priva di sentimentalismi anticipa di almeno dieci anni la critica femminista della famiglia quale struttura portante dell’istituzione eterosessuale,  soprattutto nei confronti delle donne.
Basti pensare all’influente saggio di Adrienne Rich, Compulsory Heterosexuality Existence del 1980, che definisce la “prodigalità” (per dirla con Ceresa) come “resistenza al matrimonio”; o al rifiuto incondizionato del contratto sociale eterosessuale riassunto nella frase assiomatica di Monique Wittig, "Lesbians are not women"", che nei termini di Ceresa equivale esattamente a "le figlie prodighe non sono figlie” (de Lauretis, p. 86).
Divorzia dopo un brevissimo matrimonio, Ceresa è lesbica.
In Bambine, scritto quasi venticinque anni  dopo La figlia prodiga, il discorso sull’istituzione familiare si approfondisce, rispetto al romanzo precedente, e è questo il testo che esaminerò brevemente.
Il titolo indica il fuoco della narrazione, lo spunto è autobiografico, essendo il suo interesse specifico  mostrare in che modo le bambine diventano femmine in un contessto familiare,, per questo si può a ben ragione definire un romanzo di formazione. .
I personaggi  non hanno nomi, ma sono indicati con i loro ruoli familiari: padre, madre, figlie, sorelle, dovendo rivestire un carattere di esemplarità; sono poi ridotte al minimo le osservazioni psicologiche che potrebbero individualizzarli troppo, facendo loro perdere la dimensione di prototipi. .
La trama è costituita dalla descrizione-decostruzione dell’istituzione familiare attraverso la critica di ruoli, sessualità, patriarcato, educazione delle bambine; un modello di famiglia  quale abbiamo conosciuto, almeno  noi di una certa età (ma sarebbe interessante vedere in che situazione si trovano oggi le donne e gli uomini più giovani rispetto a ruoli  rimodernati), colta attraverso il raccono di   vicende banali, una famiglia normale: la follia della normalità secondo la felice espressione di una studiosa di Ceresa.
Ceresa inizia il romanzo descrivendo a parole il disegno di una mappa in formazione, che imita un procedimento cinematografico: come se una cinepresa  inquadrasse con una panoramica dall’alto una piccola città, le case, le  vie, gli edifici principali, centro della vita urbana, restringendo progressivamente il campo  fino ad inquadrare la finestra della dimora della famiglia; quindi si osservano  i suoi componenti sottovuoto, come se il piccolo nucleo  fosse un prodotto sullo scaffale di un supermercato, l’espediente grafico adottato  per  la descrizione della mappa è il corsivo, mentre il racconto procederà in carattere normale.
Non si tratta però di un semplice artificio introduttivo, perché lo sguardo di Ceresa resta per tutto il romanzo quello di una macchina da presa, che rivela nella sua meccanica impersonalità quello  che abitualmente non si vuole vedere nei rapporti familiari, vale a dire l’impasto di sentimenti d’amore e di odio, di comportamenti alternativamente di tenerezza e di violenza, che alberga in una famiglia normale.
Una realtà che ci appare nuda, perché osservata senza l'enfasi sull'amore, ornamento consueto, e spesso velo, a situazioni  che si protraggono a volte  per pure e semplici ragioni di sopravvivenza.
Il che può anche risultare insostenibile ad una lettura, e spiega perché, malgrado i giudizi  elogiativi di critici e scrittori alla sua pubblicazione, il testo sia stato poco promosso e diffuso.
Il racconto è costituito da 35 capitoletti brevi, e da una presentazione-panoramica in corsivo; anche il 35° capitolo è in corsivo perché si colloca in una dimensione temporale eccentrica rispetto al resto della narrazione,  che si conclude con l’uscita dall’infanzia delle due sorelle.
Ceresa avrebbe voluto completare la trilogia ( considerando come primo momento La figlia prodiga) con un romanzo sull’adolescenza, ma non ha potuto scriverlo.
La descrizione iniziale presenta dunque la città in forma di disegno, il tono è subito ironico: le case appaiono in funzione protettiva - almeno dal punto di vista di chi guarda -osserva Ceresa, perché dal punto di vista  di chi le abita non si sa; nel periodo seguente questa osservazione ricorrono quattro volte parole che indicano prigionia, sempre riferite alle case; le strade poi vengono presentate come  effetto di esclusione dalle case.
L’istituzione famiglia è presentata in opposizione alla dimensione  del sociale, e quindi del collettivo, aperto agli altri; “sotto vuoto”, dice Ceresa, che chiama la famiglia ancheinvolucro isolante, e noi sappiamo che il sotto vuoto serve proprio a conservare qualcosa senza alterazione alcuna (trasformazione), e che per realizzare questo processo conservativo occorre togliere l’aria.
In questa pagina Ceresa assume uno stile aulico, con espressioni bibliche, e conclude con un’osservazione sul senso di  appartenenza certa, indiscutibile e immodificabile che dovrebbe caratterizzare tutti i membri familiari, ( appartenenza/identità anche sessuale?).
Passa poi alla presentazione delle bambine, definite due esserini infagottati e appesi di sghimbescio ai genitori; non c’è compiacimento o tenerezza nella descrizione,  ma aleggia un senso di inermità dei due esserini, ancora non distinti per sesso nell’abbigliamento, ma destinati ad essere donne.
In occasione della presentazione del paese poi il registro stilistico diventa quello burocratico istituzionale, con termini obsoleti quali ad esempio  decenza, o all’uopo; i luoghi significativi citati sono il gabinetto pubblico (del quale Ceresa sottolinea come elemento saliente: la segregazione dei sessi), la scuola e il  cimitero.
Dove Ceresa  raggiunge momenti di feroce e dissacrante ironia è nella presentazione del padre e della madre.
Il padre:
Dice il padre: Io sono il signore e padrone di questa casa. Ho onorato questa donna con il matrimonio per vari e utili motivi e a tanto quindi tengo. In compenso le ho permesso di fare figli legittimi in quanto figliare è comunque la sua natura, e costoro mi porteranno volenti o nolenti in sé anche quando cresceranno e si moltiplicheranno. Se non sono proprio eterno però poco ci manca” (p. 225).
La madre:
La madre invece non dice nulla, dedita com’è alla vita quotidiana. E’ distraibile e sollecitabile a volontà e si esprime forse totalmente nei gesti. Pertanto viene recepita con la massima disattenzione.
Così vista dall’esterno, pare che si limiti allegramente a procedere benché su tale allegrezza sia concesso nutrire i più seri dubbi ma non dovremmo incominciare a interferire. Eclatanti momenti di  disperazione la fissano in atteggiamenti sempre estremi che poi si disperdono come nebbia al sole. Le bambine assistono rapite a queste sue metamorfosi” (p. 228).
Eppure, osserva Ceresa nel capitolo successivo, i due non sono né mostri, né cattivi
sono solo due genitori normali, in una famiglia normale.
Per le figlie poi la presenza del padre in casa è sempre motivo di apprensione, perché in qualunque stanza sia, in casa tutto deve ruotare attorno a lui; al contempo però costituisce per le due bambine un oggetto di studio interessantissimo, così che finiscono per
Conoscere di lui ogni particolare  e per vedere di conseguenza l’uomo intero come una somma di pezzi perfettamente isolabili uno dall’altro, il che spesso può essere fonte di intrattenibile ilarità”(p. 254).
La narrazione ha spesso spunti umoristici, anche se amari; procede tra  drammi familiari grandi e piccoli; i rapporti tra le due sorelle, che evolvono in parallelo alla separazione di interessi, attitudini, obiettivi di vita, sono rovinati progressivamente da sentimenti di rivalità,  invidie e dissapori  a mano a mano che si precisano i caratteri delle due: la più grande più portata alla “femminilità” di rito, la più piccola ribelle e insofferente, fino alla conclusione dell’infanzia.
Anche i rapporti tra i genitori si deteriorano: la madre non si riprenderà mai del tutto dalla perdita del figlio maschio, morto bambino;  il padre comincia a interessarsi alle figlie, ai loro ritmi di vita solo quando entrano nella pubertà, presentandosi a  loro prevalentemente nella dimensione di giudice e  controllore di abiti, amicizie, orari.
Il racconto si conclude con un evento chiamato terribilismo,  uno dei numerosi neologismi dei quali Ceresa costella la propria scrittura:
Desiderose anzitutto di cambiare casa, le due sorelle pare si sposassero in relativamente giovane età, non senza immaginiamo aver seguito la solita trafila dei trasporti o infatuazioni giovanili  come poi chiamar si vogliano, scegliendo ognuna con tutta evidenza lo sposo meno adatto commisurato com’era alla figura del padre: quale per distanziarsene e quale per averlo almeno provvisto di una sempre ammirata bellezza.  Di una si sa che ebbe anche due figli, l’altra invece divorziò da lì a poco e senza ricadute. Abbandonati insieme nella casa paterna rimasero i due genitori fino a tardissima età, e di loro si racconta come comunicassero ormai soltanto con l’ausilio di biglietti e fogliettini scritti accuratamente e sparsi un poco ovunque a testimoniare la reciproca presenza” (317).
Un’ultima osservazione sullo stile di Ceresa: la struttura sintattica ha costrutti poco usati in italiano, abbondano gerundi e ablativi assoluti, che le derivano dalla abitudine alla struttura del periodo tedesco, piuttosto che dal latino; i suoi neologismi sono molto efficaci dal punto di vista espressivo, ve ne richiamo alcuni: tentativamente, supplentarmente,  inquattarsi, terribilismi, ingraziamento, stupidificazione, seriosità, irrecepibilmente, meteoritico fratello, spentolare ai fornelli, benvenne (da benvenire), il loro uso crea un effetto di concisione, un tono lapidario, un effetto ironico.
Alla fine del romanzo si resta come catturate dalla sua raffinata scrittura antipatica, con un vago senso di malessere.
Quanto a lungo riusciamo a guardare in faccia e senza filtri l’orrore quotidiano?

*Questo articolo è stato pubblicato su  Overleft. Rivista di Culture a sinistra, www.overleft.it
Bibliografia di Riferimento
Ceresa Alice, La figlia prodiga e altre storie, La Tartaruga, Milano, 2004
De Lauretis Teresa, Figlie prodighe. Breve saggio su Alice Ceresa, in “DWF, n° 2-3, 1996, pp. 80-90
"Tuttestorie. Racconti.Letture. Trame di donne", n° 2, nuova serie, novembre 1994
Woolf Virginia, Una stanza tutta per sé, Mondatori, Milano, 2004

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