mercoledì 4 marzo 2015

Memorie di una femminista non pentita (XII)

Credo di non avere mai smesso di sentirmi figlia, forse perché ho perso la madre presto, sono stata madre conflittuale, e adesso nonna felice, nel senso che mi sembra che i/le nipoti  abbiano anche una funzione anti tristezza, antidepressiva si dice oggi, con espressione semplificante.
Non ho avuto in età adulta alcun modello né di madre né di zie, non ne ho mai conosciute, tranne una, che viveva lontana e avrò visto tre o quattro volte in vita mia.
La mancanza di modelli non mi sembra mi abbia nuociuto più di tanto, senz'altro non ho mai pensato che il mio destino sociale in vecchiaia sarebbe stato solo l'accudimento dei/delle nipoti, così come non  lo è stato la casalinghitutine nel corso della mia vita.
Anzi ho fieramente combattuto questa dimensione come realizzazione prioritaria delle donne, destino "naturale" dell'essere femminile.
Qualche tempo fa una mia amica femminista, fine analista della nostra società, mi chiedeva quanto la persistenza dei modelli vigenti di organizzazione del lavoro e della "soluzione privata" nei confronti della cura sia  da addebitarsi alla "generosa dedizione di noni e nonne".
Generosa dedizione di donne e uomini? 
E qui mi si apre la contraddizione: è vero che così si mantiene e si sostiene la divisione sessuale del lavoro imposta dal capitalismo patriarcale, ma  non si può trascurare la dimensione di piacere e gioia che la cura dei nipoti comporta.
Come si esce da questa contraddizione?
Non certo secondo il modello di lotta operaia vincente negli ultimi duecentocinquanta anni: scioperi, blocco della (ri)produzione, per non parlare del sabotaggio (di luddistica memoria), e di altre forme di lotta.
Negli anni Settanta alcuni collettivi femministi veneti, milanesi e emiliani, riuniti nel gruppo Lotta femminista, misero a punto analisi molto sofisticate della funzione delle donne nel privato e nel sociale,  funzione fondata sullo sfruttamento del ruolo femminile naturalizzato e base principale dell'accumulazione capitalistica. L'analisi del lavoro domestico, affettivo, relazionale, di sostegno psicologico, sessuale e sentimentale, erogato dalle donne in nome dell'Amore, quello che oggi chiamiamo cura, e che attualmente investe in quote sempre maggiori sia la produzione che la riproduzione, era importante, ebbe anche una buona diffusione in libri e documenti che circolarono anche in fabbriche e scuole, ma la pratica non raggiunse i risultati sperati. Ad esempio l'iniziativa dello sciopero del lavoro domestico non ebbe successo, non solo per il sentimento di "abnegazione" interiorizzato dalle donne, ma perché le prime a essere colpite da questa forma di lotta sarebbero state proprio le donne, che nelle case ci vivono, mangiano, ci cucinano, che riordinano i luoghi nei quali vivono insieme alle altre e agli altri.  
La ricchezza e la complessità delle analisi fu semplificata e troppo presto liquidata nel movimento stesso a causa della parola d'ordine "salario al lavoro domestico", strumentalmente fraintesa non solo dagli oppositori e dalle oppositrici al femminismo, ma anche da molte donne del movimento. Inoltre fu considerata sinonimo di pensione alle casalinghe  e in quanto tale combattuta come strumento non solo inadeguato economicamente ma come fissatore del ruolo femminile. 
Il femminismo italiano si avviò piuttosto sul percorso dell'analisi delle complicità delle donne con l'ordine del discorso, alla ricerca delle immagini di genere interiorizzate, delle implicazioni, consce e inconsce con il sistema che si voleva combattere. 
L'errore fu la contrapposizione dei due momenti, che, ugualmente importanti, avrebbero dovuto procedere parallelamente, e non escludersi a vicenda. 
Ricademmo in questo modo nella contrapposizione dualistica che mettevamo in discussione in altri campi.
Il discorso del lavoro invisibile delle donne si diffuse in altre aree dell'Europa e degli USA.
Oggi penso che per l'Italia il discorso fosse troppo anticipatore, non a caso  torna prepotentemente alla ribalta in questa temperie politica, sociale e culturale.  

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