giovedì 19 gennaio 2012

Racconto 1


Tavola imbandita thailandese

La panetteria-focacceria  è piena di clienti,  le commesse  ora  con  una battuta in dialetto ora con  un’osservazione sul tempo  contengono  l’inquietudine che comincia a serpeggiare per  lo scorrere dei minuti..
Le forme di pane croccante sulle  mensole infarinate,  le teglie di focaccia oleosa e profumata di salvia e cipolle solleticano nasi e smuovono salive; è l’ultima fermata questa, tutto il necessario per la cena è stato comprato; non è ancora mezzogiorno e fino alle  otto di sera ci sarà il tempo per prepararla con calma.
Il vento, all’uscita del forno, investe di un profumo di mare selvaggio non ancora addomesticato  dai languori  fruttati  e appiccicosi degli oli  solari.
Nel tratto verso casa, ripassato l’ordine delle portate, la preoccupazione diventa come apparecchiare.
Negli ultimi tempi è sorto il desiderio di stupire, anche, amiche e amici imbandendo  la tavola secondo stili tradizionali di cucine orientali, ci starebbe bene lo stile cinese questa sera, che però richiederebbe cibi difficili da preparare per adattarli al vasellame;  vada allora per lo  stile thailandese;  le scodelle con i piatti rettangolari, le tovagliette in bamboo,  le mini-salsiere  smaltate a colori vivaci, le  due composizioni di fiori al centro del tavolo  diffonderanno buonumore, uniche eccezioni : l’assenza dell’altarino a Buddha,  la presenza di  cibi cucinati all’italiana.
Contaminare la scena  con gli  amati centrini ricamati  all’uncinetto, regalo della nonna  centenaria ?
Abbandona malvolentieri  i carruggi per tornare a casa, gli alti edifici che sembrano congiungersi  verso il cielo assicurano protezione  mista a quel senso di trasalimento che  coglie  ogni volta che svolta  un angolo, nell’attesa –timore di incontrare l’imprevisto.
Sensazione analoga a quella provata nel ricorrente sogno di discesa in una cantina  buia, dal pavimento sconnesso, dai muri sgretolati, resa affascinante  dai percorsi  labirintici che conducono  all’incontro con il mostro da combattere, ogni volta presentito e mai incontrato.
Mentre dispone i piatti in lavatrice riflette sulla propria fragilità emotiva, dono recente  dei suoi sessant’anni, che si traduce in  ansia da prestazione, appena mitigata dalla consapevolezza della  consolidata esperienza culinaria. Neppure la mancanza di tempo giustifica l’insicurezza che ormai l’accompagna in questi casi, diverso era quando lavorava, ma da quando  ha lasciato l’ufficio il tempo non è più un problema oggettivo.
Tra i  pensieri  oziosi che preparano il sonno si affaccia  accanto alla   soddisfazione  per la buona riuscita della serata una fitta di angoscia:  quanto ci  metterà a disfarsi dell’illusione che i momenti di tenerezza  ricevuti anche  questa sera e  dovuti al  suo prestare la spalla su cui piangere,  si trasformino  finalmente  in carezze d’amore?
Illusione anche un po’ ridicola alla sua età.
L’unica  soluzione per dissipare  il sottile filo di disperazione è  decidere di  prendere il largo in barca domani.
In mezzo al mare e solo si  sentirà appagato, come al solito.

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