lunedì 4 gennaio 2016

"Tra prostituzione e clausura"

"Il femminismo mi si è presentato come lo sbocco possibile tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi. Senza perdersi e senza mettersi in salvo. Ritrovare una completezza, un'identità contro una civiltà maschile che l'aveva resa irraggiungibile (Carla (Lonzi, Itinerario di riflessioni).
Così afferma Lonzi, parlando dell'universo simbolico nel quale erano state confinate le donne, se non tutte in maggioranza, fino alla seconda metà dl secolo scorso.
Questa riflessione, che non conoscevo, l'ho letta questa mattina sul post di una amica di face book, mi ha richiamato alla mente una fantasia, che mi ha accompagnato dall'adolescenza ai vent'anni, anno nella quale mi sono innamorata e ho iniziato la mia relazione, la stessa che continua ancora oggi, dopo cinquant'anni.
Mi immaginavo di avere avuto una storia d'amore appassionante con un mio coetaneo, morto in un incidente, non mi sono mai soffermata sulle caratteristiche del mio lui, né fisiche, né psicologiche, puro fantasma.
Da quel momento avevo sentito/deciso che non avrei amato nessun altro così intensamente, e quindi non mi sarei mai sposata -a quei tempi una storia d'amore senza matrimonio non era nel mio orizzonte simbolico-, fedeltà al mio amore morto, o tributo all'identità femminile convenzionale per cui l'amore è la realizzazione prioritaria per una donna?
Probabilmente entrambe le cose; il bello è che allora non conoscevo nulla del femminismo, neppure quello storico di fine Ottocento, né avevo letto libri di donne, che avrei scoperto in seguito alla mia frequentazione del femminismo. 
Liberatami in questo modo dalla necessità/costrizione culturale interiorizzata di realizzarmi prima di tutto in un grande amore, ero così libera di dedicarmi  a immaginare il mio futuro di scienziata, di esploratrice, di direttrice di una industria chimica in Africa (?!), di medico in realtà difficili....
Passavo ore e ore, da sola, a fantasticare su queste mie attività.
Ero figlia di una madre alla quale era stata vietata l'emancipazione, il padre le impedì di continuare gli studi superiori per non mandarla a scuola "insieme con i maschi", padre socialista e del Nord (!).
Una madre che rimpianse per tutta la vita la sua situazione, pur parlandomi anche continuamente delle"gioie"dell'amore, rigorosamente matrimoniale, allevandomi nel mito del sogno d'amore. 
Ma avvertivo che qualcosa non quadrava, l'ho persa presto, quando avevo vent'anni, e non ho potuto avere spiegazioni del suo malessere.
Ho cercato così di salvare capra e cavoli: il sogno d'amore e l'emancipazione, che a quei tempi si presentava spesso come rinuncia a dedicarsi alle funzioni familiari, specie per le attività che andavo sognando per me.
Non proprio una clausura, anche se per un periodo di misticismo l'ho vagheggiata, perché i miei sogni prevedevano grandi viaggi e spostamenti,  ma certo una chiusura completa alle funzioni di moglie-madre.
In realtà l'amore per i luoghi claustrali, celle di monasteri, mi è rimasto intatto, la mia tesi di laurea, ho scelto Storia Medievale, è stata uno studio su un monastero di monache benedettine nel milanese, ma per il resto: ho scelto Lettere, quando invece dai 10 anni ai 18 ho continuamente dichiarato che avrei fatto Chimica industriale e contestualmente che mai avrei fatto la professoressa di Lettere (!!!)
Sono andata a fare l'insegnante di Lettere, lavoro che è quanto di più tradizionalmente femminile esista, mi sono sposata, ho fatto due figli, e ne avrei voluti di più.....
Ma per fortuna ho incontrato il femminismo, nel 1970.
Non sono state tutte rose e fiori, ma ho capito molte cose.


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