Il pretesto per questa riflessione mi è offerto da una serie di rilievi su fb. suscitati da una mio post che riporto:
"So bene che il giudizio estetico è soggettivo e non si può recriminare se un premio è dato a un'opera, piuttosto che a un'altra. Ma mi chiedo come mai sia la Palma d'oro di Cannes che il Golden Globe (per quello che valgono questi premi) siano stati assegnati a Parasite, oppure all'attore di Joker, mentre sia stato ignorato Ritratto di una giovane in fiamme.
Dà fastidio a qualcuno?"
Qualcuna ha concordato con me, attribuendo la scarsa considerazione all'omofobia, qualcun'altra ha osservato che il film ha ricevuto a Cannes un premio importante, ma quelli che mi hanno colpito sono altri commenti: che i tre film non sono comparabile tra loro, che Joker e Parasite sono molto più belli per "densità artistica", "complessità di contenuti", "potenza strutturale".
Io non sono in grado di obiettare sulla densità artistica e la potenza strutturale, ma sulla complessità di contenuti ho da dire qualcosa:
Parasite è un bel film sulla lotta di classe in Corea del Sud, regione fortemente orientata ai valori occidentali, i protagonisti sono due famiglie, una alto borghese e ricca, in un contesto caratterizzato da forti diseguaglianze sociali, una famiglia apparentemente aperta e ben disposta verso le classi impoverite, in realtà infarcita di pregiudizi, che emergono in momenti di emergenza.
L'altra è una famiglia "operaia", tutti i componenti svolgono lavori precari, malpagati, abitano in uno scantinato fatiscente, sognando la possibilità di sottrarsi con lavori dignitosi a quel destino sociale.
L'emergenza farà piazza pulita delle apparenze in entrambe le famiglie.
Joker ha dato il via a un acceso dibattito sul grado di conflittualità nella capitale dell'Occidente e sui possibili esiti di una ribellione da parte delle persone meno garantite economicamente e socialmente.
Certo che questi sulle diseguaglianze e le ingiustizie sociali sono temi complessi, aggravati dalla spietata voracità delle classi dominanti di tutto il mondo, in questo momento storico di apparente vittoria nel conflitto di classe.
Certo che ogni prodotto artistico può essere più o meno apprezzato, e nulla autorizza a mettere in dubbio scelte estetiche, ma il fatto che possa essere considerato un contenuto più importante la denuncia delle ingiustizie economico-sociali e politiche di un sistema rispetto alla denuncia del rapporto patriarcale che regola le relazioni tra uomini e donne nelle società, modello di relazione che è alla base dei sistemi finora conosciuti, mi sembra opinabile.
In Ritratto di una giovane in fiamme, secondo me, non c'è solo la bella storia d'amore, non c'è solo l'amore tra due donne, dimensione ormai più accettata nel nostro mondo occidentale rispetto a altri tempi e altri luoghi, a causa delle battaglie decennali condotte per i diritti civili, c'è anche forte la denuncia della condanna patriarcale, alla quale la figlia maggiore si sottrae con il suicidio, e la minore si sottomette, sostenuta dalla forza e dalla consapevolezza di sé acquisite nella sua relazione con la donna amata, in un'epoca, il Settecento, nella quale le difficoltà di conquistare un'autonomia dalle convenzioni sociali erano maggiori di oggi.
Questo contenuto, forse messo in ombra dal discorso della "passione" tra le due donne, mi sembra forte e complesso, e non dovrebbe essere sottovalutato, pena l'impossibilità di cambiare radicalmente lo stato di cose presente.
Scorze di Adriana Perrotta Rabissi, un libro composto da miei brevi racconti e mie letture critiche di scrittrici amate. Alcuni romanzi mi hanno interpellato emotivamente e affettivamente, mi sono impossessata di temi, sentimenti, emozioni espressi dalle autrici, le ho filtrate attraverso la mia esperienza di vita e pensiero, e le ho restituite ai racconti
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mercoledì 8 gennaio 2020
domenica 29 giugno 2014
Memorie di una femminista non pentita (VI)
Proprio il discorso della complicità di noi donne con l'ordine costituito ha imposto di fatto la pratica dell'autocoscienza, l'unico modo per scoprire, collettivamente, le interiorizzazioni delle immagini di genere prodotte dalla cultura patriarcale trasmesse a donne e uomini con le rispettive educazioni di genere, immagini accettate e riproposte, a volte inconsapevolmente.
I primi anni del femminismo (1969-1973) mi avevano visto animatrice di gruppi di analisi e confronto sui temi dell'oppressione delle donne, della loro marginalità rispetto ai luoghi di potere (il tetto di cristallo), del carico del doppio lavoro, delle difficoltà dell'autodeterninazione rispetto al proprio corpo e alla salute, degli ostacoli e dei vincoli opposti alle donne nei loro tentativi di conquistare indipendenza economica e autonomia dalla norma sociale.
Gli anni dell'autocoscienza mi ammutolirono; non appena mi resi conto di continuare a parlare un linguaggio ancora interno a un'ottica emancipazionista, ispirata al progetto di valorizzazione e promozione delle attitudini, capacità e competenze delle donne in tutti i settori della cultura, della politica e della vita sociale, mi trovai letteralmente senza parole, ma molto interessata a ascoltare chi mi sembrava più esperta nelle analisi delle complicità.
Era veramente disorientante mettere in discussione consapevolezze e certezze acquisite in anni di militanza politica, ritrovarsi quasi senza rete di protezione, senza sapere bene dove si sarebbe andate a parare.
L'unico luogo dove si pensava, e ci si illudeva, di essere al riparo da scossoni affettivi e emotivi sembrava essere il proprio gruppo di autocoscienza, dove si era comprese, perché si parlava una lingua comune, che si allontanava sempre più dagli altri linguaggi, e dove si era sostenute.
Successivamente ci si sarebbe accorte che anche tra donne si potevano riproporre i meccanismi consueti di potere, "l'occhio e la logica maschile" erano state interiorizzate da molte di noi, e non si poteva eliminare semplicemente allontanando gli uomini concreti dalle nostre riunioni, a quel punto molti gruppi di autocoscienza si sciolsero, spesso con lacrime e lacerazioni di relazioni.
Il separatismo, funzionale all'analisi dei meccanismi culturali e sociali determinanti delle identità maschili e femminili tradizionali, sconvolgeva anche equilibri nelle relazioni personali, specie con i propri uomini, equilibri magari raggiunti a fatica precedentemente, scompaginava anche alleanze sentimentali e politiche, fino ad allora coese.
Molte furono le crisi di relazioni in quel tempo, fiorivano battute sulle coppie che scoppiavano alla luce delle nuove consapevolezze maturate dalle donne su se stesse e sui propri desideri; al di là dei drammi che questo processo comportò, ebbe luogo per molte e molti una funzione chiarificatrice in merito alle ambiguità e ambivalenze sottese a molte relazioni d'amore.
I miei problemi con il materno, una certa inesperienza delle relazioni amicali e d'amore, e soprattutto l'ignoranza di quello che avrei voluto io da queste relazioni, provocarono in me una certa confusione, e una deriva ideologica, provocata da una sorta di scissione, lo dico con il senno di poi, che mi impedì di applicare alla mia realtà più profonda le analisi che andavo studiando e sperimentando nel gruppo.
Devo anche dire che erano anni per me molto affollati di impegni, lavoro, figli, ai quali accudire io e mio marito senza alcuna rete parentale di sostegno, riunioni, studi, con poco tempo per riflettere e metabolizzare eventi e discorsi.
Comunque fu un periodo molto ricco e entusiasmante per quanto di nuovo si stava elaborando da parte delle donne dei collettivi e dei gruppi di autocoscienza che costituirono il Movimento, ma anche da parte di studiose di varie discipline che, senza far parte attiva del Movimento, coglievano gli stimoli che provenivano dalle sue pratiche e teorizzazioni.
Divennero sempre più numerose e sofisticate le analisi dei modelli di organizzazione sociale, delle modalità affettive praticate, dei linguaggi disciplinari e scientifici dominanti.
La grande grande vivacità intellettuale di donne di tutte le età si traduceva anche immediatamente in momenti di lotta autorganizzati, creativi, progettuali nelle scuole, nelle fabbriche, nelle case.
Forte era poi il sentimento comune di dar vita a una socialità fino ad allora inedita.
I primi anni del femminismo (1969-1973) mi avevano visto animatrice di gruppi di analisi e confronto sui temi dell'oppressione delle donne, della loro marginalità rispetto ai luoghi di potere (il tetto di cristallo), del carico del doppio lavoro, delle difficoltà dell'autodeterninazione rispetto al proprio corpo e alla salute, degli ostacoli e dei vincoli opposti alle donne nei loro tentativi di conquistare indipendenza economica e autonomia dalla norma sociale.
Gli anni dell'autocoscienza mi ammutolirono; non appena mi resi conto di continuare a parlare un linguaggio ancora interno a un'ottica emancipazionista, ispirata al progetto di valorizzazione e promozione delle attitudini, capacità e competenze delle donne in tutti i settori della cultura, della politica e della vita sociale, mi trovai letteralmente senza parole, ma molto interessata a ascoltare chi mi sembrava più esperta nelle analisi delle complicità.
Era veramente disorientante mettere in discussione consapevolezze e certezze acquisite in anni di militanza politica, ritrovarsi quasi senza rete di protezione, senza sapere bene dove si sarebbe andate a parare.
L'unico luogo dove si pensava, e ci si illudeva, di essere al riparo da scossoni affettivi e emotivi sembrava essere il proprio gruppo di autocoscienza, dove si era comprese, perché si parlava una lingua comune, che si allontanava sempre più dagli altri linguaggi, e dove si era sostenute.
Successivamente ci si sarebbe accorte che anche tra donne si potevano riproporre i meccanismi consueti di potere, "l'occhio e la logica maschile" erano state interiorizzate da molte di noi, e non si poteva eliminare semplicemente allontanando gli uomini concreti dalle nostre riunioni, a quel punto molti gruppi di autocoscienza si sciolsero, spesso con lacrime e lacerazioni di relazioni.
Il separatismo, funzionale all'analisi dei meccanismi culturali e sociali determinanti delle identità maschili e femminili tradizionali, sconvolgeva anche equilibri nelle relazioni personali, specie con i propri uomini, equilibri magari raggiunti a fatica precedentemente, scompaginava anche alleanze sentimentali e politiche, fino ad allora coese.
Molte furono le crisi di relazioni in quel tempo, fiorivano battute sulle coppie che scoppiavano alla luce delle nuove consapevolezze maturate dalle donne su se stesse e sui propri desideri; al di là dei drammi che questo processo comportò, ebbe luogo per molte e molti una funzione chiarificatrice in merito alle ambiguità e ambivalenze sottese a molte relazioni d'amore.
I miei problemi con il materno, una certa inesperienza delle relazioni amicali e d'amore, e soprattutto l'ignoranza di quello che avrei voluto io da queste relazioni, provocarono in me una certa confusione, e una deriva ideologica, provocata da una sorta di scissione, lo dico con il senno di poi, che mi impedì di applicare alla mia realtà più profonda le analisi che andavo studiando e sperimentando nel gruppo.
Devo anche dire che erano anni per me molto affollati di impegni, lavoro, figli, ai quali accudire io e mio marito senza alcuna rete parentale di sostegno, riunioni, studi, con poco tempo per riflettere e metabolizzare eventi e discorsi.
Comunque fu un periodo molto ricco e entusiasmante per quanto di nuovo si stava elaborando da parte delle donne dei collettivi e dei gruppi di autocoscienza che costituirono il Movimento, ma anche da parte di studiose di varie discipline che, senza far parte attiva del Movimento, coglievano gli stimoli che provenivano dalle sue pratiche e teorizzazioni.
Divennero sempre più numerose e sofisticate le analisi dei modelli di organizzazione sociale, delle modalità affettive praticate, dei linguaggi disciplinari e scientifici dominanti.
La grande grande vivacità intellettuale di donne di tutte le età si traduceva anche immediatamente in momenti di lotta autorganizzati, creativi, progettuali nelle scuole, nelle fabbriche, nelle case.
Forte era poi il sentimento comune di dar vita a una socialità fino ad allora inedita.
venerdì 27 giugno 2014
Memorie di una femminista non pentita (V puntata)
Il discorso della complicità delle donne con l'ordine sociale e culturale costruito a dominanza maschile è stato dirimente tra l'emancipazionismo e il femminismo anni Settanta.
Non mi è stato facile abbandonare la dimensione di condanna della posizione di subalternità culturale e sociale delle donne rispetto agli uomini, a suo modo consolatoria perché legittimava ogni comportamento individuale e collettivo come reazione alla situazione, per avviare un'analisi di quanto fossimo anche noi donne responsabili, perché adattate nelle nicchie di contropotere, sicurezze, tutele, costruite nel corso del tempo, e che non volevamo perdere.
Un conto era trovarsi insieme a tante donne, e anche agli uomini sensibili ai temi, a lottare contro le discriminazioni salariali, l'isolamento nelle case a esercitare il lavoro domestico o la costrizione a sobbarcarsi il doppio lavoro, contro la mancanza di asili nido e servizi sociali, contro la medicalizzazione di ogni fase fisiologica, la mancanza di contraccezione sicura e di libertà di scegliere se essere o no madri. Tutte battaglie portate avanti in alleanza con le commissioni femminili dei partiti, con i sindacati e le Associazioni storiche dell' emancipazionismo, un altro conto era affrontare, necessariamente in piccoli gruppi e tra sole donne, l' analisi delle nostre relazioni con donne e uomini, delle complicità e dei compromessi messi in gioco per sopravvivere allo sconforto e ai sentimenti di fallimento individuale.
Fu per molte di noi il passaggio dalla presa di coscienza di una sorellanza nella comune oppressione di genere, quella che veniva chiamata istituzionalmennte la "questione femminile", all'autocoscienza.
Il periodo della sorellanza mi aveva aperto inedite prospettive di rapporti con le donne (più anziane di me o coetanee, della mia stessa condizione sociale e culturale o di condizione totalmente diversa), rapporti improntati alla fiducia, alla comprensione, alla possibilità di divertirsi, conoscere, sperimentare insieme, tra sole donne.
Erano sensazioni nuove e esaltanti per me, stretta com'ero tra l'ingiunzione materna di non fidarmi mai delle eventuali amiche, che prima o poi avrebbero cercato di tradirmi in qualche modo, e la curiosità che invece provavo nei confronti delle altre donne, mista a una forte dose di competitività.
Il rapporto con mia madre aveva rasentato pericolosamente la simbiosi, non ho mai cercato amiche del cuore, con le quali confidarmi, perché mi bastava lei, con la sua oblatività, potevo parlare di tutto, certa della sua comprensione e del suo incoraggiamento.
Giungevo a leggerle e commentare le lettere che qualche amica occasionale o compagna di classe mi scrivevano, durante i mesi estivi, lettere alle quali poi finivo per non rispondere, appagata dal confronto con lei.
Oltre al desiderio di controllo che mia madre ha esercitato fortemente su me, preoccupata della mia integrità psico-fisica, dato che sono stata una ragazzina molto precoce, c'era in lei il desiderio, questa volta dichiarato e programmato, di vivere attraverso di me un'adolescenza serena e "normale", che le sue vicende familiari le avevano impedito (triste vita in uno dei collegi delle sue zie suore dalla separazione dei genitori fino a 14 anni, rifiuto di continuare gli studi, suo grande desiderio, oppostole dal padre socialista con la scusa che non voleva mandarla in una scuola "insieme con i maschi").
Non credo che la mia esperienza sia diversa da quella vissuta da altre adolescenti dei miei tempi, il guaio èche mi è mancato il confronto allora con altre donne e/o ragazze, che mi avrebbero un po' aperto gli occhi, e che la morte di mia madre ha congelato la situazione dentro di me, non ho avuto sufficiente accortezza e intelligenza per analizzarla, anche se proprio il femminismo a un certo punto mi ha messo a disposizione gli strumenti di di analisi per farlo.
L'esperienza della nuova socialità tra donne si confuse ben presto nella mia storia personale con la mia ricerca di madre accogliente e consolatoria, quale era l'immagine che mi portavo dentro della mia madre reale.
Non mi è stato facile abbandonare la dimensione di condanna della posizione di subalternità culturale e sociale delle donne rispetto agli uomini, a suo modo consolatoria perché legittimava ogni comportamento individuale e collettivo come reazione alla situazione, per avviare un'analisi di quanto fossimo anche noi donne responsabili, perché adattate nelle nicchie di contropotere, sicurezze, tutele, costruite nel corso del tempo, e che non volevamo perdere.
Un conto era trovarsi insieme a tante donne, e anche agli uomini sensibili ai temi, a lottare contro le discriminazioni salariali, l'isolamento nelle case a esercitare il lavoro domestico o la costrizione a sobbarcarsi il doppio lavoro, contro la mancanza di asili nido e servizi sociali, contro la medicalizzazione di ogni fase fisiologica, la mancanza di contraccezione sicura e di libertà di scegliere se essere o no madri. Tutte battaglie portate avanti in alleanza con le commissioni femminili dei partiti, con i sindacati e le Associazioni storiche dell' emancipazionismo, un altro conto era affrontare, necessariamente in piccoli gruppi e tra sole donne, l' analisi delle nostre relazioni con donne e uomini, delle complicità e dei compromessi messi in gioco per sopravvivere allo sconforto e ai sentimenti di fallimento individuale.
Fu per molte di noi il passaggio dalla presa di coscienza di una sorellanza nella comune oppressione di genere, quella che veniva chiamata istituzionalmennte la "questione femminile", all'autocoscienza.
Il periodo della sorellanza mi aveva aperto inedite prospettive di rapporti con le donne (più anziane di me o coetanee, della mia stessa condizione sociale e culturale o di condizione totalmente diversa), rapporti improntati alla fiducia, alla comprensione, alla possibilità di divertirsi, conoscere, sperimentare insieme, tra sole donne.
Erano sensazioni nuove e esaltanti per me, stretta com'ero tra l'ingiunzione materna di non fidarmi mai delle eventuali amiche, che prima o poi avrebbero cercato di tradirmi in qualche modo, e la curiosità che invece provavo nei confronti delle altre donne, mista a una forte dose di competitività.
Il rapporto con mia madre aveva rasentato pericolosamente la simbiosi, non ho mai cercato amiche del cuore, con le quali confidarmi, perché mi bastava lei, con la sua oblatività, potevo parlare di tutto, certa della sua comprensione e del suo incoraggiamento.
Giungevo a leggerle e commentare le lettere che qualche amica occasionale o compagna di classe mi scrivevano, durante i mesi estivi, lettere alle quali poi finivo per non rispondere, appagata dal confronto con lei.
Oltre al desiderio di controllo che mia madre ha esercitato fortemente su me, preoccupata della mia integrità psico-fisica, dato che sono stata una ragazzina molto precoce, c'era in lei il desiderio, questa volta dichiarato e programmato, di vivere attraverso di me un'adolescenza serena e "normale", che le sue vicende familiari le avevano impedito (triste vita in uno dei collegi delle sue zie suore dalla separazione dei genitori fino a 14 anni, rifiuto di continuare gli studi, suo grande desiderio, oppostole dal padre socialista con la scusa che non voleva mandarla in una scuola "insieme con i maschi").
Non credo che la mia esperienza sia diversa da quella vissuta da altre adolescenti dei miei tempi, il guaio èche mi è mancato il confronto allora con altre donne e/o ragazze, che mi avrebbero un po' aperto gli occhi, e che la morte di mia madre ha congelato la situazione dentro di me, non ho avuto sufficiente accortezza e intelligenza per analizzarla, anche se proprio il femminismo a un certo punto mi ha messo a disposizione gli strumenti di di analisi per farlo.
L'esperienza della nuova socialità tra donne si confuse ben presto nella mia storia personale con la mia ricerca di madre accogliente e consolatoria, quale era l'immagine che mi portavo dentro della mia madre reale.
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