venerdì 27 giugno 2014

Memorie di una femminista non pentita (V puntata)

Il discorso della complicità delle donne con l'ordine sociale e culturale costruito a dominanza maschile è stato dirimente tra l'emancipazionismo  e il femminismo anni Settanta.
Non mi è stato facile abbandonare la dimensione di condanna della posizione di subalternità culturale e sociale delle donne rispetto agli uomini, a suo modo consolatoria perché legittimava ogni comportamento individuale e collettivo come reazione alla situazione, per avviare un'analisi di quanto fossimo anche noi donne responsabili, perché adattate nelle nicchie di contropotere, sicurezze, tutele, costruite nel corso del tempo, e che non volevamo perdere.
Un conto era trovarsi insieme a tante donne, e anche agli uomini sensibili ai temi, a lottare contro le discriminazioni salariali, l'isolamento nelle case a esercitare il lavoro domestico o la costrizione a sobbarcarsi il doppio lavoro,  contro la mancanza di asili nido e servizi sociali, contro la medicalizzazione di ogni fase fisiologica, la mancanza di contraccezione sicura e di libertà di scegliere se essere o no madri. Tutte battaglie portate avanti in alleanza con le commissioni femminili dei partiti, con i sindacati  e le Associazioni storiche dell' emancipazionismo, un altro conto era affrontare, necessariamente in piccoli gruppi e tra sole donne, l' analisi delle nostre relazioni con donne e uomini, delle complicità e dei compromessi messi in gioco per sopravvivere allo sconforto e ai sentimenti di fallimento individuale.
Fu per molte di noi il passaggio dalla  presa di coscienza di una sorellanza nella comune oppressione di genere, quella che veniva chiamata istituzionalmennte la "questione femminile", all'autocoscienza.
Il periodo della sorellanza mi aveva aperto inedite prospettive di rapporti con le donne (più anziane di me o coetanee, della mia stessa condizione sociale e culturale o di condizione totalmente diversa), rapporti improntati alla fiducia, alla comprensione, alla possibilità di divertirsi, conoscere, sperimentare insieme,  tra sole donne.
Erano sensazioni nuove e esaltanti per me, stretta com'ero tra l'ingiunzione materna di non fidarmi mai delle eventuali amiche, che prima o poi avrebbero cercato di tradirmi in qualche modo, e la curiosità che invece provavo nei confronti delle altre donne, mista a una forte dose di competitività. 
Il rapporto con mia madre aveva rasentato pericolosamente la simbiosi, non ho mai cercato amiche del cuore, con le quali confidarmi, perché mi bastava lei, con la sua oblatività, potevo parlare di tutto, certa della sua comprensione e del suo incoraggiamento.
Giungevo a leggerle e commentare le lettere che qualche amica occasionale o compagna di classe mi scrivevano, durante i mesi estivi, lettere alle quali poi finivo per non rispondere, appagata dal confronto con lei.
Oltre al desiderio di controllo che mia madre ha esercitato fortemente su me, preoccupata della mia integrità psico-fisica, dato che sono stata una ragazzina molto precoce, c'era in lei il desiderio, questa volta dichiarato e programmato,  di vivere attraverso di me un'adolescenza serena e "normale", che le sue vicende familiari le avevano impedito (triste vita in uno dei collegi delle sue zie suore dalla separazione dei genitori fino a 14 anni, rifiuto di continuare gli studi, suo grande desiderio, oppostole dal padre socialista con la scusa che non voleva mandarla in una scuola "insieme con i maschi").
Non credo che la mia esperienza sia diversa da quella vissuta da altre adolescenti dei miei tempi, il guaio èche mi è mancato il confronto allora con altre donne e/o ragazze, che mi avrebbero un po' aperto gli occhi, e che la morte di mia madre ha congelato la situazione dentro di me, non ho avuto sufficiente accortezza e intelligenza per analizzarla, anche se proprio il femminismo a un certo punto mi ha messo a disposizione gli strumenti di di analisi per farlo.
L'esperienza della nuova socialità tra donne si confuse ben presto nella mia storia personale con la mia ricerca di madre accogliente e consolatoria, quale era l'immagine che mi portavo dentro della mia madre reale.

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