mercoledì 25 giugno 2014

Memorie di una femminista non pentita (III puntata)

Forse ci fu un affollarsi troppo repentino di eventi personali, idee, scoperte di dimensioni diverse da quelle un po' claustrofobiche nelle quali ero vissuta fino ad allora, ne avrei scontato anni dopo la precipitosità e la mancanza di assimilazione emotiva e intellettiva, però furono tempi caotici anche per molti e molte della mia generazione.
La mia adolescenza era trascorsa nel chiuso di un piccolo nucleo familiare, i miei genitori erano entrambi emigrati a Milano, rompendo in modo più o meno definitivo con la propria famiglia d'origine, non ho frequentato né zie/i, né cugine/i, se non per brevi incontri occasionali, tranne che la mia nonna materna, "fuggita" a Milano con la figlia poco più che ventenne e per questo messa al bando dalla propria famiglia d'origine. 
Ricordo vagamente che mia madre mi parlò di un discorso tra uomini, tra mio padre e mio nonno materno, che non ho mai conosciuto e che non era neanche intervenuto al matrimonio dei miei,  discorso nel quale sembra che mio padre si sia fatto un dovere di avvertire il suocero che aveva trovato mia madre "a posto".
Questo ricordo mi affiora per la prima volta alla memoria, non so più neppure se l'ho costruito io o se è reale, fatto sta che mia madre e mia nonna, scappate a Milano da Genova, da sole, furono considerate dai e dalle loro parenti (famiglia patriarcale, infarcita di suore e preti) alla stregua di puttane. 
D'altronde mio nonno era socialista e antifascista -il più giovane di di undici tra fratelli e sorelle, a sua volta pecora nera della famiglia benestante, ultracattolica e clericale- mio padre era un proletario, poliziotto e fascista, non si potevano vedere. Pur essendo socialista poi, mio nonno era anche razzista dato che sembra su sia scandalizzato all'idea che sua figlia sposasse un poliziotto per di più meridionale! (dai pochi accenni che mia madre ha fatto alla mia storia familiare quando avevo quindici o sedici anni). 
Gli eventi fondamentali per me nel giro di un paio d'anni, dai venti ai ventuno, furono la morte di mia madre,  l'innamoramento e l'impegno politico-sociale.
Tre episodi che fecero cambiare completamente la direzione del mio futuro, provocando rotture drastiche con il percorso personale e professionale che mi ero prefigurata fino a quel momento.
Matrimonio a ventitré anni, addirittura prima di discutere la tesi di laurea; l'ultima concessione al mio cattolicesimo, velato da una sfumatura di misticismo, fu proprio il matrimonio, che volli celebrare in chiesa (fedeltà al messaggio materno, dato che mia madre era morta?) di lì a poco avrei perso la fede, in maniera molto tranquilla, da un giorno all'altro mi parve tutto una bella favola (la struttura della chiesa l'avevo già messa in discussione da anni), non ho più creduto nella divinità di Gesù, mio eroe, fratello maggiore fin da quando ero bambina; mi è crollato tutto, anche se ho continuato per decenni a sognarmi il giudizio universale.
Abbandono dell'Istituto di Storia dell'Università, frequentato fin dal secondo anno con la prospettiva di intraprendere la carriera universitaria, situazione che mi aveva anche dato un piccolo stipendio mensile per un lavoro nell'ambito del CNR; erano sorte in me divergenze politiche con il mio professore di riferimento, avevo cambiato opinione io, non lui, alla sua richiesta di continuare opposi un gentile e netto rifiuto.
Di lì a poco scoppiò dentro e fuori di me il femminismo a sovvertire gli ultimi residui delle mie convinzioni e credenze e a rimescolare le mie carte..


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