domenica 29 giugno 2014

Memorie di una femminista non pentita (VI)

Proprio il discorso della complicità di noi donne con l'ordine costituito ha imposto di fatto la pratica dell'autocoscienza, l'unico modo per scoprire, collettivamente, le interiorizzazioni delle immagini di genere prodotte dalla cultura patriarcale trasmesse a donne e uomini con le rispettive educazioni di genere, immagini accettate e riproposte, a volte inconsapevolmente.
I primi anni del femminismo (1969-1973) mi avevano visto animatrice di gruppi di analisi e confronto sui temi dell'oppressione delle donne, della loro marginalità rispetto ai luoghi di potere (il tetto di cristallo), del carico del doppio lavoro, delle difficoltà dell'autodeterninazione rispetto al proprio corpo e alla salute, degli ostacoli e dei vincoli opposti alle donne nei loro tentativi di conquistare indipendenza economica  e autonomia   dalla norma sociale.
Gli anni dell'autocoscienza mi ammutolirono; non appena mi resi conto di continuare a parlare un linguaggio ancora interno a un'ottica emancipazionista, ispirata al progetto di valorizzazione e promozione delle attitudini, capacità e competenze delle donne in tutti i settori della cultura, della politica  e della vita sociale, mi trovai letteralmente senza parole, ma molto interessata a ascoltare chi mi sembrava più esperta nelle analisi delle complicità.
Era veramente disorientante mettere in discussione consapevolezze e certezze acquisite in anni di militanza politica, ritrovarsi quasi senza rete di protezione, senza sapere bene dove si sarebbe andate a parare. 
L'unico luogo  dove si pensava, e ci si illudeva, di essere al riparo da scossoni affettivi e emotivi sembrava essere il proprio gruppo di autocoscienza, dove si era comprese, perché si parlava una lingua comune, che si allontanava sempre più dagli altri linguaggi, e dove si era sostenute.
Successivamente ci si sarebbe accorte che anche tra donne si potevano riproporre i meccanismi consueti di potere, "l'occhio e la logica maschile" erano state interiorizzate da molte di noi, e non si poteva eliminare semplicemente allontanando gli uomini concreti dalle nostre riunioni, a quel punto molti gruppi di autocoscienza si sciolsero, spesso con lacrime e lacerazioni di relazioni.   
Il separatismo, funzionale all'analisi dei meccanismi culturali e sociali determinanti delle identità maschili e femminili tradizionali, sconvolgeva anche equilibri nelle relazioni personali, specie con i propri uomini, equilibri magari raggiunti a fatica precedentemente, scompaginava anche alleanze sentimentali e  politiche, fino ad allora coese.
Molte furono le crisi di relazioni in quel tempo, fiorivano battute sulle coppie che scoppiavano alla luce delle nuove consapevolezze maturate dalle donne su se stesse e sui propri desideri; al di là dei drammi che questo processo comportò, ebbe luogo per molte e molti una funzione chiarificatrice in merito alle ambiguità e ambivalenze sottese a molte relazioni d'amore.
I  miei problemi con il materno, una certa inesperienza delle relazioni amicali e d'amore, e soprattutto l'ignoranza di quello che avrei voluto io da queste relazioni, provocarono in me una certa confusione, e una deriva ideologica, provocata da una sorta di scissione, lo dico con il senno di poi, che mi impedì di applicare alla mia realtà più profonda le analisi che andavo studiando e sperimentando nel gruppo.
Devo anche dire che erano anni per me molto affollati di impegni, lavoro, figli, ai quali accudire io e mio marito senza alcuna rete parentale di sostegno,  riunioni, studi, con poco tempo per riflettere e metabolizzare eventi e discorsi.
 Comunque fu un periodo molto ricco e entusiasmante per  quanto di nuovo si stava elaborando da parte delle donne dei collettivi e dei gruppi di autocoscienza che costituirono il Movimento, ma anche da parte di studiose di varie discipline che, senza far parte attiva del Movimento, coglievano gli stimoli che provenivano dalle sue pratiche e teorizzazioni. 
Divennero sempre più numerose e sofisticate le analisi dei modelli di organizzazione sociale, delle modalità affettive praticate, dei linguaggi disciplinari e scientifici dominanti. 
La grande grande vivacità intellettuale di donne di tutte le età si traduceva anche immediatamente in momenti di lotta autorganizzati, creativi, progettuali nelle scuole, nelle fabbriche, nelle case.  
Forte era poi il sentimento comune di dar vita a una socialità fino ad allora inedita.

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