Gli ultimi tre anni costituiscono una svolta storica a più livelli, sociale, politico, economico-finanziario, quindi anche antropologico.
Le crisi umanitarie, climatiche, economiche esplose dalla fine del secolo scorso a oggi si sono susseguite con particolare intensità e ferocia nei confronti delle popolazioni impoverite, coinvolgendo progressivamente nei loro effetti anche le popolazioni benestanti del pianeta.
Sembra accertato che il virus provenga dalla Cina, o fuggito da un laboratorio per negligenza, o sviluppatosi in seguito a costumi alimentari sconsiderati.
Usiamo le metafore per dare senso alle nostre esperienze, agite o patite, di qui la metafora della guerra è stata subito adottata dalle istituzioni politiche e scientifiche per descrivere il nostro rapporto con il virus e le misure da adottare.
A che cosa serve, infatti, presentare la lotta al virus come una guerra -dove o si vince o si muore- se non a ingenerare un senso di ineluttabilità, di impotenza, quasi rassegnazione al peggio e nello stesso tempo a indurre a mobilitare energie psicofisiche per limitare il più possibile i danni che coglieranno tutte/i/@ ? Chi può dissentire - a scapito della vita propria e altrui- dai provvedimenti che i e le responsabili politiche /ci utilizzano per preservare dalla rovina? Chi può osare mettere i bastoni tra le ruote in situazione di emergenza, opponendosi a disposizioni dolorose per la natura di controllo sociale, ma inevitabili per la sopravvivenza?
Non c'era la Rete a disposizione, solo qualche foto sui giornali e i resoconti dagli inviati al seguito dell'esercito davano conto delle atrocità perpetrate dai soldati USA a danno di civili e combattenti e dai vietnamiti nei confronti dei soldati USA fatti prigionieri.
Prima ancora dei film degli anni Settanta e delle canzoni antimilitariste, che ne hanno denunciato la ferocia e le conseguenze terribili per i reduci, tornati a casa feriti nel corpo e nello spirito, a parte i morti, abbiamo visto la foto della bambina nuda che corre con la schiena bruciata dal napalm, sparso a piene mani sui villaggi e le foreste dagli elicotteri e dagli aerei, la foto del soldato USA che mostra trionfante le teste mozzate di due vietnamiti impugnate dalle mani, abbiamo letto i racconti di torture e stupri effettuati con mezzi meccanici di tutti i tipi sulle donne vietnamite catturate....
Tutte atrocità che oggi si ripetono e si sono ripetute puntualmente in tutte le guerre brevi o lunghe degli ultimi 50 anni.
Abbiamo imparato da allora, noi che la guerra la conoscevamo solo attraverso i racconti dei nostri genitori, a aborrire la guerra e ogni sua forma, praticando il conflitto, che si conclude con la mediazione, non con l'annichilimento dell'avversario..
Abbiamo continuato a gridarlo in piazza e, consapevoli che non basta urlarlo ma occorre lavorare a rimuovere le condizioni materiali e simboliche che provocano le guerre nel breve e lungo termine, abbiamo dato vita a pratiche di conflitto culturale, sociale e politico.
Una delle prime esigenze è il cambiamento sia della relazione tra donne e uomini, modellata dal patriarcato, sia del sistema economico sociale vigente che crea tali ingiustizie e sopraffazioni insopportabili per larga parte delle popolazioni mondiali, degli animali e delle piante.
L'attuale guerra, come le altre esistenti sul pianeta, è tra potenze ben accampate nello stesso sistema, con modelli politici e caratteristiche sociali proprie e diversificate, che vanno dalle democrazie liberali attraverso un continuo progressivo processo di restrizione di spazi di libertà di parola e di azione fino alle dittature.