mercoledì 15 aprile 2020

Una riflessione a due su paura e sgomento al tempo del coronaviru



di Adriana Perrotta e Paolo Rabissi




L'emergenza da coronavirus in corso ci mette di fronte a episodi che non tranquillizzano per niente sul futuro. Le tentazioni autoritarie nel nostro paese hanno una storia lunga ma l'emergenza in corso fa temere a molte/i una loro presa maggiore, cosa che non poche delle forze politiche in gioco non mascherano più di tanto nei loro proclami e inviti, che vengano dall'opposizione di destra o da certi settori del governo.
Soprattutto si teme che le necessarie misure, prese di autorità dal governo per contenere il contagio, possano residuare sul lungo periodo imposizioni e diminuzione di libertà civili. Una realtà che avrà purtroppo la sua legittimazione tecnica se è vero come sembra che gli effetti del corona virus possono durare anche uno o due anni, se è vero come sembra che i coronavirus mutano e che già nel prossimo autunno potrebbero ripresentarsi sotto altre forme.
Tuttavia quello che ci preme, e dovrebbe premere a chiunque, è di non contribuire in alcun modo a diffondere smarrimento e paure, alimentare isterie individuali e collettive, per cui sentiamo l'obbligo di prendere posizione contro coloro che invece lo fanno. Di fronte a quattro cretini in divisa, che investiti finalmente di un po' di autorità ne approfittano per vessare i cittadine/i, certune/i finiscono col denunciare come inutili i provvedimenti di restrizione alla nostra vita quotidiana e col sollecitare alla ribellione in nome dell'antiautoritarismo dal quale la nostra generazione e le successive provengono. Posizione ambigua, soprattutto perché paladini strenui delle libertà democratiche oggi sono i partiti di destra. Ma posizione anche isterica perché gridare al lupo al lupo in questo caso è semplicismo politico, occorrerebbe spiegare se si è convinte/i che la diffusione del virus avviene per contagio oppure per sfiga o per dannazione dei Sapientes all'autodistruzione. Siccome avviene per vicinanza e contatto l'unica cosa da fare è stare alla larga dal prossimo tuo. Certo si possono suggerire, e qui i social i centri di controinformazione la rete ecc. possono fare molto, modifiche, attenuazioni, priorità. Senza disinvolte pressioni della pancia.
Poi ci sono certe/i intellettuali che farebbero meglio a stare zitte/i.
In rete, nei fogli on line, abbondano. Abbondano anche altrove. Hanno purtroppo il piglio moralistico con il quale ci si accusa di non renderci conto dell'abisso di inciviltà in cui avremmo accettato di piombare ubbidendo alle restrizioni: crediamo sia da respingere in toto, è una posizione che non riconosce gli affanni, i tentativi di andare avanti, malgrado paure e insicurezze in agguato, le riflessioni condotte da molte/i e le pratiche e le iniziative messe in atto, anche nell'attuale situazione, per trarre da questa sciagurata emergenza, perché di questo si tratta e non di una invenzione dell'orrido Potere, insegnamenti per evitare di tornare tout court alla "normalità" precedente, che non ci piaceva e che già combattevamo culturalmente, socialmente, politicamente. Non so se ci riusciremo, o saremo stroncate/i, ma forse occorrerebbero parole di incoraggiamento, piuttosto che altezzose reprimende da parte di chi "ha capito tutto".
Ci sono anche quelle/i che sostengono che il paese di fronte al virus è crollato eticamente e politicamente. Lasciamo stare che a buona ragione uno potrebbe dire che è da mo' che è crollato, epperò la maggior parte delle/dei cittadine/i ha accettato le misure di sicurezza, la Confindustria ha continuato a fare la Confindustria, le/gli operaie/i che hanno dovuto lavorare hanno continuato anche a scioperare per ottenere maggiori garanzie, compresi i driver. Che poi il governo ci provi a fare il di più c'era da aspettarselo, continuiamo comunque nel parere che in casa bisogna restare: ma davvero non c'è più nessuna fiducia che se dovesse esagerare e approfittarne troppo una buona parte del paese non gli scatenerebbe addosso una reazione (noi vecchietti compresi)? Non ci crediamo. L'unico problema sarà che prima a farla sarà la destra, in nome delle libertà morali, etiche e costituzionali di cui è diventata depositaria. Grazie anche alla fu sinistra
Si parla di aggressioni e delazioni da parte di vicine/i di casa? di caccia agli untori? di abusi di forze dell'ordine?...Non è che siano proprio delle novità! Sarà che queste cose si sono intensificate da quando una sciagurata destra al potere economico, finanziario, culturale - e ci mettiamo dentro certa parte della "sinistra istituzionale" - ha occupato i posti dirigenziali di questo sfortunato paese. Lavoratori non italiani uccisi, non italiani accusati di essere stupratori in quanto etnia... E poi Carlo Giuliani, Cucchi, Aldrovandi, Varalli e Zibecchi..., Genova, con i responsabili premiati, arresti di chi manifesta contro il Tav, migranti lasciati morire in mare... Questo e molto altro è il recente nostro passato repressivo, da quando si è lacerato il tessuto sociale e democratico egemonico in Italia fino a qualche decennio fa. Non parliamo dell'austerità, della disgregazione della sanità pubblica a favore della privata.
Se si vuol dire che questa mentalità repressiva e barbara coglie l' occasione per manifestarsi più liberamente oggi, grazie all'emergenza, siamo d'accordo. Se si vuol dire che i e le responsabili della distruzione del tessuto democratico vogliono e tenteranno di approfittare anche loro per dare un colpo a espressione e iniziativa di pensiero critico e dissenso, è una paura che abbiamo tutte e tutti. Ma appunto occorre non solo vigilare, ma incoraggiare e rendere il più possibile pubbliche tutte le riflessioni e pratiche che comunque si mettono in atto per fare argine a questa ondata autoritaria e regressiva (pensiamo ad esempio che in Polonia stanno approfittando per dare un colpo all'interruzione volontaria di gravidanza, mentre le donne non possono manifestare per il lock down, e hanno tentato anche qui). Iniziative che comunque esistono, basta cercarle.
In ultimo: ci sono addirittura coloro che accusano di ignavia e subalternità chi (e sono la maggior parte del paese) si attiene alle disposizioni. Pensiamo che non sia giusto né produttivo, che sia deprimente lanciare solo allarmi senza avanzare ipotesi plausibili: ribellarsi alle misure imposte, rischiando contagi. A meno che non si pensi che non sia una pandemia, ma un semplice strumento esagerato per imporre il controllo.





giovedì 6 febbraio 2020

La reazione alle lotte delle donne si fa dura anche in Italia



Mi sono tenuta accuratamente estranea alle polemiche relative al Festival di San Remo commentate in rete, perché secondo me hanno avuto e continuano a avere lo scopo di pubblicizzarlo ancora di più e renderlo l'avvenimento principale italiano già venti giorni prima dell'inizio.
Io non lo guardo non per snobismo e/o motivi ideologici, ma perché mi annoia, non mi piacciono il tipo di canzoni presentate, le battute di chi interviene.....la trasmissione in sé, la avverto come qualcosa di stantio.
Ho visto, in face book. il monologo di Rula Jebreal, peraltro mandato in onda a mezzanotte, non sia mai che lo vedano in troppe, e adesso vedo in rete il commento di Giorgia Meloni, in una trasmissione televisiva, la quale si lamenta che una persona "politicamente schierata", suppongo a sinistra, vada a fare un monologo di mezz'ora pagata con i soldi pubblici senza contraddittorio, mentre se l'avesse fatto, al tempo del governo di centro-destra, una persona come Giordano ad esempio (?) sarebbero stati  chiamati i "caschi blu" (?????)
La mia prima reazione è stata una risata, da quando una persona che va a parlare in televisione contro crimini deve avere il contraddittorio di criminali?
Faccio un appello contro la pedofilia, laica o sacerdotale, e deve esserci il pedofilo di turno a difenderla; parlo contro il furto e le rapine, e devono esserci i rapinatori a spiegare le proprie ragioni; condanno la violenza degli uomini sulle donne, e deve esserci il violentatore di turno a giustificare violenze e femminicidi.
Poi ho riflettuto che la questione è più sottile di quanto può apparire, non si tratta dell'emerita scemenza, tanto più insopportabile perché pronunciata da una donna, ma di una strategia politica volta a dissimulare e a mascherare la portata eversiva di un conflitto che mina la base stessa dell'ordine patriarcale, sgretolandola, vale a dire la messa in discussione delle relazioni tra donne e uomini, costruite sulla divisione sessuale del lavoro e di conseguenza sullo scambio sessuo- economico.
La reazione da parte del patriarcato e dei suoi sostenitori, uomini patriarcali, che ne godono i privilegi, e delle sostenitrici, donne complici e perciò ammesse a godere briciole di privilegi, purché si mantengano in posizioni subordinata, si fa dura, in considerazione della rilevanza crescente delle 
 lotte delle donne in Italia e nel mondo.
Che si tratti dello sciopero generale dell'Otto marzo, piuttosto che delle varie manifestazioni, prese di posizione pubbliche, o dichiarazioni da parte delle alte cariche dello Stato e delle Istituzioni politiche sui  femminicidi, ormai l'emergenza della violenza degli uomini sulle donne non è più nascosta nelle pieghe di un sociale malato, moralistico e familistico. Occorre combattere in tutti i modi la diffusione della  consapevolezza, sia con l'intensificarsi degli atti di violenza, per intimidire ee donne e  fiaccarne le resistenze delle donne, sia con operazioni di  dissimulazione, normalizzazione, minimizzazione, riduzione a momenti episodici. da parte di opinion maker,  giornalisti/e, politici/che.
Se analizziamo il senso dell'operazione della signora Meloni notiamo alcuni aspetti paradigmatici di questa reazione:
1) nessun accenno al tema trattato, all'argomento del monologo, è presentato come un comizio politico di mezz'ora, che in quanto tale richiede un contraddittorio. 
Si avverte la stessa opera di disinformazione attuata da giornaliste/i  nel riportare i femminicidi come effetto di "troppo amore", "raptus" "gelosia", basta non si accenni esplicitamente a violenza degli uomini sulle donne,
2) l'argomento in questione è reso pertanto  come un tema di schieramento politico, in quanto tale sempre opinabile, appunto un'opinione, non una realtà in atto con una rilevanza particolare, non ha dimensione sociale, si può pensare che esista o no.
3) il fatto che lo dica una donna, che osserva tra l'altro, en passant, che Rula Jebreal è una "bellissima donna", da un lato dimostra come la mentalità-lingua dei maschi  patriarcali sia interiorizzata in donne all'apice di carriere politiche, istituzionali, culturali come unica lingua del potere, dall'altro rivela la miseria intellettuale e psicologica della Meloni, cosa della quale non varrebbe la pena occuparsi, se non ricoprisse il ruolo politico attuale.
Di donne così non abbiamo proprio bisogno, né noi donne, né gli uomini.

mercoledì 8 gennaio 2020

Per iniziare a cambiare radicalmente lo stato di cose presente

Il pretesto per questa riflessione mi è offerto da una serie di rilievi su fb. suscitati da una mio post che riporto:
"So bene che il giudizio estetico è soggettivo e non si può recriminare se un premio è dato a un'opera, piuttosto che a un'altra. Ma mi chiedo come mai sia la Palma d'oro di Cannes che il Golden Globe (per quello che valgono questi premi) siano stati assegnati a Parasite, oppure all'attore di Joker, mentre sia stato ignorato Ritratto di una giovane in fiamme.
Dà fastidio a qualcuno?"
Qualcuna ha concordato con me, attribuendo la scarsa considerazione  all'omofobia, qualcun'altra ha osservato che il film ha ricevuto a Cannes un premio importante, ma quelli che mi hanno colpito sono altri commenti: che i  tre film non sono comparabile tra loro, che Joker e Parasite sono molto  più belli per "densità artistica", "complessità di contenuti", "potenza strutturale".
Io non sono in grado di obiettare sulla densità artistica e la potenza strutturale, ma sulla complessità di contenuti ho da dire qualcosa:

Parasite è un bel film sulla lotta di classe in Corea del Sud, regione fortemente orientata ai valori occidentali,  i protagonisti sono due famiglie, una alto borghese e ricca, in un contesto caratterizzato da forti diseguaglianze sociali, una famiglia apparentemente aperta e ben disposta verso le classi impoverite, in realtà infarcita di pregiudizi, che emergono in momenti di emergenza.
L'altra è una famiglia "operaia", tutti i componenti svolgono lavori precari, malpagati, abitano in uno scantinato fatiscente, sognando la possibilità di sottrarsi con lavori dignitosi a quel destino sociale.
L'emergenza farà  piazza pulita delle apparenze in entrambe le famiglie.
Joker ha dato il via a un acceso dibattito sul grado di conflittualità nella capitale dell'Occidente e sui possibili esiti di una ribellione da parte delle persone meno garantite economicamente e socialmente.

Certo che questi sulle diseguaglianze e le ingiustizie sociali sono temi complessi, aggravati dalla spietata voracità delle  classi dominanti di tutto il mondo, in questo momento storico di apparente vittoria nel conflitto di classe.
Certo che ogni prodotto artistico può essere più o meno apprezzato, e nulla autorizza a mettere in dubbio scelte estetiche, ma il fatto che possa essere considerato un contenuto più importante la denuncia delle ingiustizie economico-sociali e politiche di un sistema rispetto alla denuncia del rapporto patriarcale  che regola le relazioni tra uomini e donne nelle società, modello di relazione che è alla base dei sistemi finora conosciuti, mi sembra opinabile.
In Ritratto di una giovane in fiamme, secondo me, non c'è solo la bella storia d'amore, non c'è solo l'amore tra due donne, dimensione ormai più accettata nel nostro mondo occidentale rispetto a altri tempi e altri luoghi, a causa delle battaglie decennali condotte per i diritti civili,  c'è anche forte la denuncia della condanna patriarcale, alla quale la figlia maggiore si sottrae con il suicidio, e la minore si sottomette, sostenuta dalla forza e dalla consapevolezza di sé acquisite nella sua relazione con la donna amata, in un'epoca, il Settecento, nella quale le difficoltà di conquistare un'autonomia dalle convenzioni sociali erano maggiori di oggi.
Questo contenuto, forse messo in ombra dal discorso della "passione" tra le due donne, mi sembra forte e complesso, e non dovrebbe essere sottovalutato, pena l'impossibilità di cambiare  radicalmente lo stato di cose presente.


sabato 4 gennaio 2020

Donne e guerre. Visibilità/invisibilità delle donne nelle guerre



Riporto parte di una riflessione su Donne e guerre che ho scritto in occasione di un Convegno tenutosi in Colombia a Baranquilla nel settembre del 2019, in corso di pubblicazione negli Atti del Convegno.
Lo pubblico ora, quando soffiano impetuosi nuovi venti di guerra vicino a noi, mentre non hanno mai smesso di soffiare in luoghi più distanti.
Gli ultimi avvenimenti politici hanno riportato in primo piano il pericolo di guerre che possono coinvolgerci direttamente,
L'effetto immediato oltre allo sgomento e al timore, è stato di cancellare dalle prime pagine dei giornali e dai servizi televisivi ogni notizia della vita quotidiana, di riferire tutto a guerre possibili e incombenti, vendette immaginate, ritorsioni, tutte illustrate da competenti, rigorosamente uomini, perché ufficialmente è "affare loro".
E' pure vero che in anni recenti abbiamo avuto due donne Segretarie di Stato in USA, ma per l'appunto si è trattato di due eccezioni che confermano la regola, "sorelle degli uomini", cooptate da loro e fedeli alle loro strategie politiche degli uomini che le hanno promosse.
 Anche se le moderne tecnologie hanno sovvertito molte delle immagini interiorizzate rispetto alle guerra conosciute fino a 50 anni fa, con l'impiego orribile di droni, guidati come in un videogiochi,  e il conseguente sterminio di civili, certe motivazioni di fondo, soprattutto riguardo alle relazioni tra donne e uomini di fronte alle guerre, non sono cambiate di tanto, si sono solo modernizzati i ruoli. 

"La letteratura dell’Occidente comincia con la glorificazione di una guerra di rapina" (Christa Wolf) 1,
"Gli uomini hanno paura che le donne raccontino tutta un'altra guerra" (Svetlana Aleksievic) 2

Premessa  
Le donne non spariscono nelle guerre, come a volte si è portate/i a pensare, ma nella narrazione che ne è fatta. Anche quando sono le donne a raccontare, spesso il modello di ricostruzione è quello unico, secondo un paradigma maschile, apparentemente neutrale, fatto di ideali, eroismi, sacrifici. Quando si parla di donne nelle guerre queste ultime sono rappresentate o come vittime di stupri e aggressioni, oppure affannate a districarsi nelle mille difficoltà per portare avanti la vita propria, e quelle che dipendono da loro. Nel caso poi ci si riferisca a combattenti, una minoranza comunque, ad esempio nella Resistenza, si esaltano le doti di coraggio, l’’eroismo, lo spirito di sacrificio comuni agli uomini.
Le ragioni dell’uniformità di modelli narrativi affondano nella patriarcale divisione sessuale del lavoro, secondo la quale agli uomini è attribuita la sfera delle relazioni pubbliche (politica, guerre, lavoro) e della presa di parola pubblica, alle donne quella delle relazioni private e dei sentimenti.
Dimensione che offre loro il massimo di potenza immaginaria e il massimo di impotenza reale.

Nel mito
Eco e Medusa, due figure che simboleggiano l’obbligo delle donne al silenzio pubblico, rappresentando un monito severo per quelle che abbandonano la sicurezza confortevole dei luoghi a loro assegnati dal patriarcato, vale a dire il mondo degli affetti, della cura alle persone e agli animali, della manutenzione e riparazione di ambienti e oggetti per avventurarsi nei territori infidi della produzione culturale, del sociale e del politico, trascurando così la funzione prioritaria del femminile, storicamente determinata, ma naturalizzata da millenni di pratica.
La loro vicenda segnala i rischi più comuni che si corrono: la ripetizione balbettante di cose già dette da altri o il silenzio.
Eco perde il corpo per un eccesso di passione, poco importa che ne sia l’oggetto -nel mito meno conosciuto è fatta a pezzi mentre sfugge a Pan- o il soggetto -si consuma fino a confondersi con la roccia della montagna nell’amore non corrisposto per Narciso- di lei resta solo la voce, Giunone le ha inflitto un terribile destino: non può prendere l’iniziativa di parlare per prima, deve limitarsi a ripetere frammenti disarticolati, le sillabe finali delle parole altrui.
Ha voce, ma non la dignità del dire, del parlare in prima persona.
Medusa perde anch’essa il proprio corpo, è una bellissima donna punita dalla dea Atena per averne la sfidato bellezza, è presente nel nostro immaginario come testa terrificante, la bocca spalancata in un urlo muto e disperato e lo sguardo che ha il potere di pietrificare chi la guarda. La sua testa mozzata andrà ad adornare lo scudo di Atena, la vergine saggia, fedele alleata di eroi, uscita dal capo di Giove, nascita che l’ha liberata dall’umiliazione di nascere da un corpo di donna. Medusa non ha voce, la sua cifra è il silenzio, solo lo guardo comunica, è di orrore e terrorizza, che cosa ha visto? Che cosa sa? Non ha voce per dirlo, per avvertirci.
In entrambi i miti la punizione è inflitta per mano di altre due donne, peraltro dee, Giunone e Atena, che incarnano nella nostra cultura due modelli conformi al destino sociale delle donne, la prima è la madre, potente e fiera del suo potere, anche se comunque subordinata al marito Giove, orgogliosa e gelosa delle sue prerogative, protettrice dell’istituzione familiare. L’altra è la sorella, savia e forte, protettrice della guerra e delle tecnologie produttive, vera donna emancipata, che ha assunto i modelli di parola e azione maschili.
Due ruoli pacificati e pacificanti, che mantengono l’ordine sociale costituito.
Nello stesso tempo Eco e Medusa segnalano l’insopprimibile passione a infrangere gli interdetti reali
o immaginari, auto o etero imposti, anche a rischio di perdere un’interezza-il corpo-.

Nulla chiama in causa la questione delle relazioni tra gli uomini e le donne come le guerre, guerreggiate, minacciate, mascherate, ignorate; la Storia insegnata, ricordata, trasmessa è prevalentemente storia di guerre, resistenze, lotte di oppressione e liberazione a cominciare dal fondamento della cultura occidentale, l’Iliade.
Nulla più della guerra rimette a posto il disordine sociale rispetto ai compiti e alle funzioni di genere, nulla quindi, in ultima istanza, risulta più rassicurante dinanzi ai veloci cambiamenti di mentalità, atteggiamenti, comportamenti e costumi.
Gli uomini -guerrieri- rischiano la vita per la difesa di valori, persone, beni, ideali civili e/o religiosi, riconquistando una centralità e un'autorità che sentono messa in crisi dai tentativi delle donne di sottrarsi alla permanente subordinazione sociale e culturale
Le donne, in trepida attesa del ritorno dei loro eroi, da curare nel fisico e nello spirito, trovano una pausa dalle quotidiane fatiche di conquistare un'autonomia di pensiero e azione, nonché dal senso di impotenza e dalla delusione che spesso gravano sulle spalle di chi intraprende un percorso esterno agli schemi di genere socialmente accettati.
Il destino femminile di cura e accudimento, interiorizzato nell'educazione di genere, ritorna a essere risorsa sociale, collettiva e individuale, fattore di esaltazioni e riconoscimenti altrimenti negati.

Concorrono all'incantamento nei confronti della guerra anche le narrazioni costanti del nostro passato collettivo e individuale, che pongono l'accento soprattutto su eventi bellici, pur mostrandone gli orrori, ma presentandoli come ineliminabili, quasi fossero tratti di specie, oscurando il fatto che molti conflitti furono risolti attraverso mediazioni, dialoghi, scambio di pensieri e parole tra uomini, e anche donne.

Nella storia
Tre scrittrici testimoni loro malgrado delle guerre e degli orrori del Novecento, si sono interrogate sul significato attuale dei miti fondativi della nostra civiltà occidentale, Christa Wolf, Svetlana Aleksievich e Marguerite Yourcenar,  Wolf e Yourcenar indagano due figure principali del nostro immaginario, Cassandra e Clitennestra, sovvertendone le immagine trasmessaci dalla tradizione di una Cassandra profeta inascoltata da chi avrebbe dovuto crederle per evitare la rovina e di una Clitennestra, mostro sanguinario, fedifraga e assassina spietata. 

Nella rappresentazione di Wolf Cassandra inizialmente vuole per sé il potere destinatole per nascita in quanto figlia amatissima di Priamo, sacerdotessa, e quindi con un ruolo di prestigio nella sua comunità, quando si accorge del disinganno, delle menzogne relative alla guerra, dell’ipocrisia che regna nel Palazzo e anche tra i suoi familiari, arriva a ipotizzare che Elena sia un pretesto, e non esista, si ammala, rinunciando a ruolo e vita a Palazzo.
Quando, portata da Agamennone schiava a Micene, incontra Clitennestra, ha un moto di pietà, intuisce che al di fuori della guerra degli uomini avrebbero potuto anche essere amiche:

"Prima, quando la regina uscì dalla porta, lasciai che mi nascesse dentro un'ultima esilissima speranza, poterle strappare la vita dei bambini. Poi ho dovuto solo guardarla negli occhi: lei faceva quel che doveva. Non ha fatto lei le cose. Si adegua allo stato delle cose. O si sbarazza dell'uomo, quella testa vuota, completamente, oppure rinuncia a sé: alla vita, alla reggenza, all'amante, che del resto se interpreto bene la figura sullo sfondo, è ugualmente una testa vuota innamorata di sé, solo più giovane, più bello, di carne liscia. Con una scrollata di spalle mi fece capire che quel che accadeva non era rivolto direttamente contro di me. Niente in altri tempi avrebbe potuto impedire di chiamarci sorelle, questo lessi sul viso dell'avversaria, dove Agamennone, l'imbecille, avrebbe dovuto vedere amore devozione e gioia di rivederlo, questo vide. Perciò inciampò su per il rosso tappeto, come il bue che va al macello, lo pensammo entrambe, e agli angoli della bocca di Clitennestra apparve lo stesso sorriso che a quelli della mia. Non crudele. Doloroso. Perché il destino non ci ha posto dalla stessa parte". 3

Clitennestra, donna di maschio volere secondo l’espressione di Eschilo, nel racconto di Yourcenar acquista progressivamente negli anni consapevolezza del proprio valore e della propria forza, esercitando la funzione di capo durante l’assenza di Agamennone, così come molte donne durante le guerre suppliscono alle assenze degli uomini. Si sente anche più capace e meritevole di quel ruolo a cui non vuole rinunciare del marito e di altri uomini dai quali è circondata, quale ad esempio il pauroso Egisto, ma soprattutto si rende conto della falsità di una vita, programmata fin dalla nascita dai genitori, aspettata con ansia nell’adolescenza, destinata ad amare, servire, onorare un uomo senza particolari qualità, tutto preso dalle vicende della guerra e dai piaceri sessuali con le donne incontrate in guerra. L’amore folle tradito e il disincanto la portano a organizzarne l’uccisione.
La Clitennestra di Yourcenar non può provare empatia per la schiava di suo marito, anzi la dipinge con parole di disgusto, la chiama la sua gialla schiava turca abituata a giocare con le ossa dei morti:

"Ero in attesa sotto la Porta dei Leoni; un parasole rosa imbellettava il mio pallore. Le ruote della vettura scricchiolavano sull'irta salita; la gente del villaggio si attaccò alle stanghe per alleviare la fatica ai cavalli. Alla svolta della strada potei finalmente intravedere la carrozza un po' più alta della cima delle siepaglie, e mi accorsi che ìl mio uomo non era solo. Gli stava accanto quella specie di maga turca che si era scelta come parte del bottino, benché fosse un pochino guasta, forse, dai giochi dei soldati. Era quasi una bambina; aveva dei begli occhi cupi in un viso giallo tatuato di ferite; lui le accarezzava il braccio per impedirle di piangere. L'aiutò e scendere dalla carrozza; mi abbracciò freddamente, mi disse che contava sulla mia generosità per far buona accoglienza a quella ragazza orfana di padre e di madre" 4

Due forme opposte, quella di Cassandra e quella di Clitennestra, e reali di relazioni tra donne vittime della stessa violenza maschile, la violenza strutturale della società patriarcale, della quale la guerra è l’esempio più significativo. Uno degli effetti più deleteri delle guerre è la divisione tra donne che la guerra degli uomini comporta, anche quando sarebbe necessaria la solidarietà.

Osserva Wolf a proposito della guerra e delle donne:

"…Europa [era] la figlia del re fenicio, che il dio Zeus, in sembianze di toro, rapì dalla fenicia portandola a creta, dove lei partorì, tra gli altri figli, il futuro re
Minosse. Un atto di violenza contro una donna fonda, nel mito greco, la storia dell'Europa" 5

Riporta poi l’osservazione di un giovane uomo che ascolta una sua conferenza:

"…bisognava smetterla di piangere sulla sorte della donna in passato. Che lei si assoggettasse all’ uomo, che lo curasse, che lo servisse – esattamente questa era stata la condizione perché l’uomo potesse concentrarsi sulla scienza, o anche sull’arte, e dare risultati di altissimo livello in entrambi i settori. Il progresso era stato e era impossibile in altro modo." 6

Svetlana Aleksievich fa un’operazione singolare, scrive un libro di narrazione di guerra femminile.

"La ricerca è durata sette anni, il libro è stato pubblicato quasi vent'anni dopo la sua stesura al tempo della perestrojka di Gorbaciov, perché prima era censurato con il pretesto che la guerra che raccontava era troppo spaventosa, troppi orrori e troppi dettagli naturalistici, in una parola non era la guerra giusta, da tramandare, bisognava invece parlare dei gesti eroici, non infangare tutto rimestando nel sudiciume e nella biancheria intima, in questo modo si sminuivano le donne, riducendole a donne comuni, a femmine."

Avverte Aleksievich:

“Scrivo un libro sulla guerra… Io che non ho mai amato leggere i libri di guerre benché per tutta la mia infanzia e adolescenza fossero le letture preferite di tutti…E non c'era niente di strano: non eravamo forse i figli della Vittoria? I figli dei vincitori? … c'erano già state migliaia di guerre, grandi e piccole, note meno notte. E libri e libri che le avevano narrate erano ancora più numerosi. Ma… erano libri scritti da uomini che parlavano di uomini… Tutto quello che sapevamo sulla guerra c'era trasmesso da voci "maschili". Siamo tutti prigionieri di una rappresentazione "maschile" della guerra. … nelle narrazioni delle donne non c'è, o non c'è quasi mai, ciò che siamo abituati a sentire…i racconti femminili parlano d'altro. La guerra "femminile" ha i propri colori, odori. una sua interpretazione dei fatti ed estensione dei sentimenti. E anche parole sue.… E a soffrir non sono solo loro (le persone!), ma anche i campi, e gli uccelli, e gli alberi" 7


Note

1) Christa Wolf, Premesse a Cassandra. Quattro lezioni su come nasce un racconto, Roma, edizioni e/o, 1984, p. 22

2) Svetlana Aleksievich, La guerra non ha un volto di donna, Milano, Bompiani, 2015, p. 20

3 Christa Wolf, Cassandra, Roma, e/o edizioni, 1984, p. 57

4 Marguerite Yorcenaur, Clitennestra o del crimine, http://www.i-libri.com/opere/clitennestra-o- del-crimine-di-m-yourcenar/

5 Christa Wolf, Premesse, p.98

6 ibidem, pp.147-148

7 Svetlana Aleksievich, La Guerra, pp 7-10

giovedì 19 dicembre 2019

La "questione maschile"

Forse c'è un non-detto che bisognerebbe  cominciare a considerare  accanto al  discorso che le donne sono inviolabili nel corpo e nella psiche in quanto esseri umani, che vanno rispettate le loro scelte conformi o non conformi alle aspettative sociali del momento storico e del luogo  nel quale vivono, concetti ai quali educare le bambine e i bambini, fin dai primi enni di età.
Iniziativa lodevole e da perseguire a partire dai primi anni di vita per tentare di arginare il moltiplicarsi delle strategie di maltrattamenti fino ai femminicidi negli ambiti familiare, lavorativo, amicale da parte di uomini.
Così come può essere apprezzabile il discorso portato avanti dai Centri Ascolto Uomini Maltrattanti che si concentra sulla responsabilizzazione degli individui dimostratisi incapaci di gestire la frustrazione indotta loro dalla crisi culturale, economica e sociale che stiamo vivendo. 
Anche questa si può considerare un'operazione necessaria per fronteggiare l'emergenza attuale dal momento che  un numero sempre maggiore di donne si sottrae al millenario compito di sostegno quotidiano e capillare a questi uomini deboli e fragili, che stanno perdendo progressivamente gli unici poteri dei quali rivalersi sulle donne, quello di essere protettori da nemici esterni, in tempo di armamenti sempre più sofisticati, e quello di essere breadwinner, in tempi di precarizzazione del lavoro, abbassamento costante delle retribuzioni in relazione al costo della vita, aumento della disoccupazione
Palliativi, che non mettono l'accento sulla radice della questione, vale a dire che lo scambio sessuo-economico alla base delle relazioni tra donne e uomini in regime patriarcale non reifica solo i corpi delle donne, ma anche quelli degli uomini.
Questo è quello che intendo usando un'espressione che non mi piace ma che rende l'idea, la "questione maschile" che minaccia la nostra società.
Finora l'esercizio del potere, più o meno diretto e più o meno assoluto, su donne e bambini/e, considerati in qualche modo "minori", transitoriamente per i maschi,  o permanentemente per le femmine, è stato sufficiente a nutrire l'ego della maggior parte degli uomini, nascondendo il fatto che spesso non sono loro con la loro complessità di essere umano a stimolare amore, rispetto, stima, da parte di donne, ma la posizione che ricoprono, il potere economico, il successo riportato in qualche campo sociale, scientifico, artistico, politico, la possibilità di procurare vantaggi e privilegi, tutti aspetti esterni in qualche modo al loro corpo di uomo.
Se costoro cominciassero a avvertire l'umiliazione per il rifiuto totale, fisico e psichico di sé come persone, da parte  di mogli che ricorrono a vari espedienti per evitare il rapporto sessuale molesto e insoddisfacente; se si rendessero conto del fatto che amanti e prostitute sono costrette a sopportarli non per le loro qualità psico-fisiche, ma per i soldi elargiti al momento, pochi o tanti che siano. Se sapessero quanto si rendono ridicoli e sgradevoli agli occhi delle donne, sottoposte loro in qualsiasi settore di attività, che mostrano di ammirare i loro discorsi supponenti, di ridere alle facezie o alle battute, spesso stupide, mentre dentro di sé, o nel cerchio di amiche e colleghe fidate, li prendono in giro e li insolentiscono.
Se cominciassero a pensare a questo diminuirebbe un po' di boria e si affaccerebbe qualche considerazione sul loro effettivo valore agli occhi delle donne, e forse comincerebbe a serpeggiare  il timore che un numero sempre maggiore decida di farne a meno, abbandonandoli al loro triste destino.

lunedì 9 dicembre 2019

Scorza





Scorza

L’aveva conosciuta durante una gita scolastica al Museo del Deserto, a Tucson, due ore di viaggio in autobus, una breve sosta all’ingresso e poi via tra sentieri costeggiati da jumping cholla, grande il divertimento di fronte agli sforzi di turisti imprudenti alle prese con i ciuffi spinosi e dispettosi, all’inizio ridevano, dopo un po’ rimanevano sconcertati dal fatto di non riuscire di scuoterli via dalla stoffa, infine spazientiti e allarmati si guardavano le mani doloranti, piene di invisibile spini.

L’unico momento noioso della mattinata sarebbe stato la conferenza sui rettili, nella sala grande del Teatro, tappa obbligata del viaggio di istruzione, invece il Mostro di Gila l’aveva incantato. Appoggiato sul banco, molestato dal bastone brandito dall’erpetologa, che sollecitava i suoi lenti movimenti, lo rivoltava, lo pungolava per mostrare a un pubblico per metà affascinato e per metà disgustato la potenza delle mascelle, la lunghezza degli artigli arcuati, le squame della scorza dai brillanti colori aposematici, nero e giallo, con sfumature arancio, un Mostro così inerme di fronte a chi sghignazzava, chi mostrava orrore, chi lo irrideva, gli aveva fatto pena.

Gli risuonarono nelle orecchie per giorni le parole della donna che aveva illustrato la pericolosità del veleno, la presa dei denti incurvati, che si incastrano nella carne della vittima, senza che si riesca a allentare il morso, che aveva elencato, con un po’ di enfasi a suo giudizio, il numero di persone morte per il veleno e quelle sopravvissute, perché curate in tempo, ma a lungo in preda a atroci dolori.

Ne aveva parlato in casa, l’unico che si era interessato era stato il nonno, che ricordava i racconti dei vecchi ascoltati  quando era bambino  nella riserva nella quale era nato e cresciuto, storie popolate di Mostri di Gila che sputavano veleno contro i malcapitati che li incontravano, che uccidevano con il respiro chi passava accanto a loro senza accorgersi della presenza su un albero, sotto un cespuglio, dietro un cactus.

Ne aveva studiato sull’Enciclopedia il nome scientifico, Heloderma suspectum, l’habitat, le abitudini di vita, e aveva scoperto con quante esagerazioni e inesattezze fosse stato presentato al Museo un animale timido, che sta spesso nascosto, difficile da incontrare se non di notte o di mattina presto. Non risultavano neppure persone morte a causa del suo veleno, unica verità il dolore acutissimo e lo stato di intossicazione che provoca e  che richiede terapie tempestive e intensive in ospedale.

Negli anni si si era convinto che il Mostro del Museo fosse un esemplare femmina, qualche volta immaginava che fosse riuscita a fuggire dall’orrida erpetologa e si fosse rifugiata nel deserto circostante..

Aveva fantasticato di andare a rintracciarla, poi le vicende della vita l’avevano distolto dal proposito.

Infine vecchio e malandato, ormai in pensione decise di inoltrarsi nel deserto intorno a Phoenix, luogo consueto di passeggiate, scampagnate, biciclettate, prima con i compagni di scuola, poi con figli e infine con nipotini, per vedere almeno un esemplare fuori di cattività.
Scelse una mattina molto presto, si mise grossi scarponi, cappello, guanti e giacca di pelle, si armò di un robusto bastone per estrema difesa,  abbandonò i sentieri e le vie principali, consigliati dalle guide turistiche, per inoltrarsi tra cespugli, rocce e saguari, percorsi sempre accuratamente evitati fino ad allora.

Circondato dal silenzio, rotto da qualche fruscio e sibilo, cammina circospetto rischiando di inciampare in qualche radice affiorante dal terreno, di scivolare su un masso poco stabile, si azzarda perfino a scostare qualche grossa pietra, con grande circospezione, malgrado l’ora quasi antelucana non incontra nessun Mostro.

Stanco, deluso e affamato, si siede su una roccia, per mangiare il panino prima di tornare a casa, al momento di rialzarsi cerca con la mano il bastone che ha appoggiato per terra accanto a sé e viene colto da un dolore acuto, per mangiare si è tolto i guanti, distrattamente non se li è rimessi per  prendere il bastone. Il dolore si irradia immediatamente in tutto il corpo, un grosso Heloderma suspectum ha tra le mascelle metà del suo polso.

Per sua fortuna i figli l’hanno quasi costretto a indossare un telefono salvavita, con localizzatore incorporato, e pulsanti collegati al suo ospedale di riferimento e ai loro cellulari, non ne voleva sapere, ma ultimamente  si era reso era necessario per l'aggravarsi del diabete.

Spingere il bottone fu l’ultimo gesto prima di crollare svenuto per lo spavento e il dolore.

Si risvegliò dopo tre giorni di terapia intensiva, aveva camminato molto, ma fuori dei sentieri consigliati si era aggirato senza accorgersene in un’area  non distante dall'ingresso principale, i soccorsi dall’ospedale erano giunti in pochi minuiti.

Al momento della dimissione il medico del reparto, che nei giorni di degenza l’aveva sottoposto ai controlli periodici, gli disse che misteriosamente risultava guarito completamente dal diabete.

Non riuscivano a capacitarsene, non era mai accaduto che un diabete in fase così avanzata sparisse improvvisamente,  gli consigliavano di continuare a controllare con regolarità la glicemia, per vedere se fosse uno fenomeno occasionale o permanente.

Allora ricordò che nei racconti dell’infanzia accanto alle storie dei Mostri di Gila assassini, ce ne erano altre che invece narravano dei loro poteri curativi, poteri sciamanici,  che a volte esercitavano misteriosamente

mercoledì 13 novembre 2019

Una politica femminista che viene da lontano



 E' appena uscito un libro che per me assolve due importanti funzioni, la prima è una sorta di compensazione, perché finalmente dopo  quarant'anni si torna a parlare  di una parte del Femminismo degli anni Settanta che ho vissuto in prima persona e che non ho quasi mai ritrovato nelle ricostruzioni di memoria del Femminismo, cancellata non solo dai mass-media, ma dalle stesse femministe di altri gruppi, quasi fosse imbarazzante parlarne.
La seconda è l'urgenza di riprendere il discorso -pur tenendo conto delle modificazioni di contesto- su nodi politici affrontati allora,  forse troppo in anticipo sui tempi, visto che i processi sociali ed economici dispiegatisi nell'ultimo quarantennio erano appena agli inizi, ma che sono diventati di attualità.
L'imbarazzo credo derivasse dal disagio di molte di fronte all' accostamento donne soldi, accostamento che richiamava alla mente un fantasma potentemente attivo, il fantasma della prostituzione, in una società ancora dominata dal principio patriarcale dello scambio sessuo-economico regolatore delle relazioni tra donne e uomini; una società nella quale il denaro, oltre a costituire una delle principali risorse di vita, è lo strumento fondamentale di mediazione materiale e simbolica nelle relazioni sociali e misura del valore di ogni realtà.
In questo senso la richiesta di salario fu fraintesa, l'obiettivo non consisteva  tanto nell'ottenere un po' di soldi in tasca da gestire autonomamente,  anche se elemento fondamentale  per una reale autonomia e indipendenza di pensiero, ma funzionare da leva politica per smascherare un sistema economico che poggia su una mole di lavoro non  riconosciuto in quanto lavoro, e quindi non pagato,  quantitativamente maggiore del lavoro di produzione, questo sì pagato, anche se poco e male, svolto in grande maggioranza da donne, dal quale il sistema capitalistico estrae ricchezza.
Oggi è acquisita la consapevolezza della  mole di lavoro domestico e di cura gratuito prestato soprattutto da donne su tutto il pianeta, istituzioni nazionali e internazionali misurano, quantificano, denunciano, sfornano addirittura tabelle in cui indicano quanto vale in denaro.
Naturalizzato nella dimensione essenziale della femminilità, il lavoro di riproduzione, nei molteplici aspetti: biologico, sociale, psicologico, sessuale è tenuto separato e contrapposto artificialmente al lavoro di produzione. Tutto quanto è riassunto nel concetto di “cura”, proposto oggi da vari filoni dei movimenti come elemento fondante per trovare un nuovo paradigma di convivenza, in grado di eliminare la divisione sessuale del lavoro, cioè la struttura portante delle relazioni tra uomini e donne all’origine del patriarcato, strettamente intrecciato con il neocapitalismo.
Ma venendo al libro, Antonella Picchio e Giuliana Pincelli in Una lotta femminista globale. L’esperienza dei gruppi per il Salario al Lavoro Domestico di Ferrara e Modena, 2019, Milano, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore, ricostruiscono la storia dei gruppi di Lotta Femminista e del Salario al Lavoro Domestico di Modena e Ferrara, una rete nazionale del femminismo degli anni Settanta, collegata alla International Wages for Housework Campaign.
Documenti, articoli, volantini, manifesti, foto, nazionali e internazionali, prodotti nel decennio di attività, con lo sforamento cronologico di un articolo del 1982, costituiscono la parte più rilevante del libro, e restituiscono la funzione più importante di un Archivio, che non si limita, come a volte si intende in maniera riduttiva,  a conservare la memoria, preservandola dalla dispersione, cancellazione, e falsificazione, ma a organizzarne i contenuti per attivare processi di riflessione sui nodi teorici e politici del presente.
Il resto del libro consiste di due scritti delle autrici, nel primo Antonella racconta la propria esperienza di vita e di pensiero e le modificazioni intervenute negli anni della partecipazione al gruppo, alla luce delle consapevolezze maturate oggi, nell'altro Giuliana ricostruisce la storia dei gruppi, i rapporti internazionali, le difficoltà interne sorte per le differenze nel modo di intendere il salario, differenze che portarono conflitti e scioglimento finale di Lotta Femminista,  e anche la  vicenda della mancata ricezione di analisi, posizioni teoriche e pratiche all'interno del femminismo italiano.
Conclude il libro un Epilogo sotto forma di intervista dell’una all’altra che rende il senso dell’operazione.
Afferma Antonella alla domanda di Giuliana perché abbia deciso di aderire alla richiesta della Fondazione Badaracco di ripercorrere quell’esperienza politica:
“…l’ho fatto perché sento aleggiare un nuovo vento che rigenera e spinge a condividere le esperienze fatte, a riprendere un cammino che tanti anni fa ha cambiato le nostre vite, facendole fiorire. Sento anche un senso di urgenza e un bisogno di radicalità che però ha bisogno di molta forza collettiva per essere sostenuta. I diversi refoli di aria nuova devono essere incanalati in un forte vento, capace di spazzare via le correnti reazionarie che stanno ammorbando l’aria… Il problema è quello di costruire la forza collettiva in grado di rendere questa radicalità chiaramente dicibile e effettivamente agibile. Una forza in grado di incanalare a livello globale le tante correnti d’aria che stanno smuovendo il femminismo a livello globale in un uragano dirompente, senza confini.”
La bella immagine dei refoli d’aria che unendosi possono trasformarsi in uragano dirompente rimanda alla leggerezza e al contempo alla forza in grado di travolgere gli ostacoli opposti alle lotte delle donne in tutto il mondo e disperde la sensazione di smarrimento che può cogliere di fronte alle tragedie nazionali e internazionali che le coinvolgono oggi, in un clima culturale e ideologico che tende a riproporre regole e gerarchie economiche e sociali atte a ridare fiato a livello planetario a  un patriarcato traballante, pur con diversi gradi di intensità e violenza a seconda delle condizioni materiali di vita, intrecciato a un capitalismo che, alla ricerca continua di nuove fonti di profitto, intensifica le disuguaglianze sociali e appare sempre più determinato a giovarsi del lavoro non pagato  delle donne che, oltre a produrre gli esseri umani, la merce più preziosa, è anche di sostegno quotidiano e capillare a una massa di uomini deboli e fragili di fronte allo sfruttamento e alla frustrazione derivanti loro dal sistema, nonché alla perdita degli unici poteri dei quali rivalersi sulle donne, quello di essere i guerrieri protettori, in tempo di armamenti sempre più sofisticati, e quello di essere breadwinner, in tempi di smaterializzazione dei processi produttivi, causati dalla automazione.
Dai documenti pubblicati  nel libro e dalle parole delle autrici emerge che il fuoco delle analisi delle condizioni materiali di vita delle donne  e delle conseguenti lotte intraprese dai gruppi di Lotta Femminista e del Salario per il Lavoro Domestico era relativo ai temi del doppio lavoro, della violenza domestica, della salute, della maternità, della sessualità, dell’amore, della prostituzione.  Temi che troviamo oggi al centro  nel dibattito femminista, e non solo. 
Mi riferisco ad esempio alla denuncia dell’eterosessualità obbligatoria imposta dal patriarcato insieme all'obbligo sessuale  delle donne nei confronti degli uomini, dentro e fuori del matrimonio, mettendo in luce la continuità tra lavoro non pagato in casa, compreso le dovute prestazioni sessuali, e lavoro di prostituzione, tema questo lacerante nel Femminismo, allora, come oggi
Viene da chiedersi, e se lo chiedono anche Pincelli e Picchio, come sia possibile che una tale ricchezza di analisi e di  proposte politiche di un Movimento di dimensione nazionale, radicato in venti città italiane, collegato con realtà impegnate in lotte dello stesso tenore in Inghilterra, USA e Canada, abbia  avuto così poca risonanza mediatica e sia stata quasi ignorata dal resto del Movimento di allora in Italia, così da determinare una deplorevole separazione tra due filoni di pensiero e pratiche che avrebbero dovuto procedere strettamente connesse; una separazione che ha nuociuto non poco al contrasto di processi messi in atto dalle istituzioni politiche e sociali del paese, contro i quali ci 
troviamo a combattere.
L'altro filone del Femminismo è quello che faceva dell'autocoscienza la pratica fondamentale, perché considerava prioritaria per una reale modificazione dello stato delle cose la ricerca della complicità delle donne con l’ordine del discorso vigente, con il corredo di abilità, funzioni e compiti storicamente determinati ma naturalizzati come costitutivi del maschile e del femminile.
Le analisi e le pratiche dei gruppi di Lotta femminista e del Salario per il Lavoro Domestico mancavano -non in tutte le situazioni però- dello sguardo dentro le soggettività, in merito alle fantasie, alle paure, ai desideri, alle aspettative delle donne derivanti  dalla interiorizzazione dell'ordine patriarcale.
Il linguaggio usato nei documenti risentiva molto di quello delle lotte operaie in atto in quegli anni, periodo nel quale era diffusa la diffidenza nei confronti degli strumenti analitici marxiani impiegati nelle analisi, per timore di un assorbimento e conseguente neutralizzazione dei contenuti di lotta femministi nella più generale lotta di classe.
A questo proposito è interessante notare che invece i gruppi di Modena e Ferrara praticavano l’autocoscienza, come facevano i due gruppi di Lotta Femminista di Milano, bollati come eretici dalle donne dei gruppi padovani.
Sta di fatto che la mancanza di lavoro comune tra i due filoni del Movimento italiano non è stato un elemento positivo per il Femminismo italiano.
Una domanda e la risposta a conclusione del lavoro di Pincelli e Picchio illustrano il senso dell’operazione:
“ G. C’è qualche aspetto del movimento di lotta delle donne oggi, a livello globale, che ha legami e affinità con le posizioni teoriche e le prassi seguite negli anni Settanta dai gruppi per il Salario al Lavoro Domestico sia in Italia che nella rete internazionale?
 A. In realtà con il movimento di Non Una di Meno è facile trovare punti in comune per quanto riguarda gli obiettivi del Piano femminista contro la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere, come si coglie dai documenti presentati nel capitolo precedente.   Temi ora ripresi con forza a livello globale, della violenza domestica, del lavoro non pagato, del lesbismo, della prostituzione, della intersezionalità, erano molto presenti nel dibattito dei gruppi del Salario al Lavoro Domestico in Italia e in precise azioni politiche portate avanti soprattutto dalle compagne di Wages for Housework in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada.
A livello globale, I carichi di lavoro domestico, e la conseguente mancanza di un reddito autonomo, condannano le donne a povertà, stanchezza, isolamento e disparità di potere in tutte le negoziazioni sociali, con gli uomini e con lo Stato, nelle città globali di New York e Londra come in quelle provinciali di Modena Ferrara.” L’incontro tra le due realtà di Movimento che le autrici vedono già in atto nei gruppi NUDM fanno sperare bene per il futuro.